Milos

In qualche modo, era arrivata. Me lo sentivo, che doveva succedere. La mia summer of love. L’estate dell’amore, dei tramonti come salvaschermi, dei profumi di mirto, mare, crema, pane, vino resinato e Orfeo, tutti assieme. L’estate delle vacanze meritate, metà del percorso che portava alla laurea in filosofia già alle spalle, voti ottimi, genitori soddisfatti, salute eccellente, forma fisica smagliante, problemi zero, ragazzo nuovo.

Avevo già avuto due storie prima di Orfeo. Ma mantenevo ancora delle zone d’ombra, dentro di me, potenzialità che non si erano espresse con pienezza. Profondi pensieri e misteriosi segreti, anfratti e oasi.

Avevo passato la fase esplorativa dell’amore: in macchine, in case temporaneamente lasciate libere da genitori o coinquiline. Anche in soffitte, cantine, prati.

Avevo conosciuto gelosia, impazienza e prime frustrazioni. Ma mai quel continuo rotolare, quel desiderio di annullamento nelle braccia dell’altro, l’ozio febbrile e spossante dell’intimità in ogni possibile variante. Mai tutto quel miele.

In breve, una vacanza in Grecia. Dove altrimenti sarei potuta andare, con uno che si chiamava Orfeo?

Aveva qualche anno più di me, studiava medicina dopo avere abbandonato legge. Era magro e ben proporzionato. I capelli lunghi. Le mani grandi che un giorno, pensavo, si sarebbero infilate in tanti corpi per curarli, guarirli. Aveva una lunga cicatrice su una coscia, il segno del freno di una bicicletta. Era sempre calmo, anche nei suoi momenti di esuberanza. Cucinava e scattava fotografie.

Avevamo tre settimane tutte per noi, il genere di lusso che potevamo permetterci, quello del tempo.

Orfeo amava la tenda. Da Atene, ci eravamo imbarcato per Milos, dove pensavamo di trovare luoghi appartati. Avevamo deciso di evitare per quanto possibile i campeggi: mettevamo la tenda, un piccolo igloo, sotto a qualche olivo, a volte dopo avere chiesto il permesso al proprietario del fondo.

La tenda divenne la nostra casa. Passavamo le giornate a esplorarci e ad ascoltare il rumore del mare. A volte, quando avevamo la certezza di essere perfettamente soli, facevamo l’amore all’aperto. Tutto quel sole mi accecava, il sole e il paesaggio di pietre e arbusti gialli e muretti a secco e a volte un palo della luce mezzo inclinato o lo scheletro di una casa in costruzione, lasciata lì, mai finita.

A volte la sera facevamo un fuoco sulla spiaggia, vicino a lui non avevo paura anche se i luoghi erano selvaggi.

A volte delle capre scendevano giù dai dirupi a disturbarci, a volte un’onda anomala gonfiava il mare e ci costringeva ad affrettarci a tirare indietro le stuoie.

A volte andavamo fino alla casa del proprietario del terreno dove ci eravamo sistemati, facevamo una doccia nel suo bagno, riempivamo bottiglie d’acqua, ci regalavano della verdura o della frutta, provavano simpatia per la nostra condizione, palesemente inebriati, in preda ad una febbre.

A volte cercavamo un ristorante per la cena, e rientravamo alla tenda con una bottiglia di Retsina. Eravamo abbronzati, senza segni di costumi perché avevamo preso il sole nudi.

Un pomeriggio litigammo perché io volevo dormire e lui no, fece l’offeso, andò da solo ad esplorare quella parte di costa, a fotografare i sentieri fra le spine.

Un pomeriggio pestai un riccio e Orfeo con un ago e la mia pinzetta per le sopracciglia mi tolse ad uno ad uno gli aculei conficcati nel piede.

Un pomeriggio si scatenò il temporale. Acqua nel mare.

