Dubai

Un inedito della collezione “Vieni via con me”*, i racconti d’amore ambientati in giro per il mondo, di Henry J. Ginsberg. 

A Dubai ha spesso freddo. Ha finito il concerto tre ore fa, ma non ha ancora smaltito tutta l’adrenalina. Lo stupisce il fatto di eccitarsi ancora per uno show. Anche adesso che si esibisce da solo, al piano, in locali più intimi, per platee più ristrette. Con il gruppo era tutto questo moltiplicato per dieci, era l’impatto dei watt, erano i colpi secchi della batteria alle sue spalle, lui a gigioneggiare davanti al pubblico perché le tastiere le suonava Ronnie, lui doveva solamente cantare, e muoversi, e mettere su quella faccia come se avesse pestato sterco di cammello salendo sul palco. Con il gruppo era tutto all’ennesima potenza. Il pubblico impazziva.

Ma anche così, anche da solo, funzionava ancora. Sapeva che avrebbe funzionato per un bel po’, quando hai scritto canzoni come Stay puoi vivere di rendita, non per il resto della tua vita, d’accordo, però abbastanza per poter incidere altri dischi, scrivere un libro, ottenere una parte in un film.

Adesso si esibiva in posti insoliti come Dubai. Dormiva al Burj al-Arab, la “vela”, l’hotel più stravagante (e più lussuoso, ha sentito dire) del pianeta. Adesso aveva chiuso con le droghe, definitivamente.

Burj-Al-Arab-Hotel-Dubai-Emirati-Arabi-Uniti

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La sera di Capodanno

L’inedito di Natale di Henry J. Ginsberg, per T & M.

A Delmore Schwartz (1913-1966)

Il mondo è piccolo quando cominci a girarlo e realizzi che ognuno di quei posti segnati sulle carte geografiche, anche i più lontani dalla tua stanza da letto, anche i più remoti – eccezion fatta forse per qualche foresta pluviale grondante sotto il cielo plumbeo, per qualche desolazione ghiacciata – sono raggiungibili.

Il mondo è piccolo e accessibile, forse più del tuo cuore. Ma ci vuole comunque del tempo per attraversarlo, e io avevo promesso che sarei tornato, che sarei arrivato da te, in tempo, anche se partivo da lontano e lungo la strada avevo ancora alcune cose da sbrigare.

João era passato a prendermi all’albergo con solo un’ora di ritardo. Lo avevo aspettato nell’atrio, seduto su una sedia, al buio, i bagagli posati lì accanto. Avevo provato ad uscire, ad un certo punto, mentre il sole sorgeva all’orizzonte e iniziavo a distinguere le nuvole dallo sfondo del cielo, ma troppe cose strisciavano sui gradini dell’ingresso, ero tornato subito dentro.

“Una gomma bucata”, si è giustificato sorridente, appena sceso dalla jeep.

Siamo partiti lasciando lo Zambesi sulla nostra sinistra, ci aspettavano quattro ore di strada fino a Beira, dove avrei preso l’aereo per Maputo. Attorno, la campagna, i luoghi dove avevamo girato. Antonio si sarebbe fermato ancora tre giorni, a lui non importava di essere in Italia per il 31, ma io dovevo rientrare, lo aveva capito, dopotutto il grosso del lavoro era stato fatto, le interviste erano a posto, adesso non aveva più bisogno di me. Ecco la casa dei nostri amici, italiana lei, mozambicano lui, appena fuori il paese, in muratura, con il pozzo all’esterno, dove venivano ad attingere l’acqua i bambini che abitavano nelle capanne tutt’attorno, quelli che l’altro giorno ci erano venuti a chiamare per mostrarci l’ippopotamo che giocava nel centro del fiume; ecco la boscaglia nella quale sta rintanato il misterioso sudafricano venuto lì anni prima a mettere su una segheria, per qualcuno un ex-agente dei servizi; ecco, più avanti l’ingresso del parco del Gorongosa, qui il paesaggio si vivacizza, la terra si solleva all’improvviso in un grande massiccio, come se fosse gravida, era il regno dei leoni, le varie milizie che ci sono passate durante la guerra civile hanno fatto strage della fauna selvatica per mangiarla.

João aveva un figlio a Beira, Nelson; dopo avermi accompagnato all’aeroporto sarebbe passato a trovarlo. Ha tirato fuori il cellulare, mi ha mostrato la foto: non sapevo cosa dire, soffriva di un male che hanno molti bambini, in Africa, idrocefalo, accumulo di liquido cerebrale nella testa.

Il volto dell’uomo era radioso; si vedeva che non stava più nella pelle, anche se mancavano ancora due ore alla città. Come lo capivo. Mi sentivo anch’io così, anche se non era un bambino che mi mancava. Mi mancavi tu, una donna che conoscevo appena, una donna che viveva sola, una donna che non mi aveva fatto promesse d’amore.

All’aeroporto ho insistito per offrirgli un caffè, eravamo in anticipo nonostante fossimo partiti in ritardo. Non ha voluto altro. E’ scappato da Nelson, lasciandomi con i miei pensieri, sulla terrazza affacciata sulla pista d’asfalto.

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Barcellona

Ieri è stata la giornata più calda dell’anno.

Ieri poi ha piovuto, diluvio su Barcellona, pioggia sulle guglie di Gaudì, pioggia anche sul mare, liquido, tutto scorre.

