Intervista a Bruno Kessler

Lo immagino seduto al bar del Grand Hotel Trento. E‘ Bruno Kessler, il grande statista trentino scomparso nel ’91, un uomo di grande lungimiranza, di forti intuizioni e idee innovative. Ho provato ad immaginare, a vent’anni dalla sua scomparsa, cosa avrebbe potuto pensare del Trentino di oggi e cosa avrebbe potuto rispondere a sette domande su politica, economia e università. Per capire cosa è cambiato davvero.

Presidente Kessler – perché per noi trentini rimane il Presidente – qual è la differenza tra la politica di adesso e quella di vent’anni fa?

Penso che la differenza stia tutta in una sola parola: responsabilità. Il nostro ruolo politico a guida delle istituzioni, era basato sulla consapevolezza e coscienza di avere una forte responsabilità nei confronti dei cittadini. Tutto dipendeva dalla responsabilità, il presente, la nostra vita privata e pubblica, le scelte. Per prima cosa veniva il “bene comune”. Sul Corriere della Sera di ieri, una pagina pubblicitaria riportava una frase di Alcide De Gasperi “Un politico guarda alle prossime elezioni, uno statista guarda alla prossima generazione”. Ecco cosa è cambiato. Di diverso poi, vedo il nostro essere politici vicini alla gente, soprattutto al di fuori della vita istituzionale, a riflettori spenti, un comportamento che veniva naturale perché eravamo mossi da uno spirito di condivisione e di passione civile. In fondo era un percorso condiviso con la popolazione, si camminava insieme, nel bene e nel male. Oggi poi, me lo lasci dire, mancano dei veri leaders. Certo, i tempi sono cambiati e la società stessa e i suoi meccanismi non favoriscono espressioni nuove di leadership carismatiche, ma oggi purtroppo, la politica ha perso la credibilità e l’autorevolezza necessarie per essere davvero riconosciuta guida e modello da parte dei cittadini. E questo a causa di chi se non dei suoi rappresentanti? E che dire del livello del dibattito politico? Due decenni fa c’era fervore, oggi l’attenzione è puntata esclusivamente su ben altro. Potrei parlarle per ore di quello che vedo e che non mi piace affatto, soprattutto all’interno dei partiti e del loro rapportarsi con le istituzioni. Interessi personali e di categoria che bypassano il bisogno etico dell’interesse generale. Ma è meglio che io mi fermi qui.

Esilio romano” per Lei. Sarà lo stesso per il Presidente Dellai?

Lo dicevo poc’anzi, uno dei profondi “drammi” che state vivendo è la mancanza di leaders. Lorenzo Dellai è senza dubbio un leader. Mi sembra di aver capito che la sua scelta sarà quella di continuare a lavorare nelle istituzioni locali per il consolidamento e la conferma di un progetto di coalizione. Mi piacerebbe capire in questo, quanto prevalga la prospettiva dell’intero quadro politico, su quella personale. Perché ritengo che il Presidente Dellai debba considerare anche quanto, una personalità come lui, potrebbe realizzare per il Trentino in sede romana. Certo, servono scenari e alchimie giuste, ma quel Trentino che tanto temevo rimanesse “piccolo e solo”, ha bisogno di esser costantemente difeso e fortificato, soprattutto nei luoghi di governo nazionale. Che il Trentino, con la sua straordinaria specificità, non rimanga una terra periferica e di frontiera! Ecco, in questo, vedrei l’indiscutibile forza di una figura come quella di Lorenzo Dellai, deputata al Parlamento. Per contare di più.

Lei è stato anche Senatore della Repubblica. Posso chiederle cosa ne pensa della situazione attuale politica a livello nazionale?

Guardi, non capisco.

Capisco Presidente. Torniamo allora al nostro Trentino. Diciamo che stiamo ancora vivendo di rendita di ciò che persone illuminate come Lei hanno fatto di buono per questa terra. Come vede le attuali politiche di sviluppo?

