L’attimo raccolto (del sogno)

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L’arrivo del Riva. Yachting Club Bardolino, ore 16:30

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Egg Dream

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THE EGG™

ARNE JACOBSEN 1958

Arne Jacobsen designed the Egg™ for the lobby and reception areas in the Royal Hotel, in Copenhagen. The commission to design every element of the hotel building as well as the furniture was Jacobsen’s grand opportunity to put his theories of integrated design and architecture into practice. The Egg is one of the triumphs of Jacobsen’s total design – a sculptural contrast to the building’s almost exclusively vertical and horizontal surfaces. The Egg sprang from a new technique, which Jacobsen was the first to use; a strong foam inner shell underneath the upholstery. Like a sculptor, Jacobsen strove to find the shell’s perfect shape in clay at home in his own garage. Because of the unique shape, the Egg guarantees a bit of privacy in otherwise public spaces and the Egg – with or without footstool – is ideal for lounge and waiting areas as well as the home. The Egg is available in a wide variety of fabric upholstery as well as leather, always combined with a star shaped base in satin polished aluminium.

Per ambienti Unici

L’Atelier LAVS, laboratorio di eccellenza italiana da sempre dedito alla progettazione e realizzazione di Vesti sacre per il culto cattolico, affidandosi al Maestro profumiere Lorenzo Dante Ferro, ha creato UNUM, una nuova espressione nel settore delle fragranze di nicchia e di pregio.

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UNUM, uno solo, è una fragranza d’ambiente unica, del tutto particolare, un accordo mistico di Frankincenso, Mirra e Bacche di Ginepro su un fondo nobile di Balsami, resine d’Oriente e Legni pregiati con sfumature di Cuoio Antico, Mosco e Ambra dorata. Le prime note sono dense di sacralità, poi si trasformano in un concerto di sensazioni resinate che armonicamente abbracciano e proiettano in un terreno ricco di mistero e di significati.

Unicamente per luoghi dell’anima.

*Per Casa Campanelle, ho scelto UNUM di LAVS per valorizzare la Cappella privata di San Giorgio, ma anche la corte del piano terra, lo scalone e il salone del primo piano, ovvero gli ambienti più antichi della casa, che si ritrovano a far parte così di un unico accordo intriso di storia, mistero & sacralità.

Blade Diary

Una giornata da vivere puntando in alto e aspirando al top; ad altezze vertiginose, pericolosa come le Montagne Russe, ad altissimo tasso di seduzione, fin dalle prime ore del mattino. Protagonista assoluto, un oggetto del desiderio, espressione del perfetto equilibrio tra femminilità e design, capace di coniugare l’eleganza alla sofisticata competenza artigianale e all’innovazione del Made in Italy. Oggi, T & M lo interpretata con grande ironia, quale compagno inseparabile della rocambolesca giornata di una donna. Signore e signori, ecco a voi… il Tacco Blade.

GUEST STAR: Décolleté iconica Casadei in luminoso camoscio, Tacco “Blade” in vero acciaio 120 mm affilato come una lama, plateau interno 10 mm, collezione autunno/inveno 2012-2013. 

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Pericolose, sempre.

Ore 6.30, “Presto che è tardi”blade (1)Lavastoviglie Rex Electrolux, porcellane Sanssouci Rosenthal, pentola Mami Alessi

Ore 7, Real GovernancePicShells Alari antichi, grembiule da cameriera (dote della bisnonna), camino in pietra Recuperando, “Istruzioni alla servitù” di Jonathan Swift (ed. Adelphi)

Ore 8.30, e chi mi ferma più

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Giraffa Schleich, macchina a pedali vintage

Ore 9, @work

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Tazza Ikea, cover Diary Louis Vuitton, penna Montblanc, “Industrial Chic” di Durieux&Hamani

Ore 12, It’s  Brunch o’clock

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Tazza Galerie Royale Bleu Wallis Bernardaud, iPal Tivoli Audio, trench Burberry, borsa Louis Vuitton, “Opere” di Sade (ed. Meridiani)

 Ore 14, tempimorti

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N. 754 Vogue Italia & “Femmes” di Jeanloup Sieff tra corda di rame e tubo corrugato

Ore 17, con i bambiniblade 15

Poltroncina Lou Lou Ghost di Kartell, cuscino “palla da rugby” Maison du Monde, giochi in legno Sevi, peluche Trudy Bear

Ore 18, Green Space

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Grembiule da sommelier Enoteca Grado 12 Trento, vecchio innaffiatoio in zinco

Ore 18.30, relax off road

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Mtb Merida, orologio Santos Cartier

Ore 19.30, stasera (ti) cucino ioblade 12

Olio Casaliva Comincioli, pesciera in rame Navarini, coltello San Marco, anello Trinity

Ore 20.30, I’m busy

blade (10) Carrè in seta Hermès, coltello e cloche scaldavivande Alessi, tovaglia Bossi

Ore 22, Red Carpet

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Abito rosso XS Collection Milano, Spumante Ferrari Brut

Ore 23.50, beautycare

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Spugne Mastro Raphael, Crème lisse suprême [PRO3R] Progressif Anti-Rides Carita Paris

What else?

fotografie: donatella simoni

colonna sonora: Wankelmut & Emma Louise – My head is a jungle

278 anni di cose Belle

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Grazie RICHARD GINORI per tutte le cose Belle che avete creato.

Chi mi ama, mi segua

Casadei

Blade di Casadei

photo by The Sartorialist

Paradigmi di stile

fotoDal più alto del tacco discende a terra una campata di ponte inclinato o toboga capovolto, la parte della suola che non tocca mai il suolo e si conserva lucente e nuova, rigida nel portamento, flessuosa nei contorni, intatta come fosse intangibile.

E’ questa la zona della scarpa più sconcertante, che nasconde una perenne giovinezza là dove meno lo sguardo può raggiungerla, e ispira alla mente una leggera vertigine, come il dritto che diventa rovescio nell’anello di Moebius.

Dal rovescio si torna a passare al dritto con la cupola della punta, che è la parte più in vista dall’alto e di fronte, prua e polena, e come tale esprime lo spirito della scarpa, l’immagine che essa inoltra al mondo; ma è anche la parte più direttamente e saldamente attaccata alla terra, come per riceverne forza e una fierezza ostinata, quasi proterva. La varietà delle fiancate e staffe e cinghie corona la scarpa in un disegno aereo in cui i vuoti occupano più spazio dei pieni, come il sartiame di una nave…

Italo Calvino

I maestri del Tempo

“Un giorno sarebbe bello se tu dedicassi un post ai grandi visionari dell’alta orologeria moderna. Perriard, Bouchet, Maximilian Busser, Urwerk, e via dicendo…

… Così, potremo partire dal giovane protagonista del film, apprendista orologiaio di Tempi passati. Ed arriveremo al genio visionario di Maximilian Busser. Un percorso affascinante. Realizzato in esclusiva per te”.  MM

 

Hugo Cabret 

« Mi piace immaginare che il mondo sia un unico grande meccanismo. Sai, le macchine non hanno pezzi in più. Hanno esattamente il numero e il tipo di pezzi che servono. Così io penso che se il mondo è una grande macchina, io devo essere qui per qualche motivo. E anche tu! » (Hugo Cabret)

Chissà se il giovane e talentuoso Hugo, alle prese con i suoi movimenti meccanici che segnalavano l’ora esatta ai viaggiatori in transito nella stazione ferroviaria di Montparnasse, avrebbe mai potuto immaginare che pochi decenni dopo si sarebbe arrivati alle visioni che alcune menti geniali hanno inoculato al mondo della micromeccanica orologiera.  Una rivoluzione costante. Nell’approccio, nei materiali, nel design. Testimonianza dei limiti che la mente umana supera anno dopo anno. Incessante e mai doma.

 

Vincent Perriard, cuore pulsante di HYT Watches.

A lui dobbiamo la nascita dell’incredibile H1, forse la realizzazione più interessante che il mondo dell’alta orologeria ci ha regalato quest’anno. La sua caratteristica peculiare è questa: le ore sono indicate da un liquido che scorre intorno al quadrante. Questo accade grazie a due piccoli compressori che sono situato nel retro del movimento. I minuti sono segnati in un piccolo quadrante posizionato ad ore dodici mentre i secondi continui si leggono tramite una girante con palette simili a quella di una turbina. Non può mancare, ad ore tre, l’indicatore della riserva di carica. Ma forse è opportuno lasciare spazio alle immagini per comprendere meglio quest’innovativo capolavoro d’ingegneria idromeccanica.

 

Emmanuel Bouchet crea Opus 12 di Harry Winston.

A bocca aperta. Questo è ciò che si prova di fronte a questa visionaria realizzazione. Ispiratosi alle leggi Copernicane quindi al concetto che il nostro pianeta ruota intorno al proprio asse ed intorno al Sole ecco la rivoluzione di Opus 12. Scompare la concezione delle due classiche lancette segnatempo. Che lasciano spazio a ben dodici sfere ruotanti su se stesse. Posizionate perifericamente sul quadrante. Blu ed argento il loro colore. Esse scandiscono il passaggio delle ore e dei cinque minuti. Arrivando allo spettacolo del cambio dell’ora, quando una corona dentata periferica, ruota in rapida successione tutte le lancette facendo comparire il lato blu per un istante. Un capolavoro di cinematica e micro meccanica moderna.