L’isola era arida come tutte le Cicladi. In passato era stata scavata, per estrarre i minerali preziosi, solchi e ferite, avevano grattato via dalle scogliere lo strato superficiale mettendo a nudo l’interno giallo e ocra, e ora le spiagge che le lambivano erano striate di giallo e ocra anch’esse, sul mare turchese.

Quasi alla fine della vacanza, decidemmo di prendere in affitto una stanza, eravamo stanchi di dormire per terra. L’autobus ci lasciò in un paese all’estremo nord di Milos. Lì la strada finiva, non poteva che girarsi e tornare indietro.

Seguimmo una viuzza che dal lungomare si inoltrava nella campagna, accompagnati dal concerto delle cicale. Le case erano bianche di calce, con un muro di cinta che delimitava il cortile interno. Sul cancello di alcune di esse il cartello con l’indicazione familiare, “Room to let”. Suonammo qualche campanello. Una non ci aprì, nelle altre ci dissero che erano al completo, che forse potevamo trovare qualcosa più avanti.

L’ultima casa si affacciava su un vasto piazzale polveroso. L’ingresso era riparato da un balcone, che creava una zona d’ombra in cui una vecchia sedeva in silenzio sgranando fagioli. Orfeo provò ad interpellarla in inglese; lei si alzò, entrò dentro. Non sapevamo come prenderla; la vecchia si riaffacciò e ci fece cenno di aspettare, indicando la panchina che aveva appena lasciato.

Pochi istanti dopo comparve sulla soglia un uomo in canottiera e short azzurri. Scoprimmo che parlava italiano, aveva lavorato in Italia e comunque la sua famiglia veniva da Rodi, era stata sotto gli italiani e la vecchia (sua madre) non ne aveva conservato un buon ricordo.

Dai recessi della casa spuntò infine anche una donna: istintivamente mi dissi che era la creatura femminile più bella che avessi mai visto, di una bellezza piena, muliebre. Eccola la Venere, e io ricordavo di averla già vista, anni prima, a Parigi, una vacanza con i miei genitori…

Ci offrirono un succo di frutta. Poi la donna ci accompagnò per un sentiero sterrato fino ad un’altra costruzione, che doveva essere stata appena terminata perché avevano lasciato in giro del materiale da costruzione. Le due case distavano forse un 200 metri l’una dall’altra, ma le separava un folto canneto, che garantiva assoluta privacy. Quella che ci stavano offrendo aveva un soggiorno-cucina, una camera da letto, un bagno generoso. Sul retro un orto e alcuni alberi da frutto, fra i quali avevano teso due amache. Decidemmo con uno sguardo che era il posto dove trascorrere i giorni che ci rimanevano.

Cenammo in un ristorante sul mare. Stavo bene, ma avevo la netta percezione che quelle giornate incredibili stessero avviandosi alla fine. Che l’estate dell’amore non aveva più molte altre sorprese in serbo per noi. Poi Orfeo decise di rientrare per una scorciatoia che gli sembrava di avere individuato, attraverso gli orti e il canneto. Avevamo dimenticato le torce. Avanzavamo al buio, sotto un diluvio di stelle, tenendoci per mano. Rospi gracidavano tutt’attorno. Mi sentivo di nuovo emozionata, felice, in azione, appagata, libera.

Il mattino dopo, su consiglio dei nostri padroni di casa, affittammo un’auto. Così facemmo la scoperta: una scogliera di roccia bianca, levigata dall’acqua e dal vento, con curve e sinuosità in spericolato equilibrio sul mare cristallino. Incuneata fra due pareti rocciose, c’era anche una piccola spiaggia di sabbia fine come talco. Si vedevano i pesci guizzare. Sassi brillanti sul fondo.