“E’ come quando una corda si tende fino allo spasimo”, hai detto tu, parlavi del tempo. Hai detto che poi deve succedere qualcosa. Quando il termometro tocca i 45 gradi, o si va a fuoco o si scatena l’apocalisse.

Abbiamo visto le saette segnare il cielo dalla finestra del tuo appartamento. Hai avuto paura che ti piovessse in casa, il tetto è malmesso. Il gatto si era nascosto dietro alle piante del soggiorno. Toc, toc, la goccia che cade dal tetto, la macchia che si allarga. Corri a mettergli sotto una pentola, scalzo.

Ieri ci siamo rivisti dopo due anni, dopo una serie di mail. Non ci siamo detti nulla. Mi hai accolta in t-shirt, mi hai fatto un caffé, ti sei messo a parlare di un nuovo centro commerciale, come se ci fossimo salutati la settimana prima, all’uscita di un cinema. Ho capito subito che questo incontro tardivo non avrebbe sciolto nessun nodo. Le domande che mi sono posta, in questi due anni, sarebbero rimaste le stesse. Cosa eravamo? Cosa siamo stati l’uno per l’altra? Perché ci siamo persi di vista? Perché, ora, ci rivediamo?

Poi siamo andati a letto, è sempre lo stesso letto, quello nel quale mi precipitavo dall’aeroporto, tutte le volte che venivo a Barcellona e all’epoca ci venivo anche due volte al mese.

Eravamo a letto, ancora non ci eravamo spogliati, parlavi di quel centro commerciale e di un foulard che hai appena comprato, sei vanitoso, anche quando non ti sei fatto la barba, hai un modo tutto tuo di essere vanitoso, non come Luca, lui veste nei negozi giusti, ne sa certo più di te in fatto di abbinamenti, di tessuti, cuciture, tu hai la vanità bohemienne, la vanità dell’uomo fintamente trasandato…

Poco dopo il cielo si è aperto, fulmini come spade hanno tagliato il nero, le masse addensate, hanno tagliato il fondo delle nuvole come sacchi, siamo rimasti alla finestra a vedere il diluvio, adesso eravamo nudi, illuminati dai lampi, è iniziato a piovere dentro, in cucina. Pensavo a Luca e baciavo te.

Questa mattina mi sono alzata per prima. La pentola che avevi messo sotto la goggia era piena per metà. Ti ho preparato la colazione, tazze e roba da mangiare erano sempre al solito posto. La giornata si annunciava calda come ieri.

Poi sono uscita, ci siamo sfiorati le labbra con un bacio, casto, non ci siamo detti nulla, se ci rivedremo ancora, se sarà fra altri due anni, non ci siamo detti con chi stiamo adesso, se poi stiamo da qualche parte, se stiamo con qualcuno, o magari scorriamo fludi, magari siamo scossi come canne al vento, magari siamo solo questo, siamo grancasse che fanno un po’ di rumore bandistico.

Fuori era l’apocalisse e dicevi parolacce, sembravi felice di vedermi. Ogni tanto ridevamo. Sei dimagrito. C’era tutta la leggerezza di un tempo, ma qualcosa non quadrava, qualcosa non collimava, ma cosa? I gesti, i fatti, erano quelli dell’amore, i movimenti dei corpi, erano quelli, indubbiamente. Ma le parole erano altro, erano le chiacchiere al bar fra due amici, ecco stavamo facendo l’amore come se ci fossimo incontrati in un locale sulla Rambla, la stessa allegria noncurante, lo stesso cameratismo, la stessa ebbrezza che dura un istante, e domani è un altro giorno.

Ho mascherato anch’io quella leggerezza, nella stanza buia. Il temporale lentamente si esauriva, pioggia grondava da ogni tetto, ogni albero, ogni lampione, c’era acqua dappertutto, scorreva a fiumi sotto di noi, ragazzi ballavano in strada, era stata la giornata più calda del secolo e finalmente ecco che era finita, si toglievano le magliette, le facevano roteare sopra le teste, mostravano petti e ascelle, mostravano bicipiti, paravertebrali. Tu mi parlavi delle nuove mode, “l’Italia è così provinciale”, in Spagna erano anni luce più avanti, dicevi, io mi lasciavo accarezzare la schiena imitando la stessa leggerezza, mi dicevo “ecco, adesso siamo veramente amici, solo due amici”, e non m’importava più, non avevo pensato a te come a un’amico, mentre venivo a casa tua, né avevo pensato a te come a uno dei ragazzi senza maglietta che in questo momento danzavano in mezzo alle pozzanghere, per me eri speciale ed è solo questo che so, dell’amore, l’amore sta dalla parte opposta rispetto a cose come la leggerezza, l’amicizia e il cameratismo, l’amore è la corda che si tende allo spasimo, forse quella corda si era rotta due anni fa e non me n’ero accorta, avevo sognato spesso di tornare alla stanza buia e adesso che c’ero, qui, era come non essere dentro a niente.

Stamattina la pioggia era già sparita. La città, come sempre: polverosa, obliqua, in movimento, molto presa da sé.

Non c’era molto per fare colazione. Avevo il volo nel tardo pomeriggio ma ti ho mentito, ho detto che dovevo andare in aeroporto, non ti sei offerto di accompagnarmi, anche se era la tua giornata libera, a quanto ho capito aspettavi qualcuna, o qualcuno, non so.

