Cura dei capelli e dell’ambiente in un sol colpo

Per ogni donna, i capelli sono una parte preziosa delle propria femminilità. Prendersene cura è un gesto quotidiano ma importante, accarezzarli è un momento intimo e rilassante. Diventa poi un gesto di lusso se la spazzola utilizzata è un oggetto speciale, tanto bello da meritarsi un posto al Moma di New York, uno dei più importanti musei di arte moderna al mondo.

E’ la spazzola per capelli Limited Edition (prodotta in soli cento pezzi) della linea Tek realizzata a mano in Caleidolegno, un materiale speciale ottenuto dalla lavorazione di fogli di legno pregiato. I dentini sono in morbido legno: massaggiano la cute, riattivano la circolazione sanguigna, rafforzano il bulbo pilifero. In più, il legno assorbe l’eccesso di sebo e le impurità che si depositano sui capelli e, grazie al suo effetto antistatico, non rende il capello elettrico.

Limited Edition si prende cura della bellezza dei capelli, ma anche di quella del pianeta: tutti i legnami utilizzati da Tek per produrre spazzole, pettini e accessori per la cura del corpo, infatti, sono certificati FSC; ciò significa che provengono da foreste gestite in maniera corretta. In più, l’azienda italiana utilizza risorse rinnovabili e pone attenzione all’ambiente in tutto il processo produttivo.

da Francesca Scarabelli su ilgiornaledellusso.it

La sostenibile leggerezza del living

Stravolgere il paradigma, ecco l’essenza della vera creatività. E’ quello che Santambrogiomilano, un’importante realtà imprenditoriale che realizza progetti in vetro dal carattere esclusivo, ha pensato di fare con il concetto “chiudersi fra quattro mura”, dimostrando ancora una volta che progettare significa ricercare con passione perché, come recita l’antico detto, “colui che cerca, trova”… l’invisisbile.

L’obiettivo è trasparente come il vetro: eliminare di fatto tutto ciò che può distrarre lo sguardo dalla contemplazione a partire dalla natura che ci circonda, alle forme pure di oggetti d’arredamento. Nascono così la Glass House e la collezione Simplicity.

Simplicity nasce dalla collaborazione di Carlo Santambrogio col designer Ennio Arosio che dà forma “trasparente” ad un modo netto ed essenziale di concepire e vivere gli spazi, dove gli elementi seppur fortemente caratterizzanti non sovrastano l’ambiente che li circonda ma entrano in perfetta simbiosi con esso.

Assemblando giunti e piani di vetro, le superfici si de-materializzano grazie a piani trasparenti sospesi e travi in vetro. Un esempio di particolare effetto lo troviamo nella scala con i suoi elementi strutturali in vetro totale che, priva di qualsiasi profilo in acciaio, risalta per la sua assoluta trasparenza e leggerezza.

Le realizzazioni Simplicity sono in vetro extra-chiaro Saint Gobain, temperato e stratificato, denominato Diamant per le sue caratteristiche di estrema purezza e lucentezza, interpretato in maniera unica attraverso l’impiego di spessori molto importanti (30 mm) e trattato con particolari procedimenti tecnici volti a garantirne l’assoluta sicurezza.

Particolarmente ineterssante è il momento in cui il vetro, da componente strutturale dello spazio, con la sua purezza e perfezione, crea un interessante contrasto con un altro materiale – ad esempio il legno e le sue materiche venature – ammorbidendo in questo modo, l’austerità e il minimalismo dell’assoluta trasparenza.

“Africa da Nobel”, volti che fermano i deserti

Immagini raccolte da “non-fotografi”, rubate da chi ama l’Africa e la visita per lavoro o perché non può farne a meno. Immagini catturate con camere digitali ordinarie in condizioni non sempre ottimali, spesso nelle poche pause fra un impegno e l’altro, la visita ad un progetto di cooperazione e il saluto ad un amico che non si vede da tempo. In Somalia, Kenya, Mali, Uganda, Mozambico, Etiopia…

“AFRICA DA NOBEL, volti che fermano i deserti” è un’importante quanto intensa mostra fotografica di Marco Pontoni, Laura Ruaben e Paolo Michelini* allestita fino al 1° aprile presso l’ArtCafè Auditorium del Centro Servizi Culturali S.Chiara in via Santa Croce, 67 a Trento.

