Trieste

Dopo i fatti eravamo sfollati a Trieste, dove avevamo dei parenti. Io e mia madre stavamo a casa di uno zio, un fratello di papà, che viveva solo.

Papà faceva la spola fra Trieste e il paese. Avevamo perso tutto, a parte noi stessi, e ci sentivamo in quello strano stato d’animo sospeso che altre generazioni dovevano avere vissuto prima di noi: chi era emigrato all’estero, chi aveva dovuto lasciare la sua casa per la guerra e così via.

Era angosciante ma al tempo stesso, in un certo senso, dava alla testa, come il vino. Per la prima volta nella mia vita era come se fossi senza peso, senza responsabilità immediate. Come se mi fossi tagliato tutti i ponti alle spalle. Come se avessimo iniziato una vacanza forzata, senza sapere quanto a lungo sarebbe durata, come avremmo condotto le nostre vite di lì in avanti, quali orari rispettare, con quali cose riempire i vuoti lasciati da ciò che avevamo perso. Fra le macerie avevo lasciato anche il mio diario.

Ovviamente papà ci riportava con i piedi per terra. Sentiva sulle sue spalle tutto il peso della tragedia, per noi, per il paese e per l’intera valle. Cosa comprensibile vista la carica pubblica che ricopriva all’epoca.

Nel frattempo era iniziata l’estate per cui anche il problema della scuola venne momentaneamente accantonato. Non conoscevo Trieste. Mio zio si incaricò di farmi da guida. Un pomeriggio andai con lui alla sede Rai, dove lavorava. Mi fece conoscere il rumorista, che mi mostrò gli strumenti con cui si producevano gli effetti sonori per le radiocommedie: vasche con sassi e ghiaia di vario genere che venivano percosse con degli attrezzi per simulare i passi degli uomini o gli zoccoli dei cavalli, acqua che cadeva, scale che terminavano nel nulla, tutto un mondo meraviglioso oggi scomparso.

Mi portò anche al Caffè degli Specchi, in Piazza Italia, mio zio amava la letteratura, poteva parlare per ore della scena culturale locale, triestina e slovena, dei grandi che erano passati di lì, di Svevo, Saba, Biagio Marin, anche di autori all’epoca sconosciuti in Italia come Boris Pahor.

In quelle ore, riuscivo a dimenticare Luciana. Ma poi il suo pensiero tornava subito. Le calamità naturali non producono solo morte e distruzione. Al pari delle guerre, possono anche separare quelli che si amano.

Io cercavo di tener duro. Tanta gente era morta, tanta gente stava molto peggio di noi, che anche senza più la nostra casa continuavamo ad essere una famiglia con dei mezzi. Oggi che sono adulto, so che non c’è nulla di cui vergognarsi delle sofferenze d’amore, spesso sono le più penose. All’epoca, cercavo di darmi un contegno, imitando quello di mia madre e anche quello, più pratico, più attivo, di papà.

Luciana e la sua famiglia erano sistemati in un campo. Papà con discrezione mi portava sue notizie, ma lei comunque scriveva quasi tutti i giorni, parlandomi della vita sotto le tende, dei militari, delle difficoltà materiali. Delle persone che non avrebbe più rivisto. Le scrivevo anch’io, alla fine non c’era molto da fare a Trieste in quell’estate torrida. Studiavo (per nulla al mondo avrei voluto deludere papà su quel punto), nelle ore meno calde andavo a passeggio fino al molo Audace, e scrivevo lunghe lettere a Luciana. Non avevo fatto amicizia con nessuno. Ero sempre stato un ragazzo socievole, e poi dove vivevo prima la solitudine sarebbe sembrata una stranezza; adesso, per la prima volta lontano dai luoghi miei, dai miei amici, dalla mia scuola, assaporavo il gusto sconosciuto dello stare lunghe ore da solo. Scoprendo con enorme sorpresa che non era spiacevole. Scoprendo dentro di me una misteriosa inclinazione all’introspezione.

Qualche volta papà mi permise di accompagnarlo. Ma solo fino al nostro paese.  Luciana nel frattempo era stata spostata in un albergo sulla costa. Più o meno 40.000 persone vennero sistemate così, mentre nelle zone terremotate si costruivano i prefabbricati.

