Barcellona

Ieri è stata la giornata più calda dell’anno.

Ieri poi ha piovuto, diluvio su Barcellona, pioggia sulle guglie di Gaudì, pioggia anche sul mare, liquido, tutto scorre.

“E’ come quando una corda si tende fino allo spasimo”, hai detto tu, parlavi del tempo. Hai detto che poi deve succedere qualcosa. Quando il termometro tocca i 45 gradi, o si va a fuoco o si scatena l’apocalisse.

Abbiamo visto le saette segnare il cielo dalla finestra del tuo appartamento. Hai avuto paura che ti piovessse in casa, il tetto è malmesso. Il gatto si era nascosto dietro alle piante del soggiorno. Toc, toc, la goccia che cade dal tetto, la macchia che si allarga. Corri a mettergli sotto una pentola, scalzo.

Ieri ci siamo rivisti dopo due anni, dopo una serie di mail. Non ci siamo detti nulla. Mi hai accolta in t-shirt, mi hai fatto un caffé, ti sei messo a parlare di un nuovo centro commerciale, come se ci fossimo salutati la settimana prima, all’uscita di un cinema. Ho capito subito che questo incontro tardivo non avrebbe sciolto nessun nodo. Le domande che mi sono posta, in questi due anni, sarebbero rimaste le stesse. Cosa eravamo? Cosa siamo stati l’uno per l’altra? Perché ci siamo persi di vista? Perché, ora, ci rivediamo?

Poi siamo andati a letto, è sempre lo stesso letto, quello nel quale mi precipitavo dall’aeroporto, tutte le volte che venivo a Barcellona e all’epoca ci venivo anche due volte al mese.

Eravamo a letto, ancora non ci eravamo spogliati, parlavi di quel centro commerciale e di un foulard che hai appena comprato, sei vanitoso, anche quando non ti sei fatto la barba, hai un modo tutto tuo di essere vanitoso, non come Luca, lui veste nei negozi giusti, ne sa certo più di te in fatto di abbinamenti, di tessuti, cuciture, tu hai la vanità bohemienne, la vanità dell’uomo fintamente trasandato…

Poco dopo il cielo si è aperto, fulmini come spade hanno tagliato il nero, le masse addensate, hanno tagliato il fondo delle nuvole come sacchi, siamo rimasti alla finestra a vedere il diluvio, adesso eravamo nudi, illuminati dai lampi, è iniziato a piovere dentro, in cucina. Pensavo a Luca e baciavo te.

Questa mattina mi sono alzata per prima. La pentola che avevi messo sotto la goggia era piena per metà. Ti ho preparato la colazione, tazze e roba da mangiare erano sempre al solito posto. La giornata si annunciava calda come ieri.

Poi sono uscita, ci siamo sfiorati le labbra con un bacio, casto, non ci siamo detti nulla, se ci rivedremo ancora, se sarà fra altri due anni, non ci siamo detti con chi stiamo adesso, se poi stiamo da qualche parte, se stiamo con qualcuno, o magari scorriamo fludi, magari siamo scossi come canne al vento, magari siamo solo questo, siamo grancasse che fanno un po’ di rumore bandistico.

Fuori era l’apocalisse e dicevi parolacce, sembravi felice di vedermi. Ogni tanto ridevamo. Sei dimagrito. C’era tutta la leggerezza di un tempo, ma qualcosa non quadrava, qualcosa non collimava, ma cosa? I gesti, i fatti, erano quelli dell’amore, i movimenti dei corpi, erano quelli, indubbiamente. Ma le parole erano altro, erano le chiacchiere al bar fra due amici, ecco stavamo facendo l’amore come se ci fossimo incontrati in un locale sulla Rambla, la stessa allegria noncurante, lo stesso cameratismo, la stessa ebbrezza che dura un istante, e domani è un altro giorno.

