Vienna

Tornava a casa a piedi attraverso la città deserta, sentiva il rumore dei suoi passi, una sirena distante nella notte chiara, sopra i silos e le ciminiere slanciate, tornava a casa chiedendosi cosa ti fa l’amore, per prolungare ciò che aveva appena finito di vivere, per sentire ancora quell’abbraccio, quel calore, quel ferro straziante, anche adesso che era solo, e dunque, come ti cambia, come ti rovescia e ti rimette assieme, l’amore, come ti senti quando sei innamorato?

E pensava a ciò che lei gli aveva detto poco fa, alle cose che aveva svelato di lui, che gli aveva mostrato con un semplice gesto, come quello di alzare uno specchio, dicendo: “Sei molto sicuro di te”, oppure “Sei un po’ violento”, oppure “Sei vanitoso”, e lui che non aveva mai immaginato di essere sicuro, violento o vanitoso era rimasto sospeso a mezz’aria, su di lei, sospeso sul suo viso perfetto, sui seni come colline, sulle sue spalle bianche, sul grembo dorato, chiedendosi quale cannocchiale o scandaglio avesse usato per vedere quelle cose, e se le avesse trovate davvero o se tirasse a indovinare, ma no, aveva tutta l’aria di chi sa, ne sapeva più lei di lui, senz’altro, o per lo meno sapeva di lui cose che lui stesso aveva sempre ignorato, allora questa è una cosa che l’amore ti fa, l’amore ti rivela a te stesso.

E poi imboccando lungo il viale alberato che non poteva evitare a meno di attraversare la zona industriale, molto lontano dalla Hofburg, dal duomo di Santo Stefano, molto lontano dal Prater, dalle pasticcerie colorate, molto più a oriente, dove le lingue e gli accenti si mescolano, e ti ricordi che questa città è stata al centro di qualcosa di vasto e complicato, cuore pulsante di un’Europa di mezzo, dalle pianure ungheresi alle Alpi italiane, dalle orchestre orgogliose nei teatri tirati a lucido ai violini scheggiati in fangosi cortili balcanici, aveva pensato anche al dolore che aveva iniziato a sentire ancor prima di lasciarla, ancor prima della borsa e del treno, il dolore della separazione che sapeva sarebbe durata almeno una settimana, forse una settimana, o forse di più, forse anche un mese, non vi erano certezze in proposito, e alle conferme che avrebbe atteso da lei, durante tutto quel tempo, con il telefono, le mail, i simulacri che l’elettronica ha brevettato per lenire il dolore degli amanti, e questa è un’altra cosa che l’amore ti fa, ti leva la pelle, ti espone in cima a una collina, tutto nudo, rosso e bruciato dai venti e torturato e inconsolato, questa è una cosa che l’amore ti fa, ti spinge a desiderare una conferma quando è lontana, ma una non basta, vorresti avere una conferma per ogni ora che non trascorri assieme a lei, per ogni minuto che vi separa, vorresti una conferma ogni minuto, l’amore ti espone e ti fa sanguinare copiosamente.

E poi, già oltre il parco, in vista di casa, aveva pensato a come il suo corpo si alza e cammina per la stanza dopo avere gravato su quello di lei, aveva pensato a quella sensazione di forza, a come le spalle si drizzano, a come la schiena si drizza e le braccia stanno un po’ lontano dai fianchi come se avesse appena finito di fare uno sforzo fisico, come costruire un muro o demolire un muro, aveva pensato alla forza che l’amore infonde, e questa dunque era un’altra cosa ancora, un’altra cosa che l’amore ti fa, quando puoi stringerlo fra le tue braccia, quando puoi stringerle la gola con la mano, quando puoi accarezzarle i capelli o lasciarle segni sulla schiena, questo ti fa l’amore, ti fa sentire come un predatore un esploratore uno speleologo un minatore, pieno di fierezza e di coraggio, questo ti fa.

Alzò lo sguardo al cielo perché è il cielo il luogo degli innamorati, le costellazioni sfavillanti e tutti quei satelliti. Era felice di essere lì e adesso. E di vivere.

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