Otranto

Aveva passeggiato un po’ per i vicoli, rasente ai muri tirati a calce, prima di dirigersi verso la piazza. Nell’aria notturna indugiavano gli ultimi scampoli di chiacchiere prima della cena. A casa sua, fra le montagne, la maggior parte delle famiglie avrebbe già finito da un pezzo. Luna piena sopra la massa scura del mare.

Di fianco alla roulotte del kebab quattro ragazzi in magliette e collane parlavano una lingua che non conosceva, forse lei sì. Pensava a lei come se non si fossero lasciati un’ora prima, con un bacio furtivo, le era colato qualcosa addosso, all’uomo piaceva quando rideva. La pensava come faceva spesso, come se stesse parlandole, “va bene qui? Davvero? Mi piaci perché sai apprezzare le piccole cose”.

Si sentì osservato, passando loro accanto. Con la giacca grigia e gli occhiali dalla montatura antiquata si sentì deliziosamente fuori posto. Salutò il baffo con un “buonasera” mentre l’altro gli diceva “ciao”. Scelse senza fretta sul menù colorato, panino e coca cola perché il posto evidentemente non aveva la licenza per gli alcolici.

“Metto tutto, anche piccante?”

“Piccante, sì, metta tutto tranne la cipolla”.

“Ti piace fingere, travestirti”. Così gli aveva detto, o qualcosa del genere, mentre le baciava il collo di ragazza. E forse, per qualche verso, davvero era così, aveva spesso assaporato il piacere segreto di mescolarsi a persone e cose che non gli appartenevano, straniero, una spia, ma senza intenzioni malevoli. Forse un portato della professione che si era scelto, forse più probabilmente un retaggio della terra in cui era cresciuto, una provincia di confine, dove si parlavano lingue diverse e le diverse comunità vivevano rinchiuse nei loro mondi complicati, pieni di dettagli.

Il baffo si sporse per allungargli la pitta avvolta in molti strati di carta. Cominciò a mangiare in piedi, nel rettangolo della luce, dando le spalle alla cattedrale, negli odori di pesce e di combustibile per le barche di un’estate che iniziava proprio adesso, “ci sarà una luna grandissima stasera”, aveva predetto la ragazza, nella stanza ora vuota, un anello d’argento al dito con il segno zodiacale, i Gemelli, smalto nero sui piedi, i suoi occhi, la sua bocca, aveva detto anche “devo andare a casa, ma non vorrei”, e “vorrei che lo facessimo ancora un po’, solo un minuto, prima di andare”, e un milione di altre cose, e un milione di altre erano rimaste fuori.

Anche a lui piaceva l’estate. Da ragazzo lo si sarebbe detto un “tipo da spiaggia”. Un fisico ben proporzionato, a suo agio in costume da bagno, molto più che in una tuta da sci. Ma adesso l’inverno non gli dispiaceva veramente. Molte cose importanti nella vita dell’uomo – nascite, morti, amori – erano avvenute in inverno. E poi, l’aveva conosciuta con il freddo e questo era senza dubbio un punto a favore del freddo.

Una volta l’aveva incontrata in un uliveto, sotto l’ombra nera degli alberi, nello strepito degli insetti, nell’intrico di spine. Una volta, nella sua altra vita – mancava qualche giorno a Capodanno – lo avevano spedito a fare delle interviste in cima ad una valle dove quattro guide alpine erano rimaste sepolte sotto la neve. Aveva tirato fuori la giacca a vento pesante, gli scarponi; ma prima di uscire non aveva resistito alla tentazione di aprire la sua casella di mail e quel che si aspettava di trovare c’era, un messaggio, gli aveva mandato il video di un’installazione che aveva visto a Bari qualche settimana prima, per condividerla con lui. Una fantasia sontuosa e decadente, villaggio turistico glamour, pervaso da un erotismo estetizzante, privo di seme e sudore. Aveva trovato quelle immagini affascinanti. Nella sua testa, avevano cozzato tutto il giorno con le emozioni del funerale, l’intera valle radunata di fronte alla chiesa, fango sotto ai piedi, nel piazzale, fino al tramonto spietato di dicembre sul fondale dolomitico.

Poi era partito per una breve vacanza, in un paese straniero, cercando di dimenticarla, almeno per qualche giorno. Già presagendo dentro di sé la ruota della dipendenza. In un’alba di gennaio aveva esplorato le stradine di un quartiere che si arrampicava su per la collina cantata da Peter Gabriel, pensando a quando l’avrebbe rivista. Se gli avessero chiesto una definizione di felicità probabilmente avrebbe parlato loro di un’aspettativa fiduciosamente coltivata, da lontano, come si guarda un panorama da un balcone, senza fretta, sapendo che è là, che non scappa.

Ma la fretta sarebbe venuta, più in fretta di quanto non avesse immaginato, e non avrebbe più potuto farci nulla: il desiderio bruciante, il voler riempire la distanza, l’assenza, subito, ora, il voler ascoltare le sue parole, sentire il suo respiro cambiare, per ritrovare il miracolo ben noto, per essere, di due, uno, ed essere portati dalla medesima onda, attraversati dal medesimo raggio.

“Tutto bene?” chiese il baffo, guardando l’uomo dall’alto del suo regno di bistecche infilzate sullo spiedo.

“Benissimo”, rispose. Si guardò le mani, cercò con gli occhi il bidone dove buttare i tovaglioli unti. Si chiese da quanto fosse arrivata a casa, se le aveva detto le cose che veramente desiderava dirle. Se avesse usato bene il tempo che avevano avuto a disposizione. Sapeva che presto l’avrebbe desiderata di nuovo. Che si sarebbe posto di nuovo delle domande.

Ciò che non sapeva è che certe risposte avrebbe potuto ottenerle solo se fosse stato in grado di riportare indietro le lancette dell’orologio, fino alla magica congiunzione astrale in cui la ragazza era venuta alla luce, sottratta all’oscurità, bianca e preziosa, con l’anima umida dei nuovi-nati.

 

Annunci
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: