L’Hôtel des Palmes

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L’Hôtel des Palmes, qui possède un des plus beaux jardins de la ville, un de ces jardins de pays chauds, remplis de plantes énormes et bizarres. Au moment où Wagner habitait ici…

L’albergo delle Palme, che possiede uno dei più bei giardini della città, uno di quei giardini dei paesi tropicali, pieni di piante enormie strane. Ai tempi in cui Wagner abitava qui…

(Palermo. L’Hotel delle Palme. da Verso i cieli d’oro. “La Sicilie” di Guy de Maupassant, 1885. Con Venti fotografie di Jeanloup Sieff, 1983. Edizioni Novecento, 1984)

Grand Hotel Et Des Palmes Palermo

Valentino, red in Sicily

Per la collezione primavera/estate, Valentino aveva scelto il Messico della fotografa Deborah Turbeville. Per la campagna autunno/inverno 2012-13, è ancora la Turbeville a catturare perfettamente la sofisticata atmosfera romantico noir ispirata dalla nuova collezione di Valentino, all’interno della costruzione simbolo del barocco siciliano, Palazzo Valguarnera-Gangi a Palermo.

I volti della nuova campagna sono i modelli Frida Gustavsson, Jac e Caroline Brasch Nielsen.

Sensi unici

Udito e vista. Il lettore viene sollecitato con l’ausilio di due forme d’arte, la scrittura e la fotografia, ad apprezzare la stessa opera, in questo caso, il Palazzo Ajutamicristo a Palermo.

Qualche pagina addietro, nel testo di Cesare Cunaccia per Casa Vogue (10/2012), sono le parole, da sole, con la loro forza, ad avvolgere di fascino il lettore e ad accompagnarlo in una visita guidata esclusiva al palazzo.

Qui invece, l’esercizio della vista è affidato agli occhi di Lorenzo Gatto, fotografo palermitano, che guida nuovamente il lettore tra quelle nobili mura. Lorenzo Gatto sa interpretare ed immortalare la passione. E lo fa anche in questi scatti, dove il fuoco è principlamente su quei dettagli - valorizzati da colori e geometrie – che da soli, con la loro forza, costituiscono i segni di una storia d’Amore immortale.

In entrambi i casi, si accede ad un Palazzo Ajutamicristo vivo, che fa battere il cuore. Perché in fondo, la passione ha un senso unico.

Nobile, affascinante Sicilia

Visita guidata a Palazzo Ajutamicristo, topos dell’antica nobiltà palermitana.

testo da Cesare Cunaccia per Casa Vogue (10/2006)

Estate siciliana, scirocco. La vecchia Palermo, col suo traffico disordinato, le botteghe i rumori e odori stridenti. Facciate di palazzi sventrati dai bombardamenti del 1943 e abbandonati per decenni, ora investiti da un fervore generale di restauri, peraltro non sempre felici. Via Alloro, con i suoi fantasmi barocchi e rocaille. Attraverso un solenne portale, si è però subito altrove. Il cortile è enorme, ciuffi di bananiers e oleandri, una vasca ellittica di marmo cui si abbeveravano i cavalli. La percezione di un universo lontano, dalla speziata fragranza esotica, ti assale di colpo. Le “balate” lucide della pavimentazione, incendiate dal sole, sono metallo fuso di bagliore accecante. Poi la sorpresa della seconda corte interna, chiusa tra alte parei di pietra di tufo, giallo d’oro colato: la rivelazione dell’anima gotico-catalana originale del palazzo, il portico a doppio loggiato eretto al capomastro Matteo Carnilivari – autore del coevo Palazzo Abatellis – per Guglielmo Ajutamicristo, barone di Misilmeri e Calatafimi, tra il 1495 e il 1501.

