Faro

Quell’uomo. Eravamo andati a trovarlo, con i nostri zaini e i nostri sacchi a pelo, il padre di un nostro amico, già anziano, per noi. Viveva in un altro paese, estremo sud del Portogallo, affacciato sull’Atlantico. Viveva in una villa nell’entroterra di Faro, che gli aveva lasciato la sua ex-moglie, quella che aveva i mezzi, lui non aveva più niente, nel senso materiale. All’epoca su quella costa il turismo era già cominciato ad arrivare, ma non come ora. C’erano vasti spazi di silenzio, e stoppie, e muri di un bianco accecante, ed empori come oasi di ombra, dove comperare un po’ di tutto.

Eravamo giovani e spavaldi riguardo a tutto, i miei due compagni di viaggio più spavaldi di me. Al mattino, per svegliarci – eravamo stravolti da giorni di viaggio e di scarsa alimentazione, forse anche dalla convivenza forzata in ostelli e pensioni da due lire – tirò una fucilata in cortile. Stava con una ragazza molto più giovane. Aveva un cane lupo, che soffriva il caldo di quell’estate arroventata. Beveva molto, gli regalammo una bottiglia di whisky, tutto ciò che potevamo permetterci. Il mattino dopo, era già finita.

Beveva anche lei, ci portò in discoteca, un luogo isolato sulle colline, una stanza con una parete di specchi, lui rimase alla villa, era così paterno, ci raccomandò di stare attenti. Guidava come una pazza sulle strade buie di un paese soleggiato, pieno di stelle, dimenticato dall’Europa, afflitto fino a pochi anni prima da una dittatura. Un paese che per entrarci serviva ancora il passaporto, parliamo di un’epoca in cui le frontiere esistevano e avevano un loro perché, erano soglie verso altre monete, altre lingue e altri mondi.

Al ritorno guidò la sua amica, quella più robusta. Lei prese sonno sulla mia spalla, non si svegliava più. Una volta arrivati andammo a chiamarlo. Era rimasto ad aspettarci leggendo. La tirò fuori dall’auto, se la prese in braccio e la mise a letto. Anche quella, mi ripetevo, io, vergine, senza esperienza, è una specie d’amore. E, mormoravo fra me, voglio provarle tutte, non lasciarne fuori nessuna, capisci, dio?

Ci portarono all’estremo limite, una scogliera a picco, sopra correnti che si scontravano. Più in là c’erano solo acqua e Americhe. Lungo la strada, ci fermammo a mangiare le sardine, sotto alla tettoia di canne di un baracchino. Barche arrivavano al molo, a portare il pesce fresco. Scrivemmo una cartolina al figlio dell’uomo, che avremmo rivisto al nostro ritorno.

Tutto stava davanti a me, disteso come una coperta, tutte le possibilità inespresse, tutte le scelte possibili, avevamo appena terminato il liceo. Cercavo di fare lo spiritoso, perché i silenzi mi procurano imbarazzo, cercavo di parlare anche per i miei compagni di viaggio. Dicevo cazzate, la timidezza. O pensavo a Simonetta, che quell’estate era andata a Riccione.

Di fronte alla villa, il monte degli olivi. Non ci sono più tornato. Quell’inverno, rientrò in Italia. La sera, di solito il venerdì, quando arrivavo da Padova, dove mi ero trasferito per proseguire gli studi, quando arrivavo col treno della sera, per il fine settimana, prima di andare a casa mia, dai miei genitori, mi fermavo a cena da lui. Era quasi un padre, sicuramente un amico. Ci sono andato anche quella volta della tremenda nevicata che schiantò gli alberi e mise a dura prova le auto. Non volevo perdermi nulla. Mi presentò un altro pittore, tifava per l’Albania. “Un paese poverissimo, e allora?”

Come si può essere ciechi.

Poi litigammo, avevo anche l’arroganza, dei vent’anni, non solo l’intelligenza brillante e l’energia. Pensavo si potesse cambiare il mondo, non che fosse il mondo a cambiarti e cambiare, anche senza il tuo aiuto. Era un anarchico. Non tolleravo quello che mi sembrava essere il suo cinismo.

Alla partenza ci consigliò cosa fare una volta arrivati a Lisbona. Di quella fermata ricordo una piazza, enorme. Inerpicarci su per le stradine dell’Alfama. L’odore del Tago.

Ci aveva parlato a lungo di El Greco, di Goya, dei pittori che gli piacevano. Una sera ci aveva letto Montale, con la sua voce bassa, come un attore, c’era anche un ragazzo mozambicano, nel cortile, davanti al monte degli olivi, aveva suonato della musica con la chitarra facendo la corte alla sua fidanzata, “come se un uomo così potesse essere geloso”, aveva commentato Alessandro, il giorno dopo, mentre andavamo a fare la spesa in paese, ma Andrea che già ne sapeva più di tutti di quelle faccende non aveva detto nulla…

Quasi alla fine, si cercò un’ultima possibilità. Scrisse una lettera ad un’amica del figlio, che aveva conosciuto anni prima, una della mia età. La invitò da lui, per lavorare assieme ad un piccolo restauro, si offrì di pagarle l’aereo. Non ci si arrende mai, sempre si pensa che possa ricominciare, che ci sia ancora qualcosa, da vedere, da provare. Non ci si rassegna mai alla vita così com’è, con le sue noie. Me l’immagino, in un pomeriggio pieno di vento, gli amici andati. Aveva i soldi che gli mandava la moglie, era un artista. Ancora quella fiamma, quelle braci. Sentivo come mia la sua infelicità ma a differenza di lui sapevo anche che ci sarei venuto a patti, che mi sarei sistemato.

Lo avevo pensato tre giorni prima del telegramma, dopo secoli. La mia vita ormai trasformata, completamente. L’ultima volta che avevo suonato al campanello dell’appartamento che occupava d’inverno nella nostra città, non aveva aperto. Non sapevo più molto neanche di suo figlio. Stavo andando in macchina al lavoro e all’improvviso si era aperto uno squarcio nella tela del tempo, lo avevo pensato.

Non ho una foto di quell’estate. Il digitale, sarebbe arrivato poi, insieme a tutte le altre meraviglie.

Non cambia mai. Una volta ho bevuto un’intera bottiglia di vino bianco frizzante, da solo, tornando a quel viaggio, a quel sole sul tetto della villa, agli insetti e al suo cane. Alle voglie che avevo allora.

Mi sono addormentato due volte. Poi, quando mi sono svegliato del tutto, mi sono lavato la faccia e sono andato fuori a correre.

Ci devono essere modi più intelligenti di rischiare.

Annunci