L’Africa di questi scatti, di questi volti, non è né tragica né oleografica. E’ l’Africa di chi si incontra nelle campagne, nei mercati, nelle scuole (a volte solo un rettangolo d’ombra sotto ad un’acacia), lungo le strade delle small town e dei villaggi. Un’Africa che lavora, studia, mangia, fa festa; lontana dallo stereotipo dell’esotismo e da quello speculare del continente affamato, con i suoi standard comunque lontanissimi rispetto a quelli a cui siamo abituati in Occidente. Un’Africa straordinaria nella sua quotidianità, che merita un Nobel per la sua capacità di resistere, che non si arrende al deserto, ad ogni genere di deserto.

Taxi Driver. Etiopia, M. Pontoni

Sono tanti i deserti e tante le cause che li producono. Sono tanti come i volti dell’Africa e degli africani, che a volte facciamo fatica a distinguere quando li incontriamo sulle nostre strade. Deserti prodotti dallo sfruttamento indiscriminato dei suoli, dalle speculazioni a cui l’Africa è sempre esposta: terreni acquistati “in svendita” da paesi terzi per produrre cibo o biocombustibili, terreni appaltati alle multinazionali per “succhiarne” le risorse. Deserti che si annunciano con i cambiamenti climatici, che potrebbero vanificare decenni di sforzi, “sabotare” i progetti di riforestazione, alterare equilibri di per sé delicati. Altri deserti. Quelli provocati dalle guerre: deserti reali, la guerra spopola le campagne, avvelena i pozzi, insabbia i canali di irrigazione, e deserti che si insediano nel cuore degli uomini, delle vittime e dei profughi a cui è stato tolto tutto. Deserti invisibili nelle baraccopoli che circondano le grandi metropoli africane, rifugio di un’umanità spesso sradicata, alla faticosa ricerca di una nuova identità. E ovunque deserti lasciati dalla storia, percorsi da popolazioni spostate dai luoghi di origine, private della loro cultura e della loro libertà, divise da confini incomprensibili, tracciati sulle carte geografiche dagli europei oltre un secolo fa.

Donna alla macchina da cucire. Uganda, M. Pontoni

Calcetto, L. Ruaben

C’è chi lotta contro questo. C’è chi, come la presidente liberiana Ellen Johnsonn Sirelaf e la connazionale Leymah Gbowee, ha ricevuto persino un Premio Nobel per la Pace. E c’è chi il Nobel non lo riceverà mai nonostante il suo impegno silenzioso. C’è chi si ostina, come il celebre “piantatore d’alberi” di Jean Giono, a fare da argine ai deserti che avanzano; a volte con piena cognizione di causa, a volte inconsapevolmente con il loro semplice, umile agire quotidiano. Sono loro i protagonisti di queste immagini.

Hey, guitar hero! Somalia (Merka), M. Pontoni

Ai volti, ai gesti e agli spazi si accompagna una raccolta di proverbi africani, che “rafforza” ogni immagine. La cornice povera e tecnologica assieme: realizzata con il materiale riciclabile per eccellenza, il cartone, è stata incisa con il laser, sperimentando in questo modo un tecnica nuova, che combina l’estrema praticità del supporto (quando la cornice si deteriora può essere facilmente rimpiazzata, proprio come accade a tante cose in Africa) alla precisione del tratto. Opere di artigianato.

*Marco Pontoni. Nato a Bolzano nel 1965. Giornalista appassionato dell’Africa, attualmente lavora all’ufficio stampa della Provincia autonoma di Trento. Ha girato numerosi documentari in Africa, Asia e America Latina centrati soprattutto sui progetti di solidarietà internazionale. Con il fotografo Massimo Zarucco ha realizzato il libro Mozambico, l’orgoglio di un popolo (Artimedia, 2005).

