Battito animale

Inevitabilmente, ad ogni stagione, i massimi esponenti del classico come Lorenzo Riva, fino ai maggiori interpreti dell’estro come Roberto Cavalli, non mancano di rendere omaggio al desiderio di libertà di una donna, ovvero, allo stile animalier.

Quella alle porte è la stagione fredda, ma a riscaldarci è proprio questo richiamo dal cuore del continente nero, dai suoi tramonti, dai colori e dalle luci, ma soprattutto, dai suoi meravigliosi animali.

Ecco allora comparire sulle passerelle, accanto alle classiche stampe di tigre, zebra e serpente, pelli e pellicce (vere o finte, l’importante è la sensibilità di chi le indossa), ma soprattutto piume, l’elemento più sfruttato dagli stilisti per la prossima stagione, per orli, bordi, risvolti ed interni, per semplici tocchi su scarpe e borse, fino a ricoprire totalmente improbabili giacche.

Ha solo voglia di essere libera e soprattutto, libera di sognare, la donna che sceglie di cedere al forte richiamo di questo stile che sa essere selvaggio ma anche molto romantico. Sta a noi interpretarlo.

Ma purtroppo i sogni durano il tempo di un soffio e si sa, la nostra realtà è sì una giungla, ma pur sempre metropolitana! Quindi da utilizzare con parsimonia, ma comunque da utilizzare.

La chiave di tutto sta nel dettaglio e nell’equilibrio. Una scelta così forte, presuppone uno spirito libero e selvaggio, una voglia di comunicare un sentimento arcaico e molto profondo. Deve quindi circoscriversi ad un messaggio, solamente ad un segno da lasciare al nostro passaggio. Non per tutti i giorni, of course!

E mi raccomando, ammiriamo con le dovute distanze: questa scelta può tramutarsi in qualcosa di molto pericoloso, di pericolosamente sexy!

Lorenzo Riva A/W 2011-12

TESTO – ds

FOTOGRAFIA – www.vogue.it

MUSICA – Il battito animale Raf http://www.youtube.com/watch?v=05bZLLcDCQI

 

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  1. Signori, datemi un calcio. Sputatemi in un occhio. Perché io sono talmente vigliacco che non vado a prendere a schiaffi i poeti che hanno cantato i divini capricci dell’amore. Udite.
    Ho conosciuto una tardona in una farmacia dove il caso ci aveva condotti entrambi per l’acquisto di alcuni paracalli. Che vuoi dire tante volte il destino! Dal paracallo al cuore il passo è breve e così siamo usciti assieme e ci siamo incamminati per le vie della città conversando. La tardona, tipo sentimentale, davanti a ogni vetrina sospirava:
    – Guardate che bella stoffa, guardate che bel paio di scarpe.
    E io, dentro di me: «In guardia, Gino, qui si attenta al tuo portafogli».
    Attentato – occorre dire – destinato a infrangersi contro il nulla, essendo il mio portafogli completamente vuoto. Si e no se avevo due lire in tasca.
    La tardona insisteva:
    – Guardate che bel cappellino. É un sogno.
    – E tale resterà, – dicevo in cuor mio.
    A scanso di tentazioni, ho abilmente diretto i nostri passi verso i quartieri meno centrali.
    Ma il Maligno era in agguato.
    
Mentre mi felicitavo meco stesso per l’abile mossa che ci aveva condotti lontano dalle vetrine, vediamo passare nel movimento cittadino, in mezzo alla strada, una mucca che seguiva passo passo un vecchierello. Vederla, e sospirare fu per la tardona sentimentale un atto solo.
    – Oh, la mucca, – disse languidamente. – Mi ricorda la mia infanzia. Da bambina, in campagna, bevevo il latte appena munto. Come ne vorrei un bicchiere fragrante, tiepido, spumoso!
    «Divini capricci dell’amore, pensavo io».
    E la tardona:
    Dite al vecchio che ci venda un bicchiere di latte.
    – Ma vi pare – ho osservato – ch’egli si possa mettere a mungere in mezzo al movimento cittadino?
    – E perché no? Che ci vuole? Un bicchiere soltanto. Non dite di no al mio desiderio di bimba capricciosa.
    Ho fatto mentalmente il conto di quello che avevo in tasca. In fondo, per un bicchiere di latte ne avevo abbastanza e forse, anzi, questa era una fortuna. Me la cavavo a buon mercato. Meglio un bicchiere di latte che un cappellino.
    Così ho raggiunto la vacca e, affiancatomi al vecchierello, gli ho detto:
    -Scusate, brav’uomo, mi vendereste un bicchiere di latte?

    Il vecchierello doveva essere un po’ sordo.
    – Come? – ha detto senza fermarsi (perché questi tipi di campagna sono la negazione della cortesia: quando portano una vacca, o un gregge, o che so io, non si fermano nemmeno se li ammazzate).
    – Vorrei un bicchiere di latte, – ho ripetuto arrancando al suo fianco davanti alla vacca.
    E lui, che finalmente aveva capito:
    – Non posso fermarmi, ho fretta.
    – Ma un bicchiere solo, che ci vuole?
    – É vietato mungere in città.
    – Andiamo in un vicoletto, vi prego. È per una signora. Fermatevi un momento.
    Intanto, il metropolitano al quadrivio ci faceva cenno, stizzito, perché traversassimo in fretta, visto che il quadrupede intralciava il traffico. Il vecchierello ha affrettato il passo dando una strattonata alla vacca. Io, per stargli a paro, andavo saltando davanti alla bestia, quando la maledetta adombratasi ha fatto per darmi una cornata. Con un balzo mi sono messo in salvo. Ma la vacca ormai s’era infuriata. S’è strappata dal vecchio che la teneva per la corda e m’è venuta addosso. Me la sono data a gambe ed è cominciata una corrida di nuovo genere nella quale io ero il toro e la vacca il torero. Figuratevi lo scompiglio. Dietro di noi correva il vecchio gridando:
    – La mia vacca! Fermatela!
    Molti si sono messi a inseguirci. Le grida e la confusione più che mai hanno fatto accelerare la corsa alla vacca che m’era proprio alle costole. Fuggendo vedevo con la coda dell’occhio le sue corna minacciose a un palmo da me. Dopo aver saltato qua e là come un grillo, in cerca di scampo e col risultato di inferocire viemmaggiormente la maledetta bestia, ho infilato, per salvarmi, la porta di un caffè. Non l’avessi mai fatto. La vacca s’è precipitata dentro, sfasciando vetrine e rovesciando tavoli e finalmente ha avuto la soddisfazione di affibbiarmi una tremenda cornata dietro. Sono caduto bocconi.
    Non vi dico quel che è successo. La confusione, il panico, il parapiglia. Qualche signora nel caffè è svenuta. Qualche avventore ha abbozzato una corrida col tovagliolo. Il proprietario del caffè urlava reclamando risarcimenti da me, io – pesto e contuso – li reclamavo dal vaccaro, questi strepitava che io ero la causa di tutto, la vacca continuava a dar cornate a destra e a sinistra sfasciando ogni cosa. Finalmente il vecchio l’ha ripresa e siamo stati condotti tutti al commissariato di polizia.
    Morale: sono a letto a causa della cornata, il padrone del caffè insiste per avere i risarcimenti, il vaccaro dice che sono stato io a far imbizzarrire la bestia. Naturalmente, in mezzo alla confusione, la tardona s’era dileguata e non l’ho più vista. Accidenti a lei e ai desideri della bimba capricciosa. Avrà quarant’anni a dir poco.

    Diario di Gino Cornabò, 1943 – di Achille Campanile

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