Atene

Nella sua mente di bambina la città le era rimasta impressa per gli odori, due in particolare: quello del mare e quello del mercato coperto. Le avevano detto che aveva cinque anni; Atene era stata una tappa lungo la rotta per le isole, che li aveva portati su su, di porto in porto, attraverso l’Egeo, fino a Patmos, l’isola dove a San Giovanni era stata rivelata L’Apocalisse.

Adesso il padre era morto e lei era in vacanza con la madre, una signora anziana con un bel taglio di capelli, le braccia nude. “Vacanza”, che parola strana per una situazione del genere, continuava a ripetere, tra sé.

Subito dopo averle proposto quel breve viaggio si era pentita, ma ormai era tardi: la madre, pur schermendosi, come si usa, aveva accettato di buon grado. Per settimane si era chiesta che cosa avrebbero fatto, assieme; certo, lei aveva la scusa della sua ricerca, dei documenti che doveva raccogliere, delle persone che doveva incontrare all’università e in un paio di musei. Mentalmente si era già preparata una via di fuga. Certe mattine avrebbe lasciato la madre da sola, l’avrebbe lasciata libera, come le aveva detto, usando fino in fondo le possibilità offerte dal linguaggio a chi si sente in imbarazzo. Si era angosciata sia per il tempo che avrebbero trascorso assieme, sia per quello che avrebbero trascorso separate, sia per quello che lei decisamente non avrebbe avuto per stare dietro a tutte le sue altre cose, cose che non potevano aspettare ancora, era già molto in ritardo.

Ma non se l’era sentita di prendere camere separate; erano scese in un albergo vicino a piazza Syntagma, più costoso di quelli in cui di solito dormiva quando viaggiava per lavoro.

Durante il volo, e poi in albergo, la madre le aveva svelato alcuni dei piccoli dettagli della sua vita, che lei ignorava. Gli appuntamenti ad ore fisse con le medicine, il suo pudore nel mostrare certe parti del corpo, la sua passione per un vecchio paio di ciabatte comode, il suo desidero un poco ossessivo di “non voler essere d’intralcio”. Pochi minuti dopo aver messo piede nella stanza, ad esempio, e nonostante la stanchezza, aveva insistito per uscire “a prendere un po’ d’aria”. Non aveva voluto che l’accompagnasse, anzi, l’aveva quasi pregata del contrario. L’aveva trovata poco dopo al tavolino di un caffè, dall’altra parte della piazza, sotto un ombrellone che la riparava dal sole ancora forte. Se ne stava seduta da sola, guardando il traffico che scorreva davanti a sé.

Una stretta al cuore. L’impossibilità di manifestare i propri sentimenti, che aveva contrassegnato gran parte delle loro esistenze.

Ora stavano aspettando la cena che avevano ordinato, seduti ad un tavolino all’aperto di un ristorante sotto l’Acropoli. La stagione turistica era appena cominciata. Agli altri tavoli sedevano coppie tedesche di mezza età e famiglie greche. In quelle sere di giugno, così cariche di aspettative, Atene era perfetta.

“Domani vedrai il Partenone”, le disse, per rompere il silenzio che era calato fra loro.

La madre si riscosse. “Tu non te lo ricorderai, ma una volta siamo andati, con tuo padre, al British museum di Londra. Avevamo visto il fregio del Partenone, e anche una delle Cariatidi dell’Eretteo che Lord Elgin aveva portato in Inghilterra.”

“Quando è stato? Prima che venissimo in vacanza qui, vero?”

“Sì, eri molto molto piccola.”

“Quella volta del gatto?”

“Sì”, sorrise la madre, cosa che le fece piacere, evidentemente le aveva risvegliato un ricordo caro, un ricordo che non le apparteneva, quella storia lei non se la ricordava affatto, la conosceva solo perché ne aveva sentito parlare spesso dai genitori, sempre con quel tono tenero e divertito. La storia del gatto.

Sua madre stava lì. Con le mani in grembo, gli occhiali sul naso, i capelli bianchi, sottili. Identica ad una delle anziane signore di Monaco di Baviera che passeggiavano per strada o che sorseggiavano un Ouzo allungato con dell’acqua ai tavolini dei bar. Stava lì, sapendo cose di lei che lei stessa ignorava. Era questo il mistero profondo, lo sapeva bene, solo, cercava di non pensarci troppo spesso. Essere figli significava ignorare per sempre delle cose di sé, cose che i genitori invece conoscevano, perché le avevano vissute di persona, perché ne erano stati parte. Significava anche la lenta, spesso indesiderata assunzione di responsabilità che si accompagna all’arrivo dell’età adulta. Ci si è appena sbarazzati delle responsabilità proprie dell’essere dei ragazzi, delle persone incompiute – costruirsi una vita, non perdere la retta via, non deludere le aspettative – ed ecco che ci si ritrova di nuovo gravati di pesanti responsabilità, ma stavolta le parti sono invertite, stavolta sono loro, i genitori divenuti anziani, ad essere un poco incompiuti, un poco privi di peso, un poco irresponsabili. Persone a cui “stare dietro”.

“Ti porterò in quel negozio di stoffe”, le disse. La madre amava le stoffe, conosceva la lunga, affascinante storia dei tessuti, le rotte che avevano tracciato sulle carte geografiche del mondo, i cambiamenti che avevano prodotto nelle persone e nelle economie dei paesi.

La madre stavolta non sorrise, né disse nulla. Pensò di lasciarla così, di lasciarle respirare quell’aria calda, quel profumo di gelsomini. Forse stava pregustando la cena, le persone in là con gli anni sanno apprezzare queste piccole cose, non come lei, che mangiava sempre di corsa, senza gioia. Teneva le sue ciabatte comode della borsetta, buone per ogni evenienza. Ma probabilmente, per non mettere in imbarazzo la figlia, le avrebbe lasciate lì dentro.

Pensò che rimanevano ancora due giorni, e che si sarebbe sforzata di farglieli passare bene. Che avrebbe annullato un paio di appuntamenti, che avrebbe fatto il possibile, almeno, per recuperare, per tirare fuori il meglio da quella parentesi nelle loro vite, anche se il tempo era poco, sì, il tempo è sempre più scarso, sempre più scarso per tutto e per tutti, specie per le persone a cui si vuole bene. Specie di questi tempi.

 

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