 

Maximilian Busser 

Affascinante, magnetico ma, sopratutto, fondatore di MB&F. Dove la “F” ha un significato importante: Friends. Perché Maximilian ha creato il suo atelier con un preciso scopo: inventare attorniandosi di amici. Con provata levatura. Giovani e promettenti. Sostiene di non creare macchine che danno il tempo. Bensì che misurano il tempo. Ci racconta la Legacy Machine N.1

 

Urwerk

Tra i precursori più acclamati della nuova Alta Orologeria. Scuotono il Mondo del Tempo con la loro prima apparizione nel millenovecentonovantasette. A Basilea. Come si conviene. “UR” la città in Mesopotamia. L’ “inizio”. “Werk” in lingua tedesca: “Lavoro”. Due le anime del progetto: Felix Baumgartner: figlio di orologiai. Nipote di orologiai. L’arte della meccanica scorre nelle sue vene. Martin Frei: artista e designer a tutto campo. Scultore, pittore, regista. L’estetica di Urwerk è la sua firma indelebile.

 

UR – 210 – Maltese Falcon project

Grazie a MM per questo viaggio emozionante nel Tempo, un dono prezioso, che va ad aggiungersi  – quale pezzo pregiato – alla collezione di cose Belle di T & M. Il Bello senza Tempo.

Un air de Noël

TIMELESS COLLECTION by Reuge The Art of mechanical Music

Un Dono senza tempo per il Suo Natale.

La Dama e il Guanto

Antologia “da brivido” sul rapporto tra la Dama e il (suo) Guanto.

“Gli spazi del sonno nella notte……ci sei tu. Tu che sei alla base dei miei sogni. Tu che scuoti il mio spirito pieno di metamorfosi. Tu che mi lasci il tuo guanto quando bacio la tua mano.” Robert Desnos, 1926. (La Mano, il Guanto, Cristiana Cella. 1989, Idealibri).

“Fanno parte di ogni minima attrezzatura di base. Non c’è immagine di ladro che non sia guantata: gialli, neri, di maglia alla Diabolik, basta che siano sottili per non impacciare il lavoro, che richiede grande sensibilità. Proteggere l’anonimato della mano è fondamentale. Ma il ladro elegante e super attrezzato è forse uno stereotipo cinematografico.”  (I Guanti per rubare. Capitolo IX. La Mano, il Guanto).

Guanti da guida di Hermès, finitura Kelly, indossati da Charlize Theron durante il test di “Safe-Opening”.

“L’amicizia tra uomo e donna è cosa assai ambigua e scivolosa e questo aumenta il fascino del dono, che un tempo i cicisbei accompagnavano con queste parole: “Accettateli, mia signora, perché l’amicizia più vera si stringe attraverso un guanto”. (Il lecito e l’illecito. Capitolo VIII. La Mano, il Guanto).

How to Succeed at Murder. The Avengers.  La gentil fanciulla appartiene ad un club di signore dedite all’eliminazione fisica di vittime designate. Utilizzando solo armi di seduzione: calze, affilati stiletti, guanti ed un braccialetto con charms… speciali.

Dal Cinquantotto… al Sessantatré. L’epoca d’oro. Lunghissimi, dalle sofisticate tinte pastello…

… arrivando alle bellissime e spietate Dame dei nostri giorni.

Se nella notte un’ospite “indesiderata”…

Nella vita di tutti i giorni…

J’aurais pu intituler cette vidéo : “le temps d’une lecture” ou “voyage avec Oscar Wilde”
Il s’agit simplement d’une superbe rencontre, le temps d’un voyage en RER qui prend une dimension d’éternité, telle la belle élégante nous offre une partition superbe faite de caresses, frottements et autres délicatesses…
Gros plan sur cette rencontre, un jour d’été…

 

grazie a MM per la ricerca, il dono, l’ispirazione

Ispirazioni dal passato

 … momenti, persone, manufatti, varie ed eventuali. Di classe. Per gentile concessione di un gentleman, del passato. L’Ultimo Gentleman. Il mio.

La copertina di uno dei miei Bazaar degli anni cinquanta. Lei in copertina…..

Le prove del Boss. Monumentali, Interminabili, Faticose.

Balenciaga, primavera prossima. Immancabili!

Borsalino a Verona. Piccolo e nascosto.

Aspinal of London. Bellissimi con il bottone in titanio.

Una rara copia di Ciprigna.

Un paio di guanti del millenovecentocinquantadue. Dior. Acquistati da Antique Boutique a New York nel millenovecentoottantasette.

Escoffier…..

Gaultier fece questo disco mix molti anni fa. Il retro era inciso……così……

Il candelabro scalda. Il candelabro illumina.

Guido Martinetti. Un amico che si può fregiare del titolo di gentiluomo. Educato e composto.

Il comodino. Il mio.

Vivier……magnifico.

Ohhhh….la mano guantata della leggendaria Anne Francis aka Honey West. L’affascinante detective degli anni cinquanta.

H – Japan

Palter De Liso direttamente da una copia di Vogue del millenovecentocinquantasette. Mr. Mule….I presume…….

Una delle più belle vetrine viste nel quadrilatero. Sia per scenografia che per contenuti….trovo. Finalmente come un tempo, signora Miuccia!

Lei&Lui

Memento

1965. Lampada da tavolo “Pipistrello” per Martinelli Luce by GAE AULENTI

photo by arredamento.it

Venus corrigeant l’amour

Paysage aux Oiseaux

 Chantaride

 Aux Fleurs des ChampsJeu de Cartes 

Paysage al Or

Sono le Bernardaud Tasses Historiques.

Vanity chair

La Vanità? Pretende di sedersi su una Peacock chair.

Vimini e glamour,  due parole che non sono mai andate d’accordo fino a quando è nata la sedia a pavone. Una sorta di trono esotico protagonista per decenni, di affascinanti scenografie della vecchia Hollywood.

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Regale ed elegante, è la rivisitazione della Windsor settecentesca. Di umili origini, è entrata alla corte d’Inghilterra per voler di Enrico III. Ma è diventata una star in America. La leggenda vuole che Thomas Jefferson abbia firmato la Dichiarazione di Indipendenza seduto proprio su una Windsor.

Reinventarla oggi, è un magnifico esercizio di stile per designer. Vanitosi & Indipendenti. (Pavo Real di Patricia Urquiola, Kora di Matteo Thun).

E la moda si pavoneggia. (Paul Schmidt, Agent Provocateur, Jean-Paul Gaultier)

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Oggi, dolce vita significa anche sedersi su una Peacock chair, in un antico giardino o in una veranda lussureggiante, leggere un capitolo di Vengo via con te. Storie d’amore e latitudini di Henry J. Ginsberg e viaggiare sognando.

Il mito ai piedi

Simbolo di Capri, simbolo di un mito. I sandali realizzati a mano da Costanzo.

E’ una piccola bottega, dove si sente ancora il profumo del cuoio (vero) e dove sul piano di lavoro ci sono ancora gli strumenti utilizzati da sempre. Ogni anno le collezioni si rinnovano ma lo stile rimane immutato. E’ lo stile senza tempo dell’isola di Capri e di alcuni miti come Jackie ‘O, Grace Kelly, Sophia Loren, Brigitte Bardot e Clarke Gable che in questa bottega  hanno acquistato i leggendari sandali su misura realizzati a mano da Costanzo.

Beet(le)! Beet(le)!

Attenzione, arriva. Ed è un grande ritorno. Il Maggiolino. Disegnato da Ferdinand Porsche, in 70 anni ne ha combinate di tutti i colori. Da auto del popolo, a modello da guerra nella versione Kuebelwagen e nell’anfibia Schwimmwagen, da macchina dei signori negli anni Cinquanta, la Typ 2, a simbolo hippy, l’auto dei figli dei fiori.

E nel 2012? Sportiva, quasi coupé. Un’anteprima intercontinentale, in contemporanea a Shanghai, Berlino e New York. Poi la doppia presentazione italiana, a Roma e a Milano.

Stiamo assistendo alla rinascita del Maggiolino Volkswagen, una delle automobili più vendute di tutti tempi: 21 milioni e mezzo di unità in circa 70 anni. Un’icona dell’Automobile. Perché le versioni di un tempo mantengono il loro valore sul mercato e i modelli più rari sono contesi dai collezionisti senza esclusione di prezzi.

Ma torniamo indietro con la memoria, torniamo alla sua creazione. Nel 1934 Adolf Hitler chiede un’auto del popolo all’altezza delle sue utopie a Ferdinand Porsche, il futuro fondatore dell’omonima casa automobilistica che riceve il compito di studiare un’auto con poche ma precise esigenze: trasportare cinque persone o tre soldati e una mitragliatrice (il capitolato era stato steso dallo stesso Hitler), viaggiare a 100 km/h consumando una media di 7 litri per 100 chilometri, avere un prezzo non superiore a mille reichsmark, pari a dieci volte lo stipendio di un operaio.

