Dublino

Vieni. Riempi quest’assenza. Riempi queste cavità risonanti. Vieni da laggiù dove sei, vieni dal tuo cielo, vieni sotto il mio. Non importa quello che hai fatto, non importa quello che ci è successo, non importa quello che abbiamo vissuto, non importa chi abbiamo lasciato, e come.

Vieni a Dublino, prendi la strada che sai, dall’aeroporto fino a qui. Sali i gradini, suona alla mia porta, non farti spaventare dalla distanza, non lasciar perdere per la pioggia, non pensare a quello che ci siamo detti l’ultima volta, a come lo abbiamo detto, tutti i corpi tesi, innervati di rabbia, corpi che si erano allacciati, corpi che si erano riconosciuti.

Vieni adesso, non lasciare passare un altro minuto, prenota l’ultimo posto, prendi un taxi, lascia una mancia generosa, lascia che luci azzurre ti inseguano vanamente, fatti portare agli imbarchi, non portare nulla con te, ci sono ancora le cose che hai lasciato quella sera, il tuo spazzolino, il tuo rasoio, la tua schiuma da barba, l’ombrello, il gel, la custodia dei tuoi occhiali, la t-shirt che indossavi la notte.

Vieni col tuo passo pesante, vieni con il tuo rancore, vieni con il tuo calore, lascia scorrere la pioggia oltre i vetri, lascia che il mare si alzi e sbatta con forza contro le paratie, lascia che i pali ondeggino nella bufera, che i tralicci crollino del loro peso, lascia che la grandine riempia i pozzi e i camini, che le vallate tremino di gelo, che i fiumi si prosciughino sotto la sferza del sole, che la terra si spacchi e lasci uscire i suoi fumi. Vieni con le tue scarpe italiane, vieni con la tua sciarpa di cashmere, con la tua borsa di pelle, con il tuo Joyce, passa oltre l’Abbey Theatre, passa il Trinity College, non sai quanti ci hanno lasciato l’anima? Supera di slancio il Temple Bar, non sai, oh, lo sai bene, lo sai eccome, quanti sono rimasti lì, troppo a lungo, una pinta e poi un’altra pinta? Passa il Liffey, non indugiare, non fissarti sull’acqua che scorre, non guardare il cielo, lo sai quanti ci hanno lasciato gli occhi? Vieni qui, stai con me, dietro ai vetri, stringiti a me, non portare niente, neanche un regalo, non portare il tuo passato, non portare nemmeno il nostro, di passato, vieni a mani vuote e stringimi, accarezzami, vieni a lasciarmi lividi sulla pelle bianca, vieni a incalzarmi, a insultarmi, a dissodarmi, ad ararmi, vieni con tutta la tua dolcezza, vieni con la timidezza che ti impedisce persino di ordinare al ristorante, con i tuoi pensieri dispersi, radunali, dammeli, fammici affondare le mani, fammeli toccare, fa che li separi per vederli meglio e poi mostrarteli, ecco, questo sei tu, guardati, riconosciti, ti aiuterò, li rimetterò assieme, per te, perché tu possa specchiarti, perché tu possa dire: “Sì, mi sembrava, ecco, mi sembrava di essere così, di essere stato, così, almeno una volta, ecco dunque la mia faccia, ecco la mia vita, ecco il pescato in fondo ai miei misteri, ecco le mie inclinazioni, i miei doveri, ecco l’arcobaleno che sciabola dalla mia infanzia all’attimo presente, ecco i colori di cui è intessuta la trama dei miei sogni.”

Vieni adesso, ci siamo fatti del male, ci siamo fatti del niente, voltandoci le spalle, ignorandoci, facendo come non ci fossimo mai incontrati, come se ci fossero paludi, fra noi, fogne scoperchiate, miasmi, fetori, trova la spinta dei tuoi lombi, trova il respiro possente per spiccare il salto, sopra le sabbie mobili dell’orgoglio, la tagliola dei piaceri occasionali, la falsa coscienza del tempo che passa, le ore-ore di televisione, computer, biblioteche, shopping, le domeniche vuote, le palestre, le saune, i film, i romanzi, i segnali di fumo, le carte geografiche, le vacanze prenotate, le partenze rimandate, lascia che il vento gonfi la coda del tuo cappotto, sollevi il colletto della camicia, faccia vela con ogni tessuto che indossi, ti trascini via da ovunque tu abbia trovato rifugio, segui la strada che sai attraverso la cortina della pioggia, segui i graffiti sui muri, parlano di te, segui le vetrine, i neon, i manifesti, i battenti di ottone, i giardini, le insegne dei pub, segui le geometrie orgogliose, i profili fatiscenti, le chiese, i cambiavalute, i fast food, i ristoranti cinesi, le scritte in gaelico, segui la corda rossa della memoria, vieni in questa via di Dublino, bussa a questa porta, entra, togliti il cappello, scuotiti, siediti, fa che io sia, di nuovo, la tua casa.

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