Dubai

Un inedito della collezione “Vieni via con me”*, i racconti d’amore ambientati in giro per il mondo, di Henry J. Ginsberg. 

A Dubai ha spesso freddo. Ha finito il concerto tre ore fa, ma non ha ancora smaltito tutta l’adrenalina. Lo stupisce il fatto di eccitarsi ancora per uno show. Anche adesso che si esibisce da solo, al piano, in locali più intimi, per platee più ristrette. Con il gruppo era tutto questo moltiplicato per dieci, era l’impatto dei watt, erano i colpi secchi della batteria alle sue spalle, lui a gigioneggiare davanti al pubblico perché le tastiere le suonava Ronnie, lui doveva solamente cantare, e muoversi, e mettere su quella faccia come se avesse pestato sterco di cammello salendo sul palco. Con il gruppo era tutto all’ennesima potenza. Il pubblico impazziva.

Ma anche così, anche da solo, funzionava ancora. Sapeva che avrebbe funzionato per un bel po’, quando hai scritto canzoni come Stay puoi vivere di rendita, non per il resto della tua vita, d’accordo, però abbastanza per poter incidere altri dischi, scrivere un libro, ottenere una parte in un film.

Adesso si esibiva in posti insoliti come Dubai. Dormiva al Burj al-Arab, la “vela”, l’hotel più stravagante (e più lussuoso, ha sentito dire) del pianeta. Adesso aveva chiuso con le droghe, definitivamente.

Burj-Al-Arab-Hotel-Dubai-Emirati-Arabi-Uniti

La mattina l’aveva passata in palestra, e domani lo porteranno al Mall of the Emirates, dove ci sono vere piste da sci, lo vuole vedere, un posto così, piste da sci nel deserto. La variante di un miraggio.

Ha una scrittura per cinque show. Poi andranno a riposarsi tutti quanti alle Maldive.

“Non è l’aria condizionata”, gli dice.

“No? E cosa, allora? Ci saranno 50 gradi, fuori.”

Leda fa per abbracciarlo ma lui si ritrae. Sempre lo stesso errore. Ci sono persone che non si lasciano abbracciare facilmente. Ci sono persone che devono farsi forza per rinunciare a dormire sole.

“Perché sospiri?”, le chiede lui. Quel tono di uomo ai limiti della sopportazione.

“Perché non ti lasci amare”, vorrebbe dirgli. Nonostante la mia pelle di seta, nonostante le mie mani, i miei fianchi, la mia devozione, tu non ti lasci amare. Tu senti freddo in Arabia. Da quale congiunzione astrale può dipendere, una tara così?

Domani lo porteranno a Jumeirah, l’isola artificiale a forma di palma. Gli hanno proposto di acquistare una casa, probabilmente non lo farà, ma gli va di dare un’occhiata. Karl gli ha spiegato che anche a Dubai è arrivata la crisi, che molte delle case sull’isola adesso sono vuote, le avevano comprate giovani businessman quando l’economia attirava persone da ogni parte del mondo, adesso è diverso, adesso se ne tornano a casa o hanno trovato altre sistemazioni. Karl lo sconsiglia, è serio, silenzioso, sa il fatto suo, da quando lo conosce è sempre stato una persona su cui fare affidamento, come manager e come consigliere, se non come amico, e poi a Dubai non si va neanche al mare, in certi mesi dell’anno è semplicemente troppo caldo, eppure a lui non dispiace, per qualche strano motivo, la gentilezza degli uomini, come una sottile pellicola, sotto alla quale intuisci la vera arroganza e il vero potere, la sfacciata sensualità delle donne, concentrata negli sguardi, nei pochi lembi di pelle lasciati scoperti dai vestiti, ha sentito che in uno degli alberghi lì vicino aveva vissuto Idi Amin, dopo essere fuggito dall’Uganda, da lì aveva continuato a gestire i suoi affari, a gestire tramite il figlio oscure, crudeli guerre di rapina nel cuore delle foreste africane, aveva sentito di quell’industriale italiano, e di quella modella, aveva sentito storie di pugili a riposo e di tangenti favolose, era ancora la vita misteriosa ed eccitante del suk, in fin dei conti, dietro ai vetri schermati, nelle pieghe dei tessuti, nei microchips, nelle nanotecnologie, nelle atmosfere pressurizzate, era sempre il suk, era come in quella canzone di Bowie, che faceva anche lui, un tempo, con la band, era the secret life of Arabia, solo che ha spesso freddo, a causa di tutta quell’aria condizionata, è una vita un po’ condizionata, sì, questo gli è parso, e pure un po’ doppia, ambivalente, come i repentini passaggi dal caldo al freddo, come l’essere ben coperti sopra e comunque nudi, sotto, sotto tutti i veli e i vestiti, perché sotto ai vestiti si è per forza nudi e Dio vede anche sotto ai vestiti, no? Ma questi sono pensieri da drogato e lui non si droga più da anni.

Guarda Leda, ha gli occhi chiusi, potrebbe dormire o fare finta. Le ha dedicato una delle sue ultime canzoni, è andata bene ma niente in confronto a Stay, in ogni modo deve infilare qualche pezzo nuovo nello show, non può fare solo quelli storici, le note sono quelle, sempre e soltanto sette, ha provato nuovi accordi, ha provato in duo con un flicorno, ha provato con una cantante francese, alla fine ha optato per il pianoforte.

Si farà venire a prendere da un taxi. Per fortuna non si è spogliato. Leda invece è nuda, rischia di prendere freddo. La coprirà con il lenzuolo prima di uscire. Qualsiasi cosa si sia persa tra loro nelle ultime settimane non vuole che Leda si ammali.

 E poi è fuori, nella notte è fuggito, un’altra volta. La macchina percorre veloce il lungomare sotto alle geometrie futuriste, via verso le pianure coperte di sale, le dune di sabbia, verso il deserto, dove le strade si ricongiungono, dove ciò che è doppio, diviso, ridiventa uno. Ritrova la sua integrità.

Leda attende che il dolore del distacco si faccia insopportabile, dentro, come spesso accade, quando lui esce come un ladro nella notte, quando la lascia sola. Un dolore che non può essere lenito da nulla, non da cibo, non da medicine o denaro o tv o vestiti o paesaggi. E quando è assolutamente certa che sta arrivando al bordo, come l’acqua che bolle, nella pentola, e sale, e tra un attimo comincerà a tracimare, allora e solo allora allunga la mano sul comodino, afferra il cellulare. Chiama Karl.

 

*I racconti della collezione “Vieni via con me” sono pubblicati nel libro VENGO VIA CON TE. STORIE D’AMORE E LATITUDINI (Valentina Trentini Editore), il libro che sta facendo il giro del mondo.

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