Nel 1939 debutta al Salone di Berlino. Con fantasia tutta tedesca viene battezzata Typ 1 e così viene chiamata fino al 1968, quando il modello viene ribattezzato Der Kaefer (lo scarabeo, da cui il popolare maggiolino) perché così era stato definito in una brochure pubblicitaria nell’agosto del 1967. Il disegno del Maggiolino non è mai cambiato: la foggia dei fanali, la forma e la dimensione del parabrezza e del lunotto, ma nulla più. Compare anche la versione cabriolet molto amata perché garantisce quattro posti veri. Ma dopo 40 anni, il mercato è saturo e il Maggiolino esce di produzione prima in Europa (1976) e poi, dopo più di vent’anni in Brasile (2003), nello stesso anno in cui esce dalla scena anche la New Beetle comparsa nel 1998 ma che non ha mai convinto.

Ma ora è tornato, il Maggiolino della terza generazione: il dna è quello di una Volkswagen contemporanea, i tratti sono quelli tradizionali (parafanghi sporgenti e fari anteriori circolari), due gli allestimenti proposti, Design e Sport. Il nuovo Maggiolino è più sportivo, virile e spazioso, tutto ciò che non era un Maggiolino old syle ovvero, lento come un treno a vapore, rumoroso come un trattore, con una cronica mancanza di spazio e irresistibilmente femminile. La versione 2012 è decisamente maschile, firmata da Walter de Silva, il raffinato numero uno dello stile del gruppo Volkswagen, assieme a Klaus Bischoff, responsabile del design della casa tedesca. Sembra una coupé, quasi una Porsche quando la si guarda da dietro.

Terza generazione che pensa già ai suoi figli, a cui dedicare la E-Bugster. C’è chi sa andare avanti guardando indietro: i giocatori di rugby ad esempio.Volkswagen ha attinto proprio da questa filosofia per realizzare una concept car coraggiosa e coinvolgente, dai contenuti avanzati e con estetica che ricorda addirittura le celebri Speeedster. Due soli posti, è solo elettrica con autonomia di 180 km, si ricarica in soli 35′ alle colonnine stradali, oppure da rete domestica, o frenando come le ibride.

Il ritorno di un mito. Follow it! Beet(le)! Beet(le)! 

TESTO – ds ispirata da Luca Delli Carri su MFGentleman

FOTOGRAFIE – web

MUSICA – let it be beatles http://www.youtube.com/watch?v=ajCYQL8ouqw

Come una novella Jolanda

Il primo cliente Porsche del mondo? Una donna.

Jolanda Tschudi era una giovane donna proveniente da un’ottima famiglia di Zurigo e con uno stile di vita fuori dal comune: sul suo aliante aveva toccato il record svizzero partendo da un’elevazione superiore a 5’000 metri e, nella seconda metà degli anni Quaranta, aveva preso parte a numerose spedizioni in Nord Africa, per approfondire i suoi studi di etnografia presso le popolazioni Touareg. Nella primavera 1949, quando fece ritorno in Svizzera, trovò ad attenderla la realizzazione di un suo sogno. La nuova Porsche 356/2 cabriolet.

Jolanda  era venuta a conoscenza della nuova Porsche dal cugino amante di auto che l’aveva ammirata nell’inverno del ’48, nella sala dal pranzo di un albergo trasformato in “Showroom” da Bernhard Blank, albergatore nonché commerciante d’automobili di Zurigo. La prima Porsche venduta da Blank fu proprio nella primavera del ’49 alla Tschudi che diventò ufficialmente la prima cliente Porsche del mondo.

Per Jolanda era l’auto che più si confaceva a lei e al suo stile di vita. Con la sua 356/2, su carrozzeria dei fratelli Beutler di Thun, intraprese innumerevoli viaggi fino a quando la vettura si danneggiò a seguito di un incidente sulla via di un deposito per alianti nelle Alpi Marittime.

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Un drY martini, please

“Ecco la mia ricetta personale, frutto di lunghi ed elaboratissimi esperimenti, garantita per i suoi risultati perfetti. Prima che arrivino i vostri invitati, mettete tutti gli ingredienti, bicchieri, shaker e gin in frigorifero. Utilizzate un termometro per accertarvi che il ghiaccio stia a 20° sotto lo zero – il ghiaccio deve essere molto ghiacciato e duro, cosicché non si sciolga… non esiste niente di peggio che un martini annacquato. Non togliete niente dal frigorifero, finché non siano arrivati i vostri invitati. Allora, fate sgocciolare poche stille del Noilly Prat e mezzo cucchiaino di Angostura bitters sopra il ghiaccio. Mescolate e poi scolate il liquido tenendo solo il ghiaccio, che manterrà il tenue gusto di entrambe. Versate il gin sul ghiaccio, agitate di nuovo lo shaker e servite”

… spiega il grande regista surrealista Luis Buñuel nella sua autobiografia “My last sigh”. E aggiunge: “Un raggio di sole deve trapassare una bottiglia di vermouth prima che essa si scontri con il gin“, la formula per un perfetto Dry Martini.

Le origini di questo cocktail sono legate alla leggenda. La più autorevole, documentata da John Doxan in “Stirred – Not Shaken”, afferma che un barista di nome Martini originario di Arma di Taggia in Liguria, emigrato negli Stati Uniti, avesse creato la miscela attorno al 1910 presso il Knickerbocker Hotel di New York in onore di John D. Rockefeller.

Ma si dice pure che un gentiluomo spagnolo di nome Martinez, circa un secolo fa, suggerì al barman del Waldorf Astoria Hotel di New York la ricetta di quel cocktail che si sarebbe chiamato “Martini” (in onore a lui, non al celebre vermouth).

La fama del Dry Martini è comunque legata al cinema. James Bond è molto sensibile a come il gin si mescola con il vermouth, affinché la bevanda non si ferisca (bruised) con un mescolamento barbaro: “Shaken, not stirred”, così come preferisce il sesso, agitamento delle sensazioni e non degli sgarbati contorsionismi. Anche l’attrice Mae West dal grande schermo sospira: “Devo liberarmi di questi abiti bagnati ed infilarmi in un Martini dry”. E un Dry Martini è quello richiesto al barman del Taft Hotel da Mrs. Robinson (Anne Bancroft)  accompagnata da Benjamin (Dustin Hoffman) protagonisti nel film “The Graduate” da noi conosciuto come “il Laureato”.

Al di là della storia, della leggenda e delle curiosità, oggi il Dry Martini è il re dei cocktail che vanta innumerevoli varianti e metodi di preparazione, un rito questa, per ogni barman che si rispetti.

“… chiedemmo per dovere quasi devozionale due dry martini che ci furono preparati con scupolosa attenzione… ma per quale motivo un cocktail uscito dalla manipolazione stregonica di Field era una nuvola di leggerezza e soavità senza l’ombra delle matrici che lo avevavo generato e, questo solo una gradevole e diligente miscela di alcol e ghiaccio, non avremmo mai potuto spiegarcelo se non con la constatazione immediata e perfino riflessiva: Colin era il più grande barman del mondo” (da “A Tavola con Maigret”)

Dove berlo? Al mondo sono molti i banconi su cui si può sorseggiare un Dry Martini coccolati dai racconti di un fantasioso barman. Andate dove volete ma accertatevi che il professionista del mixing abbia avuto una formazione degna di tale nome, dove vederlo e ascoltarlo mentre prepara il cocktail sia davvero un momento di relax.

In tanti sostengono che il migliore al mondo sia quello dell’ Harry’s Bar in Venice dove in passato Hemingway, amava sbronzarsi con la versione extra strong da lui stesso ideata, vale a dire con la stessa percentuale di soldati che il famoso generale inglese Montgomery indicava come necessaria a garantire la vittoria in ogni battaglia (che tradotta in termini liquidi significava 13 parti di gin contro una di vermouth).

E Xavier de la Muela, proprietario del Dry Martini Bar di Barcellona, uno dei migliori al mondo dalle pareti decorate con un’esposizione d’arte di Martini di tutti i tempi, afferma: “Il Martini cocktail è una filosofia di vita, un punto d’arrivo”

Bevetelo come volete, purché sia secco e gelato. Un consiglio: non avventuratevi oltre il terzo bicchiere se non siete Hemingway, a meno che non vogliate interpretare un personaggio de “Il fascino discreto della borghesia” di Buñuel. Per dirla sempre col generale Montgomery, è sempre “meglio una ritirata strategica che un attacco scellerato“.

TESTO – ds ispirata da orizzontidelgusto.blogspot.com

FOTOGRAFIE – in ordine, you-stylish-barcelona-apartments.com, MFLadies, comerconlila.com

MUSICA –  bright college days tom lehrer http://www.youtube.com/watch?v=bATv2GwOs08

Spirit of Ecstasy, storia di una passione

Estasi, una sintesi di bellezza femminile, sensualità e mistero della velocità.

Sono cento anni che la statuetta Spirit of Ecstasy, la donna volante, svetta sul cofano delle Rolls-Royce (www.rolls-roycemotorcars.com), simbolo delle auto più amate da aristocratici e miti del cinema, popstar e potenti della Terra. Per celebrare la sua icona, la casa automobilistica britannica ha affidato l’interpretazione del mito ad un grande fotografo, John Rankin Waddell, inglese, 45 anni, astro della fotografia con il pollice verde per gli affari.