Ho pranzato in un ristorante sul porto, mi sono mescolata a persone molto diverse da te, volevo non pensare, distrarmi così. Al duty free ho comprato un regalo per Luca. In aereo ho attaccato bottone con il direttore di un albergo, che andava a Venezia, mi sono fatta invitare, uno dei prossimi week end, che sfacciata! Lui non ha perso tempo, però.

Ho parlato anche col taxista che mi riportava a casa, gli ho chiesto se aveva piovuto. Insomma, in definitiva, ho deciso di lasciare gli ultimi due anni della mia vita lì con te, nella stanza buia. Fanne ciò che vuoi. Forse è stato uno sbaglio rivedersi.

Poi, sono passate solo 24 ore. Tutta la pioggia di Barcellona dev’essere scomparsa, riassorbita dalla terra ingorda. Sono uscita sul balcone – è solo un’altra sera di pipistrelli e lampi di calore nel mio quartiere – e ho acceso una sigaretta, aspettando che fossero le 10, per andare da Luca. E all’improvviso hai telefonato. Da Barcellona. E ho sentito la tua voce, e mi hai detto quello che non mi avevi detto ieri, che era stato bellissimo rivedersi, e come avviene a volte in questi casi, ho bucato le nuvole con l’unghia del mio indice, prima di tornare sulla terra, cambiarmi, profumarmi, e schizzare da Luca, felice come poche volte, felice di essere amata da due uomini, felice della mia vita contorta, felice del mio cammino incerto, dell’invito del direttore dell’albergo che potrei accettare o non accettare, dipende da me, è una mia opzione, felice anche di scoprire, una volta di più, che raramente la lingua dell’amore è fatta di parole definitive, di sentenze irrevocabili, il più delle volte tutto scorre e si apre una strada e aggira gli ostacoli e precipita da qualche parte, come l’acqua quando cade dal cielo. E quelle come me – quelli come noi – vanno con la corrente, cambiano idea tre volte al giorno, a volte sentono della musica nelle orecchie anche quando non c’è, a volte si addormentano con la tv accesa.

A volte vorrebbero morire e un’ora dopo, per un nulla, sono stupidamente così felici.

Chicago

Quando eravamo ragazzi, ragazzi innamorati, passavamo cento volte al giorno sotto casa sua, sperando di incontrarla. Quando eravamo ragazzi, 99 volte su 100 non succedeva, e se sì, poi non sapevamo cosa dirle, oppure lei era con sua madre. E adesso? Non posso più fare così, perché lei abita a Chicago e io in Italia. E se anche fosse, se anche prendessi l’aereo, cosa cambierebbe? Io e Lisa ci siamo lasciati.

Quando eravamo ragazzi, la pensavamo nella sua stanza, alla sua scrivania, la pensavamo al risveglio, sotto la doccia, fare i fumetti col fiato nell’aria gelida del mattino. Credevamo nelle coincidenze, nei segni, nella magia della trasmissione del pensiero, quando eravamo ragazzi credevamo a tutto, che quell’abbinamento di colori l’avesse scelto per noi, che avesse provato a telefonarci trovando sempre occupato. Quando si è giovani si crede a tutto, e adesso? Adesso è ancora così, anche adesso si crede a tutto, si crede di stare sotto lo stesso cielo, di vedere le stesse nuvole affacciandosi al balcone, solo che lei vive a Chicago, potrebbe anche essere Atlantide, per quanto mi riguarda.

Quando è successo, la scelta dei tempi non è stata delle più felici, avevamo litigato anche nel pomeriggio, ma avevamo deciso di lasciare la cosa in sospeso, eravamo andati a vedere quello spettacolo, avevo già i biglietti, le piace il teatro sperimentale. Mi sembrava serena, quando la guardavo di nascosto, invece era solo concentrata, stava pensando alle parole, non sono il suo forte, le parole, ci si può sbagliare, anche quando ci si conosce da tanto tempo. E’ quando siamo rientrati che me l’ha detto, che aveva deciso di partire, di tornare in America. Io non conosco Chicago, non ci sono mai stato, posso vederla con l’occhio della mente, i grattacieli affacciati sul lago Michigan e i club dove suonano il blues, le architetture di Mies van der Rohe e i luoghi in cui è ambientato Il dono di Humboldt, che avevamo letto assieme, io e Lisa, il capolavoro di Bellow. Io posso solo immaginarla, Chicago, posso solo immaginarla sotto la neve, posso immaginarla in un’estate torrida, potrei anche prendere un aereo e andare lì, ma cosa cambierebbe? Suonare alla sua porta no, è l’ultima cosa, ho ancora la mia dignità. E allora? Girerei e girerei, per respirare la sua stessa aria, ma ogni donna vista da dietro sembrerebbe Lisa, mi succede anche qui, ce ne sono migliaia che mi sembrano lei, viste da dietro, e non riesco a immaginare quante ce ne possano essere a Chicago, con la stessa pettinatura, lo stesso portamento, lo stesso culo, ho visto le foto delle sue sorelle, anche loro, da dietro, sembrerebbero Lisa, sarebbe proprio un bello scherzo, andare a Chicago e incontrare per strada una delle sue sorelle, una che mi dice: “Lisa è andata in Messico, tornerà il mese prossimo.”