E’ una continuità di vita quella che si riscontra in queste sale che incrociano tradizione aristocratica, passato e futuro, contrasti e sfumature in un gioco antitetico di rappresentazione e intimità. Accumuli di oggetti, pavimenti di Vietri in maiolica dipinta, consoles, specchi dorati Napoleone III, i servizi di Cerreto Sannita biancoverdi, quelli neoclassici di Capodimonte, stipi, scene e ritratti in cera sette-ottocenteschi e presepi napoletani in scarabattoli dorati. Ventagli in cornice, guéridons e vetrine di tartaruga pullulanti di memorie, vetri fragilissimi, ordini cavallereschi e lacerti affettuosi. Una uniforme da balì dell’Ordine di Malta di metà Ottocento troneggia su un manichino accanto al ritratto di Giovanni Calefati, uno dei baroni proprietari della dimora. Colpisce il contrasto tra la reale dimensione dell’abito e l’imponenza fittizia della figura dipinta che lo indossa. Si assomigliano molto tutti i Calefati di varie epoche che in effige abitano le pareti del palazzo avito. L’archivio di famiglia, tomi e tomi rilegati in pergamena, è custodito in un angolo di questo labirinto di sale, anfratti, livelli. Se i bagni sono posti in eleganti retraits settecenteschi ornati di stucchi candidi, la stanza da letto padronale racconta un intreccio di storie familiari tramite miniature, piccoli ritratti, lavori di convento. L’armadio-cappella in lacca bianca e oro è fornito degli arredi liturgici, fior di seta in campane di vetro, un grazioso Gesù Bambino di cera.

La cucina è immensa e accogliente, rivestita a piastrelle di Caltagirone. In sala da pranzo il pavimento è quello quattrocentesco in cotto paglierino, e i mensoloni gotici policromi sospesi a mezz’aria svelano l’esistenza dell’antico soffitto ligneo originale a carena di nave, celato dietro la volta affrescata del secolo dei Lumi da Giuseppe Crestadoro e dal quadraturista Benedetto Cotardi con un cero azzurro su cui libra lo stemma dei Paternò.

L’enfilade dei salotti conduce al vasto alone da ballo, il “camerone”, realizzato tra il 1763 e il 1766 da Andrea Gigante: sul soffitto, l’affresco di Giuseppe Crestadoro raffigura “La gloria del principe virtuoso”. Qui, dove nel Settecento Aloisio Moncada dava feste mascherate cui “scandalosamente” ammetteva, oltre al corpo nobile, “non pochi del civile”, il nonno dell’attuale barone Vincenzo Calefati scorrazzava da piccolo a bordo di un calessino trainato da un asinello. E qui, ai tempi di suo padre, un trenino inglese si sviluppava dalla cucina per i vari ambienti, recando una tazza di caffè dolciumi e frutta senza l’ausilio di domestici. Nel pomeriggio rovente gorgoglia l’acqua di un ninfeo seminascosto da papiri e da una nuvola di gelsomino. Intanto Lola, pacioso ed elegante corso siciliano, dal lucido mantello nero, stremata dall’afa e dalle intemperanze del trovatello Totò, si accascia sulle piastrelle verdi del “cortile del Petrosino”.

In Sicilia l’ospitalità non è un’opinione, ma una scienza esatta. Un pranzo diviene un evento, un ricordo da serbare, intessuto com’è nel retaggio di quei monsù franco-siculo-napoletani che costituivano il vanto dei vari casati autoctoni, tra l’estrema età barocca e l’ultimo pirotecnico slancio impresso dai Florio nel primo Novecento. Memore di ospiti illustri, dalla regina Giovanna di Napoli a Carlo V, che vi giunse nel 1535, preferendolo al fatiscente Palazzo Reale, al vincitore della Battaglia di Lepanto, don Juan de Austria, nel 1576, Palazzo Ajutamicristo declina ancora una secolare sapienza nell’accogliere.

Sua autentica anima è Pia Calefati di Canalotti, che, col marito Vincenzo, presidente regionale del Fai, è impegnata nel recupero di antichi splendori siciliani abbandonati all’incuria ed è anche un’attenta conoscitrice di quella peculiare forma gastronomica siciliana “di palazzo” che custodisce sapori inimitabili, sofisticatezze da iniziati. Ben lo sanno quanti hanno avuto il privilegio di vistare questa casa, testimone di una civiltà che, malgrado tutto, seguita ad esistere. Personalità come Riccardo Muti, un incuriosito Carlo Rambaldi, Lynn Forrester de Rothschild, donna Marella Agnelli, Franco Maria Ricci o Tom Parker Bowles che, sorprendendo il barone Vincenzo al ritorno dalle campagne, gli chiese dove acquistare i pantaloni da caccia che indossava. O Elizabeth Chatwin, che amava narrare aneddoti palermitani e greci del marito Bruce, in una serata di tarda primavera.

Miracoli di una casa dall’ininterrotta secolare esistenza, da un luogo che dispone alla confidenza, ad una joie de vivre sottesa, segreta, emblematica.

