Il tabernacolo della vita

“Siccome sono a letto da tre giorni, penso al letto, e ci penso perfino quando dormo. Il letto, amico mio, è tutta la nostra vita. In esso si nasce, si ama, si muore.”

IMG_6408C

“Poi ecco che per la prima volta due amanti si trovano carne contro carne in questo tabernacolo della vita. Tremano, ma sono ebbri di gioia, si sentono deliziosamente vicini; e a poco a poco le loro labbra si uniscono. Quel bacio divino li confonde, quel bacio, porta del cielo terrestre, quel bacio che canta le delizie umane e tutte le promette, le annuncia e le precede. Il letto si muove come un mare agitato, cede e mormora, sembra animato e felice, perché su di esso si compie il delirante mistero dell’amore. Che c’è di più soave e perfetto, nel mondo, di questi amplessi che formano di due un solo essere, dando a ciascuno di essi, nello stesso istante, lo stesso pensiero, la stessa attesa e la stessa gioia totale che scende in loro come un fuoco divoratore e celeste?

Vi ricordate i versi che mi leggeste l’altr’anno, di non so quale poeta antico, forse il dolce Ronsard?

Et quand au lit nous serons
Entrelacés, nous ferons
Les lascifs selon les guises
Des amants qui librement
Pratiquent folâtrement
Dans les draps cent mignardises.

Questi versi vorrei che fossero ricamati sul cielo del mio baldacchino, da cui Piramo e Tisbe mi guardano senza fine coi loro occhi di tessuto”

“Quante altre cose avrei da dire! ma non ho tempo di notarle tutte e non riuscirei nemmeno a ricordarmele; e mi sento così stanca che ora tolgo questi guanciali, mi sdraio e dormo un po’”

(passi tratti da Il letto di Guy de Maupassant, fotografia Cielo del letto a baldacchino, Museo di Palazzo Mansi a Lucca da www.restauroestudiotessili.it)

Costa degli Etruschi, l’Italia che ti ricordi

testo e fotografie di Marco Pontoni

Bibbona, Bolgheri, Castagneto Carducci: un trittico di borghi medioevali affacciati sulla Costa degli Etruschi, fra Cecina e Donoratico. E’ l’Italia che ti sembra di conoscere o di ricordare, anche se non ci sei nato dentro. Quell’Italia profonda, rurale, “sospesa”, un po’ metafisica, come un quadro di De Chirico o una vignetta della Settimana Enigmistica, di cui tu o qualche tuo predecessore dovete avere fatto esperienza, in una delle vostre tante vite.

E quell’esperienza la ritrovi, la riconosci, come riconosci a volte un volto che pure non hai mai visto prima, un amore che non hai mai consumato, un sogno sognato dentro a un altro sogno. Stava lì, sepolta. Ti dici: qui devo esserci passato, qui devo avere vissuto, devo avere affondato le mani in questa terra ed essermi ubriacato con questo vino. Ma quando, dove, e come sia stato, non sapresti dire.

Forse è successo sui banchi di scuola. I cinque chilometri di nastro asfaltato che corrono dall’Aurelia fino alla porta di Bolgheri sono quelli cantati dal Carducci, naturalmente, ecco il duplice filare dei cipressi “alti e schietti”, ecco il paese da cui il poeta, primo Nobel della letteratura italiana, dovette fuggire con la sua famiglia, per contrasti con i Della Gherardesca, nobilissima, potentissima famiglia pisana, fra le più antiche casate d’Italia. Dal padre, medico condotto e rivoluzionario sanguigno, che in gioventù aveva conosciuto il confino (a Volterra, e chi non vorrebbe esserci confinato, oggi?), Giosuè ereditò l’indole romantica e l’inclinazione per le passioni forti, quelle che traspose nella sua poesia e che condivise con almeno una trentina di amanti oltre alla legittima moglie, fra cui, si dice, forse la stessa regina Margherita.

A Castagneto, in uno dei vicoli del centro, visiti il suo “buon ritiro”, che frequentò per molti anni quando tornava in terra toscana da quella Bologna dove spese gran parte della sua vita. Poco sopra, il castello dei Della Gherardesca. Oggi guerre e cospirazioni sono lontane, così come le tenzoni attorno agli usi civici. Le passioni si accendono con il vino: Sassicaia, Ornellaia e altri nomi a cui inchinarsi solo al sentirli pronunciare.

Percorri l’Italia delle campagne pettinate, dei covoni e dei poderi arroccati in cima alle colline. Percorri l’Italia dei girasoli, delle nuvole che trascinano scie d’ombra sul giallo del grano, l’Italia della costa sabbiosa che si allunga pigramente per chilometri, fitta pineta alle sue spalle, odorosa, preziosa. Hai la faccia scottata dal sole. Hai una nostalgia antica, per qualcos’altro.

La sera guardi le rondini inseguirsi attorno a un campanile. Il gatto nero ti sbarra la strada, ti chini, rinfodera gli artigli, si mette di pancia per farsela grattare. Puoi essere di passaggio, come Carducci quando scrisse “Davanti a San Guido”, e vedeva sfilare la Maremma dal finestrino di un treno che lo conduceva a Roma. Puoi decidere che non conta nulla, nulla di ciò che hai visto finora, che questa è la tua casa, più di ogni altra. Cercarti il tuo letto. Fermarti qui.

Muritiba, domenica 14 marzo 1847

UN GIORNO, MILLE CARATTERI di Karol Albertrandi

Muritiba, domenica 14 marzo 1847.

