Sara Lenzi, la designer del suono

“Il suono è potente: elaborato più velocemente dell’immagine, plasma (senza che ce ne accorgiamo) la nostra relazione cognitiva, percettiva ed emotiva con gli spazi e gli oggetti che popolano il nostro mondo. Il Sonic Interaction Design è una disciplina innovativa che, attraverso il suono, trasforma la nostra relazione con gli spazi e gli oggetti d’uso quotidiano. Il mio lavoro è creare identità sonore memorizzabili, efficaci ed evocative, per reinventare il rapporto con gli oggetti, i servizi e i media” – Sara Lenzi, sound designer

Oggi tempi&modi incontra Sara Lenzi, giovane trentina che vive a Bologna. Sassofonista e compositrice elettroacustica, ha anche una laurea in Filosofia. Insegna Installazioni sonore e Composizione multimediale al Conservatorio di Rovigo. Nel 2008 ha fondato Lorelei, agenzia di comunicazione sonora che applica la musica al marketing, all’advertising, al design. Con Gianpaolo D’Amico ha creato il blog sounDesign, riferimento italiano nel panorama della progettazione sonora.

1) Sara, arredare con la musica, progettare il suono: è corretto dire che, con l’immagine, il suono è l'”elemento” marketing per eccellenza?

Nel tempo, facendo questo lavoro, ho capito che benché per me il suono fosse il senso – o il sentire – più importante, esso non ci arriva mai da solo: noi sentiamo mentre vediamo, o mentre tocchiamo, o mentre odoriamo. Nel marketing è la stessa cosa, soprattutto se ci rifacciamo alla cornice del marketing sensoriale, o di quello esperienziale/emozionale. In breve: per i princìpi che legano la nostra percezione, un suono ben progettato amplifica e potenzia esponenzialmente il piacere della nostra esperienza di un prodotto, di un marchio o di uno spazio, legandosi alle altre esperienze   – l’immagine in primo luogo. Allo stesso modo però, e questo si sottovaluta ancora molto spesso, un suono mal progettato “distrugge” altrettanto esponenzialmente la nostra esperienza, annullando qualsiasi immagine di marchio o design di prodotto, per quanto ben progettati. Mi fermo qui, potrei parlare ore di questo argomento!

2) Per fare il sound designer serve un “orecchio” particolare o il senso dell’udito può essere sviluppato?

Il senso dell’udito si sviluppa: così come non si è mai “stonati” senza speranza ma chiunque può apprendere ad essere intonato, ci vuole un pizzico di pazienza, quello sì. Perché il piacere massimo del suono è dato dal saperne ascoltare i movimenti minimi, quelli vicinissimi al silenzio. E per riuscire a sentirli, in una società molto rumorosa come la nostra, bisogna sviluppare qualche abilità.

3) Come “nutri” il tuo “orecchio”?

Ascolto pochissima musica solo in determinate occasioni e con molta concentrazione. Per il resto, tutti i suoni esistenti – che sono già tantissimi – sono il mio nutrimento. Mi piace estraniarmi dal visivo chiudendo gli occhi e ascoltando tutto quel che arriva alle mie orecchie, in qualunque luogo o occasione, e ogni volta cerco di ascoltare un po’ più lontano, di sentire cosa succede laggiù oltre il confine di ciò che vediamo, odoriamo o tocchiamo.

4) Cosa ti affascina del suono e quali sono i suoni che ti affascinano?

Dopo anni di lavoro con software di manipolazione del suono, quello che sempre mi affascina è che il suono non è controllabile. Ha una sua natura, e alla fine fa sempre ciò che vuole. Il computer ci ha abituati che di qualsiasi materiale possiamo fare quel che vogliamo (vedi le elaborazioni in Photoshop tanto vituperate…). Con il suono non è così. I miei suoni preferiti sono quelli naturali, perché sempre diversi, sempre minimamente unici anche nel ripetersi. Ma in generale tutti i suoni discontinui, rarefatti, e che si muovono nello spazio.

5) Quale sceglieresti come colonna sonora della tua vita?

Sono nata in montagna ma se dovessi scegliere un suono con cui addormentarmi e svegliarmi ogni giorno della mia vita, il mare. Ci sono miliardi di suoni diversi nascosti nell’idea stessa di “suono del mare”.

6) Come fare a sensibilizzare i bambini a “sentire” e ad insegnare loro ad apprezzare i suoni che li circondano?

I bambini sono molto più avanti di noi, perché non devono recuperare sensi assopiti, ma li hanno tutti ancora ben aperti, personalmente conduco laboratori sul paesaggio sonoro con i bambini da 4 a 12 anni. Si concretizzano in “soundwalking”, passeggiate sonore guidate in cui viene chiesto di concentrarsi su tipi di suoni, provenienza dei suoni, suoni nello spazio. E di rendere consapevole ciò che già si sente ogni giorno (e notte). Lo faccio sia con adulti che con bambini, ma con i bambini è un piacere immenso: sanno già tutto! arrivano da me con già moltissimi suoni in testa. Il difficile è far sì che tra l’infanzia e l’età adulta non si perda questa capacità sensoriale e questa sensibilità. In Trentino, gli amici di Portobeseno conducono con grande successo molte attività di questo tipo con le scuole.

7) Torni spesso in Trentino? Quali sono i suoni che ricondurresti alla tua terra d’origine?

Ci torno ogni volta che posso, amo molto, moltissimo il “piccolo ma splendido” Trentino come lo hai definito tu! I suoni che mi legano alla mia terra d’origine in qualunque parte del mondo io sia: le campane e gli uccellini in primavera, i grilli in montagna, di notte in estate, la pioggia in autunno, i passi nella neve, nel silenzio quasi totale, in inverno.

 

“Noi sentiamo mentre vediamo, o mentre tocchiamo, o mentre odoriamo”

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 “Il piacere massimo del suono è dato dal saperne ascoltare i movimenti minimi, quelli vicinissimi al silenzio”

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