Istanbul

“Istanbul, è quello il mio luogo dell’anima. Ho fatto tutto da sola. Ho salutato, ho detto ciao e sono partita. Mi sono ammirata ben bene, da fuori, quando sono salita sull’aereo. Ed ero felice di quel che vedevo.”

Me l’immagino. La borsa a tracolla, le lunghe gambe fasciate dai jeans, il giubbino di pelle, a mostrarsi ancora più dura di quello che è veramente, in faccia a quell’idiota che stava mollando e al resto del mondo. E basta.

“E poi? Cos’è successo?”

“Mah, niente di speciale, in verità.”

“Hai appena detto…”

“Che è il mio luogo dell’anima? Sì, ho parlato di anima, infatti. Per me le cose importanti sono anche quelle che accadono dentro, ad un livello emotivo. Non devo avere fatto per forza chissà che cosa. A volte le avventure più grandi succedono qui – si tocca il petto con l’indice – ma anche qui”, e si tocca una tempia.

Ho i miei dubbi. Comunque, le chiedo di raccontare.

“Intanto, ho preso una stanza al Pera Palace Hotel, senza sapere che lo stavano ristrutturando, per la verità. Sai, mi è sempre piaciuta Agatha Christie. Mi verseresti ancora un po’ di spumante?”

Mi alzo, le verso il Ferrari. Ne verso un po’ anche a me. Fuori il cielo si sta rabbuiando. Passare un intero pomeriggio a letto è un lusso, di questi tempi.

“Hai fatto la turista, insomma.”

“Sì. La mattina prendevo il taxi e gli chiedevo di portarmi in giro. Santa Sofia, la moschea blu, Topkapi… Il taxista era molto simpatico.”

“Ci ha provato?”

Sorride. Chi non ci proverebbe, con lei?

“Ma no. Una sera però gli ho chiesto di portarmi a cena fuori, ero stufa di cenare all’hotel.”

“Che coraggio.”

“Era un bel ragazzo, molto giovane. Parlava bene l’inglese. Ho capito solo il secondo giorno che era curdo. Si era anche iscritto all’università, ma diceva che non riusciva a frequentare.”

“Dove ti ha portata?”

“Prima, in una tipica trappola per turisti. Poi, si dev’essere un po’ vergognato. Ormai doveva avere capito che tipo ero. Così siamo andati a Bebek, dalla parte europea del Bosforo. Una specie di ristorante postmoderno, molto carino. Diceva di volermi mostrare la Istanbul di oggi. Dopocena abbiamo fatto un lungo gito in macchina, mi ha fatto vedere l’università, la nuova biblioteca…”

Beve un sorso di spumante, poi posa nuovamente la testa sul cuscino, i suoi capelli biondi si spandono sul bordeaux della federa.

“Abbiamo passato questo ponte lunghissimo, lanciato fra una riva e l’altra, sai? Uno spettacolo, regge il confronto con il Golden Gate.”

“E poi?”

“Poi ha voluto mostrarmi il quartiere dove viveva.”

“Ti ha portato a casa sua?”

“Certo che no. Viveva con i genitori e un sacco di fratelli. Mi ha mostrato qualcosa di più prezioso…”

“Cioè?”

“Era il suo segreto.”

“Insomma, cosa?”

“La teneva in una rimessa per barche, sul fiume. Era veramente in pessime condizioni, forse anche per via dell’umidità. Ma insomma, era una vera Bentley.”

“Una Bentley?”

“Sì. Non si è spiegato bene, è stato vago… Ha detto che era un regalo di una vecchia coppia di inglesi, eccentrici, che si erano trasferiti ad Istanbul qualche anno prima. Lui se ne era preso cura, sembra sia stato un po’ il loro giardiniere, un po’ il loro tuttofare, anche un po’ il badante. Insomma, la moglie gli avrebbe lasciato l’auto, quando il marito è morto e lei ha deciso di tornarsene in Inghilterra.”

“Mmh… Forse erano dei simpatizzanti della causa curda.”

“Su questo non si è mai scoperto. Non parlavamo di politica.”

“Immagino.”

“Mi ha fatto salire, al posto di guida. Però non andava in moto. Così mi ha detto. Che ci stavano lavorando, lui e i suoi fratelli. Ma la macchina comunque era sua, solo sua. Eventualmente gliel’avrebbe prestata, qualche volta. Si capisce. Attorno a quella macchina ruotava tutto il suo mondo, o quasi. Il suo passaporto per la felicità.”

“E poi?”

Il silenzio dura qualche istante. Cosa sta passando per la sua testa? La porta della rimessa, socchiusa sul mistero della notte. Il buio, l’odore di umidità, il motore di una barca, lontano, lo sciabolare di una luce su vecchie pietre. E il sedile posteriore della Bentley.

“Niente. Aveva una bottiglia di Raki, me ne ha versato un po’. Abbiamo parlato. Dopo mi ha riaccompagnata in albergo. Cosa pensavi?”

Ride, si gira verso di me, mi bacia.

Ma no, non basta, ormai. Cos’altro? Cosa non mi sta dicendo? La gelosia è talmente out, specie con questo tipo di donna. Un sintomo inaccettabile di insicurezza. Ma non posso fare a meno di proseguire il suo racconto, con la fantasia. Il sedile della Bentley, la pelle sulla pelle, una sera di aprile, sul Bosforo. Il calore dell’alcol che si diffonde nel corpo, il sapore dell’anice sulle labbra. Un giovane arrivato lì dall’Anatolia, intraprendente, desideroso di emergere. Forse un membro della resistenza, che addesca le turiste perché, non si sa mai, può sempre tornare utile avere un punto d’appoggio in Germania, in Olanda o in Italia. Tutto è possibile, dove due continenti si toccano.

O l’avrà fatto salire nella sua camera? Ne avrebbe avuto il coraggio, sicuro. Agatha Christie dormiva nella 411, ci scrisse Assassinio sull’Orient Express, forse si nascose lì dentro, nel 1926, durante la sua famosa “scomparsa” di dieci giorni, dopo essere uscita dalla sua casa nel Berkshire.

Pera Palace: un nome, un invito alla seduzione.

E perché, Istanbul no? E Bisanzio? Costantinopoli? Fanno venire un brivido solo a pronunciarli. Il suo luogo dell’anima. Perché le ho chiesto di raccontarmi? Ancora non mi conosceva, aveva appena mollato l’idiota. E comunque, ciò che è stato è stato, no?

Si gira di nuovo. Mi dà la schiena, adesso. Dice che vuole dormire un po’. Il brontolio del tuono, fuori, il primo temporale di primavera.

Istanbul dev’essere magnifica. In quanto a me, però, ho paura che non riuscirò mai a farmela piacere, maledizione. Adesso che so anche quello che non so.

Annunci
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: