di Dario Di Vico (su Style)
Un’innovazione che passa dai rapporti tra hotel e società civile, per crescere anche in tempi di crisi. Ed è soprattutto nelle città di provincia che gli alberghi favoriscono la “circolarità delle élite” e si candidano ad essere laboratori della sostenibilità, vetrine del made in Italy e siti di contaminazione culturale.
Siamo tutti alla ricerca di innovazione e spesso non ci rendiamo conto delle cose che ci avvengono intorno e che recano, anche nel piccolo, il segno del cambiamento. Prendiamo ad esempio il mondo alberghiero e più in generale il rapporto che si instaura (silenziosamente) tra hotel e società civile.
Negli anni d’oro gli alberghi delle nostre grandi città, Roma e Milano, sono stati tradizionalmente snodi, luoghi di confronto, posti “dove si facevano porgetti”, perfino laboratori di internazionalizzazione. In sintesi, sono stati calamite della prima modernità. Ora questa dimensione esplorativa dalle metropoli si è man mano trasferita nelle città della provincia, il cuore dell’Italia produttiva. Gli alberghi in queste realtà stanno sostituendo la funzione dei vecchi circoli e dei salotti dei notabili, sono i luoghi in cui la politica trova e incontra l’imprenditoria locale, quasi sempre sono siti deputati alla formazione dirigenziale e quindi alla contaminazione culturale. E poi si presentano i libri, si organizzano mostre, si distribuiscono chance di visibilità.
Per dirla in grande, se nei territori c’è comunque circolarità delle élite, e meno “società chiusa”, lo dobbiamo anche a dei contenitori insospettati come gli hotel, capaci, pure nei contesti più pigri, di calamitare gli enzimi di modernità e metterli a disposizione di una platea più ampia.







