Bath

Non tanto strano incontrarti qui, mentre guardi dubbiosa una bottiglia di Pinot nero, ho sempre pensato che se si fosse avverata la tua previsione – “un giorno ci imbatteremo per caso l’uno nell’altra, in una città straniera” – sarebbe stato in un luogo improbabile come questo, un supermercato.

Ho esitato un attimo prima di sfiorarti la spalla e dirti “Ciao”. Per un attimo, ho pensato di girare sui tacchi e sparire. Ho anche pensato che nel momento stesso in cui ti fossi voltata, e mi avessi guardato negli occhi, mi sarei trasformato in una statua di sale, e poi l’uomo che ti stava al fianco avrebbe avuto buon gioco nello sbriciolarmi la mano stringendola con una delle sue, pelose.

Insomma sei tu. Qui a Bath, questo gioiellino del Somerset, “la Firenze dell’Inghilterra”, la chiamano. Sei tu che sgrani gli occhi e mi abbracci, che sai di Chanel (una volta non usavi profumi, solo creme e saponi), sei tu più alta di me, ora come allora, ma meno alta di lui, un indiano, a prima vista. Tante cose potevo immaginare tranne che finissi sposata con un dentista, non ti piacevano gli scrittori?

“Cosa stai comprando?”, mi chiedi, quando riemergi dallo stupore. Tipico di te non chiedermi cosa ci faccio proprio a Bath, ma indicare la schiuma da barba che tengo in mano.

“Non ho ancora imparato a non farmela sequestrare al ceck-in”, rido. E ride anche lui, mentre un bambino spunta da dietro uno scaffale e gli abbraccia un fianco.

“Questo è Mick”, dici, accarezzandogli i capelli. E noto tre cose contemporaneamente: che il tuo gesto è poco fluido, in un attimo decido che sei diventata madre ma non mamma; che ha suppergiù cinque anni, noi non ci vediamo da sette, lo so benissimo perché li ho contati, quasi ogni giorno; che evidentemente, dovendo mediare fra Asia e Italia avete optato per un nome inglese (ma forse il tuo uomo in realtà è tanto inglese quanto il principe Carlo, chi lo sa, lo voglio sapere?).

“Bene, che ne dite se ci spostiamo…fuori?”.

La sua proposta sembra innocente, dettata dalla volontà di compiacere questa splendida moglie sottile. Allora andiamo, galleggiamo fuori dal Tesco, nel freddo di febbraio, senza il Pinot, la strada scende verso la cattedrale e i resti delle terme romane, ma non arriviamo fin laggiù, piegate a destra, l’ingresso di un centro commerciale, ecco, siamo di nuovo dentro a qualcosa, anche se io non mi sento più dentro a niente.

Saliamo al secondo piano, sediamo al tavolino di un caffè. Ci togliamo cappotti e giacche a vento, al bambino sfili la sciarpa dal collo, quando hai finito schizza via verso la vetrina di un negozio di giocattoli, neanche l’avessi caricato a molla. Ci ripresentiamo, con più calma, stavolta.

“…fare delle foto”, balbetto, in un inglese che è sempre stato improbabile, in bocca mia.

“Are you a photographer?”, chiede, volonteroso. Anche tu ora mi guardi con curiosità. Ma no, macché, sono sempre il solito funzionario pubblico, è solo un hobby, sì, ho fatto due libri, ma è solo un hobby, il terzo parlerà di bagni, di terme, di acque calde, per cui eccomi in Uk, ho preso una settimana di ferie, sono volato in Scozia e da lì a qui, ma com’è che sei sempre tanto bella?

La sera che due comete si sono intrecciate, nel cielo, sopra le Alpi, hanno fatto una ics, eravamo in quel rifugio, anche allora stavi con qualcuno, non sei mai stata mia, te lo ricordi? Un mattino che ti ho fotografata mentre ti asciugavi i capelli col phon. Un pomeriggio di primavera, finito con uno scroscio improvviso sopra la nostra città, acqua dappertutto, ma noi eravamo dentro, eravamo all’asciutto, sotto una coperta, acqua grondava dal tetto sul terrazzo, fuori.

