Colombo

Lei fa la prima vasca pensando a sua figlia. La piscina è vuota, l’acqua leggermente salata. Oltre il parapetto, qualche metro più sotto, le onde dell’oceano si frangono contro la scogliera.

“Chi è che spegne le luci dei lampioni, ogni mattina?”

Questo le aveva domandato. Chissà perché le viene in mente adesso. Un ricordo legato ad un’altra città, in Europa, una città fra le montagne, un altro clima. Tutte le mattine l’accompagnava all’asilo. Mara aveva osservato quel particolare, che appena uscivano, almeno in quella stagione dell’anno, la stagione dei cappotti e delle sciarpe, le luci dei lampioni si spegnevano. I bambini osservano anche quello che ai noi sfugge, anzi, soprattutto. Con concentrata ostinazione.

Fa la seconda vasca pensando alla cena. Conosce bene il Galle Face hotel, un pezzo di storia coloniale sul lungomare di Colombo. Fuori, oltre al colonnato e al parcheggio, il prato che un tempo gli inglesi usavano per le esercitazioni militari. Famiglie fanno volare gli aquiloni. Lungo la passeggiata che costeggia la riva dell’Oceano, coppiette si riparano dietro grandi ombrelli dei colori dell’arcobaleno.

Qualcuno scende sulla striscia di sabbia per giocare con le onde, sempre impetuose. Le donne portano vestiti di cotone, ridono quando l’acqua li bagna incollandoli alle cosce. La prima volta che aveva dormito qui era un’inviata, seguiva il lento evolversi del conflitto fra Cingalesi e Tamil. Mara certi giorni stava con il padre, certi altri con la nonna, la madre di lui, nella grande casa con il tetto rosso.

Fa la terza vasca e pensa che questa è la prima volta, di nuovo la prima volta, e mentre le entra un po’ d’acqua salata in bocca pensa alla cena che l’aspetta, nel giardino ombreggiato dalle palme e con quella specie di scacchiera in mezzo al prato, quadrati bianchi e neri, su cui poggiano i tavolini, le piace il tonno alla piastra. Pensa alla cena e non riesce, proprio non riesce a non pensare ancora a Mara, al suo matrimonio precoce, al precoce distacco. Si sposò a Shangai, dove era approdata con una borsa di studio. Aveva seguito la madre nella sua passione per l’Asia. Sono due anni che non la vede, eppure ha viaggiato così tanto, nella sua vita. L’acqua è un po’ salata e il vento porta fin sulla piscina profumi di mare, e giungla, e incenso e di qualcos’altro che brucia.

Fa la quarta vasca, la piscina è sempre vuota. Il corpo risponde a tono, ha belle braccia, gambe lunghe come allora, come quel pomeriggio quando incontrò Karl, fu lui a presentarsi, lei sorseggiava un thè, nel giardino dell’albergo, stravolta dal viaggio e dal caldo improvviso, soffocante, alle prime armi, lui scriveva per il Guardian, era di origini tedesche. Il giorno dopo salirono al nord assieme ai fotografi, verso le roccaforti Tamil. Si stava preparando una nuova offensiva governativa. Non aveva mai visto dei buddisti fare la guerra. Tutto questo molto prima dello Tsunami, e prima dei massacri finali. Tre sere dopo, di nuovo qui, al Galle Face hotel, Karl era entrato nella sua camera, ubriaco, gli occhi accesi. L’aveva presa subito, furiosamente, entrambi avevano cercato di dimenticare le scene che avevano raccontato poche ore prima nei loro reportages.

Fa la quinta vasca. Karl aveva una cicatrice sul collo, gli occhi liquidi, stranamente sembrava spesso che stesse per piangere. Dopo la fine del suo matrimonio c’erano state brevi storie alternate a lunghi periodi di solitudine, chiamiamola così. Mara era cresciuta su gambe altrettanto lunghe delle sue, con la madre del suo ex-marito. Dal padre, aveva preso la rotondità del viso e la sensibilità per la musica.

