Firenze

L’amore nel pomeriggio era diverso rispetto a quello della notte e diverso anche rispetto a quello della mattina. La luce di aprile entrava nella camera passando attraverso i doppi vetri e le tende, era la luce lattiginosa di aprile, passava attraverso le nuvole, spandeva chiarore diffuso, la luce di aprile li rivelava.

Nella camera entravano anche i suoni. Era la vita della città di fuori, tutt’attorno, si allargava in cerchi concentrici, rifrangendosi sulle pendici dei colli: due donne che si salutavano in cortile, un colpo di clacson, di giovedì il mercato di strada che smobilita con rumore di cassette, di pali di ferro caricati su camion e furgoni, di motori che fanno manovra in spazi limitati. Se avesse fatto attenzione, se avesse avuto gli stessi poteri di Freccia Nera, avrebbe potuto sentire persino il rombo remoto dei treni, il ticchettio delle tastiere dei computer negli uffici, l’allegro vociare dei bambini all’uscita dell’asilo, gli schiamazzi su e giù per il Ponte Vecchio, e tutto questo significava qualcosa per lui, e qualcosa di diverso per lei.

Lui avrebbe voluto conoscere i suoi suoni, quelli che lei aveva udito da bambina, per anni, quando viveva sull’Appennino, quando si svegliava, faceva colazione, la mamma la vestiva e poi ad un certo punto aveva imparato a vestirsi da sola, a prendere l’autobus per venire a Firenze, ma non è la stessa cosa, vivere o farselo raccontare, un pensiero irragionevole; per un istante, prima, aveva desiderato essere lei, aveva desiderato acutamente poter rinascere in lei e rivivere la sua vita in quel corpo, da zero, dall’inizio e attraverso le sue infinite scoperte. Nell’arco della bocca, nella curva del collo, nell’incavo del grembo, fino alla punta dei piedi.

A volte gli sembrava che tutta la città si affacciasse, che non fossero soli. Tutti gli avvocati e gli architetti e i vigili urbani e i venditori ambulanti e le maestre e le suore e gli artisti di strada e i guardiani dei musei, e i cortei… Poi si chinava e non ci pensava più, non pensava più a niente tranne che a quello che stava facendo, un gesto come, ecco, un po’ come portare alla bocca il piatto della vita, magari fossero sue quelle parole, invece era certo di averle lette in un libro, ma le sentiva come sue, del resto a questo servono le parole nei libri, sono parole che rivelano, come un certo tipo di luce.

A volte sentiva passi scendere le scale del caseggiato, di persona anziana, un piede davanti all’altro, oppure voci di ragazzi impazienti nel salire, stavano al terzo piano e non c’era ascensore. A volte pensava al tempo che sarebbe passato fino a quando lei non fosse tornata di nuovo lì e gli sembrava impossibile, impossibile che lei riuscisse da sola a guadare tutta quella distanza, fino a raggiungerlo, nella stanza, quella folla che occupava i marciapiedi, quelle schiere di turisti, quelle schiene, quegli ubriachi che barcollano e ti rovinano addosso. Poi il tempo accelerava. Tutto era liquido, accecante come un lampo. Li lasciava sfiniti.

Più tardi, le cose sembrano sempre diverse rispetto alle ore della notte, quando l’unica luce ad illuminare la stanza è quella della lampada sul comodino. Oggetti riposti in cima all’armadio, un candelabro, delle coppe che aveva vinto suo padre, un busto di Cristo, il fodero di una spada…

Sdraiati, pelle a pelle, l’uno nelle braccia dell’altra, sapeva che quelle cose erano lì da trent’anni, sapeva anche che per lei rappresentavano qualcosa di diverso che per lui o forse lei non le vedeva neanche, teneva gli occhi chiusi e ad un certo punto sentiva che le stava schiacciando il braccio, si sollevava per permetterle di sfilarlo da dietro la schiena ma lei non lo sfilava, solo lo sistemava diversamente, lui le posava una mano sul seno, il cuore batteva nell’incavo della sua mano.

Se hanno tempo di restare, se parlano, ridono o stanno in silenzio, lentamente ombre si addensano negli angoli. La sera porta altri rumori e se per caso si addormentano – o anche se rimangono immobili – l’ombra alla fine li nasconde.

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