Quando eravamo ragazzi trovavamo ogni scusa per passare sotto casa sua, ogni tabacchino era sotto casa sua, ogni bar, ogni sala giochi, ogni dannato meccanico dove portare la moto a riparare, ogni libreria era più vicina a dove abitava lei, ogni negozio di dischi, passavamo e ripassavamo e se fortuna voleva che la finestra della sua camera affacciasse sulla strada rallentavamo il passo, per guardare su. E ogni poggiolo sotto al quale ripararsi dalla pioggia era il suo, ed ogni folata di vento spirava in quella direzione, ogni foglio di giornale trascinato assieme alle foglie dell’autunno recava un messaggio occulto che parlava di lei, ogni raggio di sole che filtrava attraverso le nuvole dopo il temporale colpiva esattamente il suo portone. E adesso? Io non conosco Chicago, non mi ha mai interessato vederla, sinceramente, non ci sono mai stato, solo con Google, ci sono andato per zoomare sul suo quartiere, sulla via via, poi ho smesso perché di queste cose puoi farci una malattia, so che venne distrutta da un incendio e poi ricostruita, ma questo è successo a molte città, so che ci sono importanti industrie, musei e parchi, ma anche questo, anche questo può valere per molte città. Immagino che se andassi a Chicago in vacanza potrei incontrarla, per strada, per caso, conosco i suoi gusti, potrei incontrarla per caso in un museo, e se quel giorno avesse deciso di andare a un party? E poi non so nemmeno quanti musei ci siano a Chicago, ce ne devono essere un’infinità.

Quando si è giovani si è un po’ più vulnerabili, forse, ci si lascia calamitare in fretta dalle cose che piacciono, quando si è giovani sembra sempre di avere scoperto la luna, poi, col tempo, le cose dovrebbero cambiare, e cambiano, sì, ci si sente al sicuro, ad un certo punto ci si sente al sicuro e si abbassa la guardia, e poi ad un certo punto, anche se si è vecchi, molto, molto più vecchi, si è ancora lì, a gironzolare sotto casa dell’amata, facendo finta di esserci capitati per caso, perché se la si incontra davvero, non lo si può mica ammettere. Si gironzola ancora, con l’occhio della mente, ci si sente senza speranza come allora, ammalati come allora, condannati come allora, separati da Atlantide come allora, stavolta però si gironzola per Chicago, con tutto quel vento in faccia, si gironzola per Chicago con l’aria di fare finta di niente, e magari, dopo un po’, ci si convince persino che è vero. 

Vienna

Tornava a casa a piedi attraverso la città deserta, sentiva il rumore dei suoi passi, una sirena distante nella notte chiara, sopra i silos e le ciminiere slanciate, tornava a casa chiedendosi cosa ti fa l’amore, per prolungare ciò che aveva appena finito di vivere, per sentire ancora quell’abbraccio, quel calore, quel ferro straziante, anche adesso che era solo, e dunque, come ti cambia, come ti rovescia e ti rimette assieme, l’amore, come ti senti quando sei innamorato?

E pensava a ciò che lei gli aveva detto poco fa, alle cose che aveva svelato di lui, che gli aveva mostrato con un semplice gesto, come quello di alzare uno specchio, dicendo: “Sei molto sicuro di te”, oppure “Sei un po’ violento”, oppure “Sei vanitoso”, e lui che non aveva mai immaginato di essere sicuro, violento o vanitoso era rimasto sospeso a mezz’aria, su di lei, sospeso sul suo viso perfetto, sui seni come colline, sulle sue spalle bianche, sul grembo dorato, chiedendosi quale cannocchiale o scandaglio avesse usato per vedere quelle cose, e se le avesse trovate davvero o se tirasse a indovinare, ma no, aveva tutta l’aria di chi sa, ne sapeva più lei di lui, senz’altro, o per lo meno sapeva di lui cose che lui stesso aveva sempre ignorato, allora questa è una cosa che l’amore ti fa, l’amore ti rivela a te stesso.

E poi imboccando lungo il viale alberato che non poteva evitare a meno di attraversare la zona industriale, molto lontano dalla Hofburg, dal duomo di Santo Stefano, molto lontano dal Prater, dalle pasticcerie colorate, molto più a oriente, dove le lingue e gli accenti si mescolano, e ti ricordi che questa città è stata al centro di qualcosa di vasto e complicato, cuore pulsante di un’Europa di mezzo, dalle pianure ungheresi alle Alpi italiane, dalle orchestre orgogliose nei teatri tirati a lucido ai violini scheggiati in fangosi cortili balcanici, aveva pensato anche al dolore che aveva iniziato a sentire ancor prima di lasciarla, ancor prima della borsa e del treno, il dolore della separazione che sapeva sarebbe durata almeno una settimana, forse una settimana, o forse di più, forse anche un mese, non vi erano certezze in proposito, e alle conferme che avrebbe atteso da lei, durante tutto quel tempo, con il telefono, le mail, i simulacri che l’elettronica ha brevettato per lenire il dolore degli amanti, e questa è un’altra cosa che l’amore ti fa, ti leva la pelle, ti espone in cima a una collina, tutto nudo, rosso e bruciato dai venti e torturato e inconsolato, questa è una cosa che l’amore ti fa, ti spinge a desiderare una conferma quando è lontana, ma una non basta, vorresti avere una conferma per ogni ora che non trascorri assieme a lei, per ogni minuto che vi separa, vorresti una conferma ogni minuto, l’amore ti espone e ti fa sanguinare copiosamente.