Laura Ruaben. Nata a Trento nel 1981. Collabora con l’ufficio stampa di Acli trentine. Arte e viaggio le sue passioni. Trova radici se si sposta: dall’Oriente all’Africa. È stata in Mali per un progetto di solidarietà internazionale che ha portato alla costruzione della scuola e della biblioteca nel villaggio Yassing in terra Dogon.

Paolo Michelini. Nato a Riva del Garda nel 1963. E’ responsabile del Settore Gestione Risorse Umane del Servizio Conservazione della Natura e Valorizzazione Ambientale della Provincia autonoma di Trento. E’ stato in Kenya nel 2002 per un viaggio di conoscenza del progetto Tree is Life.

La laureata che coltiva passione e raccoglie soddisfazione

Arrivando nelle Giudicarie da Trento, prima di giungere a Tione, è possibile ammirare una grande struttura in vetro a forma di tenda e sullo sfondo, il Carè Alto che domina l’imbocco della Val Rendena. E’ la Floricoltura Sirianni, un’azienda condotta dalla giovane Michela, maestra di sci, una laurea in economia e una passione per la natura, la terra, ma soprattutto per gli animali.

La magnifica struttura in vetro che accoglie la floricoltura è l’investimento che ha fatto compiere all’azienda il salto di qualità. “C’era la necessità di cambiare e di migliorare” spiega Michela, “erano anni ormai che con papà pensavamo a realizzare qualcosa di bello al di là della necessità di avere una struttura nuova, altamente funzionale, con un’attenzione particolare al rispetto verso l’ambiente”

Alla floricoltura, Michela sta organizzandosi per fare anche “Fattoria didattica”. “Abbiamo molti animali tra cui struzzi, cavallini, l’asinello, capre, conigli e galline” racconta Michela “ma la “Fattoria Didattica” non è solo far conoscere gli animali, bensì insegnare ai bambini quale è il tuo lavoro e avvicinarli, assieme agli adulti, al mondo contadino, a come fare l’orto, a come potare una pianta o a seminare talee di gerani” (continua sotto)

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Rethinking a landscape

Cambiarsi e rinnovarsi, ma all’insegna del riciclo, donando vita nuova a strutture inutilizzate. Una tendenza architettonica attuale che investe energie non solo all’avanguardia, ma deve prestare attenzione anche all’ambiente, in una maniera così precisa da sfiorare l’approccio più puramente ecologico.

Una necessità del XXI secolo, quando gli spazi liberi si riducono e il problema ambientale si fa sempre più persistente. Senza contare la difficile congiuntura economica che in qualche modo invita a scegliere la strada del creare.

E creare significa anche riciclare, riadattare gli spazi già esistenti. Da otto anni ad esempio, sono iniziati i lavori di realizzazione del parco di Fresh Kills a New York, costruito sopra la maxi-discarica omonima, tanto maxi da superare in altzza la Statua della Libertà e destinato a diventare l’area verde più vasta della città, 890 ettari di terreno.

Presso il Maxxi di Roma è aperta una mostra fino ad aprile intitolata “Re-cycle” che raccoglie più di 80 opere tra disegni, modelli, progetti che illustrano quella che è ed è stata l’arte del riciclo nella storia. Uno degli scopi di questa mostra è anche prendere una posizione sulle tecniche e sulle modalità di recupero dei nostri paesaggi e delle nostre città alla luce della scarsa efficienza di piani, programmi ed altri approcci tradizionali.

Una presa di posizione necessaria e attenta che si basa su sorprendenti innovazioni, sempre più stimolate dal necessario rispetto ambientale.

Una Bella ispirazione per Trento e la sua Ex-Italcementi.

Sopra, il prima e il dopo delle Gemini Residences Frosilos a Copenaghen e il recupero della discarica Vall d’En Joan fuori Barcellona. Sotto, l’area ex Italcementi nel quartiere di Piedicastello a Trento.

 

TESTO – ds ispirata da Matteo Zampollo MFL

FOTOGRAFIE – adigetto.it e MFL

MUSICA - temptation new order http://www.youtube.com/watch?v=ybIaIV9JyHA&feature=fvwrel

Yeta, il rifugio camaleonte

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Un modulo abitativo dalle molteplici applicazioni: una stanza nel verde, un punto di riparo, un locale per uso didattico o di servizio. Questa è Yeta. Ma cosa la rende unica e così attraente? La sua camaleontica sintonia con la natura che la circonda.

