Edimburgo

Era una festa mobile, dal Castello fin giù al porto, senza fermarsi mai.

Mi svegliavo in case sconosciute, appartamenti con vista sulla stazione, su un asilo nido, sul retro di una palestra di Yoga, su uno dei tanti teatri dove la sera andava in scena qualche spettacolo del Fringe, il grande festival estivo. Facevo colazione con gente conosciuta la sera prima, di cui a volte non sapevo neanche il nome, inglesi, sudafricani, coreani, ghanesi. Nessuno mi chiedeva nulla, mettevamo in comune quello che avevamo, soldi, vestiti, trucchi, cibo, sigarette.

La luce cambiava continuamente, non avevo mai visto un cielo del genere, non avevo mai visto nuvole cambiare forma e direzione così in fretta, poi uno scroscio di pioggia, tutto brilla, s’illumina quando un raggio scocca, dal cielo, l’arcobaleno disegna un ponte sopra la città.

Il pomeriggio sul Royal Mile, teatranti e saltimbanchi, le ragazze ci adescavano per convincerci ad andare a vedere il loro spettacolo, più tardi, dopo le 6, ci mettevano in mano cartoline-invito colorate. La concorrenza era sempre serrata. Fra una rivisitazione di Shakespeare e un nuovo Alice nel paese delle meraviglie la spuntavano degli asiatici con la loro mimica, una funambola appesa ad un filo, con un vestito di raso, giovani tedeschi avvolti in corde con le casacche dei condannati di Auschwitz addosso.

Comprai una maglia per il freddo, dopo tre giorni mi ero reso conto che andavo in giro in t-shirt, la giacca a vento me l’ero dimenticata da qualche parte, o qualcuno me l’aveva chiesta in prestito. Volevamo vedere, vedere, e fare, fare, volevamo dimenticare l’ovvietà espressiva delle giornate che ci attendevano, il futuro di uffici e carte e computer e moduli da compilare e tasse da pagare, volevamo essere colorati, luminosi, amabili e scostanti come le star di Hollywood (o come ce le immaginavamo noi le star di Hollywood), qualcuno aveva la sensazione che quella sarebbe stata l’ultima estate così, qualcuno pensava che l’avrebbe fatta per sempre, quella vita, che dopo Edimburgo sarebbe partito per Roma, l’India, Los Angeles, Dublino.

Una sera il proprietario di un pub mi offrì un letto dove dormire. Accettai l’offerta ma declinai quella implicita nel suo invito. Passammo la notte a leggere Stevenson, accompagnandolo con una bottiglia di Oban. L’alba lattiginosa ci colse sul tetto della casa, a tentare di mettere assieme le tessere dei nostri puzzles. Intirizziti.

Una sera ad uno show di danza moderna di cui non m’importava nulla mi addormentai fra due ragazze di Barcellona. Mi svegliarono quando l’ultima eco di una canzone dei Big Country si era spenta. Mi trascinarono fuori dagli stucchi e dai velluti, finimmo nel loro bilocale, finimmo tutti assieme sul loro futon, a cercarci, a rotolarci.

Nel mattino sfavillante, uova e salsicce, mi fecero la doccia, andammo a visitare una chiesa nella New Town, trasformata in un centro culturale, un ciclo di affreschi dai colori vividi, l’artista, Phoebe Anna Traquair, li aveva dipinti nel 1890. Mi soffermai su un particolare della navata ovest. “Avete visto. Sono donne che baciano gli angeli.”

Era sempre così dopo quegli amori improvvisati, dopo quelle scoperte reciproche. Subentrava una strana calma, una confidenza sconosciuta con il proprio corpo e quelli altrui.

Certe volte mi ritrovavo solo, volevo stare solo. Allora camminavo alla volta dei Docks, oltre i Giardini botanici, oltre il canale, passavo di fronte a case basse dall’impeccabile decoro, a negozi pakistani, a insegne di pub sconosciuti. Se sentivo arrivare un messaggio sul cellulare – avevo lasciato il mio numero a mezzo mondo – resistevo alla tentazione di andare subito a vedere.

Certe volte incontravo per caso persone che credevo di conoscere, ci eravamo visti ad una festa una settimana prima, ci eravamo stretti su un divano, avevamo analizzato i significati reconditi di uno spettacolo di Pina Bausch, avevamo provato assieme alcune mosse di Tai Chi su una collina da cui si dominava il paesaggio di tetti e guglie e giardini e amori e traffico e strepito.

Certe volte prendevo a prestito una bicicletta e pedalavo fin che potevo, ma tanto poi la città mi richiamava indietro, non sarei mai uscito da lì, non avrei mai visto il mostro di Lochness, le Highlands, stavo bene nella città, amavo le facciate austere dei palazzi vecchi, i tetri passaggi, tutti i buchi in cui mi ero infilato.

Imparai un monologo del Macbeth, come fare un vero massaggio ai piedi, rudimenti di cucina malese, come si dice “mi fai impazzire” in lituano. Imparai a rubare, ma solo nei negozi. A considerare il vento un sollievo.

Un pomeriggio allo zoo, fotografando zebre con Edimburgo sullo sfondo. Ci sedemmo su una panchina, io e Richard, un ragazzo di Bristol che si era portato l’attrezzatura per disegnare. Dividemmo l’ultima merendina. I soldi erano finiti, il cielo minacciava pioggia. Presto sarebbe arrivato l’autunno. Io non avevo più un posto dove stare, non avevo più il mio zaino, il mio rasoio, e detesto la barba, anche se so che può piacere.

“Cosa facciamo, ora?”

Mi sorrise.

“Potresti vendere la macchina fotografica.”

“Pensi che la vorrebbe qualcuno?”

Finimmo con calma di masticare. Avevamo speso le nostre ultime sterline per venire a vedere le scimmie, il rinoceronte, lui per farne degli schizzi.

Potevamo rimanere lì tutto il giorno, adesso, cosa importava. Non avevamo alcun appuntamento fisso, nessun biglietto in tasca, né di treno né di aereo.

Avremmo potuto tornare dopo il tramonto, e metterci a gridare i nostri nomi in mezzo a una strada, una delle tante che avevamo percorso in giorni e notti di va e vieni febbrile.

Qualcuno di sicuro avrebbe aperto una finestra. Ci avrebbe riconosciuti, o forse no. Ci avrebbe fatto segno di salire.

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