Questa è la prima volta, pensa. La prima volta che viene qui in vacanza, solo in vacanza. Senza dover intervistare nessuno. Senza debiti con il passato, senza obblighi verso il futuro. Ama questo paese lussureggiante, i fiumi e le spiagge, le rovine di antiche città in cima a scogliere rocciose che sorgono dalla pianura come un miraggio, i buddha nascosti nelle grotte, gli insetti che strisciano sui fiori.

Fa la sesta vasca. Potrebbe andare avanti all’infinito, la piscina è corta, si ritaglia uno spazio appena sufficente fra l’ala nuova dell’hotel e l’oceano. Lei ha scelto una camera nella parte vecchia, quella più ricca di fascino, quella che porta le impronte dei tanti che vi hanno soggiornato, uomini politici, scrittori, artisti, ricchi uomini d’affari. E tra poco lui arriverà. Che sorpresa. Ma c’è ancora tempo. Ha tutto il tempo per asciugarsi i capelli e indossare l’abito di lino, per qualche goccia di profumo sul collo e fra i seni, lasciamo intanto che scenda il sole, lasciamogli dare pace alla terra, lasciamo che il vento porti un po’ di sollievo. Quando Karl l’aveva presa, quella sera, era appena uscita dalla doccia, ancora tutta bagnata, troppa la fretta, troppa l’esigenza di tener tesa quella corda, prima che si spezzasse. Sì, forse l’attesa l’avrebbe spezzata, forse altrimenti sarebbero tornati ad essere due persone qualunque, due giornalisti in procinto di ripartire, verso guerre più raccontate.

Il suo fotografo, che dormiva nella stanza accanto, aveva sentito tutto.

Fa la settima vasca nella piscina vuota e beve di nuovo. Questa vasca la fa cercando di non pensare. Solo scheggie di coscienza fra una bracciata e l’altra. Mara. Karl. Eelam. 1987, l’intervento dell’India. Elefanti nei fiumi. Corpi sudati. Luci dei lampioni. Le crudeltà di un paese di smeraldo. Sri Lanka. Ceylon. Serendib. Mara. Prima volta. Karl. Acqua poco salata.

L’ottava vasca è l’ultima, poi andrà in camera a lavarsi e a cambiarsi. Ha un appuntamento con uno sconosciuto, un bel tipo, alto, abbronzato, accento irlandese, non sa nemmeno che lavoro faccia o abbia fatto, nella sua vita, forse il delegato di un’agenzia umanitaria, forse un commerciante, l’ha abbordata a colazione, come Karl, forse era seduta allo stesso tavolino, doveva fare una visita (mistero! A chi?), si è assicurato che l’avrebbe ritrovata, più tardi, le ha proposto di cenare in un ristorante poco lontano. Lei ha detto che preferiva rimanere lì, è così bello il giardino del Galle Face, e in quale altro posto puoi cenare in riva all’oceano, con la comodità della tua stanza a pochi passi? “Sì”, aveva convenuto l’uomo, come se avesse capito.

La sera si distende sul lungomare di Colombo, oltre il Green, dove un tempo gli inglesi mettevano in scena le loro parate, si distende laggiù verso i grattacieli, le “torri gemelle”, come le chiamano, e più oltre, oltre la stazione, il quartiere musulmano e i vicoli intricati, verso i villaggi turistici, le missioni, le piantagioni, le foreste. Chi è che accende le luci dei lampioni, chi pigia il magico interruttore?

Fra poco si guarderà allo specchio, metterà gli orecchini, l’anello con l’ambra, forse telefonerà a Mara prima di scendere. Era indecisa se fare questo viaggio o meno, ma ora già sa che, forse per la prima volta (è davvero la prima volta? E’ proprio possibile? Quante volte nella vita puoi avere la tua prima volta? E quanto dura, la prima volta?) lei si sentirà, a dispetto dei ricordi, e della solitudine, e di tutte le ore d’aereo per arrivare, in faccia a tutto il mondo… si sentirà magnificamente bene.

Annunci