Al nostro rientro, quel pomeriggio, trovammo sul tavolo del soggiorno un cesto con della frutta, assieme ad un biglietto scritto a mano. Era un invito a cena. Uscimmo per andare a prendere accordi: l’uomo stava giocando a calcio con i due figli, due maschi di 4 e 6 anni sul piazzale davanti casa. Sembrava entusiasta di vederci, cosa che ci sorprese perché di solito non facevamo questo effetto alla gente. Decidemmo per le nove, suggellando il patto con un goccio di ouzo.

Avevamo ancora del tempo per noi. Tempo per lenti preparativi, la doccia calda, la crema, la tv con il telegiornale greco. Indossai una camicia pulita e l’unica gonna che avevo infilato nello zaino. Mi spazzolai a lungo i capelli, che quell’anno erano lunghi e lisci. Telefonai a casa: “Va tutto bene, ci vediamo presto.”

Dopo cena cominciò a scorrere la grappa. Era leggera, più di quelle che fanno dalle nostre parti. Scolammo una bottiglia, quindi la vecchia – che non aveva mai aperto bocca – ci salutò e sparì assieme ai due bambini.

Sentivo il ginocchio dell’uomo contro la mia gamba. Erano minuti che andava avanti. Poteva essere casuale, poteva essere lo spazio ristretto ma io so benissimo che lo spazio fra le persone c’è sempre, se vogliamo mettercelo. Orfeo aveva bevuto più di me. Era diventato inaspettatamente espansivo, soprattutto nei confronti della donna. Rideva del suo italiano assai più stentato di quello del marito, la correggeva, non l’avevo mai visto sotto questa luce.

Facevamo confronti fra il costo della vita in Grecia e in Italia, un argomento che offriva spunti infiniti. Sembravano divertirsi enormemente. Un cd, un mese di affitto, il pesce, il pane, il vino, i pannolini, gli assorbenti, i preservativi. Il discorso finiva sempre con il deragliare verso quel versante. L’uomo si muoveva sulla sedia e io sentivo la pressione del suo ginocchio, un po’ più forte.

C’era nell’aria qualcosa che non riuscivo a mettere bene a fuoco. Come una sorta di complicità, di consenso implicito, ma a cosa?

Dovevano aver superato la trentina. Ma davano l’impressione di essere molto più vecchi di noi. Non per il loro aspetto fisico. Per quello che facevano, che avevano. Casa, lavoro, figli, la madre a carico. Noi niente di tutto questo.

L’uomo era robusto, solido. Era tutto mani e braccia abbronzate, un’aura di forza, l’aspetto di uno che viveva a suo agio dentro al suo involucro. Avrei potuto spostare la gamba. Ma non ci riuscivo. La mia attenzione era concentrata su quel piccolo punto in cui i nostro corpi, sotto il tavolo, venivano in contatto.

Lei era la Venere contadina. Orfeo continuava a guardarle nella scollatura. Più la grappa scorreva – era arrivata un’altra bottiglia, grappa di fichi – più lo immaginavo nell’atto di morderle il collo. Bruciavo di gelosia e anche d’altro. Un dolore che è anche calore. Una mancanza di decenza. Le possibilità sembravano infinite.

“Andiamo a fare il bagno?”, propose lui, a bruciapelo. Lei rise, disse che rischiavamo di rimanere sotto, ma lui non era tipo da lasciarsi smontare facilmente.

“Siete stati a Sarakiniko?”, ci domandò. Era la spiaggia di talco, fra quelle rocce bianche, iperboliche.

“Avanti, coraggio!”

Una parte di me desiderava che a questo punto Orfeo dicesse qualcosa, qualcosa di smarcante…un’altra parte invece voleva andare avanti, perché più avanti ci sarebbero state delle sorprese, che stavamo dando per scontate.

Ci fu un momento in cui rimanemmo da soli, io e Orfeo. Non sapevo come esprimerlo. Che parole usare per poi non sembrare ridicola.

“Non ti sembra che abbiano qualcosa in testa?”

Orfeo ridacchiò stupidamente. “Qualcosa in testa? Di che tipo?”

