Le Mystère des Voix Bulgares

“Nel 1986 ascoltai alla radio, per caso, di notte, un brano vocale eseguito da una solista accompagnata da un coro femminile: il disegno melodico e l’armonia erano vagamente arabeggianti, il tipo di vocalità, ovvero il timbro e la maniera di fiorire la linea melodica, erano qualcosa che non avevo mai sentito prima. Riuscii a registrarne al volo un pezzetto su una audiocassetta, lo feci ascoltare a diverse persone. Quasi tutti ne furono molto colpiti, gli uomini più delle donne, invero, ma io non potei risalire all’identità del brano. Nell’autunno dell’anno successivo, nel negozio Ricordi di via Montenapoleone, che ora non c’è più, trovai una serie di lp americani in offerta speciale. Fra questi, c’era un disco intitolato “Music of Bulgaria”, della Nonesuch, che mi incuriosì.

Conteneva una serie di brani registrati a Parigi nel 1955 dal Coro e dall’Orchestra dell’Ensemble della Repubblica di Bulgaria diretti da Philip Koutev. Non mi succede praticamente mai di riascoltare i primi brani di un disco nuovo prima di averlo ascoltato tutto una volta, ma in quell’occasione non potei esimermi. Fu per me un’autentica folgorazione. Appresi che queste musiche appartengono alla tradizione popolare, e sono state arrangiate o completamente trasfigurate da un gruppo di compositori bulgari appartenenti a una scuola il cui capostipite fu proprio Philip Koutev. Le caratteristiche che rendono assolutamente unico questo filone sono, in sintesi: la voce non impostata delle donne (sono soprattutto le donne a cantare, mentre gli strumentisti sono quasi sempre uomini), che ricorda il suono delle cornamuse, il modo strano di fiorire le melodie, con melismi e urli che appaiono quasi animaleschi, la diafonia asperrima, cioè la combinazione polifonica di voci che formano intervalli armonici regolarmente dissonanti (in genere seconde o none), i ritmi irregolari (se n’era accorto Bartók, che si era chiesto se per caso i bulgari non fossero tutti zoppi, riscontrando la facilità con cui sapevano eseguire combinazioni ritmiche che per noi sono difficili anche da decifrare).

Circa un anno dopo la mia prima emozionante scoperta, trovai il disco dal quale era tratto il brano ascoltato quella notte alla radio: il pezzo era “Kalimankou Denkou”, di Krassimir Kurkshiyski (la traslitterazione di questi nomi è un grosso problema: li troverete scritti in decine di modi diversi); la solista era la grande Yanka Roupkina. Il disco era il volume I de “Le mystère des voix bulgares”, curato da Marcel Cellier, il musicista, musicologo e organista che ha portato alla conoscenza del mondo occidentale questo straordinario repertorio. Più o meno nello stesso periodo potei ascoltare, in un grande teatro milanese incredibilmente traboccante di gente entusiasta, il concerto dell’Ensemble della Radio Televisione Bulgara diretto da Dora Hristova: un’esperienza che non dimenticherò”

da claudiocolombo.net

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