Rio

Luíz era lì ad aspettarci, all’aeroporto, come ci aveva detto. Magro, avvizzito, sorridente, con una buffa cravatta colorata che gli pendeva dal collo. Luíz il vagabondo, il poeta, il seduttore supremo, per la prima volta dimostrava molto, ma molto di più della sua vera età.

Ci siamo abbracciati. Ci siamo accertati di essere ancora, tutti e tre, tutti interi. Ha pronunciato la battuta che nei prossimi mesi sentirò mille volte, che andare in Brasile con la propria fidanzata è come andare all’Oktoberfest portandosi dietro una lattina di birra. Poi ha preso Silvia sottobraccio. “Sto scherzando”, ha sorriso, come faceva sempre.

E adesso via, ogni minuto è prezioso. Dobbiamo respirare l’aria di Rio a bocca aperta, coglierne il sapore, l’odore, la temperatura, il tasso di umidità, tutti i particolari che ci serviranno nel ricordo.

Attraversiamo la metropoli in taxi, gli passiamo le medicine comprate in Italia prima di partire. I quartieri intorno all’aeroporto sono già invasi dalla notte, poi la laguna, le gallerie che si aprono un varco fiducioso fra le montagne a strapiombo sulle spiagge, arterie artificiali in cui scorre traffico alimentato da motori ad alcol, entra da nord, esplode a sud dietro il Pan di Zucchero, schizziamo a Copacabana, i nostri occhi provinciali spalancati su famiglie beach volley gas di scarico Rio Othon Palace…Rio Othon, il grande hotel in cemento armato con la terrazza panoramica all’ultimo piano!

“Siamo arrivati”, dice Luíz, aprendo energicamente la portiera. Proprio di fianco all’hotel, in una palazzina, c’è l’appartamento di Manuel, che ci ospiterà durante queste prime giornate di ambientamento. Manuel è un amico del nostro amico. Molti anni prima è sceso anche lui dalla montagna, per fare fortuna. Non è andato all’estero, però. È rimasto a combattere nella grande città. Oggi è ricco, ha un’agenzia immobiliare, un soggiorno affacciato sul lungomare, una motocicletta e una domestica giovane e graziosa. Quando esce per andare al lavoro la domestica s’impossessa della casa, accende la televisione e dispone sul tavolo i suoi smalti per le unghie. Passa i pomeriggi al telefono, aspettando che lo smalto si asciughi, per poi toglierlo con l’acetone e ricominciare. Fa sfilare nella luce in penombra i protagonisti delle telenovelas, e si dice che lei, ragazza povera, vive già in una telenovela.

Manuel è un uomo pesante, taciturno. Un anno fa si è separato dalla moglie. “Lei non riusciva a sopportare i suoi silenzi”, ci ha detto Luíz.

Senza una parola ci mostra la camera degli ospiti.

Ma non è ancora ora di dormire, anche se siamo stanchi per il viaggio. Vogliamo vedere qualcosa, prima, vogliamo sentirci di nuovo una cosa sola, come in Italia, prima della sua improvvisa sparizione, quando passavamo notti insonni a fare progetti, bevendo vino rosso, discutendo di moda, politica, psicologia, musica, sesso, chiamando vita e altra vita, senza averne mai abbastanza. Lui era il nostro supertramp: più vecchio di noi, più pieno di esperienza, ci aveva travolti entrambi, con la sua vitalità, la sua passione. Luíz il genio e la sregolatezza, sempre a caccia, sempre alle prese con un nuovo amore, un nuovo lavoro, un nuovo libro, un biglietto in tasca per partire. Un odore di mare e di foresta, nei suoi vestiti. E noi, chi eravamo, ai suoi occhi? Aveva dormito a casa nostra, avevamo visto sorgere il mattino sulle campagne. Avevamo fatto e pensato cose che non avremmo confessato ai nostri migliori amici. Avevamo attraversato assieme quei prati e guadato quelle paludi, senza pentirci, senza voltarci indietro. Aveva lasciato alle sue spalle un vuoto spaventoso. Un silenzio di complicità e nostalgia, nella casa, in ognuna delle stanze che aveva visitato, dov’erano rimaste delle impronte.

Copacabana è invitante come un sogno infantile, si sdraia spudorata sul fronte di quest’estate americana. Coppie prendono il fresco sul passeggio lastricato, uomini e donne di tutte le età che si abbracciano, fanno jogging, oppure pedalano con il contatore dei battiti cardiaci legato ad un braccio. Culto del corpo, magliette attillate, gambe, pance, mani, braccia, nessuno fuma, nessuno fa caso alla giostra del traffico incessante.

Beviamo un cocco, quando il succo è finito il venditore lo fa in quattro con il machete. Luíz ci insegna a scavare la polpa con un pezzo di scorza.

Il camion della nettezza urbana frena davanti a noi. I netturbini smontano cantando gli ultimi successi della musica bahiana.

Un bambino ci chiede un real, un soldo, Luíz fa lo gnorri: “Non capisco”.

“Perché? – chiede il bambino – Da dove vieni?”.

“Dal Giappone”. Il bambino ride dello scherzo, si siede in braccio a Silvia, accetta una caramella.

“Non hai paura?” vorrei avere il coraggio di domandargli. Sappiamo tutti e tre il significato di questo nostro incontro.

È prossimo al confine più misterioso, e tutti gli altri al suo confronto sono nulla. Ma quando parla, quando arriva la sua voce, ben presto ci abituiamo di nuovo a lui, non pensiamo più al motivo per cui è tornato in Brasile, un anno fa, senza dire nulla, salvo poi a scriverci, una lunga lettera piena di humor e rimpianto, pregandoci di raggiungerlo il prima possibile, che non ci preoccupassimo dei soldi, avrebbe arrangiato tutto lui, “quello che conta è stare un po’ assieme”.

Tropico che sorridi, anche delle disgrazie, le onde si frangono alle nostre spalle, contro la spiaggia illuminata a giorno dai riflettori, e noi ci chiediamo cosa mai avrà spinto questo oceano a scegliere questa riva.

 

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