Itaca

Anna aveva accolto l’invito dei Fraenkel soprattutto per Itaca, Itakhi, come si ostinavano a chiamarla loro, l’isola di Penelope l’afflitta, della Fedele. Per il resto, non era un’amante delle vacanze in barca, le sembrava sempre di essere di troppo a bordo. La rotta prevedeva alcune soste lungo la costa orientale dell’Adriatico, per poi puntare verso le Ionie. Itaca, aveva scoperto, era un approdo molto frequentato.

Al mattino erano scesi a terra, per fare rifornimenti. Mentre il signor Fraenkel si occupava della barca, assieme al figlio più piccolo, lei e la signora Fraenkel, accompagnate dal maggiore, Riccardo, avevano deciso di fare una passeggiata fino alla grotta delle Ninfe, uno dei luoghi omerici. La passeggiata si rivelò una vera e propria escursione, su per un sentiero di montagna, fra gli ulivi, i cespugli di mirto. Il frinire delle cicale era così forte da stordire. Le due donne discussero tutto il tempo di miti e di religioni, i Fraenkel erano ebrei non osservanti, erano amiche fin dai tempi del liceo, Anna ricordava ancora di quando lei le aveva raccontato di avere incontrato il suo futuro marito, durante un viaggio a Gerusalemme, il primo per entrambi in Israele.

Arrivate alla meta, che si rivelò essere solo un buco nella terra, uguale a tanti altri disseminati su quelle montagne scabre, il guardiano offrì loro dei fichi. Era piacevole stare sedute all’ombra, lasciare scorrere il sudore sulla pelle. Era piacevole non sentire per qualche ora il dondolio della barca. Ma in certi momenti, Anna, se interrogata, avrebbe dovuto ammettere di essersi distratta a causa del ragazzo.

Riccardo era un adolescente sorprendentemente gradevole in tutto, con modi già adulti, il fisico asciutto e abbronzato, la barba che copriva le poche tracce di acne giovanile. Grazie a lui quella crociera le era risultata più sopportabile. Avevano giocato a dama, a volte sotto lo sguardo compiaciuto della madre e di quello indifferente del fratello più giovane, avevano nuotato al largo di luoghi come le isole Kornati, Mljet, Dubrovnik. Grazie a lui, aveva superato gli attacchi di ansia che l’universo concentrazionario della barca le creava di tanto in tanto.

Il pomeriggio attraccarono in una baia solitaria, dall’altra parte dell’isola rispetto al porto. La costa era rocciosa, la vegetazione selvatica scendeva fin quasi sulla riva del mare. L’acqua era ferma come quella di un lago. Nel pomeriggio assolato tutto appariva immobile, tutto taceva a parte gli insetti. Anna passò gran parte del tempo a leggere “Anna Karenina”. Salì in coperta verso le cinque, senza avere esaurito le sue riflessioni. Cos’era il tradimento? Certamente suo marito l’aveva tradita, ma aveva anche detto di non avere mai smesso di amarla, mentre lo faceva. Ed in effetti, a lei non era sembrato di essere stata meno amata, il che comunque non vuol dire niente, forse soltanto che era meno sensibile della maggior parte delle donne (perché, si dice, lo diceva spesso anche la signora Fraenkel, con la sua consueta franchezza, “una donna se ne accorge, oppure fa finta di non accorgersene”).

E in quanti altri modi si poteva tradire? Si poteva tradire, ad esempio, la fiducia di un’amica, un’amica del cuore, anche se aveva messo un po’ di distanza fra loro dopo il matrimonio? Si poteva tradire la fiducia di una coppia di amici, anzi, di una famiglia? Il pensiero le aveva trasmesso un profondo languore, una dolorosa sensazione di colpa, ma piena di voluttà. Doveva essere questo, sì, che provavano le Anne Karenina del mondo. Una sofferenza come un orgasmo, un vuoto che risucchia, un calore bianco. A cosa poteva assomigliare, tutto questo? A quando si piange per la felicità, o più raramente per il piacere. Un moto che non può essere governato. Chissà se Penelope aveva mai avuto sentore che si potesse nascondere una cosa del genere, dentro di lei,da qualche parte.

Il signor Fraenkel, assieme al figlio minore, si preparava ad esplorare un tratto di costa con il gommone. Anna declinò cortesemente l’invito. Si stava bene in coperta, adesso. Si stava avvicinando il momento del giorno che amava di più.

Alle 6 il cielo sbiadì, divenne quasi bianco. Anche l’acqua subì quel mutamento. Era la luce che di solito precede il temporale, che rende tutto così irreale. Ma non accadde nulla, e poco dopo ognuno di essi ebbe la netta percezione della sera che si approssimava.

Il signor Fraenkel tornò con del pesce, lanciando un ululato che fece volare via un uccello, acquattato fra i cespugli. Disse che lo avrebbero cucinato per cena. Il ragazzo più piccolo era molto orgoglioso di quella pesca.

Fu a quel punto che Riccardo le propose una nuotata oltre l’imboccatura del golfo. Anna guardò automaticamente la signora Fraenkel, che stava fumando la sua sigaretta del tardo pomeriggio, fin dal primo giorno aveva capito che il maggiore era della madre, ancora. “Oh, andate pure – disse lei, come risvegliandosi da un sogno – ci vorrà ancora più di un’ora.”

Si tuffarono. Poi, tenendo la testa sopra il pelo dell’acqua, nuotarono a rana fino all’ingresso della baia. Ad un certo punto, lui le fece un cenno, e lei lo seguì, seguì i suoi piedi che si aprivano e si chiudevano, i muscoli guizzanti dei glutei dentro il costume, fino a quando la barca, e la baia, non scomparvero dalla loro vista. Cirri fluttuavano nel cielo ceruleo, incendiati, i tramonti lì erano sempre estenuanti. Continuarono a costeggiare la riva approdando infine ad una piccola spiaggia sassosa dove fermarsi, sotto la scogliera. L’acqua pioveva dai capelli di Riccardo, dalla sua barba, scorrendo lungo il petto, il ventre, le gambe. “Siamo andati molto lontano, stavolta, eh?” commentò lui, sorridendole con quella sua espressione così adulta. Per la prima volta, le toccò i capelli.

“Sì? Più del solito?”

Non se n’era accorta, forse perché ormai era allenata a nuotare a lungo.

“Direi di sì. Direi proprio di sì.”

 Già altre volte, in luoghi solitari, quell’ora della sera le aveva messo addosso un’inspiegabile paura.

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