New York

Sono in viaggio di nozze a New York. Il primo giorno hanno litigato perché lei ha vomitato in mezzo alla 47° strada, luogo per lui sacro perché ospitava la Factory di Andy Warhol.

Lei è incinta, ma si era detta pronta ad affrontare il viaggio. Lui adesso medita sul fatto che è la prima volta che vede New York e sicuramente non potrà fare tutto quello che avevano pianificato leggendo la guida (“insieme, di comune accordo”).

Le tiene il muso fino a cena. Gli passa solo in un Burger King semivuoto. Lei è depressa, lui si sente in un quadro di Hopper, quindi felice.

Lei è a New York ma pensa a casa, al gatto, alla toxoplasmosi, alle cose che ha lasciato per aria e che ritroverà appena tornata.

Il giorno dopo optano per il Central Park. É una giornata di sole, passano il tempo sull’erba a riepilogare i nomi che potrebbero dare al loro bambino, o bambina.

“Paul”, dice lui.

“Riccardo”, dice lei.

“Dennis.”

“Michele.”

“E se fosse una bambina…Edie.”

“Al massimo Miranda.”

“Vedremo.”

“Oppure Carmen!”

Ridono, per chiuderla lì. Le va a comperare un gelato in un chioschetto.

L’Empire State Building. Il Palazzo di Vetro. Il Village. Si spostano un po’ in metropolitana e un po’ in taxi. Se camminano, lei deve fermarsi frequentemente. Tutto è un po’ più costoso di quello che si erano immaginati.

Una sera lui le chiede il permesso di andare a vedere uno show all’Apollo. Lei rimane in albergo a leggere una rivista che elenca tutti gli spettacoli che ci sono quella settimana in città.

La fotografa su una panchina famosa sotto il ponte di Brooklyn, una panchina ripresa in un’infinità di film. Lei si sente tutt’altro che una bellezza e gli chiede di cancellarle, quando gliele fa vedere. Poi è lui a voler essere fotografato, se ne fa fare una quantità, lì vicino un nero suona il sax, gli domanda in prestito lo strumento per avere una foto sotto al ponte con il sax, e poi vuole una foto con il sax e con il nero.

Gli sembrava una buona idea fare l’amore ma è stanca, così esce a fare un giro dell’isolato, uno scroscio di pioggia lo sorprende, si rifugia in un caffè, all’uscita un litigio fra due tassisti, uno stormo di uccelli fra i cirri, c’è il cielo che preme, sui tetti dei grattacieli, le scale esterne per fuggire, gente, semafori, insegne, odore di mare, pubblicità.

Una sera vanno a trovare dei lontani cugini di lui, a Brooklyn. Non li avevano avvisati della loro presenza nella Grande Mela se non il giorno prima, per non farsi monopolizzare tutta la vacanza. Veramente è stata lei a mettere le mani avanti, lui pensa che questi cugini, immigrati di seconda generazione, sono davvero simpatici, pensa che è un peccato non essersi fatti ospitare da loro, a costo di dormire fuori Manhattan. Non sanno quasi nulla dell’Italia e, unico difetto, non amano Spike Lee.

Una sera a lui sembra di vedere Woody Allen entrare in un club, è molto esaltato. Lei vorrebbe che riservasse tanto entusiasmo anche ad altro, le sembra di avere sposato un ragazzino, e si ricorda che era così anche prima, solo che prima lo trovava divertente, avevano sempre un sacco di cose di cui parlare. “Comunque – gli dice – non poteva essere Woody Allen, è a Cannes per il festival.”

L’ultimo giorno lui è pentito, avverte un senso di perdita, l’occasione sprecata di visitare con sua moglie la città dei suoi sogni. La porta a fare shopping ma non possono permettersi oggetti piccoli e costosi e non hanno spazio a sufficienza nelle valigie per cose più ingombranti. Carmen e Vincenzo, i loro amici del cuore, gliel’avevano detto, di portarsi poca roba da vestire. Di chi è la colpa?

“Sua”, pensa lui.

“E’ che sono incinta, se non te ne fossi accorto”, dice lei, dopo avergli letto nel pensiero.

“Non sei mica la prima che aspetta un bambino”, dice lui.

Lei va in bagno a piangere.

All’aeroporto finalmente si rilassa. Stanno per tornare a casa, ci sono molte cose da fare, il lettino che gli hanno regalato da montare, e poi la macchina dal meccanico, per quella spia che non si spegne, dev’essere solo un nulla, ma meglio non farsi lasciare a piedi mentre si aspetta un bambino, medita lui, giudiziosamente.

Lei gli appoggia la testa sulla spalla. Sono così, sono diversi, sono due esseri umani completi, ognuno a suo modo, non c’è scritto in nessun manuale come farne di due uno, e forse non è possibile.

Ma questo amore durerà. A dispetto del disastroso esempio dei loro genitori, a dispetto delle vecchie storie che si sono lasciati alle spalle, a dispetto del fatto che a lui piacciono gli hamburger e a lei il sushi, a dispetto del fatto che lui odia la classica e invece lei sostiene che faccia persino diventare più intelligenti, cosa che non si potrebbe argomentare alla leggera di gruppi come Television o Talking Heads, peraltro defunti da tempo, lei si dice che, sì, questo amore nato per caso, come tanti, come tutti, questo amore cresciuto in fretta sull’onda dell’entusiasmo e del sesso, questo amore di borbottii e facce scure, ma anche di mani, occhi, baci, carezze, gite al lago e ore e ore di computer, è un amore destinato a durare.

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