In 100 scatti, Rankin ha interpretato Spirit of Ecstasy in chiave contemporanea attraverso figure femminili o loro particolari, primi fra tutti gli occhi, prima fonte d’ispirazione e la parte migliore di una donna, secondo il famoso fotografo (www.rankin.co.uk), che incorpora l’essenza della statuetta in donne di diverse nazionalità ed età per conferirle un valore universale.

Il risultato è una collezione sorprendente che rappresenta in un’ottica moderna un simbolo iconico riconosciuto in tutto il mondo, non un accessorio, ma parte del Dna di R-R. La collezione, esposta ormai da quasi un anno negli showroom di molte città, da Londra a Sidney, da Tokyo a Dubai, continua il suo giro del mondo e nella sua missione di estasiare.

 

Questo è solo l’ultimo dei capitoli di una storia di passione. Il primo a volere la “donna volante” sulla sua Rolls fu, nei primi del ‘900, il barone Montagu di Beaulieu, segno del suo amore segreto per l’assistente Eleanor Thornton che sposò poi in seconde nozze. A realizzarla fu l’amico artista Charles Sykes che modellò la statuetta sulle forme della Thornton. L’idea piacque tanto che tutti i blasonati possessori di una Rolls vollero la loro versione. Per arginare questa moda, la Rolls Royce commissionò a Sykes quello che dal 1911 diventò il simbolo di un mito.

 

TESTO – ds ispirata da Fabio Fattorusso MFGentleman

Must have, gli intramontabili – 6° puntata

Capi senza tempo, icone di stile che li hanno resi celebri. Un semplice vademecum per lei e per lui, per conoscere e non sbagliare mai.

 

BRIGITTE E IL BIKINI

Formalmente il bikini è nato nel 1946 ma il costume a due pezzi  era indossato già nell’antichità, come risulta dal ritrovamento di urne, affreschi e mosaici di epoca greca e romana (i più antichi risalgono addirittura al 1400 a.C.). A contribuire al successo del bikini fu il cinema grazie a dive come Brigitte Bardot che con il loro fascino esplosivo fecero dell’audace due pezzi l’oggetto del desiderio maschile e femminile di intere generazioni.

Oggi: Emporio Armani e Dolce&Gabbana

Quando: al mare e in piscina

 

SOFIA E LE CALZE

Sophia Loren sbottonava il reggicalze scuro, le tirava giù lentamente e lasciava cadere sul letto le sue calze leggere di filato davanti ad un Marcello Mastroianni sussultante e impaziente; uno spogliarello femminile che ha avuto nelle calze un ingrediente di seduzione fondamentale.  La calza è da sempre arma di seduzione del gentil sesso, ma il menage quotidiano dei nostri tempi impone pragmatismo. Si lavora, si corre, si compete, c’è poco tempo per giocare. Con gli uomini si combatte, non si flirta. Allora spazio al collant: pratico, veloce e resistente benché nemico giurato del maschio e barriera a volte insormontabile per un improvviso impeto ormonale. Il reggicalze è ormai in soffitta, mentre le gloriose autoreggenti – che pure non tramontano mai- restano lì, nel cassetto, in attesa di momenti speciali sempre più rari.

Oggi: Wolford

Quando: sarebbe bello…

 

JACKIE E I PANTALONI CAPRESI

Capri, 1960. Una giovane donna del posto si ispira ai pantaloni dei pescatori capresi per disegnare il suo primo paio di pantaloni alla pescatora. Bastò che Jackie Kennedy Onassis, gironzolando in Piazzetta nascosta dietro un grande paio di occhiali neri, li indossasse la prima volta, per sancirne definitivamente il successo. Di strada ne ha fatta in quarant’ anni il pantalone «Capri style». E  la semplicità di un pantalone alla pescatore e di un infradito conquistano ancora oggi. Lo stile caprese è entrato fra gli evergreen. Il suo punto di forza: la sobrietà delle linee. Ma prego fare i conti con le proprie fisicità: no al pantalone caprese sopra la taglia 46. Un capo di assoluta freschezza. Non ha né taglia né età, basta scegliere stoffe e modelli giusti. Aderenti per giovani e snelle, più morbidi per le altre. Un immancabile? In lino o canvas, colori naturali.

Oggi: Alberta Ferretti, Emporio Armani e Dolce&Gabbana

Quando: nel tempo libero e nel weekend

TESTO – ds

Must have, gli intramontabili – 5° puntata

Capi senza tempo, icone di stile che li hanno resi celebri. Un semplice vademecum per lei e per lui, per conoscere e non sbagliare mai.

 

MARILYN E IL TWIN- SET (PULLOVER GEMELLI)

Twin-set, ovvero un due pezzi gemelli realizzati in lana o cashmere, un cardigan e una maglia con mezze maniche da portare sotto. I primi twin-set cominciarono a diffondersi negli anni trenta. La maglia è solitamente in materiale più leggero e più aderente, mentre il cardigan viene indossato sbottonato. Piaceva a Coco Chanel su pantaloni larghi o gonna a campana. Negli Anni 60,  il cardiganino diventa bon ton, borghesissimo, accompagnava attrici come Doris Day e Marilyn. Meglio di tutte stava alle lady inglesi e, top dei top, alla regina Elisabetta, che lo sfoggia ancora a Balmoral. Nei ‘50 frequentava la Nouvelle vague parigina, e allora era in odore di irriverenza e trasgressione. Verso i 70 era folk e fiorato con i gonnelloni. Lo portavano Katharine Hepburn e Jackie Kennedy. Oggi Anna Molinari lo pensa per le sue collezioni girlish Blumarine, zuccheroso, femminilissimo, con le ruches e i lustrini. Da portare con tutto, tubino, camicia, t-shirt, jeans, gonna.

Oggi: Clements Ribeiro e Brunello Cucinelli

Quando: in ufficio

 

PATTI E LA CAMICIA BIANCA

La prima apparizione pubblica, al Salone di Parigi, indossata da una regina, dipinta su tela: Marie Antoinette in muslin dress. Uno stile lontano dagli oneri dell’etichetta, e con lui il ritratto che ne fece Madame Vigée-Lebrun: era il 1793, e fu scandalo. Passata tra sbuffi Ottocento, arriva sino alle soglie del Novecento a rappresentare agiatezza. Ci sono poi le dive hollywodiane che intorno agli anni Quaranta la rendono una moda. Nei Cinquanta siamo in epoca di femminilità  vissuta al suo pieno, è in voga lo stile Pin up, shorts e curve, la camicia spesso si presenta annodata, a far risaltare il decolletée e intravedere il busto. E così per tutti i Sessanta, mentre la camicia bianca vira verso la sua prossima destinazione, di genere androgino, quasi inconscio manifesto di femminismo. Tra tutte le immagini della storia della camicia bianca, spicca il ritratto in bianco e nero della cover del primo album Horses di Patti Smith dove lei indossa una camicia bianca. Diventa icona dell’androgino, l’abum decolla, la camicia bianca, così al maschile, diventa un must. 
 
Oggi: Jil Sander e Alberta Ferretti
 
Quando: sempre

 

KIM E LA SOTTOVESTE

Inizialmente la sottoveste era utilizzata come una sorta di ‘velo’ di protezione, faceva scivolare meglio i vestiti. Alla fine del Cinquecento si diffondono le sottovesti che stringono la vita e creano i fianchi a ‘cupola’, antenate delle parigine ‘modellanti’. Il 1837, anno in cui sale al trono la Regina Vittoria, vedrà il trionfo del sottabito: non solo per motivi climatici, la donna pone più strati possibili fra il proprio corpo e l’abito esterno. Sarà Christian Dior nel 1947, con la collezione ‘New Look’ a dare una nuova popolarità alla sottoveste che durerà fino agli anni Sessanta. Alla fine degli anni Ottanta la sottoveste diventa un capo da indossare sopra l’abito, tutto da mostrare. Chi potrebbe dimenticare la sottoveste che indossava Kim Basinger in ‘Nove settimane e ½’ con bretellina franata? Una vera e propria arma di seduzione, massimo emblema della femminilità. Oggi è scelta ed indossata per la sua carica seduttiva. La si può scegliere quella classica, in raso, in seta o pizzo, utilizzata anche come camicia da notte per le occasioni importanti, oppure la ‘parigina’ molto più costruita, in genere con reggiseno incorporato, in materiali tecnici che fasciano e sostengono.

Oggi:  La Perla, Donna Karan, Vera Wang, Intimissimi e Victoria’s Secret

Quando: ogni notte come camicia da notte

 

TESTO – ds

Must have, gli intramontabili – 4° puntata

Capi senza tempo, icone di stile che li hanno resi celebri. Un semplice vademecum per lei e per lui, per conoscere e non sbagliare mai.

 

GRACE E IL FOULARD

Da copricapo contadino ad accessorio delle stelle del cinema.  Come è diventato l’umile foulard un’icona di stile? Secondo alcuni studiosi del costume, il foulard trae diretta ispirazione dal fazzoletto indossato dai soldati di Napoleone. Fermamente annodato sotto il collo, risponde assai meglio del volatile cappello alle esigenze della vita all’aria aperta, dello sport e del mito futurista della velocità, automobile compresa.  Foulard oggi è sinomimo di Hermès Paris. E il carré della maison di rue Faubourg Saint Honoré è molto più di un quadrato di seta piegato a triangolo: è un’icona, un gioiello che si tramanda di madre in figlia. Perché non passa mai di moda: anzi, come succede solo alle cose davvero preziose, diventa più bello quando lo scorrere del tempo gli regala una patina che lo rende unico, inimitabile. Da imitare: Grace Kelly nel bellissimo film del maestro Alfred Hitchcock “Caccia al Ladro” dove guida la sua auto in compagnia di un fascinoso Cary Grant.
 
