Tod’s presenta “Italian Portraits”

Nella splendida cornice della Pinacoteca di Brera, si è svolta a Milano la serata dedicata al lancio del libro “Italian Portraits”, in distribuzione da settembre 2012 nelle migliori librerie del mondo.

Diego e Andrea Della Valle hanno accolto alla serata: Stefano Tonchi, Giulia e Carlo Puri Negri, Micol Sabbadini, Nino e Francesca Tronchetti Provera, Nathalie Dompè, Valentina Scambia, Virginia Orsi, Luisa Beccaria, Lucilla Bonaccorsi, Pupi Solari e alcuni tra i protagonisti del libro (tra cui Alberto Alemagna, Emanuele Cito Filomarino, Gaddo della Gherardesca, Giovanni Gastel, Guglielmo Miani, Niccolò Minardi, Tazio Puri Negri).

Italian Portraits celebra, attraverso una serie di ritratti fotografici di raffinati uomini italiani, il talento di unire l’estetica all’etica, la contemporaneità alle tradizioni, la bellezza alle capacità.

Uno stile perfettamente rappresentato da questi personaggi, che affonda le sue origini nel Made in Italy e nell’importanza delle cose “fatte bene” e dell’artigianalità: una scelta di eleganza non ostentata e di rispetto del passato e delle radici.

Valori senza tempo, parte di uno stile di vita e di una cultura moderna e cosmopolita ma ben radicata nel nostro Paese.

La “nuova” buona educazione

C’è un gran bisogno di buon gusto, valori, creatività. Alcune regole da seguire con disinvoltura. Alcune da recuperare tra quelle cadute in disuso, altre dettate dai nuovi stili di vita tra cellulari e tablet. Ciò che conta alla fine, è sempre il rispetto altrui.

La regola dei dieci secondi. Non far perdere tempo al prossimo. Occorre concentrarsi sull’ascolto: quando si dà retta ad una persona, mai pensare ad un’altra. E se la discussione si fa accesa, non prevaricare ma capire le ragioni degli altri. E riflettere dieci secondi prima di rispondere.

Lo stile della regina. Una buona regola è praticare lo “small talking” dei reali: si può parlare di tutto ma sempre con tono leggero, anche se si è fermi sulle proprie opinioni. Riguardo poi a barzellette e storielle: evitare se quando le si racconta, non ridono neppure i dipendenti più sussiegosi.

Verba manent. Il bel silenzio non fu mai scritto. Una parola detta non torna più indietro, tanto più se è sboccata o offensiva. Da piccoli, ci insegnavano le “belle paroline” come grazie, prego, per favore, posso, desidererei. E con le belle parole anche le belle maniere. Forma, intesa come sostanza, cioè etichetta ed etica. La buona educazione – parole di Matteo Thun architetto e designer – è la simbiosi perfetta di etica ed estetica: l’una non funziona senza l’altra. Il gesto di stringere la mano o sorridere ha una sua etica formale che esprime il senso etico più profondo di rispetto per l’altro. Da non confondere con il conformismo che fa scivolare rapidamente nell’ipocrisia.

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tramArte, per un piacere estetico

Li guardi, li tocchi, li senti. Vedi la bellezza, ne tocchi la materia, ne senti la preziosità. Sono i tessuti. Pezzi d’arte che arredano e  trasformano ogni “dove” in un luogo Bello.

Le trame sono intrise di storia e di arte, è questo il loro potere. Vi invito ad entrare da Vi.Vo. in Vicolo del Vo’ 23 a Trento e chiedere cortesemente di poter scendere al piano sotterraneo. Vi invito a rimanere per un po’ di tempo tra quei tessuti, osservandoli, toccandoli, guardandone con attenzione gli operati, soffermandovi sui dettagli.

Ispirazioni.