Dopo un po’ mi affezionai alla grande casa di mio zio, ai suoi libri, alla stanza che mi aveva dato, più bella di quella che avevo prima. Mi affezionai anche alla luce del Golfo e ai percorsi che avevo disegnato sulla mia mappa mentale. Il rientro sembrava sempre lontano e si era deciso che quell’inverno avrei proseguito gli studi a Trieste.

Luciana arrivò a fine ottobre, assieme ai suoi genitori. Non so quanto avesse insistito, anche lei aveva pudore dei suoi sentimenti. Si fermarono in tutto due giorni, sabato e domenica.

Suo padre l’accompagnò al nostro incontro, nel luogo convenuto, con la Simca 1000. Mi strinse virilmente la mano e ci lasciò soli. Credo che guardassero alla mia famiglia con diffidenza, loro erano più coriacei di noi, più friulani, noi più giuliani anche se avevamo casa a venti chilometri da loro, anzi, ormai si poteva dire che l’avevamo avuta. Insomma, noi avevamo le radici sulla costa, loro nelle terre dure dei monti.

Salimmo al colle di San Giusto. Finalmente, quel pomeriggio, ho potuto baciarla, ho potuto accarezzarla. Certo, c’era molta gente in giro, era domenica, non potevamo lasciarci andare come avremmo voluto. Comunque, era già tanto che ci avessero lasciato quelle ore per noi soli.

Era sempre bella ma dentro di me la giudicai un po’ sciupata, sentendomi in colpa per questo. Loro avevano avuto dei morti, a differenza di noi. Potevo davvero essere così futile, così meschino? Non fu come me l’ero immaginato. C’era troppo vento, troppa gente in giro. Io mi ero vestito troppo elegante per l’occasione, avevo circa la stessa taglia di mio zio e da mesi ormai saccheggiavo i suoi armadi. Ma per un po’ ci scrivemmo ancora, lettere piene di affetto e poi, via via, di particolari sulle esistenze che stavamo conducendo lontani, sempre più dissimili. Lei studiava ragioneria. Io avevo visto dei cortei, a Trieste, e andavo regolarmente a trovare mio zio in Rai. Mi stavano venendo strane idee che confessavo solo al mio nuovo diario.

Adesso che sono adulto penso che, sì, era amore vero quello che sentivo. Una volta papà mi mise in guardia, mi disse che me ne sarei dimenticato, che guardandomi indietro non mi sarei riconosciuto, da quelle distanze, Non è che mi incoraggiasse a troncare la relazione, però voleva farmi sentire la voce dell’esperienza.

Papà era una persona dalle molte qualità, ma in quello si sbagliava. Adesso che mi guardo indietro, dalle distanze a cui sono approdato, vedo esattamente quello che dovrei vedere. Non c’è nulla di futile o di inconsistente nell’amore  dei quindicenni.

Guardandomi indietro, vedo anche un ragazzo che, in quelle lunghe ore d’estate, trascorreva ore e ore a pensare alle immagini dei fumetti che aveva letto, assieme agli amici, nel chiuso di una cantina, fumetti che si stampavano all’epoca, popolati da vampire incredibilmente sensuali e altre cose così. Quell’estate, a Trieste, in casa di mio zio, quando avevo finito di studiare e mia madre cuciva di là in soggiorno aspettando che tornasse papà, oppure guardava la televisione, sentii come forse mai dopo i morsi della carne, pur sapendo poco o nulla della carne delle ragazze, dei misteri racchiusi nel corpo di Luciana e delle sue amiche.

Quando uscivo dai miei deliri, mi sentivo in colpa una volta di più, mi sentivo poco degno di papà, poco degno del mondo in generale. Ma era vita, ecco cos’era, era la vita che si scava caparbiamente una strada anche sotto alle macerie. Era la vita che spingeva dentro di me, dentro ai miei muscoli, alle mie ossa, ai miei corpi cavernosi, la stessa vita che sarebbe presto ritornata nei paesi e nelle valli, così testarda, così tenace.

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