Oggi: Gucci e Hermès
 
Quando: sempre, al collo, in testa, come pareo, annodato alla borsa, su un tubino, su un cappotto.

 

AUDREY E IL TUBINO NERO

Il tubino nasce in Francia nel 1926 sotto il nome di Petit Robe Noir, creato dalla famosa stilista Gabrielle Chanel meglio conosciuta come Coco Chanel. Fu proprio per il funerale del suo amante che Coco confezionò il primo tubino nero della storia, utilizzando i tessuti dei vecchi abiti da collegiale. Un vestito elegante ma sobrio che diventerà presto l’emblema della raffinatezza femminile. Il “tubino” nero è l’abito femminile per eccellenza, simbolo di eleganza, può essere indossato in ogni occasione e proprio per questo prende il soprannome di “passepartout”. Divenne definitivamente celebre quando Hubert de Givenchy lo creò appositamente per Audrey Hepburn nel film Colazione da Tiffany.

Oggi: Dolce&Gabbana

Quando: a seconda dei tessuti e dei tagli, sia di giorno che di sera

 

JANE E LA BIRKIN

Nel 1984,  un volo Parigi-Londra vede seduti vicini Jean-Louis Dumas (che poi diventerà presidente di Hermès) e Jane Birkin,  cantante e attrice dalla bellezza eterea, resa celebre per aver cantato insieme al compagno Serge Gainsbourg la scandalosa canzone Je t’aime…moi non plu. Durante il volo, rovistando nella sua borsa, la bella Jane si lamentò più volte con il suo vicino del fatto che fosse un’impresa impossibile trovare una borsa per il weekend che fosse allo stesso tempo elegante e capiente. Monsieur Dumas promise all’attrice che ci avrebbe pensato lui stesso a realizzare la borsa apposta per lei. E così, da quel magico incontro, nacque la Birkin, la borsa più desiderata al mondo. Realizzata in moltissimi materiali, tra i quali il più utilizzato è senza dubbio l’alligatore, la Birkin è diventata un’icona non solo nella moda, ma anche nel cinema. Leggendaria la lista di attesa per possederne una.

Oggi: Hermès

Quando: quando ne possiedi una, non la lasci più, nemmeno per dormire.

 

TESTO – ds

Must have, gli intramontabili – 3° puntata

Capi senza tempo, icone di stile che li hanno resi celebri. Un semplice vademecum per lei e per lui, per conoscere e non sbagliare mai.

 

STEVE E I KHAKI

I pantaloni Khaki o Chinos sono uno dei maggiori contributi del mondo anglosassone allo stile. Furono i soldati inglesi in India a chiamarli Khaki (color polvere) quando decisero di tingere le divise bianche con il caffè, per renderle mimetiche. Gli americani invece chiamarono Chinos (cinese in spagnolo) dei pantaloni portati dall’esercito di ritorno dalle Filippine. Alcune regole: niente pinces, vietata la piega, quattro tasche, gamba poco ampia e magari un po’ logora sul fondo, sgualciti quel che basta. Più sono vissuti, anche un po’ sporchi, perfino graffiati, più sono cool. Un testimonial? Il bello e stropicciato Steve McQueen.

Oggi: Gap e Avirex

Quando: in tutte le occasioni

 

CARY E IL CAPPOTTO

Il cappotto è il compagno ideale del vero gentleman, Chesterfield o doppiopetto, poco importa, è il rifugio perfetto dello stile. Importanti sono il buon taglio, l’attenzione al profilo, la forma delle spalle e la larghezza del torace. Deve aderire bene alla forma del collo, dietro la nuca, senza fare pieghe o sollevarsi in alto. Le maniche devono essere sempre più lunghe di quelle della giacca e la lunghezza dell’orlo non deve superare i 15 cm sotto il ginocchio. Sir Cary Grant insegna.

Oggi: Loro Piana e Giorgio Armani

Quando: sempre quando fa freddo

 

GARY E L’ABITO SARTORIALE

Lord Brummel, il primo dandy della storia, con il suo motto “saper scegliere senza trascendere nell’eccentricità” definì l’archetipo dell’abito sartoriale, rifiutando i colori sgargianti, adottando il blu come tonalità principale e lanciando l’uso dei pantaloni lunghi a tubo. Ingredienti per l’abito perfetto: linea asciutta, spalle ben disegnate e pantaloni non troppo larghi. Essenziali, l’ottimo taglio e la qualità del tessuto. Ispirandosi a Gary Cooper.

Oggi: Ermenegildo Zegna e Ralph Lauren

Quando: in ufficio o per un un cocktail party

 

TESTO – ds ispirata da Samantha Primati (Gentleman) www.classlife.it

 

Must have, gli intramontabili – 2° puntata

Capi senza tempo, icone di stile che li hanno resi celebri. Un semplice vademecum per lei e per lui, per conoscere e non sbagliare mai.

 

ALAIN E IL TRENCH

Lo usavano per difendersi dal freddo i soldati durante la Prima guerra mondiale. Poi Burberry ne ha fatto un capo di moda senza tempo. Della divisa ne conserva ancora le spalline, l’anello a D e la pattina frangivento sulla spalla. Il cinema lo ha consacrato come oggetto di culto. Chi non ricorda Alain Delon strizzato nelle pieghe del suo trench, senza ricordarsi magari in che film fosse?

Oggi: Burberry London e Allegri

Quando: in autunno sempre, anche se non piove

 

CLINT E IL CARDIGAN

Il nome lo deve a Lord Brudenell VII, conte di Cardigan, ufficiale dell’esercito inglese di metà ‘800, che amava indossare un morbido maglione con il collo in pelliccia e l’abbottonatura sul davanti. Si dice che prediligesse questo capo perché lo poteva indossare senza rovinare la sua pettinatura. Vanitoso. Ma indubbiamente il cardigan presenta altri vantaggi: si può slacciare se fa troppo caldo, si può sfilare senza perdere gli occhiali e ha delle piccole tasche per chiavi e telefono. Sebbene sia un capo dal sapore old style, continua a stregare le giovani generazioni. Emulando il fascino di Clint Eastwood con il suo cardigan mentre gioca a golf.

Oggi: Brunello Cucinelli e Lanificio Colombo

Quando: nel tempo libero

 

WILLIAM E I JEANS

Divisa dei minatori, dei cowboy, dei ferrovieri, dei ribelli, dei rockettari e dei apcifisti. L’indumento più democratico della storia, tutti lo possiedono, anche il principe William d’Inghilterra e il più significativo del XX secolo. Inventati nel 1873 da Jacob Davis, un sarto lettone incaricato di confezionare dei pantaloni per gli operai delle ferrovie americane e da Levis Strauss un immigrato bavarese proprietario di un emporio. Davis confezionò i cinque tasche in denim, Strauss finanziò l’acquisto dei rivetti da applicare alle cuciture per renderli più resistenti.

Oggi: Levi’s e Jacob Cohen

Quando: da portare sempre con cinque tasche, mai con strappi, pinces e macchie finte. E in ufficio.

 

TESTO – ds ispirata da Samatha Primati (Gentleman) www.classlife.it

 

Must have, gli intramontabili – 1° puntata

Capi senza tempo, icone di stile che li hanno resi celebri. Un semplice vademecum per lei e per lui, per conoscere e non sbagliare mai.

 

ELVIS E LA POLO

Correva l’anno 1929 quando il campione di tennis René Lacoste inventava un nuovo tipo di maglia sportiva: la polo. Senza infrangere l’etichetta si presentò in un match indossando una maglietta bianca in piquet di cotone con il colletto morbido. Riuscì nell’impresa di indossare un capo elegante ma confortevole al tempo stesso. Trent’anni dopo il giovane Elvis la fece sua e la proiettò nel mondo del rock & Roll. Versione elegante della t-shirt ha il collo che si può alzare per ripararsi dal sole.

Oggi: Lacoste, Fred Perry e Ralph Lauren

Quando: mai in ufficio

 

ROBERT E IL CABAN

Blu, di pura lana, il caban o peacoat, è un classico che affonda le sue radici negli anni ’40 dalla Marina Militare. Si tratta di una giacca di lana pesante con ampi revers e bottoni di peltro o di legno con incisa un’ancora. Rigorosamnete blu perché è una tinta che meglio delle altre resiste alla salsedine, al sole e alla pioggia. Corta per facilitare i movimenti. Lo troviamo indossato con allure estremamente sexy da Robert Redford nel film I tre giorni del condor.

Oggi: Marina Yatching e Fay

Quando: nel weekend

 

PAUL E LA CAMICIA BUTTON-DOWN

In un match di polo che si svolse in Inghilterra a fine Ottocento, Mr. John Brooks, annoiato dalla partita, notò il particolare colletto delle camicie dei giocatori: due bottoncini fissati sulle punte del colletto per impedire al vento di dare fastidio. Nacque così la button-down e fu un successo intramontabile. Da Paul  Newman a Gianni Agnelli. Più comoda, più alla moda, con un’aura bohémien.