E poi, già oltre il parco, in vista di casa, aveva pensato a come il suo corpo si alza e cammina per la stanza dopo avere gravato su quello di lei, aveva pensato a quella sensazione di forza, a come le spalle si drizzano, a come la schiena si drizza e le braccia stanno un po’ lontano dai fianchi come se avesse appena finito di fare uno sforzo fisico, come costruire un muro o demolire un muro, aveva pensato alla forza che l’amore infonde, e questa dunque era un’altra cosa ancora, un’altra cosa che l’amore ti fa, quando puoi stringerlo fra le tue braccia, quando puoi stringerle la gola con la mano, quando puoi accarezzarle i capelli o lasciarle segni sulla schiena, questo ti fa l’amore, ti fa sentire come un predatore un esploratore uno speleologo un minatore, pieno di fierezza e di coraggio, questo ti fa.

Alzò lo sguardo al cielo perché è il cielo il luogo degli innamorati, le costellazioni sfavillanti e tutti quei satelliti. Era felice di essere lì e adesso. E di vivere.

Milos

In qualche modo, era arrivata. Me lo sentivo, che doveva succedere. La mia summer of love. L’estate dell’amore, dei tramonti come salvaschermi, dei profumi di mirto, mare, crema, pane, vino resinato e Orfeo, tutti assieme. L’estate delle vacanze meritate, metà del percorso che portava alla laurea in filosofia già alle spalle, voti ottimi, genitori soddisfatti, salute eccellente, forma fisica smagliante, problemi zero, ragazzo nuovo.

Avevo già avuto due storie prima di Orfeo. Ma mantenevo ancora delle zone d’ombra, dentro di me, potenzialità che non si erano espresse con pienezza. Profondi pensieri e misteriosi segreti, anfratti e oasi.

Avevo passato la fase esplorativa dell’amore: in macchine, in case temporaneamente lasciate libere da genitori o coinquiline. Anche in soffitte, cantine, prati.

Avevo conosciuto gelosia, impazienza e prime frustrazioni. Ma mai quel continuo rotolare, quel desiderio di annullamento nelle braccia dell’altro, l’ozio febbrile e spossante dell’intimità in ogni possibile variante. Mai tutto quel miele.

In breve, una vacanza in Grecia. Dove altrimenti sarei potuta andare, con uno che si chiamava Orfeo?

Aveva qualche anno più di me, studiava medicina dopo avere abbandonato legge. Era magro e ben proporzionato. I capelli lunghi. Le mani grandi che un giorno, pensavo, si sarebbero infilate in tanti corpi per curarli, guarirli. Aveva una lunga cicatrice su una coscia, il segno del freno di una bicicletta. Era sempre calmo, anche nei suoi momenti di esuberanza. Cucinava e scattava fotografie.

Avevamo tre settimane tutte per noi, il genere di lusso che potevamo permetterci, quello del tempo.

Orfeo amava la tenda. Da Atene, ci eravamo imbarcato per Milos, dove pensavamo di trovare luoghi appartati. Avevamo deciso di evitare per quanto possibile i campeggi: mettevamo la tenda, un piccolo igloo, sotto a qualche olivo, a volte dopo avere chiesto il permesso al proprietario del fondo.

La tenda divenne la nostra casa. Passavamo le giornate a esplorarci e ad ascoltare il rumore del mare. A volte, quando avevamo la certezza di essere perfettamente soli, facevamo l’amore all’aperto. Tutto quel sole mi accecava, il sole e il paesaggio di pietre e arbusti gialli e muretti a secco e a volte un palo della luce mezzo inclinato o lo scheletro di una casa in costruzione, lasciata lì, mai finita.

A volte la sera facevamo un fuoco sulla spiaggia, vicino a lui non avevo paura anche se i luoghi erano selvaggi.

A volte delle capre scendevano giù dai dirupi a disturbarci, a volte un’onda anomala gonfiava il mare e ci costringeva ad affrettarci a tirare indietro le stuoie.

A volte andavamo fino alla casa del proprietario del terreno dove ci eravamo sistemati, facevamo una doccia nel suo bagno, riempivamo bottiglie d’acqua, ci regalavano della verdura o della frutta, provavano simpatia per la nostra condizione, palesemente inebriati, in preda ad una febbre.

A volte cercavamo un ristorante per la cena, e rientravamo alla tenda con una bottiglia di Retsina. Eravamo abbronzati, senza segni di costumi perché avevamo preso il sole nudi.

Un pomeriggio litigammo perché io volevo dormire e lui no, fece l’offeso, andò da solo ad esplorare quella parte di costa, a fotografare i sentieri fra le spine.

Un pomeriggio pestai un riccio e Orfeo con un ago e la mia pinzetta per le sopracciglia mi tolse ad uno ad uno gli aculei conficcati nel piede.

Un pomeriggio si scatenò il temporale. Acqua nel mare.

L’isola era arida come tutte le Cicladi. In passato era stata scavata, per estrarre i minerali preziosi, solchi e ferite, avevano grattato via dalle scogliere lo strato superficiale mettendo a nudo l’interno giallo e ocra, e ora le spiagge che le lambivano erano striate di giallo e ocra anch’esse, sul mare turchese.

Quasi alla fine della vacanza, decidemmo di prendere in affitto una stanza, eravamo stanchi di dormire per terra. L’autobus ci lasciò in un paese all’estremo nord di Milos. Lì la strada finiva, non poteva che girarsi e tornare indietro.