A mio parere, fate ancora molta fatica nel lavoro di sintesi e di sinergia tra i vari comparti. Il turismo, motore economico del Trentino, stenta a convogliare espressioni fondamentali per l’economia trentina, come artigianato e agricoltura. Vedo però dei segnali positivi. Ho letto proprio ieri su un giornale locale, della nuova piattaforma che stanno realizzando i giovani albergatori con quelli di Coldiretti per portare prodotti agricoli locali negli alberghi trentini. E’ significativo che le risposte vengano dalle nuove generazioni. Questo mi dice che la mentalità in qualche modo c’entra. Qualche dubbio invece, mi sovviene sull’accorpamento di certe competenze in capo ad un unico assessore. Forse l’agricoltura avrebbe bisogno di un’attenzione a sé. Sto pensando anche ad artigianato ed industria. L’artigianato è il tessuto della nostra economia e ho il sentore che nell’ambito delle linee politiche di un unico assessorato, patisca il potere, d’immagine, non certo numerico, da parte dell’industria. Insomma, io vedrei con favore un adeguato rafforzamento delle deleghe di artigianato e agricoltura.

Veniamo alla sua Università. Lei ha fondato la Facoltà di Sociologia, come ritrova l’ateneo trentino?

L’ultima classifica Censis-Repubblica sulle migliori università italiane, parla chiaro. Trento è al primo posto degli atenei con meno di diecimila studenti. Ma bisogna anche essere realistici e saper cogliere segnali importanti che la stessa università di Trento sta esprimendo in questi ultimi tempi. Non da ultimo lo “strappo” dell’ex prorettore Giovanni Pascuzzi. Mi sembra espressione di un’università ricca ma ansiosa, preoccupata. La provincializzazione dell’ateneo garantirà le risorse economiche alla sua sopravvivenza, ma all’interno sembra prevalere l’ansia per quell’autonomia che l’ateneo, e le sue persone, potrebbero perdere in futuro, un’autonomia che forse andrebbe pensata all’interno dell’Autonomia, con la A maiuscola, non trova? La mia preoccupazione è che questo stato d’ansia, peraltro latente, che esplode inaspettatamente come nel caso del prof. Pascuzzi e prima di lui, di altri illustri componenti, diventi da fumo, nebbia che impedisce di avere vedute ad alto respiro, alle quali l’università trentina è da sempre vocata.

Trento è stata grazie a lei, la prima città italiana ad avere un piano regolatore. Cosa ne pensa dei cambiamenti in atto?

Guardi, il cambiamento è davvero sorprendente. Ciò che più mi gratifica è vedere la lungimiranza e il coraggio di alcune scelte e di certe persone. Renzo Piano e Antonello Briosi stanno creando grandi cose. Io non metterei alcun freno alla modernizzazione, lo sapete bene! Ad idee colossali come Metroland ad esempio, ma dovrei approfondire! I cambiamenti però, non sono solo quelli urbanistici, e penso alle Comunità di Valle, anche se mi piacerebbe capire quale sia la loro vera missione! E la Fondazione che porta il mio nome sta facendo passi da gigante dall’era dell’Itc. Quante cose sono nate, si sono sviluppate in questi vent’anni, che a causa della globalizzazione, non sembrano, ma sono, una vera e propria eternità. Da ultimo mi piacerebbe parlarle della caccia, la mia passione, ma mi rendo conto che il tempo a disposizione stia per scadere.

Ma allora Presidente, c’è qualcosa che non è cambiato in questo Trentino?

L’intenzione di Silvano Grisenti e Ivo Tarolli di candidare alle prossime elezioni.

(sorrido) Grazie Presidente!