Yeta è una struttura progettata per mimetizzarsi nell’ambiente e lo fa dialogando con esso, cambiandosi d’abito a seconda del contesto in cui viene inserita.

Il concept è quello della relazione con la natura, dell’interrelazione con il territorio, fatto di consapevolezza, rispetto, libertà. Yeta è realizzata con materiali naturali che possono essere recuperati e riutilizzati e dotata di pannelli fotovoltaici a scomparsa che assicurano l’indipendenza energetica.

La sua presenza può definirsi “sostenibile” a 360° e non solo per il concept ma anche per la logistica, visto che la struttura viene appoggiata al terreno, inserendosi così in modo discreto nell’ambiente, per poi scomparire all’occorrenza senza lasciare traccia di sè e della sua permanenza.

Yeta è camaleontica, il suo “guscio” può cambiare a seconda del luogo dove viene inserita. Può essere in legno grezzo, soffice prato o pietra. E’ modulare, perché viene costruita rapidamente mediante elementi preassemblati e standardizzati. E’ versatile, in quanto utilizzabile per svariate applicazioni e diversi campi come rifugio privato nella natura, nell’ambito dei servizi, per lo sport e il turismo.

L’idea è nata dalla passione per la montagna e dalla consapevolezza dell’unicità dell’ambiente naturale che ci circonda. E’ nato così, il prototipo sperimentale abitativo Yeta, un progetto dello studio di architettura LAB ZERO di Rovereto che si colloca nel filone di ricerca per sistemi abitativi temporanei, trasportabili, modulari, industrailizzati, adattabili, nonché dal basso costo e impatto ambientale che lo studio, diretto dall’architetto Flavio Galvagni, sta conducendo da alcuni anni. Yeta è quindi diventato un prototipo reale, grazie alla collaborazione di un pool di imprese e professionisti.

 

Info: arch. Flavio Galvagni LAB ZERO tel. 0464.870209 flavio@lab-zero.com www.yeta.it

DESIGN-AR, contaminazione generosa tra architettura e comunicazione

Il Ginkgo Biloba è l’albero più antico del mondo e rappresenta la flora preistorica risalente a 250 milioni di anni fa. Fino al 1700 era ritenuto estinto, ma introdotto nell’Orto Botanico di Pisa, si diffuse in tutta Italia come pianta ornamentale. Caratterizzato da un’eccezionale resistenza (è l’unico albero sopravvissuto alla bomba di Hiroshima), è utilizzato anche in medicina per migliorare la circolazione, i problemi di memoria e della pelle. Per la sua particolare struttura, il Ginkgo può essere considerato un’architettura vegetale. La corteccia è liscia e argentata, le foglie nervate: elementi che parlano il linguaggio dell’architettura, per la definizione dei dettagli, per l’apparente semplicità delle forme nate da una precisa esigenza di vita (da Giugiaro Architettura).

Come all’inizio di un cammino incerto, accanto al timore e ai dubbi, senti l’umano bisogno di avere un punto di riferimento solido su cui poter fare affidamento, così, all’inizio di questo percorso, ho visto in questo possente esemplare della natura, il Gingko Biloba, il simbolo del nuovo spazio sperimentale di tempi&modi dedicato al design e all’architettura. (Ispirazione da Giugiaro Architettura* http://www.giugiaroarchitettura.it/)

DESIGN-AR dove DESIGN è la radice, AR(chitettura) è la desinenza, ovvero il verbo che coniuga architettura e design nel Bello.

DESIGN-AR è essenzialmente uno spazio di sperimentazione. Un percorso che serve prima di tutto a me stessa per esplorare un mondo, quello dell’architettura e del design, che ispira quotidianamente la mia vita e il mio lavoro. L’obiettivo a cui tenderei è la ricerca di una contaminazione generosa tra questo mondo e il mio ambito professionale, ovvero quello della comunicazione.