Seguimmo una viuzza che dal lungomare si inoltrava nella campagna, accompagnati dal concerto delle cicale. Le case erano bianche di calce, con un muro di cinta che delimitava il cortile interno. Sul cancello di alcune di esse il cartello con l’indicazione familiare, “Room to let”. Suonammo qualche campanello. Una non ci aprì, nelle altre ci dissero che erano al completo, che forse potevamo trovare qualcosa più avanti.

L’ultima casa si affacciava su un vasto piazzale polveroso. L’ingresso era riparato da un balcone, che creava una zona d’ombra in cui una vecchia sedeva in silenzio sgranando fagioli. Orfeo provò ad interpellarla in inglese; lei si alzò, entrò dentro. Non sapevamo come prenderla; la vecchia si riaffacciò e ci fece cenno di aspettare, indicando la panchina che aveva appena lasciato.

Pochi istanti dopo comparve sulla soglia un uomo in canottiera e short azzurri. Scoprimmo che parlava italiano, aveva lavorato in Italia e comunque la sua famiglia veniva da Rodi, era stata sotto gli italiani e la vecchia (sua madre) non ne aveva conservato un buon ricordo.

Dai recessi della casa spuntò infine anche una donna: istintivamente mi dissi che era la creatura femminile più bella che avessi mai visto, di una bellezza piena, muliebre. Eccola la Venere, e io ricordavo di averla già vista, anni prima, a Parigi, una vacanza con i miei genitori…

Ci offrirono un succo di frutta. Poi la donna ci accompagnò per un sentiero sterrato fino ad un’altra costruzione, che doveva essere stata appena terminata perché avevano lasciato in giro del materiale da costruzione. Le due case distavano forse un 200 metri l’una dall’altra, ma le separava un folto canneto, che garantiva assoluta privacy. Quella che ci stavano offrendo aveva un soggiorno-cucina, una camera da letto, un bagno generoso. Sul retro un orto e alcuni alberi da frutto, fra i quali avevano teso due amache. Decidemmo con uno sguardo che era il posto dove trascorrere i giorni che ci rimanevano.

Cenammo in un ristorante sul mare. Stavo bene, ma avevo la netta percezione che quelle giornate incredibili stessero avviandosi alla fine. Che l’estate dell’amore non aveva più molte altre sorprese in serbo per noi. Poi Orfeo decise di rientrare per una scorciatoia che gli sembrava di avere individuato, attraverso gli orti e il canneto. Avevamo dimenticato le torce. Avanzavamo al buio, sotto un diluvio di stelle, tenendoci per mano. Rospi gracidavano tutt’attorno. Mi sentivo di nuovo emozionata, felice, in azione, appagata, libera.

Il mattino dopo, su consiglio dei nostri padroni di casa, affittammo un’auto. Così facemmo la scoperta: una scogliera di roccia bianca, levigata dall’acqua e dal vento, con curve e sinuosità in spericolato equilibrio sul mare cristallino. Incuneata fra due pareti rocciose, c’era anche una piccola spiaggia di sabbia fine come talco. Si vedevano i pesci guizzare. Sassi brillanti sul fondo.

Al nostro rientro, quel pomeriggio, trovammo sul tavolo del soggiorno un cesto con della frutta, assieme ad un biglietto scritto a mano. Era un invito a cena. Uscimmo per andare a prendere accordi: l’uomo stava giocando a calcio con i due figli, due maschi di 4 e 6 anni sul piazzale davanti casa. Sembrava entusiasta di vederci, cosa che ci sorprese perché di solito non facevamo questo effetto alla gente. Decidemmo per le nove, suggellando il patto con un goccio di ouzo.

Avevamo ancora del tempo per noi. Tempo per lenti preparativi, la doccia calda, la crema, la tv con il telegiornale greco. Indossai una camicia pulita e l’unica gonna che avevo infilato nello zaino. Mi spazzolai a lungo i capelli, che quell’anno erano lunghi e lisci. Telefonai a casa: “Va tutto bene, ci vediamo presto.”

Dopo cena cominciò a scorrere la grappa. Era leggera, più di quelle che fanno dalle nostre parti. Scolammo una bottiglia, quindi la vecchia – che non aveva mai aperto bocca – ci salutò e sparì assieme ai due bambini.

Sentivo il ginocchio dell’uomo contro la mia gamba. Erano minuti che andava avanti. Poteva essere casuale, poteva essere lo spazio ristretto ma io so benissimo che lo spazio fra le persone c’è sempre, se vogliamo mettercelo. Orfeo aveva bevuto più di me. Era diventato inaspettatamente espansivo, soprattutto nei confronti della donna. Rideva del suo italiano assai più stentato di quello del marito, la correggeva, non l’avevo mai visto sotto questa luce.

Facevamo confronti fra il costo della vita in Grecia e in Italia, un argomento che offriva spunti infiniti. Sembravano divertirsi enormemente. Un cd, un mese di affitto, il pesce, il pane, il vino, i pannolini, gli assorbenti, i preservativi. Il discorso finiva sempre con il deragliare verso quel versante. L’uomo si muoveva sulla sedia e io sentivo la pressione del suo ginocchio, un po’ più forte.

C’era nell’aria qualcosa che non riuscivo a mettere bene a fuoco. Come una sorta di complicità, di consenso implicito, ma a cosa?