Ho pensato di creare una collezione virtuale nella “casa” di tempi&modi. “tramArte”, la mia personale “galleria” di tessuti preziosi. Immaginate un lungo corridoio dal soffitto molto alto e con una parete a vetri per poter usufruire della luce naturale. Fissata alla parete, una lunga sbarra “rubata” ad una sala di danza, sulla quale vengono appesi i tessuti.

Un percorso di puro piacere estetico, attraverso colori, disegni, dettagli, texture e movimento. La prima tappa, con alcuni drappi di Rubelli, Schiatti, Texar e Radelli Velluti.

Rubelli

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Concetti di lusso (prima parte)

Breve excursus sociologico intorno al concetto di lusso. Lusso, nel suo significato più etimologico, è un termine che deriva dalla voce latina luxus (eccesso, intemperanza, dissolutezza, mollezza ma anche fasto e magnificenza). Già osservando questa varietà di significati, emerge l’ambiguità che accompagna il concetto di lusso, sospeso tra un estremo a valenza negativa di sontuosità eccessiva, sregolata e superflua ed uno dal carattere positivo di magnificenza onirica e desiderabilità.

Rivolgendo lo sguardo al passato, nella prima direzione si rilevano posizioni nel pensiero classico greco (critiche di Aristotele nei confronti degli eccessi) e in quello latino (lex sumptuaria – legge contro il lusso) rafforzate in seguito, da una certa parte dell’etica cristiana ispirata ai valori del pauperismo e da posizioni filosofiche di stampo marxista. In tal senso, anche l’economista e sociologo tedesco Sombart considerava il lusso come “ogni dispendio che vada oltre il necessario”, anche se differenziava il “lusso qualitativo”, ovvero il consumo di beni di classe superiore, dal “lusso quantitativo”, cioè lo spreco.

Oggi il concetto di lusso viene letto in maniera meno severa delle epoche precedenti, sebbene  il momento storico in atto, drammatico sotto il profilo economico e finanziario,  inviti a farlo in modo più oculato, comunque diverso, anche solo da un decennio fa. Partendo da un presupposto: il prezzo, pur continuando a rappresentare oggi una condizione necessaria del concetto di lusso, non ne è più condizione sufficiente. Il sociologo Giampaolo Fabris, scomparso solamente un paio di anni fa, affermava: “Il lusso è un plesso di significati che trascende ampiamente il valore economico”

Alla luce di tutto, mi sembra possa risultare interessante questo breve viaggio alla scoperta delle numerose ed articolate definizioni che concorrono a definire in modo preciso i confini del lusso.

1. Lusso come capacità di attribuire uno status di prestigio (vero o presunto tale).

2. Lusso come piacere, emozione e coinvolgimento dell’atto di acquisto e di possesso di un bene di lusso.

3. Lusso come eccellenza qualitativa – raffinatezza estetica.

4. Lusso come ostentazione che determina uno status sociale.

5. Lusso come esclusività (valore elitario e di distinzione), in modo coordinato con rarità (difficoltà di reperimento).

6. Lusso come costo elevato a fronte dell’elevato livello qualitativo.

7. Lusso come artigianalità, legame con la tradizione (relativa ad un’epoca e/o ad un’area geografica) e con il carattere artigianale dalla produzione che richiede tempi lunghi e non standardizzabili.

8. Lusso buon investimento per il valore durevole che riesce a mantenere nel tempo un bene di lusso.

9. Lusso come materialismo e superfluo (accezioni dal taglio critico).

Queste sono le definizioni di lusso, frutto di studi storici, economici e sociologici. Ma la gente, i giovani, la realtà di oggi, come definiscono il lusso?  Le risposte di un’interessante indagine-studio, presto, su tempi&modi. Non senza qualche sorpresa.

 

 

TESTO – ds ispirata dal Prof. Gaetano Aiello e dal Dott. Raffaele Donvito Università degli Studi di Firenze

FOTOGRAFIA – MFLadies

 

 

Husk, la seduta by Patricia Urquiola

 foto di contessanally.blogspot.com

Nel panorama del design internazionale, è tra le novità più interessanti viste quest’anno.