Il mio desiderio è che questo spazio diventi via via, un’occasione di ricerca e di dibattito sull’architettura e sul design, dove gli addetti ai lavori si sentano in diritto/dovere di intervenire e soprattutto, di contribuire. Questi potrebbero essere gli ambiti d’interesse: architettura civile ed industriale, arredo urbano, architettura d’interni, contract alberghiero, pianificazione urbanistica e paesaggistica, illuminotecnica e implementazione domotica; nello specifico, lo studio dei dettagli e dei materiali, l’innovazione e la sostenibilità, rappresentate da soluzioni che rispondono efficacemente ai bisogni reali, funzionali ed emotivi di chi “abita” l’architettura.

DESIGN-AR dovrebbe servire altresì, a comunicare l’architettura, attraverso immagini, parole, suoni, per conoscere e far conoscere questa componente artistica della nostra terra. Il Trentino, in verità (e in controtendenza con il suo “mood mentale”), si rivela piuttosto fertile, aperto e sensibile all’arte, al creare e al costruire, ai valori del green, all’innovazione e alla sostenibilità. Gli esempi non mancano e questo conforta.

Non dimentichiamoci però di lasciar “spalancate le finestre”, affinché da fuori entri la luce necessaria per conoscere e apprezzare al meglio tutto il Bene che ci appartiene e per saperlo fare in maniera obiettiva e lungimirante.

Questa è la strada.

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“L’”architettura onesta” è una progettazione che a dispetto della forza del brand, vuole tenersi lontana dalla logica dell’archistar, per guardare alla migliore sintesi possibile tra forma e tecnologia, tra uomo e risorse ambientali”

Domori, il lusso di un cacao cult ma etico

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Quella di Domori sembra una favola al profumo di cacao. Fondata nel 1993 da Mack Domori, alias Gianluca Franzoni, quest’azienda detiene un primato: al mondo è l’unica fabbrica di cioccolato che utilizzi soltanto cacao aromatico, cioè delle qualità migliori al mondo, del quale si raccolgono soltanto il 10 per cento del totale, del tipo Criollo, bacche che si presume fossero quelle coltivate dai Maya.

Quasi vent’anni anni fa, Franzoni ha voltato le spalle al mercato, scegliendo di investire nella qualità e nell’ambiente; è andato in Venezuela, dove ha scoperto le diverse specie di cacao pregiate. Da lì, le prime sperimentazioni di pratica di campo e post-raccolta del cacao, finalizzate alla conservazione della biodiversità. In un mondo orientato all’omologazione e all’annullamento delle differenze, l’obiettivo di Domori è stato quello di salvaguardare il gusto nella sua biodiversità, impedendo l’estinzione di materie pregiate come il Criollo che nonostante le eccezionali qualità organolettiche non è un cacao trattato dalle multinazionali perché poco produttivo e redditizio per la grande distribuzione. 

E così nasce Domori. Protagonista il cacao, una lussuosa tentazione che coinvolge sia il corpo che la mente e che coinvolge in tutte le sue declinazioni.  Il “cioccolato puro” Domori ad esempio, proviene da un cacao aromatico di altissima qualità, l’unico in grado di reggere la prova del gusto senza aggiunta di lecitina, aromi e zucchero, ma solo pura pasta di cacao.

Se oggi si può parlare ancora di “criollo” e di “trinitario” (altra varietà pregiata di cacao)  lo dobbiamo proprio a questa azienda. La preservazione del cacao nobile, però, va di pari passo con la difesa dei luoghi, della cultura e delle popolazioni del cioccolato. Domori promuove da tempo campagne d’informazione e attività concrete per la salvaguardia della foresta pluviale (habitat naturale delle piante di Criollo) nonché per la valorizzazione del lavoro dei piantatori. Un impegno a 360° sul piano dei valori che ha portato anche frutti per quanto riguarda la produzione: la tavoletta biologica di alta qualità denominata “Chacao”.

Battersi per l’ambiente, significa anche battersi per la dignità dell’uomo e la capacità di percorrere determinate scelte.

www.domori.com

 

In Trentino puoi trovare i prodotti Domori alla Casa del Caffè in Via S.Pietro, 38 a Trento tel. 0461.985104 oppure su http://www.illyeshop.com/online/store/categoria_cioccolato

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