Per grazia ricevuta

“… Sereno ed elegante, Franco era l’uomo che si è appena alzato dall’inginocchiatoio di velluto, niente di buono c’è da aspettarsi da un uomo che prega sull’inginocchiatoio di velluto… “ (Leonardo Sciascia, Gli zii di Sicilia)

Durante lo sgombero di una vecchia sacrestia, sono riuscita a portare in salvo un antico inginocchiatoio che stava per essere ridotto a legna da ardere. In verità il suo stato è pessimo, ma ho sentito fin da subito una sintonia speciale tra la mia e l’anima di questo oggetto.

In pochi minuti ho realizzato un cuscino con del velluto nero per coprire il poggiamano mancante. E ora l’inginocchiatoio è lì, nella grande anticamera del primo piano di Casa Campanelle, ad evocarmi certe cattedrali siciliane o stanze da letto di antichi e nobili palazzi del centro di Palermo.

Porte Aperte

Il viaggio nei sentimenti di “Vieni via con me” oggi ci porta a Palermo. In tempi&movie, la sala di TEMPI&MODI dedicata al cinema come strumento di ispirazione, danno

PORTE APERTE (1990)

Tratto da un libro di Sciascia, questo film di G. Amelio, narra la solitudine e cocciutaggine di un giudice (G.M. Volontè) nell’affrontare un caso di triplice omicidio che sembra già deciso che debba terminare con la pena di morte. Ma egli si opporrà usando la legge, di cui si sente umile servitore. E per questo pagherà con l’oblio.

Ambientato nella Palermo degli anni trenta, Amelio ci racconta senza retorica uno spaccato d’Italia che fu e che è tutt’ora. Il messaggio è chiaro ed allo stesso tempo disarmante : chi svolge con coscienza e diligenza il proprio lavoro non è un virtuoso ma un rompiscatole.

«Ognuno di noi ha un fucile in mano. Io non voglio sapere se gli altri spareranno. Io vorrei sapere se io sparerò. E per saperlo tutta la vostra conoscenza delle leggi non mi basta. »

Titolo originale Porte aperte
Paese Italia Anno 1990 Durata 108 min Colore coloreAudio sonoro
Genere drammatico
Regia Gianni Amelio
Soggetto Leonardo Sciascia 
Sceneggiatura Gianni Amelio, Vincenzo Cerami, Alessandro Sermoneta
Fotografia Tonino Nardi Montaggio Simona Paggi Musiche Franco Piersanti
Interpreti e personaggi
Gian Maria Volonté· Ennio Fantastichini· Renzo Giovampietro· Renato Carpentieri· Tuccio Musumeci· Silverio Blasi

Il film fu candidato agli Oscar come miglior film straniero.

Si ringrazia CineMaestri

Gift List♥

♥St. Valentine’s special

Manca meno di un mese alla festa dedicata agli innamorati, quella commerciale, quella che nessuno dice di festeggiare ma che tutti sognano inaspettatamente speciale. E allora, poche regole, tanto sentimento: niente fiori, cioccolatini, tanto meno profumi e centri benessere; vi invito invece a seguire gli appuntamenti con la Gift List ♥St. Valentine’s special. Regali per lei, per lui, ma soprattutto, per entrambi. Per trasformare una festa banale in un momento speciale, un momento col ♥.

Cosa COLAZIONE A PALERMO

Per chi Per innamorati delle pazzie per Amore

Perché L’appuntamento è all’aeroporto di Verona per il chek-in alle ore 7.05. La meta è misteriosa, ma lo sarà per poco. Ore 10.30, arrivo previsto a Palermo. In centro storico, breve passeggiata e colazione al ristorante Osteria dei Vespri, che molti sostengono essere il miglior ristorante della città. Offre un menù siciliano moderno con sei variazioni di crudo dal mare, un antipasto a base di pesce e frutti di mare crudi, e la pasta casereccia al ragù di tonno. Un po’ di tempo per passeggiare mano nella mano per il centro, assaporando il sole, il profumo del mare e le atmosfere arabe. Poi via di corsa in aeroporto. Orario di rientro previsto a Verona alle 22.25.

Colonna sonora musica siciliana chitarra e mandolino     http://www.youtube.com/watch?v=hEc7mqdcd2w

Dove  Osteria dei Vespri in Piazza Croce dei Vespri 6 Tel. 091 617 1631  www.osteriadeivespri.it