Oggi: Ralph Lauren e Brooks Brothers

Quando: sempre, con o senza cravatta, mai con un abito formale

  

TESTO – ds ispirata da Samantha Primati (Gentleman) www.classlife.it

 

Il lifestyle di Loro Piana

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Ora scegliete dove vorreste essere:

Antibes, ore 19

Montecarlo, Port Hercule, ore 18

Pronti per una passeggiata

Weekend in Toscana

Relax in campagna

Pomeriggio di shopping a Firenze, ore 16.30

Firenze via Maggio, ore 11

Capalbio Toscana, ore 10

Villa d’Este, Lago di Como, ore 16

 

Quello di Loro Piana è un mondo che merita essere scoperto ed osservato, almeno da lontano. Lo stesso sito web www.loropiana.com è un mondo. Prendetevi il tempo&modo di visitarlo.

Così, per opportuna conoscenza.

Domori, il lusso di un cacao cult ma etico

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Quella di Domori sembra una favola al profumo di cacao. Fondata nel 1993 da Mack Domori, alias Gianluca Franzoni, quest’azienda detiene un primato: al mondo è l’unica fabbrica di cioccolato che utilizzi soltanto cacao aromatico, cioè delle qualità migliori al mondo, del quale si raccolgono soltanto il 10 per cento del totale, del tipo Criollo, bacche che si presume fossero quelle coltivate dai Maya.

Quasi vent’anni anni fa, Franzoni ha voltato le spalle al mercato, scegliendo di investire nella qualità e nell’ambiente; è andato in Venezuela, dove ha scoperto le diverse specie di cacao pregiate. Da lì, le prime sperimentazioni di pratica di campo e post-raccolta del cacao, finalizzate alla conservazione della biodiversità. In un mondo orientato all’omologazione e all’annullamento delle differenze, l’obiettivo di Domori è stato quello di salvaguardare il gusto nella sua biodiversità, impedendo l’estinzione di materie pregiate come il Criollo che nonostante le eccezionali qualità organolettiche non è un cacao trattato dalle multinazionali perché poco produttivo e redditizio per la grande distribuzione. 

E così nasce Domori. Protagonista il cacao, una lussuosa tentazione che coinvolge sia il corpo che la mente e che coinvolge in tutte le sue declinazioni.  Il “cioccolato puro” Domori ad esempio, proviene da un cacao aromatico di altissima qualità, l’unico in grado di reggere la prova del gusto senza aggiunta di lecitina, aromi e zucchero, ma solo pura pasta di cacao.

Se oggi si può parlare ancora di “criollo” e di “trinitario” (altra varietà pregiata di cacao)  lo dobbiamo proprio a questa azienda. La preservazione del cacao nobile, però, va di pari passo con la difesa dei luoghi, della cultura e delle popolazioni del cioccolato. Domori promuove da tempo campagne d’informazione e attività concrete per la salvaguardia della foresta pluviale (habitat naturale delle piante di Criollo) nonché per la valorizzazione del lavoro dei piantatori. Un impegno a 360° sul piano dei valori che ha portato anche frutti per quanto riguarda la produzione: la tavoletta biologica di alta qualità denominata “Chacao”.

Battersi per l’ambiente, significa anche battersi per la dignità dell’uomo e la capacità di percorrere determinate scelte.

www.domori.com

 

In Trentino puoi trovare i prodotti Domori alla Casa del Caffè in Via S.Pietro, 38 a Trento tel. 0461.985104 oppure su http://www.illyeshop.com/online/store/categoria_cioccolato

Desert Boot, i polacchini scamosciati Clarks

foto newqui.it

Stiamo parlando di pedule in pelle scamosciata con suola di para, piuttosto leggere e molto, molto resistenti, assolutamente comode. Le Clarks.

Un’anima cosmopolita dato che Nathan Clark le aveva pensate come comodo stivaletto per i militari in Birmania nel periodo del secondo dopoguerra mentre la suola di gomma arrivava dai bazar del Cairo.  La conferma del successo arrivò quando Nathan Clark le vide indossate ai giovani gauche transalpini durante il Maggio francese.

E’ negli anni ’60 e ’70 che presero il nome semplicemente di Clarks e vennero indossati dai veri e grandi miti della Grande Mela,  da Steve McQueen e Lian Gallegher.

Divisa dei giovani contestatori durante gli anni ’70, calzature preferite dai neo-borghesi negli anni ’90. Il famoso modello Desert Boot ha da poco compiuto 50 anni ed è tornato di gran moda tra gli amanti dello stile radical chic.

I polacchini scamosciati si adattano al jeans come al pantalone di vigogna e in velluto rigato.

www.clarks.it

 

 

 

Aviator style

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Ispirate dal sito glamour del web di questa settimana, alcune immagini rubate all’aviator style, per continuare a ricordare, volare e sognare.

Masterpieces, pionieri, attori, uomini e macchine con le ali. Occhiali, orologi, bomber  in pelle con applicazioni, guanti e sciarpe, foulards, spirito di avventura, curiosità,  coraggio, niente piedi per terra. A terra rimangono invece, false certezze, luoghi comuni e preconcetti. 

Libertà. Volare alto. Tutto con estrema eleganza. 

Frigorifero FAB28 Smeg, il design del freddo

Metti la tua casa nuova, la cosa più bella che c’è. Metti di aver appena scelto quella che sarà la tua cucina, total white moderno, linee pulite per un design chic contemporaneo. E ora metti la ciliegina sulla torta, un frigorifero che hai sempre desiderato con un colore cool, destinato a diventare l’assoluto protagonista dell’ambiente. Un frigorifero Smeg, rosa.

Smeg rappresenta il massimo dell’innovazione sposata al design, filosofia alla quale ha contribuito anche la mano dell’archistar Renzo Piano. Tra i modelli di frigorifero Smeg, il più famoso è il FAB28 della collezione 50′s Style, un’icona di stile nata per rievocare i modelli anni ’50, interpretando in chiave moderna, l’intimità e l’atmosfera di una cucina del passato. Avere in cucina uno Smeg FAB28, non significa solo vantarsi di un oggetto cult di design – impossibile non vedere la scritta Smeg che troneggia sull’anta – ma evidentemente si vuole anche comunicare dell’altro.

Il massimo della tecnologia e dell’innovazione e soprattutto, del risparmio energetico. In questo modo si ripropone in chiave moderna non solo un must dell’arredamento, ma anche un messaggio di libertà, allegria e ricerca della funzionalità. Le sue dimensioni sono contenute rispetto ai frigoriferi normali ma una volta aperto, si rivela molto spazioso. Le linee sono semplici e sinuose con angoli smussati e forme morbide, non a caso viene soprannominato Bombino. Le maniglie, smussate e bombate per seguire alla perfezione le linee dell’intera struttura, sono messe ben in evidenza e sono realizzate in acciaio cromato.

Disponibile con cerniere a destra o a sinistra e nelle seguenti varianti di colore: panna, grigio metallizzato, rosso, rosa, azzurro, nero, verde acqua, blu, arancione, verde lime, chocolate, tricolore, colour stripe, union jack, bianco.

Il freddo deliziosamente retrò.

  

TESTO – ds

FOTOGRAFIA – styleblog.girlpower.it

MUSICA – frozen madonna http://www.youtube.com/watch?v=zXFHf8xZ1CA 

La suola rossa, “procuratrice d’invidie”

Sull’Olimpo degli stiletti, assieme a Jimmy Choo e Manolo Blahnik, c’è lui, Christian Louboutin con la suola rossa che ha posto il mondo femminile ai suoi piedi.

La suola color Pantone n° 18.1663TP è l’inconfondibile marchio di fabbrica delle scarpe firmate Louboutin, «Il rosso vivo non ha altra funzione che quella di far sapere a tutti una cosa sola: quelle là sono le mie», aveva sottolineato il designer francese alla rivista New Yorker. Le suole tinte di rosso fuoco sotto le scarpe con i tacchi vertiginosi sono diventate il simbolo della casa Louboutin e dunque anche uno status symbol.

L’immagine della (ex) prèmier dame Carla Bruni-Sarkozy che, accanto a Letizia di Spagna, sale le scale del Palazzo reale di Madrid, è ritenuta una delle sacre icone della femminilità del XXI secolo.

“Con queste scarpe non si può pensare né di camminare, né tanto meno di correre, sono state realizzate per restare sdraiate“. E ancora: “Il comfort è un concetto orribile“, oppure “Tutte le calzature hanno un senso, le mie sono fatte per sognare ed essere sexy”

Come tutti i grandi capolavori, la suola rossa è nata per caso. L’artista delle scarpe “che non servono per camminare”, nelle pagine del lussuoso libro illustrato (Rizzoli) a lui dedicato, racconta come da un gesto improvviso nel suo laboratorio di rue Jean-Jacques Rousseau, vent’anni fa, sia nato un mito: “Gli schizzi per la collezione Pensées (autunno/inverno ’93-’94) erano a colori, ma quando presi in mano la prima scarpa, un modello di crêpe rosa, constatai che non poteva essere più diversa dal disegno. Qualcosa non andava e ci misi qualche tempo per comprendere: la colpa era della suola nera. Strappai dalle mani della mia assistente un flacone di smalto per unghie rosso e lo rovesciai dietro alla scarpa. Grazie al colore, il modello prese vita: così nacque il mio marchio di fabbrica.”