“L’hai capito di che tipo.”

“Cioè vuoi dire…”

“Sì, noi con loro…”

Il suo sorriso non si smontò, mentre mi accarezzava attraverso il cotone.

“Cioè?”

Temevo proprio questo. Di essere presa per una visionaria.

“Vuoi che lasciamo perdere?”. Era tutto quello che riusciva a dirmi. Mi chiedevo cosa avrebbe detto la mattina dopo, digerita la cena. Mi chiedevo chi fosse lui, veramente.

Presero la macchina. Loro davanti, io e Orfeo dietro. La spiaggetta si vedeva anche al buio, in fondo alla discesa, a chiudere una specie di fiordo. Stesero le stuoie che avevano infilato nel bagagliaio. Ci sedemmo, gli uni vicini agli altri. Nessuno aveva il coraggio di fare il primo passo.

Alla fine fu lui, naturalmente. Puntò la torcia verso l’acqua. Poi la appoggiò a terra, si tolse tutto, rimase nudo. Cominciò ad avviarsi, un po’ goffo nei movimenti. La moglie gli illuminò il sedere bianco, mentre entrava in mare.

“Ah, è caldissima, venite”, disse, una volta sdraiatosi sulla schiena. Lo sentimmo muovere alcune bracciate, uscire dal doppio cerchio di luce.

Speravo fosse passato abbastanza tempo da quando avevamo finito di mangiare, mentre mi spogliavo. Orfeo si era già mosso, era laggiù, nel nero. Entrammo contemporaneamente, io e la Venere. Il contatto con l’acqua mi risvegliò immediatamente. Ero di nuovo vigile, padrona di me stessa, con acqua tutt’attorno, accanto e di fianco, acqua fra le gambe, la bellezza di fare il bagno senza costume, il senso di libertà che è ben strano associare all’assenza di quella piccola strisciolina di cotone. Mossi braccia e ginocchia, nuotai a rana fino alla parete rocciosa. Gli andai quasi addosso. Era lì. Morbido, peloso. Distinguevo a fatica il suo sorriso divertito. O forse era la mia immaginazione, che sorridesse. Dall’altra parte del canyon Orfeo gridava “Bellissimo, bellissimo…”, e immaginai ci fosse anche la donna, che gli nuotava pigramente accanto.

Allungai i piedi, cercando un punto d’appoggio. Mi prese per un braccio, mi tirò verso di sé. “Qua si tocca”, disse, e infatti era così, adesso i miei piedi poggiavano su un sasso sommerso, ma era stretto, mi fece spazio, eravamo fianco a fianco, l’acqua ci arrivava al petto, tiepida, immobile, alle nostre spalle la parete rocciosa, che ancora tratteneva un po’ del calore del giorno.

Senza sapere cosa dire. In attesa di una sua mossa. Avvicinò la sua bocca al mio orecchio.

“Mi è venuta voglia di fare l’amore.”

Così, semplicemente.

Poi si mosse, in un istante era scivolato lontano. Nuotò verso la spiaggia. Lo vidi tirarsi in piedi, illuminato dai raggi delle torce, che avevamo lasciato sulle stuoie. Mentre mi muovevo a mia volta, vidi un’altra ombra guadagnare la riva. Lo raggiunse, a terra. Non si distinguevano più.

Rimasi a poca distanza, inginocchiata nell’acqua, solo la testa fuori. Dopo un po’ cominciai a sentire i gemiti della donna. Attesi il rumore dell’acqua smossa alle mie spalle. Quando mi ebbe raggiunta lo strinsi a me, strinsi Orfeo e lo baciai. Ci portammo sulla riva, ci sdraiammo sul talco, indurito dall’umidità notturna, ma senza salire fino alle stuoie, non così vicino agli altri due, qualche metro più sotto. Cercai di regolare il ritmo sui gemiti della donna, che crescevano d’intensità.

Quando lei gridò, gridai forte anch’io.

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