Husk, la seduta disegnata dall’architetto e designer spagnolo Patricia Urquiola – probabilmente la donna oggi più corteggiata dall’industria del design mondiale – per B&B Italia.

Questo oggetto è il risultato di un processo di sviluppo mirato a realizzare una poltrona versatile che è unica in sé, ma è in grado di integrare anche i divani più classici. Un inno alla morbidezza che si compone di una struttura colorata, di scocca rigida in Hirek, materiale riciclabile al 100%, cuscini dalle dimensioni generose e imbottitura idropassante.

La novità è la versione outdoor dove restituisce nuova dignità estetica e formale al comfort per esterni. Husk quindi, si veste con un caldo piumino di tessuto tecnico e diventa così, testimone di un nuovo linguaggio.

Con questo progetto, B&B Italia ha abbracciato il tema dell’ecologia, utilizzando sia i materiali riciclati che riciclabili, e componenti che possono essere completamente smontati in futuro, semplificando così il processo di riciclaggio e ridurre l’impatto ambientale.

 

In Trentino: Berlanda Arreda via S. Caterina 43 ad Arco (TN) Tel: 0464.516260

www.bebitalia.it

Ciak si fotografa!

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Oggi, mercoledì 21 dicembre 2011 ore 16.31 continua la chiacchierata in chat tra Alessandro Guerani e me.

Donatella Simoni: Alessandro, guardando le tue foto ho notato che spesso usi  delle piastrelle di ceramica,  è un tuo gusto? E’ qualcosa che ti porti dal passato?

Alessandro Guerani: sì, perché mi permettono di dare un tocco di colore e decorazione su un set molto minimo, ma non sono semplici da usare, se ci sono già piatti decorati, altre proposte “ingrombranti” visivamente, diventerebbero troppo barocche. Anche perché questi elementi hanno una storia dietro, sono ceramiche da camino, un po’ come quelle delle stufe ad olle, sono inglesi, di solito di età vittoriana o eduardiana. Adesso vengono usate soprattutto come sotto pentola o sotto piatto o sotto bicchiere

DS: approfondiamo l’importanza di creare un set fotografico. Mi incuriosisce la scelta, che dovrai fare immagino, di elementi di scena, chiamiamoli così. Come avviene?

AG: ah, bella domanda… e risposta non facile

DS: la cura del dettaglio è fondamentale, immagino, e bisogna essere bravi in questo ed avere una sensibilità particolare

AG: per risponderti devo tornare a quello che ti dissi in precedenza. In pratica, tu hai un messaggio che devi trasmettere che può essere una sensazione, un luogo, un lifestyle e devi quindi trovare degli elementi scenografici che ti aiutino a trasmettere questo messaggio. Per essere meno teorici, trovami una foto e parliamo di quella

DS: questa

AG: certo, “ Cherries in Wonderland”, si chiama così questa foto. Praticamente volevo fotografare delle ciliege in modo diverso, ambientarle in una situazione “onirica” e lì l’idea è venuta con l’assonanza fra cherries ed Alice (nel paese delle meraviglie). A quel punto, da uno scambio di soggetto, è venuto fuori il set: l’orologio è il Bianconiglio, poi ci sono i semi delle carte che sono le guardie della regina, il tè è il tè da matti. Purtroppo non avevo un narghilé per il Brucaliffo ma forse c’era già troppa roba, bisogna anche darsi dei limiti sennò poi si rischia di esagerare

DS: sì, bisognerebbe ;-)

AG: questa fotografia così è nata, cercando di capire come far coesistere il soggetto dentro un set che rappresentasse anche tutte quelle cose. Comunque questo è un esempio che ti fa capire il concetto di quanto dicevo: la creatività non è “creare” bensì mettere in correlazione delle cose. Le ciliege a me fanno venire in mente un momento magico, quel paio di settimane quando si raccolgono e da bimbi si andava a “rubarle” dagli alberi dei contadini. Un “prodotto” che comunque ha un suo fascino, non è disponibile tutto l’anno e si porta dietro un sacco di ricordi dell’infanzia, come le mamme che facevano la marmellata in casa, ad esempio. Quindi ciliegia = memorie infanzia = sogno-bambini = Alice. Vedi i vari passaggi di correlazione?