Dovevano aver superato la trentina. Ma davano l’impressione di essere molto più vecchi di noi. Non per il loro aspetto fisico. Per quello che facevano, che avevano. Casa, lavoro, figli, la madre a carico. Noi niente di tutto questo.

L’uomo era robusto, solido. Era tutto mani e braccia abbronzate, un’aura di forza, l’aspetto di uno che viveva a suo agio dentro al suo involucro. Avrei potuto spostare la gamba. Ma non ci riuscivo. La mia attenzione era concentrata su quel piccolo punto in cui i nostro corpi, sotto il tavolo, venivano in contatto.

Lei era la Venere contadina. Orfeo continuava a guardarle nella scollatura. Più la grappa scorreva – era arrivata un’altra bottiglia, grappa di fichi – più lo immaginavo nell’atto di morderle il collo. Bruciavo di gelosia e anche d’altro. Un dolore che è anche calore. Una mancanza di decenza. Le possibilità sembravano infinite.

“Andiamo a fare il bagno?”, propose lui, a bruciapelo. Lei rise, disse che rischiavamo di rimanere sotto, ma lui non era tipo da lasciarsi smontare facilmente.

“Siete stati a Sarakiniko?”, ci domandò. Era la spiaggia di talco, fra quelle rocce bianche, iperboliche.

“Avanti, coraggio!”

Una parte di me desiderava che a questo punto Orfeo dicesse qualcosa, qualcosa di smarcante…un’altra parte invece voleva andare avanti, perché più avanti ci sarebbero state delle sorprese, che stavamo dando per scontate.

Ci fu un momento in cui rimanemmo da soli, io e Orfeo. Non sapevo come esprimerlo. Che parole usare per poi non sembrare ridicola.

“Non ti sembra che abbiano qualcosa in testa?”

Orfeo ridacchiò stupidamente. “Qualcosa in testa? Di che tipo?”

“L’hai capito di che tipo.”

“Cioè vuoi dire…”

“Sì, noi con loro…”

Il suo sorriso non si smontò, mentre mi accarezzava attraverso il cotone.

“Cioè?”

Temevo proprio questo. Di essere presa per una visionaria.

“Vuoi che lasciamo perdere?”. Era tutto quello che riusciva a dirmi. Mi chiedevo cosa avrebbe detto la mattina dopo, digerita la cena. Mi chiedevo chi fosse lui, veramente.

Presero la macchina. Loro davanti, io e Orfeo dietro. La spiaggetta si vedeva anche al buio, in fondo alla discesa, a chiudere una specie di fiordo. Stesero le stuoie che avevano infilato nel bagagliaio. Ci sedemmo, gli uni vicini agli altri. Nessuno aveva il coraggio di fare il primo passo.

Alla fine fu lui, naturalmente. Puntò la torcia verso l’acqua. Poi la appoggiò a terra, si tolse tutto, rimase nudo. Cominciò ad avviarsi, un po’ goffo nei movimenti. La moglie gli illuminò il sedere bianco, mentre entrava in mare.

“Ah, è caldissima, venite”, disse, una volta sdraiatosi sulla schiena. Lo sentimmo muovere alcune bracciate, uscire dal doppio cerchio di luce.

Speravo fosse passato abbastanza tempo da quando avevamo finito di mangiare, mentre mi spogliavo. Orfeo si era già mosso, era laggiù, nel nero. Entrammo contemporaneamente, io e la Venere. Il contatto con l’acqua mi risvegliò immediatamente. Ero di nuovo vigile, padrona di me stessa, con acqua tutt’attorno, accanto e di fianco, acqua fra le gambe, la bellezza di fare il bagno senza costume, il senso di libertà che è ben strano associare all’assenza di quella piccola strisciolina di cotone. Mossi braccia e ginocchia, nuotai a rana fino alla parete rocciosa. Gli andai quasi addosso. Era lì. Morbido, peloso. Distinguevo a fatica il suo sorriso divertito. O forse era la mia immaginazione, che sorridesse. Dall’altra parte del canyon Orfeo gridava “Bellissimo, bellissimo…”, e immaginai ci fosse anche la donna, che gli nuotava pigramente accanto.

Allungai i piedi, cercando un punto d’appoggio. Mi prese per un braccio, mi tirò verso di sé. “Qua si tocca”, disse, e infatti era così, adesso i miei piedi poggiavano su un sasso sommerso, ma era stretto, mi fece spazio, eravamo fianco a fianco, l’acqua ci arrivava al petto, tiepida, immobile, alle nostre spalle la parete rocciosa, che ancora tratteneva un po’ del calore del giorno.

Senza sapere cosa dire. In attesa di una sua mossa. Avvicinò la sua bocca al mio orecchio.

“Mi è venuta voglia di fare l’amore.”

Così, semplicemente.

Poi si mosse, in un istante era scivolato lontano. Nuotò verso la spiaggia. Lo vidi tirarsi in piedi, illuminato dai raggi delle torce, che avevamo lasciato sulle stuoie. Mentre mi muovevo a mia volta, vidi un’altra ombra guadagnare la riva. Lo raggiunse, a terra. Non si distinguevano più.