Ho mascherato anch’io quella leggerezza, nella stanza buia. Il temporale lentamente si esauriva, pioggia grondava da ogni tetto, ogni albero, ogni lampione, c’era acqua dappertutto, scorreva a fiumi sotto di noi, ragazzi ballavano in strada, era stata la giornata più calda del secolo e finalmente ecco che era finita, si toglievano le magliette, le facevano roteare sopra le teste, mostravano petti e ascelle, mostravano bicipiti, paravertebrali. Tu mi parlavi delle nuove mode, “l’Italia è così provinciale”, in Spagna erano anni luce più avanti, dicevi, io mi lasciavo accarezzare la schiena imitando la stessa leggerezza, mi dicevo “ecco, adesso siamo veramente amici, solo due amici”, e non m’importava più, non avevo pensato a te come a un’amico, mentre venivo a casa tua, né avevo pensato a te come a uno dei ragazzi senza maglietta che in questo momento danzavano in mezzo alle pozzanghere, per me eri speciale ed è solo questo che so, dell’amore, l’amore sta dalla parte opposta rispetto a cose come la leggerezza, l’amicizia e il cameratismo, l’amore è la corda che si tende allo spasimo, forse quella corda si era rotta due anni fa e non me n’ero accorta, avevo sognato spesso di tornare alla stanza buia e adesso che c’ero, qui, era come non essere dentro a niente.

Stamattina la pioggia era già sparita. La città, come sempre: polverosa, obliqua, in movimento, molto presa da sé.

Non c’era molto per fare colazione. Avevo il volo nel tardo pomeriggio ma ti ho mentito, ho detto che dovevo andare in aeroporto, non ti sei offerto di accompagnarmi, anche se era la tua giornata libera, a quanto ho capito aspettavi qualcuna, o qualcuno, non so.

Ho pranzato in un ristorante sul porto, mi sono mescolata a persone molto diverse da te, volevo non pensare, distrarmi così. Al duty free ho comprato un regalo per Luca. In aereo ho attaccato bottone con il direttore di un albergo, che andava a Venezia, mi sono fatta invitare, uno dei prossimi week end, che sfacciata! Lui non ha perso tempo, però.

Ho parlato anche col taxista che mi riportava a casa, gli ho chiesto se aveva piovuto. Insomma, in definitiva, ho deciso di lasciare gli ultimi due anni della mia vita lì con te, nella stanza buia. Fanne ciò che vuoi. Forse è stato uno sbaglio rivedersi.

Poi, sono passate solo 24 ore. Tutta la pioggia di Barcellona dev’essere scomparsa, riassorbita dalla terra ingorda. Sono uscita sul balcone – è solo un’altra sera di pipistrelli e lampi di calore nel mio quartiere – e ho acceso una sigaretta, aspettando che fossero le 10, per andare da Luca. E all’improvviso hai telefonato. Da Barcellona. E ho sentito la tua voce, e mi hai detto quello che non mi avevi detto ieri, che era stato bellissimo rivedersi, e come avviene a volte in questi casi, ho bucato le nuvole con l’unghia del mio indice, prima di tornare sulla terra, cambiarmi, profumarmi, e schizzare da Luca, felice come poche volte, felice di essere amata da due uomini, felice della mia vita contorta, felice del mio cammino incerto, dell’invito del direttore dell’albergo che potrei accettare o non accettare, dipende da me, è una mia opzione, felice anche di scoprire, una volta di più, che raramente la lingua dell’amore è fatta di parole definitive, di sentenze irrevocabili, il più delle volte tutto scorre e si apre una strada e aggira gli ostacoli e precipita da qualche parte, come l’acqua quando cade dal cielo. E quelle come me – quelli come noi – vanno con la corrente, cambiano idea tre volte al giorno, a volte sentono della musica nelle orecchie anche quando non c’è, a volte si addormentano con la tv accesa.

A volte vorrebbero morire e un’ora dopo, per un nulla, sono stupidamente così felici.

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