Nasce Antônio de Castro Alves Castro Alves, poeta brasiliano, uno dei più importanti del secolo, conosciuto come sostenitore dell’abolizionismo. A San Paolo frequenta la facoltà di diritto, senza però riuscire a laurearsi. Vivendo nelle grandi città brasiliane, viene a contatto con le grandi problematiche sociali, ed in breve tempo si fa sostenitore della causa dei poveri, degli emarginati e degli schiavi. Per questi motivi, ancora adesso, è adorato nel suo paese e viene considerato uno dei capostipiti della cultura democratica brasiliana, tenendo presente che la schiavitù in Brasile venne abolita solo nel 1888. Ha una ardente relazione con l’attrice portoghese Eugênia Câmara, che segue durante i suoi tour cogliendo l’occasione sia per scrivere i suoi primi poemi abolizionisti: “Os Escravos” (Gli schiavi) e “A Cachoeira de Paulo Afonso” (La cascata di Paulo Afonso), oltre all’unica sua opera teatrale, il dramma intitolato “Gonzaga” (1867), rappresentato a San Paolo dalla stessa Câmara. Muore a 24 anni, di tubercolosi.

Anversa, martedì 5 marzo 1493

UN GIORNO, MILLE CARATTERI di Karol Albertrandi

Anversa, martedì 5 marzo 1493.

Nasce Anna Bijns, poetessa olandese. Figlia primogenita di un sarto, dopo la morte del padre e il matrimonio della sorella apre una scuola ad Anversa insieme al fratello Martin. E’ anche una suora cattolica ed esercita la professione di insegnante fino all’età di ottant’anni. La sua opera consiste di poesie religiose e morali, poesie polemiche (“refereinen”) contro Martin Lutero (che considera strumento del male), poesie d’amore e varie satire. E’ tra i più ardenti difensori dell’idea che una donna non debba essere asservita al marito. Vedendo quanto fosse infelice il matrimonio della sorella, si oppone fermamente alle pressioni sociali che spingevano a sposarsi e scrive una poesia che incoraggia le ragazze giovani a rimanere nubili. “Senza giogo è meglio! Felice la donna senza uomo”. Questo è il messaggio che cerca di trasmettere. In alcuni punti la poesia è cruda e oscena, ma è un tentativo coraggioso di attaccare le rigide convinzioni sociali del XVI secolo.

Leggero, puro, dolce velo bianco

Per chi è alla ricerca di espressioni raffinate dei propri pensieri, allontanando ciò che è volgare e volgendo verso l’ideale di gesti nobili, potrebbe risultare utile “educare” la vista e l’animo al gusto del Bello.

Fotografia e poesia. Metafore e simbolismi, il piacere e il peccato.

Così, prendendo come guida il Divin viaggio dantesco, dapprima abbiamo assaggiato il “Dolce Stil Life” con le immagini di arte dolciaria realizzate dal fotografo bolognese di food e still life Alessandro Guerani, accompagnate da alcuni dei più bei passi del V Canto dell’Inferno; in una seconda tappa, abbiamo gustato le immagini di ricette a base di carne, realizzate sempre da Guerani, abbinate ad alcuni starordinari passi del V Canto del Purgatorio.

Dulcis in fundo, eccoci nel III Canto del Divin Paradiso dove godremo delle immagini di Guerani accomunate dalla leggerezza, dalla purezza e dalla dolcezza di una spolverata di zucchero a velo.

Abbinamenti sicuramente inediti, quantomeno da provare. Con immancabile ironia.

  

Quel sol che pria d’amor mi scaldò ‘l petto,
di bella verità m’avea scoverto,
provando e riprovando, il dolce aspetto;

  e io, per confessar corretto e certo
me stesso, tanto quanto si convenne
leva’ il capo a proferer più erto;

ma visïone apparve che ritenne
a sé me tanto stretto, per vedersi,
che di mia confession non mi sovvenne.

(prego, continui a leggere sotto)

Continua a leggere

La carne è debole perché la tentazione è forte

Per chi è alla ricerca di espressioni raffinate dei propri pensieri, allontanando ciò che è volgare e volgendo verso l’ideale di gesti nobili, potrebbe risultare utile “educare” la vista e l’animo al gusto del Bello.

Fotografia e poesia. Metafore e simbolismi, il piacere e il peccato.

Così, prendendo come guida il Divin viaggio dantesco, abbiamo assaggiato il “Dolce Stil Life” con le immagini di arte dolciaria realizzate dal fotografo bolognese di food e still life Alessandro Guerani, accompagnate da alcuni dei più bei passi del V Canto dell’Inferno.

In questa seconda tappa, ci apprestiamo a gustare le immagini di ricette a base di carne, realizzate sempre da Guerani, abbinate ad alcuni starordinari passi del V Canto del Purgatorio.

Abbinamento sicuramente inedito, quantomeno da provare. Con immancabile ironia.

Ve’ che non par che luca
lo raggio da sinistra a quel di sotto,
e come vivo par che si conduca!

(Prego, continui a leggere sotto)

Continua a leggere

Il Dolce Stil Life

Per chi è alla ricerca di espressioni raffinate dei propri pensieri, allontanando ciò che è volgare e volgendo verso l’ideale di gesti nobili, potrebbe risultare utile “educare” la vista e l’animo al gusto del Bello.

Fotografia e poesia. Metafore e simbolismi, il piacere e il peccato.

Così, parafrasando il movimento poetico del “Dolce Stil Nuovo”, vengono proposte delle immagini di arte dolciaria realizzate dal fotografo bolognese di food e still life Alessandro Guerani, accompagnate da alcuni dei più bei passi del V Canto dell’Inferno dantesco.

Abbinamento sicuramente inedito, quantomeno da provare. Con immancabile ironia.

 

E ’l duca mio a lui: «Perché pur gride? Non impedir lo suo fatale andare: vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole, e più non dimandare»

(prego, continui a leggere sotto)

Continua a leggere