DS: certo

AG: così presenti il prodotto in un modo non scontato e che riesce a comunicare ad un ampio target. Chi di noi non ha appunto memorie dell’infanzia relative alle ciliege? Chi di noi non ha letto o visto il film di Alice in Wonderland? Il messaggio non è ermetico, disponibile ad una elite, ma piuttosto popolare, allo stesso tempo non banale perché traslato su più piani

DS: sì, capisco

AG: alla base del ragionamento poi, c’è la realizzazione pratica che è basata su problemi pratici, ad esempio, la dimensione delle ciliege, e su considerazioni di tipo estetico. Non puoi usare una modella alta 1,80 per mostrare due ciliege :D   In un set,  gli elementi devono essere inseriti in modo armonico e piacevole. Questo è il “mestiere” vero e proprio in cui poi si utilizza la proprio cultura ed esperienza visiva

DS: certo, cultura ed esperienza che fanno la differenza

AG: vedi che anche tu hai subito riconosciuto l’orologio del Bianconiglio o il tè del Mad Tea Party o i semi delle guardie della regina Rossa

DS: sì, messaggio ricevuto :-) Ti chiedo: è il soggetto della foto che ti ispira il set o costruisci il set sul soggetto?

AG: costruisco il set sul messaggio che voglio dare, il soggetto è il messaggio, altrimenti basterebbe una foto che ritrae una ciliegia, punto. La ciliegIa è la parte fondamentale del messaggio ovviamente, ma “ciliegia” in sè, è solo una parola o un frutto. Non si vende la ciliegia, si vende l’idea di ciliegia e l’idea coniugata in un certo modo

DS: è chiaro. Per i tuoi set, vai a comperare tazze, bicchieri, piatti, tessuti, di volta in volta?

AG: dipende, qualche volta sì, ma ho un “archivio” notevole. Spesso compro qualcosa quando lo vedo sapendo che prima o poi mi servirà. Io ho un mio stile ovviamente, e quindi so già se un oggetto può rientrarci o meno. Quando invece, come ti dicevo, ci sono dei brief più specifici esterni in cui sono costretto a seguire direttive non mie, a quel punto sì, gli oggetti di scena si comprano al momento e talvolta vengono forniti dagli stylist

DS: senti, vai via per le feste?

AG: no

DS: allora ci sentiamo la prossima settimana, intanto davvero tanti auguri

AG: anche a te!

www.alessandroguerani.com

www.foodografia.com

 

 

Mercedes Classe C Coupé: bella fuga d’autunno

Che pomeriggio fantastico!

Oggi abbiamo deciso di percorrere per intero, una valle che personalmente adoro, al Valle di Cembra. Può essere ritenuta la “Machu Picchu” del Trentino, la manifestazione simbolica per eccellenza dell’identità di un popolo, l’incredibile testimonianza di un’opera dove l’uomo interagisce con la natura.

I vigneti terrazzati della Valle di Cembra si estendono per quasi 500 chilometri lineari, sostenuti da migliaia di antichi muri a secco. Lo splendido connubio tra il paesaggio vitato, modellato con i suoi dolci terrazzamenti da secoli di duro lavoro umano, e l’asprezza del territorio alpino che gli fa da cornice, rappresentano un esempio di eccellenza del nostro territorio. Non solo viti, ma anche boschi di conifere, “lacerati” dagli sprazzi di rosso delle cave di porfido, le Piramidi di Segonzano, un fenomeno geologico unico, capolavoro della natura e poi, piccoli borghi che si susseguono su una strada stretta, tortuosa, che viaggia a mezza costa sul versante occidentale della valle.