Rimasi a poca distanza, inginocchiata nell’acqua, solo la testa fuori. Dopo un po’ cominciai a sentire i gemiti della donna. Attesi il rumore dell’acqua smossa alle mie spalle. Quando mi ebbe raggiunta lo strinsi a me, strinsi Orfeo e lo baciai. Ci portammo sulla riva, ci sdraiammo sul talco, indurito dall’umidità notturna, ma senza salire fino alle stuoie, non così vicino agli altri due, qualche metro più sotto. Cercai di regolare il ritmo sui gemiti della donna, che crescevano d’intensità.

Quando lei gridò, gridai forte anch’io.

Dublino

Vieni. Riempi quest’assenza. Riempi queste cavità risonanti. Vieni da laggiù dove sei, vieni dal tuo cielo, vieni sotto il mio. Non importa quello che hai fatto, non importa quello che ci è successo, non importa quello che abbiamo vissuto, non importa chi abbiamo lasciato, e come.

Vieni a Dublino, prendi la strada che sai, dall’aeroporto fino a qui. Sali i gradini, suona alla mia porta, non farti spaventare dalla distanza, non lasciar perdere per la pioggia, non pensare a quello che ci siamo detti l’ultima volta, a come lo abbiamo detto, tutti i corpi tesi, innervati di rabbia, corpi che si erano allacciati, corpi che si erano riconosciuti.

Vieni adesso, non lasciare passare un altro minuto, prenota l’ultimo posto, prendi un taxi, lascia una mancia generosa, lascia che luci azzurre ti inseguano vanamente, fatti portare agli imbarchi, non portare nulla con te, ci sono ancora le cose che hai lasciato quella sera, il tuo spazzolino, il tuo rasoio, la tua schiuma da barba, l’ombrello, il gel, la custodia dei tuoi occhiali, la t-shirt che indossavi la notte.

Vieni col tuo passo pesante, vieni con il tuo rancore, vieni con il tuo calore, lascia scorrere la pioggia oltre i vetri, lascia che il mare si alzi e sbatta con forza contro le paratie, lascia che i pali ondeggino nella bufera, che i tralicci crollino del loro peso, lascia che la grandine riempia i pozzi e i camini, che le vallate tremino di gelo, che i fiumi si prosciughino sotto la sferza del sole, che la terra si spacchi e lasci uscire i suoi fumi. Vieni con le tue scarpe italiane, vieni con la tua sciarpa di cashmere, con la tua borsa di pelle, con il tuo Joyce, passa oltre l’Abbey Theatre, passa il Trinity College, non sai quanti ci hanno lasciato l’anima? Supera di slancio il Temple Bar, non sai, oh, lo sai bene, lo sai eccome, quanti sono rimasti lì, troppo a lungo, una pinta e poi un’altra pinta? Passa il Liffey, non indugiare, non fissarti sull’acqua che scorre, non guardare il cielo, lo sai quanti ci hanno lasciato gli occhi? Vieni qui, stai con me, dietro ai vetri, stringiti a me, non portare niente, neanche un regalo, non portare il tuo passato, non portare nemmeno il nostro, di passato, vieni a mani vuote e stringimi, accarezzami, vieni a lasciarmi lividi sulla pelle bianca, vieni a incalzarmi, a insultarmi, a dissodarmi, ad ararmi, vieni con tutta la tua dolcezza, vieni con la timidezza che ti impedisce persino di ordinare al ristorante, con i tuoi pensieri dispersi, radunali, dammeli, fammici affondare le mani, fammeli toccare, fa che li separi per vederli meglio e poi mostrarteli, ecco, questo sei tu, guardati, riconosciti, ti aiuterò, li rimetterò assieme, per te, perché tu possa specchiarti, perché tu possa dire: “Sì, mi sembrava, ecco, mi sembrava di essere così, di essere stato, così, almeno una volta, ecco dunque la mia faccia, ecco la mia vita, ecco il pescato in fondo ai miei misteri, ecco le mie inclinazioni, i miei doveri, ecco l’arcobaleno che sciabola dalla mia infanzia all’attimo presente, ecco i colori di cui è intessuta la trama dei miei sogni.”

Vieni adesso, ci siamo fatti del male, ci siamo fatti del niente, voltandoci le spalle, ignorandoci, facendo come non ci fossimo mai incontrati, come se ci fossero paludi, fra noi, fogne scoperchiate, miasmi, fetori, trova la spinta dei tuoi lombi, trova il respiro possente per spiccare il salto, sopra le sabbie mobili dell’orgoglio, la tagliola dei piaceri occasionali, la falsa coscienza del tempo che passa, le ore-ore di televisione, computer, biblioteche, shopping, le domeniche vuote, le palestre, le saune, i film, i romanzi, i segnali di fumo, le carte geografiche, le vacanze prenotate, le partenze rimandate, lascia che il vento gonfi la coda del tuo cappotto, sollevi il colletto della camicia, faccia vela con ogni tessuto che indossi, ti trascini via da ovunque tu abbia trovato rifugio, segui la strada che sai attraverso la cortina della pioggia, segui i graffiti sui muri, parlano di te, segui le vetrine, i neon, i manifesti, i battenti di ottone, i giardini, le insegne dei pub, segui le geometrie orgogliose, i profili fatiscenti, le chiese, i cambiavalute, i fast food, i ristoranti cinesi, le scritte in gaelico, segui la corda rossa della memoria, vieni in questa via di Dublino, bussa a questa porta, entra, togliti il cappello, scuotiti, siediti, fa che io sia, di nuovo, la tua casa.