“Così alla fine abbiamo deciso di fermarci qui”.

Il tuo racconto è finito. Sorridi. Denti perfetti, ecco un vantaggio. Bevo ancora un sorso di the. Hai parlato di uno stage, di un incontro a teatro, di un andare e venire di aerei, della decisione finale, condivisa anche da tuo padre, nel frattempo rimasto vedovo, che però sta bene e viene a trovarti una o due volte all’anno, nella città di Jane Austen, quando non “scendi” tu.

La luce si frange sul rosone della vetrata.

“Era la mia ultima tappa – rispondo, dopo una pausa durata un’eternità – . Domani torno in Italia”.

“Allora ceniamo assieme”, propone, di slancio. “Assolutamente”, aggiungi tu. Mi tocchi il dorso della mano. Accenna a un ristorante indiano, vicino al Pulteney Bridge, il migliore dell’Inghilterra del sud, sapevo della sua esistenza, avendo letto la guida.

Ci salutiamo all’uscita, ci vedremo in centro fra tre ore.

Il mio albergo è in cima alla salita, a due passi dal Fashion museum. Dalla finestra, a parte le auto parcheggiate, un perfetto scorcio di XVIII secolo. Ho già visto diversi luoghi considerati unanimemente “belli”, a volte in viaggi di lavoro, a volte per piacere; ho già visto altre città classificate “patrimonio dell’umanità”, questi termini pomposi non mi impressionano, so che a volte c’è più fascino in uno scalo ferroviario che in una guglia gotica, quantomeno agli occhi di un fotografo. Eppure, Bath mi ha colpito. Mi è sembrata perfetta. E per questo motivo, difficile da fotografare.

Anche la cena è stata notevole. Non il cibo in sé, buono, sì, ma non saprei distinguerlo da quello del take away di corso Buonarroti, dove a volte prelevo il mio Tikka masala. Proprio il posto. Non gli daresti nulla da fuori, una palazzina georgiana come tante, e per di più devi scendere delle scale, per entrare, non salirle.

“Dentro però era un’altra cosa…”, mi ripeto, fra me, sostanzialmente per tenere la mente occupata. Stava dicendo che del paese di origine dei suoi genitori conosce solo una città, Mumbay, quando ho sentito la tua caviglia appoggiarsi alla mia.

Hai sempre gli stessi nei sul collo, solo le mani sono un po’ cambiate. Adesso porti degli anelli.

Mi lavo i denti e rimango davanti allo specchio. La pelle ha perso un po’ di lucentezza. E se mi facessi crescere la barba, le punte dei peli sarebbero bianche, adesso. I capelli, invece, sono sempre al loro posto.

Oggi alle 16 ho il mio volo. Mi sento già su quell’aereo, sento già la spinta inconcepibile dei motori che mi strappa da te, che mi trascina nell’azzurro, mi riporta alla mia esistenza quotidiana, nella piccola città fra i monti. Alla mia mansarda con i Buddha comprati a Colombo e ai miei libri.

Non abbiamo mai volato assieme, anche se l’abbiamo immaginato tante volte. Non abbiamo fatto assieme una quantità di cose.

Guardo ancora fuori. Piccoli mucchi di neve congelata, ai bordi delle strade. La gente sta andando al lavoro. Non ho dormito niente, stanotte, ti ho solo pensata.

Avrai già portato il bambino all’asilo, avrai chiamato i tuoi soci allo studio di registrazione per dire che ritardi. Abbiamo tutta la mattina, ho già avvisato che non lascerò la stanza prima delle due.

“Un giorno ci imbatteremo per caso l’uno nell’altra, in una città straniera”. Lo avevi detto, in qualcuno di quei pomeriggi o di quelle notti rubate alle nostre altre vite.

Avevi anche aggiunto: “E sarà un momento di pura passione, di là da tutto il tempo.”

foto da kofotopedia.com

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