Le donne che calzano una Louboutin hanno un rapporto molto forte con la propria personalità.  “L’idea è che si vede una donna elegante per strada, ci si gira a guardarla e l’ultima cosa che si vede, l’ultimo richiamo, è quella suola rossa”

Pericolosamente seducenti e dai tacchi pericolosamente alti. Chi indossa Christian Louboutin è chiaramente un passo avanti.

www.christianlouboutin.com

Carla Bruni e la Principessa Letizia di Spagna

 TESTO – ds

FOTOGRAFIA – dailymail.co.uk

MUSICA – elle m’a dit mika http://www.youtube.com/watch?v=NiHWwKC8WjU 

La sedia Louis Ghost di Kartell

Un’immagine evanescente e cristallina dal potente impatto emotivo. Il design trova la sua vera forza in un sogno impalpabile. E’ tutto questo e molto di più, la confortevole poltroncina in policarbonato trasparente e colorato dal design Luigi XV, disegnata nel 2002 da Philipe Starck per Kartell, secondo l‘ideotipo del barocco, rivisitato per stupire, emozionare ed affascinare.

Un oggetto di design dal forte carisma e dal notevole appeal estetico, da inserire con ironica eleganza in ogni contesto abitativo o spazio collettivo, bellissimo accompagnato dal contemporaneo, straordinario accostato al classico di un mobile d’antiquariato.

E’ estremamente resistente, stabile e antigraffio, è disponibile nei colori coprenti bianco lucido, nero lucido, rosso lucido e nei colori trasparenti cristallo, arancio, azzurro, giallo, verde cristallo, fumè chiaro. Personalmente ho scelto la Lou Lou Ghost, la versione baby nel classico colore cristallo (altre varianti: bianco latte, rosso e nero), da accompagnare al tavolo da lavoro del piccolo Gianmarco nella sua stanza da letto, arredata con mobili antichi, stile navy e tanto velluto.

La seggiola è esattamente identica alla Louis Ghost, solo di dimensioni ridotte e adatta ad un bimbo dai 2 anni in su. Prima può sempre apprezzarla il Bubu (l’orsetto). Per Gianmarco è soltanto la sua “segiolina ghia” (seggiolina grigia), ma intanto la mamma si illude che contribuisca a formare un buon occhio per le cose Belle.

In Trentino, trovi la Louis Ghost di Kartell da Del Fabbro in via S.Caterina, 99/101 ad Arco tel. 0464.522000 www.delfabbro.com

 

TESTO – ds

FOTOGRAFIA – ds @Casa Campanelle

MUSICA – ghost unchained melody http://www.youtube.com/watch?v=ObDFKqVeSBk

Il Cappello Borsalino, il mito in testa

Se la vita è un palcoscenico, con un cappello è più facile essere bravi attori. Un cappello, un mito, un nome: Borsalino.

I Borsalino non sono solo cappelli ma rappresentano un mito di una storia che ormai è di oltre cent’anni. Convincono con la loro qualità, con il loro stile e soprattutto con il loro marchio. Ciò che li rende unici è anche il tempo di costruzione: 9 mesi, più di un’auto sportiva in serie speciale.

Il cinema lo conferma: scelta da Jacques Deray per rappresentare il gusto degli anni Trenta, il nome dell’azienda diviene il titolo di due celebri film cult con Jean Paul Belmondo e Alain Delon Borsalino (1970) e Borsalino & co (1974).

La storia del classico cappello maschile in feltro, rivive in tutte le evoluzioni e deviazioni di cui il copricapo è stato ed è protagonista, nella vita di grandi star come in quella di ogni persona che non intende rinunciare ad un accessorio di classe.

E così, torna prepotentemente sulle passerelle e sulle strade dell’autunno inverno prossimi, il cappello, sia per uomo che per signora. Abbiamo lasciato alle spalle la calda estate riparati da un Panama, un cappello lussuoso, in paglia intrecciata, lavorato completamente a mano, leggero come una piuma e traspirante più del lino.

Per l’autunno, i cappelli delle signore si arricchiscono di piume colorate, un’immagine che evoca la stagione dei colori vissuta nel fascino della natura, nei casino di caccia, nella campagna inglese.

Oggi è più che mai è un accessorio cult. E sono soprattutto gli occhi ad esserne valorizzati, particolarmente esaltati dal fascino dell’effetto “vedo non vedo” di un copricapo che definisce la parte superiore del viso.

La scelta è un momento importante e va guidata da una consulenza all’altezza. Altezza, che contrariamente a quello che si pensa, non è un problema per chi vuole indossare un cappello. L’importante è l’equilibrio della forma e dello spazio. E dell’insieme. Bellissimo accompagnato al rigore di un cappotto nero o cammello.

Un fascino discreto, è in testa che dobbiamo avere la vera eleganza.

www.borsalino.com

In Trentino puoi trovare  Borsalino da Bonfioli in via Oss Mazzurana, 29 a Trento tel. 0461.981416

 

TESTO – ds

FOTOGRAFIA – originalitaly.it

MUSICA – miss independent ne yo http://www.youtube.com/watch?v=k6M5C-oKw9k&ob=av2n

Moto Guzzi Bellagio, un’elegante palestrata

La creatura marchiata Moto Guzzi, prende il nome di Bellagio, una stupenda località posta sulla punta del “Triangolo Lariano”, l’ideale punto d’incontro tra Como e Lecco. Così come Bellagio unisce le due più importanti città del Lago di Como, così Moto Guzzi Bellagio unisce i due più importanti segmenti della Casa dell’aquila d’argento: quello delle naked con quello delle custom.

Ma chiariamo subito: la Bellagio NON è una custom. Avrà anche qualche richiamo al look delle custom (più che altro il manubrio), ma non ha certo compromesso le doti di guida per il look; si dimostra molto più vicina al mondo delle naked una volta montati in sella.

L’obbiettivo estetico comunque, è quello di insidiare, o quantomeno impensierire, le regine oltre oceano. E’ decisamente una moto che fa la sua figura, tutti si girano a guardarla, non solo vecchi Guzzisti che ricordano il Falcone, ma anche gente giovane che di Guzzi ha solo idee vaghe e confuse (“ma è una arli devinson ?” “quanti cilindri ha?” ).

Uno stile un po’ minimalista, fatto di soluzioni semplici che lasciano largo spazio alle cromature e alla linea alquanto “tondeggiante”, con un generoso serbatoio a goccia a cui segue una sella stretta e dalle forme morbide. Il tutto culmina poi in un telaietto snello ed arcuato che si chiude in un piccolo faro ovale. Un’impostazione con sella bassa, manubrio largo e non troppo distante dal pilota, e pedane leggermente arretrate ed alte, che consente una guida più sportiva e dinamica di quella tipica delle custom. Insomma, l’ergonomia della Bellagio è quasi perfetta, i polsi non sono troppo caricati e stanno alla giusta angolazione, il manubrio largo permette un buon controllo e la sella è comoda.

Sound spettacolare, minimo regolare e staccato e un bel rombo potente quando il motore entra in coppia. Dando voce al bicilindrico di Mandello, si apprezza da subito l’ottimo lavoro di bilanciamento. La ciclistica rileva fin da subito la sua natura più sportiva che custom. Pur vista la mole, Moto Guzzi Bellagio si dimostra, già dalle prime curve, molto agile ed intuitiva. Saranno “solo” 75 cv, però sono cavalli palestrati che fanno arti marziali e ascoltano death metal.

www.motoguzzi.it

In Trentino puoi trovare la Moto Guzzi Bellagio da Trinco snc in via Halbherr, 27 a Rovereto tel. 0464.430479

TESTO – ds

FOTOGRAFIA – www.infomotori.com

MUSICA – vissi d’arte vissi d’amore maria callas http://www.youtube.com/watch?v=pAqZ6TgW8AA

Gibson Les Paul, la tua passione tra le braccia

Un mito non poteva che nascere da un errore. Quando un famoso chitarrista Blues degli anni ’40, fece per sbaglio due intagli sulla sua Epiphone, nacque questa chitarra che nel tempo diventerà la “regina” dei più grandi chitarristi.

Ci sono state vere e proprie battaglie tra i padroni della Fender Stratocaster e i signori della Gibson Les Paul. Non si verrà mai a capo di quale delle due riesca ad estrarre il meglio dell’anima rock di riff di chitarra della storia del rock come Jimmy Page, Slash, Mark Knofler, Santana, Eric Clapton. Stili diversi, l’intensità di Knofler, la passione di Slash, e poi c’è Page, unico*.

Creata nel 1952, la forma e i materiali utilizzati sono rimasti quelli del modello originale. La Les Paul ha un body in mogano che è un legno che ha una buona risposta armonica e un top in acero che invece è un legno capace di distribuire bene le alte frequenze.

