Praga

“Allora?”

“Mah, guarda.”

“Dai, che sono curiosa.”

Beve un sorso di vino, mette in bocca una patatina. Ha la bocca perfettamente disegnata. Sembra perfettamente consapevole del fatto che mentre i suoi denti si chiudono crepitando ci sono almeno tre uomini nel locale che trattengono il respiro.

“Insomma, eravamo in questo posto, sulla riva della Moldava, oltre il ponte Carlo, ci eravamo seduti fuori, faceva un caldo in quei giorni….”

“Dunque, fammi pensare, quello con le statue?”

“Sì, certo, quello bello, quello che collega la città Vecchia a Malá Strana. Comunque, ero lì con le due ragazze con cui dividevo l’appartamento, e c’erano questi due uomini seduti vicino a noi.”

“Sì.”

“Sui quaranta, l’aria un po’ intellettuale. Insomma, ci hanno sentito che parlavamo, di cosa vuoi parlare a Praga?”

“Sesso?”

“Kafka, Arianna! Insomma, hanno attaccato bottone, poi hanno spostato le sedie, e abbiamo iniziato a fare conoscenza.”

“Un classico.”

“Sì. Uno dei due in particolare, dopo un po’, ha iniziato a parlare solo a me, praticamente. Ci siamo come appartati, sai, quelle situazioni, anche se eravamo seduti tutti assieme. Quelle situazioni in cui scatta qualcosa. Di magico. Istantaneamente. Ci si guarda negli occhi e…ti sembra di conoscerla già da anni, quella persona.”

“Sì.”

“Come se appartenesse al tuo passato, o a una vita precedente.”

“Di cosa parlavate?”

“All’inizio appunto di Kafka, del suo rapporto con il padre. Da lì sono passata a raccontargli del mio rapporto con mio padre. Lui a sua volta mi ha parlato di sua figlia, ha una figlia di vent’anni, che studia all’estero… Poi di sua moglie….”

“Era sposato.”

“Si. Non me l’ha nascosto. Sai che io non mi faccio problemi, se non se ne fanno loro.”

“E poi?”

“Per fartela breve, dopo un po’ le mie amiche hanno deciso di andare in una discoteca lì vicino con quell’altro. Mi ha fatto capire che non ne aveva molta voglia, e così ho deciso di rimanere con lui. Abbiamo iniziato a girare, Praga poi è bellissima, e figurati a maggio, ci siamo detti di tutto, tantissime cose, a pensarci adesso penso che mi abbia presa per pazza. Ma anche lui ha raccontato tantissimo, della sua vita, dei suoi amori, io ad un certo punto pendevo dalle sue labbra, ci siamo fermati di nuovo in piazza San Venceslao e siamo andati avanti per altre due ore.”

”Cos’aveva di interessante?”

Beve un altro sorso. L’aria estiva le accarezza le gambe. E’ lontana da lì, adesso, è tornata a casa. Un po’ le viene da ridere. Un po’ però sente che le luccicano gli occhi.

“Aveva tutto, di interessante. Come parlava. Come mi ascoltava. Ed era così bello… Gli ho parlato di Osvaldo, di questi amori a distanza, lui aveva avuto diverse storie così, mi ha detto che aveva anche sofferto per amore.”

“Insomma, era perfetto.”

“Sì, eravamo perfetti. Finché ad un certo punto siamo finiti sotto casa sua, non quella dove abitava con la moglie, aveva un piccolo studio vicino al quartiere ebraico, in un palazzo vecchio. Quando me lo ha detto eravamo proprio sotto e…tu cos’avresti pensato?”

“Non ti aveva detto che ti stava portando lì?”

“Non, stavamo ancora passeggiando, ho fatto chilometri quella sera.”

“Avrei pensato ovviamente quello che hai pensato tu.”

“Appunto. Avrei preferito forse che me l’avesse detto prima che stavamo andando da lui, ma comunque, ero contenta.”

“Ti ci vedo.”

No, pensa, non mi vedi com’ero quella sera. Vestita da parata, elettrica. Una porcellana. Ero la ragazza sconosciuta che in una sera di primavera il destino gli aveva consegnato in un piatto d’argento, nella perfetta congiunzione astrale, sotto al cielo della città magica.

“Era all’ultimo piano, una mansarda, piccola, ma carina. Una scrivania, un letto, un bagno, un frigo con le birre…”

“Tutto quello che serviva.”

“Si, anche di più”.

“Dai, allora. Cos’è successo?”

“Ecco, cos’è succeso. Mi ha tirato fuori un album fotografico, lui da bambino, suo padre, sua madre, i monti Tatra…”

“I monti Tatra, sì?”

“Mi ha offerto un’altra birra, anche se non ce n’era bisogno a quel punto…”

“Sì?”

“Mi ha parlato ancora del suo lavoro, dei suoi viaggi, dei suoi tatuaggi…”

“Sì?”

“E insomma, io ero lì, sul divano, erano le due di notte, insomma…mi aspettavo che si decidesse. Anche perché iniziavo ad essere un po’ stanchina.”

“E allora?”

“Ecco, e allora”.

“Allora?”

“Così.”

“Come così. Fammi capire. Non ti è saltato addosso?”

“Ecco.”

“Poi ad un certo punto mi ha detto che era tardi, che mi avrebbe riaccompagnata, dovevo attraversare di nuovo mezza città, non dico altro.”

“E non è successo niente?”

“Niente di niente. Quando siamo arrivati sotto al mio appartamento mi ha fatto un discorso, ancora, mi ha detto – di nuovo! – che era stato deluso, in passato, ha fatto un lungo giro di parole sul fatto che gli sarebbe piaciuto rivedermi, forse, mi ha lasciato il suo cellulare, non ha neanche voluto il mio, ha detto che voleva lasciare decidere a me – cosa, poi – ed è sparito.”

 Si sorridono e finiscono entrambe di bere.

“Ovviamente non l’hai chiamato.”

“Ti pare. L’ho preso come un segno del destino. Tu, ragazza, non combinerai nulla, a Praga! Poi tanto ero alla fine dello stage… Così.”

“Questi uomini.”

Fa una smorfia. Ridono assieme. Mezzo locale si gira a guardarle. Cos’avranno, di bello, da ridere, quelle due grazie?

“Mica tutti così, però.”

“Beh, no.”

“Le mie due amiche, per esempio, sono tornate il giorno dopo, alle tre del pomeriggio.”

“E?”

“Bastava guardarle in faccia per capire che a loro era andata un po’ diversamente….”

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