Ma veniamo a noi e alla nostra auto. Devo ammettere, stavolta gioco quasi in casa. Proviamo la Mercedes Classe C Coupé, presentata allo scorso Salone di Ginevra e l’auto che ha raccolto l’eredità della mia attuale Classe C Sportcoupé e dell’ultima versione “flash” CLC.

Per celebrare il traguardo storico dei 125 anni di vita, in casa Mercedes non si poteva fare di meglio: la Classe C Coupé è una bellezza, dentro e fuori, e la qualità produttiva emerge in ogni suo particolare. Ancora prima di salire a bordo, lo sguardo viene attirato dal design esterno.

La Casa di Stoccarda ha voluto stuzzicare una fetta di clientela giovane, sportiva, ma attenta ai particolari, creando una macchina che presenta caratteristiche classiche dei modelli C restyling (ad esempio il frontale a doppia griglia), con l’aggiunta però di accorgimenti stilistici che la rendono più snella.

In alcuni tratti ricorda la sorella maggiore Classe E Coupé, ma alcuni dettagli, come il tetto ribassato di 4 cm, gli sbalzi corti, il parabrezza molto inclinato e la fiancata a cuneo sono stati programmati ad hoc per donare alla Classe C Coupé un profilo armonico, sportivo e tendente verso il basso.

E a proposito di dettagli che fanno la differenza, anche gli interni non sono da meno. Il design all’avanguardia è al top della classe, a partire dal volante multifunzione a tre razze, parente di quello che ha debuttato sulla CLS, passando per la plancia allungata con rifiniture che sono disponibili in un inedito bianco “porcellana”, tipo pianoforte per finire con i quattro sedili singoli, avvolgenti e muniti ciascuno di poggiatesta integrato.

La digitalizzazione degli strumenti di bordo è poi al gran completo: non manca davvero nulla.

E’ quando partiamo che ci rendiamo conto che sotto il cofano, la Classe C Coupé non tradisce le aspettative. Tra le cinque motorizzazioni proposte (tre benzina, due diesel), noi abbiamo scelto di provare la C 350 Blue Efficiency che monta il più potente dei tre motori a benzina, il V6 3.5 da 306 Cv e 370 Nm, a iniezione diretta, con sistema ecologico Start&Stop e cambio automatico di serie a 7 marce TRONIC-PLUS (la versione aggiornata del 7G-TRONIC), con in alternativa l’uso in sequenziale. Un motore che non si sente e che permette performance ad altissimo livello.

Sulle ondulate strade che percorrono la Valle di Cembra, la Classe C Coupé è a suo agio. La macchina affronta ogni tipo di curva con il giusto bilanciamento. Qui viene in aiuto anche l’assetto di default, Agility Control, che permette di modificare con logica adattiva lo smorzamento degli ammortizzatori.

Nei tratti rettilinei, la Coupé viaggia veloce senza sussulti e con un’ottima accelerazione.

La tenuta di strada, anche ad alte velocità, è ottimale e l’impianto frenante risponde a dovere nel momento del bisogno. Basta poi spingere un pulsante per farci felici: la modalità “Sport”, infatti, abbassa l’assetto della vettura di 15mm, “ancorandola” maggiormente al suolo: molle corte e rigide, ammortizzatori dalla taratura diversa, barre antirollio ulteriormente rinforzate e sterzo adattativo incluso nel pacchetto.

A fine tour mi sono chiesta: “Dona, non è quasi ora di cambiare auto?”

TESTO – ds ispirata da auto-moto.virgilio.it

FOTOGRAFIA – www.auto.it

MUSICA – let’s dance david bowie http://www.youtube.com/watch?v=N4d7Wp9kKjA