Palermo

Nessuno ha mai saputo chi fosse veramente quell’uomo. Nessuno ha mai saputo la sua età. Quando l’abbiamo visto la prima volta con mia zia, dimostrava forse cinquant’anni. Dieci anni dopo, era sempre uguale. Vent’anni dopo, quando è morto, era sempre uguale, solo con qualche capello in meno. Era alto, allampanato, il viso cavallino, i lineamenti rozzamente scolpiti, da una mano imprecisa ma decisa. A quanto si sapeva era un rappresentate, una specie di rappresentante.

Lavorava per una casa discografica, ma non saprei dire a che livello. Tanto comunque bastava perché agli occhi di noi “nipoti” assumesse caratteri quasi leggendari, e al tempo stesso un po’ corrotti. Corrotto doveva esserlo per forza, per stare con mia zia. Tutti sapevano che vita aveva fatto prima che arrivasse lui.

Faceva la spola fra Milano e la Sicilia, non veniva a Palermo regolarmente, i suoi soggiorni non avevano mai la stessa durata. Si diceva che, quando arrivava, mia zia la sentissero in tutta l’Albergheria. Si diceva che al mercato di Ballarò si voltassero quando sentivano le urla, si dessero di gomito l’un l’altro, si facessero l’occhiolino. Lui la portava a cena in un ristorante vicino alla cattedrale, Shakesperare e co., li conoscevano benissimo e li trattavano altrettanto, a parte che lì erano gentili con tutti. Si diceva avesse un debole per i panini con la milza, che non mancasse mai di fare un salto all’Antica Focacceria San Francesco. Si diceva che amasse il teatro dei Pupi, i mosaici di Monreale, le oscure catacombe dei Cappuccini, con i loro morti imbalsamati che mimano la vita. Mia zia aveva perso la testa, chiaramente. Prima l’aveva persa per un sacco di uomini, quindi in fondo solo per se stessa, perché se ami questo e quello, se voli come l’ape sui fiori, è solo di quell’andare che ti importa, ti inebri della varietà. Quando è arrivato lui è diventata un’altra. Non si mosse più da Palermo, non fece più nulla, smise anche di andare a Positano, dove aveva trescato per tanto tempo. Lui la manteneva, lei teneva qualche bambino del quartiere, adesso le madri erano tornate a fidarsi di mia zia perché avevano visto il cambiamento, era di nuovo la brava ragazza che avevano conosciuto quando era piccina.

Si diceva fosse sposato, che avesse una famiglia, a Milano. Questo era chiaro. Il punto semmai era un altro: quante ne aveva, in giro, come mia zia? Non l’abbiamo mai saputo. Quando lo conobbe, mia zia aveva meno di trent’anni. E’ invecchiata con lui, anche se ci sono stati dei periodi in cui l’ha visto pochissimo e mai nelle feste comandate. Se veniva d’estate, la portava al mare a Taormina, a San Vito lo Capo, anche a Mondello, naturalmente. Una volta la portò a Roma perché con gli anni mia zia era diventata una buona cristiana. Una volta dovevano avere litigato perché mia zia non uscì di casa per una settimana, dopo che lui era ripartito, i vicini la sentivano piangere dalla mattina alla sera e anche urlare, non come quando arrivava al culmine del piacere, ma insomma, urlare.

Mi ricordo una sera, quando lui stava da mia zia andavo spesso a trovarlo, anche se mia mamma non era contenta, non li aveva mai invitati a casa nostra, non ne voleva sapere di lui, io comunque stavo finendo il liceo, stavo prendendo il volo, una sera andai a trovarli e lui mi mostrò delle foto, stampate, se le faceva stampare, non amava il computer, era con Vasco Rossi, con Alice, con Eros Ramazzotti, in una persino con Sting e con un altro che non conoscevo, nella tenuta toscana di Sting, mi spiegò. Soldi ne aveva, ma in che cosa consistesse veramente il suo lavoro non lo sapevamo, sapevamo che spesso, quando era in Sicilia, aveva da fare a Catania, oltre che a Palermo, che aveva amici nell’agrigentino, gente del Nord che aveva investito in un’azienda agricola. Non veniva mai con la sua macchina, sempre con l’aereo, e affittava una macchina all’aeroporto, gli piacevano le auto sportive. Ogni tanto ci regalava dei biglietti per qualche concerto. Ma ad un certo punto non mi interessò più, perché avevo iniziato ad ascoltare il jazz.

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