 

Chissà se Bruno Kessler avrebbe risposto così a queste domande. Probabilmente no, ma quest’intervista “fantasma” è servita a me per conoscerlo attraverso letture e approfondimenti, e grazie ad alcune registrazioni realizzate da Radio Radicale, in Parlamento e in occasione di un convegno nel settembre del 1990. Una figura emblematica, un “paradigma”, detto alla tempi&modi, che non solo non deve essere dimenticato, ma merita di essere riscoperto e riletto alla luce di questo nostro tempo. ds

 

I Trentini e quella consapevolezza dell’essere

Come ha detto bene nel suo editoriale di ieri sul Corriere del Trentino, il Direttore Enrico Franco, “un clima positivo consente di esprimere ogni potenzialità, magari anche di osare e prendersi qualche rischio per raggiungere obiettivi ambiziosi” E continua: “Il punto è se il Trentino sia fiero delle proprie eccellenze, se le sappia valorizzare e sostenere, oppure al contrario, nei loro confronti sia indifferente o addirittura ostile”

Concordo con Franco anche quando afferma che “sia proprio quest’ultimo l’atteggiamento che prevale; per tutta una serie di ragioni storiche e culturali infatti, il Trentino ama tenere il basso profilo”

Sicuramente questa è una linea da salvaguardare visti i tempi, ma attenzione che questo atteggiamento non si trasformi, con le parole dell’archistar Renzo Piano, in autolesionismo.

Non si tratta di pensare di essere i migliori ma si tratta invece di avere consapevolezza. Consapevolezza di quello che siamo, grazie anche a chi è venuto prima di noi, consapevolezza dei traguardi raggiunti. Dobbiamo renderci conto di quello che abbiamo, dobbiamo esserne orgogliosi e farci promotori di tutto questo nelle rispettive quotidianità.

Siamo in testa alle classifiche di qualità della vita, la nostra Università è in cima alle graduatorie, la ricerca trentina attrae collaborazioni da tutto il mondo; pensiamo alle centinaia di piccole imprese artigiane che rappresentano l’eccellenza trentina al di fuori della nostra provincia, come alle medie imprese e alle grandi realtà che dal piccolo Trentino concorrono a portare nel mondo il Made in Italy; pensiamo alla nostra agricoltura che ci regala il meglio che un’alimentazione di qualità richiedere; pensiamo al mondo del turismo, dall’enogastronomia, alla ricettività, alle proposte e alle offerte di richiamo, dal lavoro di Trentino Marketing fino al volontariato delle Pro Loco e della rete associazionistica; pensiamo solo alla natura e al paesaggio che ci circonda, pensiamo anche a noi stessi.

Quanto siamo propensi alla critica noi trentini! Bene, è giusto, ma questa critica deve necessariamente essere accompagnata da un comportamento propositivo.

Quello che abbiamo non è solo frutto di enormi investimenti pubblici che la nostra Autonomia fino ad ora ci ha garantito, ma è stato realizzato anche grazie a delle menti illuminate, di politici, manager, imprenditori, uomini di cultura. Uomini che hanno saputo “fare” e prima ancora, “sentire”, ovvero, agire con sentimento.

Quanto contano i sentimenti nell’economia, nella società, nella politica, nella cultura?

Durante le mie esperienze lavorative, ho avuto la possibilità di conoscere manager, politici, imprenditori e di lavorare al loro fianco. Mi sono fatta un’idea precisa, basata essenzialmente sulla mia esperienza. Un manager, un politico, un imprenditore, un uomo delle istituzioni, non potrà mai essere un “grande” e fare cose “grandi”, se non ci mette sentimento, nel suo significato di “sentire”, di essere empatico con i dipendenti, con i colleghi, con gli avversari.

Aperti. Quello che non riusciamo il più delle volte ad essere noi trentini, vuoi per queste montagne così alte da limitarci gli orizzonti, vuoi perché, come succede anche nelle migliori famiglie, è difficile realizzare davvero quanto sia ha.

Noi siamo fortunati, esserne consapevoli ci renderà oltremodo più forti.

 

TESTO – ds

FOTOGRAFIA – ds @Castello del Buonconsiglio

MUSICA – Your song Elton John http://www.youtube.com/watch?v=mBCVEcjScTQ&ob=av2n