La Les Paul Standard è stata ed è tuttora, la Les Paul più usata. La Gibson Les Paul Custom rappresenta il modello di lusso della chitarra, consente una maggior pulizia del suono, consigliatissima per i jazzisti e i bluesman. La Gibson Les Paul Studio è la versione basilare della Les Paul, non presenta finiture ma ha il suono di una standard, ideale per chi registra.

Questi invece, i modelli Signature, chitarre ispirate a dei miti della musica di tutti i tempi, per non dimenticare mai.

Da inseguire. Per i tuoi occhi, i tuoi orecchi, ma soprattutto, per il tuo cuore.

Les Paul Slash, chitarrista dei Guns n’ Roses e dei Velvet Revolver

Les Paul Jimmy Page, uguale a quella utilizzata nel live “The Song Remains The Same”

Les Paul Ace Frehley, chitarrista dei Kiss, caratterizzata da dei fulmini in madreperla sui tasti del manico

Les Paul Zakk Wylde per Zakk Wylde Camo e Zakk Wylde Bullsey (chitarrista di Ozzy Osbourne) presenta dei cerchi concentrici su tutta la cassa che cambiano colore a seconda del modello

Les Paul Joe Perry, chitarrista degli Aerosmith

Les Paul Junior Billie Joe Armstrong chitarrista e cantante dei Green Day

Les Paul John Lennon

Les Paul Pete Towhnseld, chitarrista degli Who

Les Paul Marcus Siepen secondo chitarrista o chitarrista ritmico dei Blind Guardian

www.gibson.com

Puoi trovare le Gibson Les Paul da La Pietra Music Planet in via del Commercio, 13 a Trento tel. 0461.230578 oppure, nei tuoi sogni…

 

TESTO – ds

FOTOGRAFIA – ds @Casa Campanelle

MUSICA – *Dazed and confused @ Royal Albert Hall 1970 live led zeppelin http://www.youtube.com/watch?v=pAa8k-aqqqs

 

La classe non è acqua, è Acqua di Parma

E’ il 1916, quando a Parma, città colta e aristocratica, abili maestri profumieri con una straordinaria e moderna sensibilità non solo olfattiva, danno vita ad una fragranza insolitamente fresca, pulita e lieve rispetto ai profumi forti e intensi dell’epoca. Ed è subito successo.

Qualità, creatività, eleganza ed esclusività sono i primi ingredienti di questa essenza di classe. La scelta dei materiali più nobili, lavorazioni artigianali tra le più accurate, la capacità di immaginare e dare forma ad uno stile autentico e senza tempo al di là di ogni tendenza, sono le caratteristiche che hanno ispirato nei decenni, la linea di prodotti di Acqua di Parma.

La Colonia infatti è solo l’emblema di una ricca serie di prodotti preziosi, fragranze femminili, collezioni per uomo, per la casa e la linea benessere. Il segreto sta nella classicità di questo brand e nel rispetto della tradizione. Nella sua Collezione Barbiere, ad esempio, Acqua di Parma presenta un nuovo modo di interpretare la rasatura e la storia tutta italiana che l’accompagna da anni. Radersi diventa un momento di grande piacere se fatto con prodotti e accessori di alta qualità, design ed ergonomia, sia che si abbia la necessità di una rasatura pratica e rapida, sia che si desideri tutto il comfort di una rasatura al pennello, realizzato in legno wengè naturale e pelo di tasso di prima qualità. Un oggetto di design per il bagno, come tutti i prodotti Acqua di Parma.

Estremamente raffinato il packing, che si distingue per la matrice estetica di grande eleganza ed essenzialità. I colori sono nobili, i grafismi del nero, le cromie del giallo (oro), la purezza del vetro. Pur avendo compiuto più di cento anni, quello che rimane è la straordinaria contemporaneità di questo brand, segno che la vera classe non è acqua.

Per un lusso discreto, tanto amato da tempi&modi.

 

www.acquadiparma.it

 

In Trentino puoi trovare Acqua di Parma presso la Profumeria Estro in via Roggia Grande,26 a Trento

 

TESTO – ds

FOTOGRAFIA – ds @Casa Campanelle

MUSICA – viva ligabue http://www.youtube.com/watch?v=6TCHlYqhOm8

Quel treno dei desideri che val bene una fuga, soprattutto per passione

In amor vince chi fugge? Bene, allora si fugga con stile!

L’Orient Express. Un treno che evoca immagini di glamour e di mistero. La sua storia inizia nel 1883, quando l’imprenditore Georges Nagelmackers creò un servizio ferroviario, due volte la settimana, che da Parigi attraversava l’Europa fino ad Istanbul, ai confini con l’Oriente.

Lo scrittore, giornalista e critico d’arte francese Edmond About scriveva nell’ottobre del 1883 all’inaugurazione dell’Orient-Express: “…I quaranta invitati della società, i parenti, gli amici, i curiosi che ci circondavano alla Gare de l’Est (n.d.r: stazione di Parigi) non credevano ai loro occhi. Durante il viaggio, la società si adoperava a farci conoscere giorno per giorno i cibi nazionali e i nobili vini dei paesi che attraversavamo… Le lenzuola, cambiate tutti i giorni con raffinatezza sconosciuta nelle case più ricche, esalano un delicato profumo di bucato, e i miei due compagni di camera esemplari… Notiamo ancora un’altra cosa che non ci lascia indifferenti: la carrozza-ristorante, dove si fa una così buona cucina….”

È la Compagnie Internationale des Wagons Lits a fornire i lussuosi vagoni e l’ammirevole personale. Col passare degli anni e dei passeggeri, che si alternano fra nobili, scrittori e benestanti, la reputazione dell’Orient Express si consolida, l’ostentazione del lusso e l’ottimo servizio (cucina raffinata, posate d’argento, personale delizioso) sono punti cardine della sua storia. Fu simbolo della Belle Epoque, là sopra nascevano complotti, amori, affari, nuove visioni del mondo e assassinii.

Purtroppo, l’avvincente storia che lo precede e lo vede protagonista non è abbastanza per salvare il treno dall’impatto con le tariffe super economiche dei voli delle linee europee. Oggi l’autentico Orient Express non esiste più, è stato soppresso.

Ma in verità non è mai morto. Rivive nei capolavori letterari di molti autori, come Agatha Christie e Ian Fleming, in film, cortometraggi e nella pubblicità.

Rivive nei nostri sogni.

Oggi è il Venice Simplon-Orient-Express che ha raccolto l’eredità dell’Orient Express.

Da vivere una volta soltanto: la fuga deve essere davvero la fuga della nostra vita!

 www.orient-express.com  www.trenidilusso.com

 

TESTO – ds

FOTOGRAFIA – adv 2009 Chanel n.5

MUSICA – trailer di “Assassinio sull’Orient Express” di Agatha Christie http://www.youtube.com/watch?v=iAUjvyiGIEk 

 

Il Sacco di Zanotta

Si tratta “semplicemente” di un sacco a fagiolo imbottito di piccole palline di polistirene semi-espanso, leggero e privo di qualsiasi struttura rigida, estremamente ergonomica ed adattabile a qualsiasi posizione del corpo.

Ma nel 1968 quando i tre architetti torinesi Piero Gatti, Cesare Paolini e Franco Teodoro disegnano per il celebre brand Zanotta la poltrona Sacco, nasce un vero e proprio cult dell’arredamento, che segna la storia del design italiano nel mondo.

Diventa ben presto l’emblema della seduta destrutturata e autogestibile che risponde alla volontà di atteggiamenti più liberi. Questo concetto di seduta fa di Sacco una poltrona anticonformista e contemporanea, adatta per arredare con stile e originalità qualsiasi ambiente, da quelli più moderni ai più tradizionali.

La poltrona è disponibile in una vasta gamma di tessuti e colori che spaziano da quelli più classici e tradizionali (bianco, silver, nero, arancio, rosso, rosa, verde, blu brillante) fino ad arrivare alle originali e preziose versioni Limited Edition rivestite da tessuti di alta moda, frange e lustrini presentate nel 2008 in occasione del quarantesimo anniversario di questo fantastico prodotto.

Penso al Sacco per Gianmarco, mio figlio. Dopo la piccola Lou Lou Ghost di Kartell abbinata al piccolo tavolo da lavoro in legno, lo vedo sul Sacco mentre legge i suoi librini, mangia la merenda, guarda la classifica top 20 della sera su MTV.

 

In Trentino puoi trovare il Sacco di Zanotta da Bellotti Interni in via Bolzano 12 BC a Gardolo di Trento tel. 0461.959938 www.bellottinterni.it

 

 www.zanotta.it

 

 TESTO – ds

FOTOGRAFIA – Gianmarco per tempi&modi

MUSICA – Last friday night Katy Perry http://www.youtube.com/watch?v=KlyXNRrsk4A&ob=av2e

Le scarpe Manolo Blahnik

Manolo Blahnik è il più famoso e apprezzato stilista di scarpe nella storia della moda. Con 67 anni, milioni di donne adoranti, una collezione di 25.000 scarpe, afferma che tutta la sua carriera è nata da un errore.

Nasce a Santa Cruz de La Palma, Isole Canarie da padre cecoslovacco e madre originaria delle isole; questa infanzia  paradisiaca viene interrotta solo da qualche viaggio in Europa, quando la madre porta con sé i figli in viaggi di ricognizione alla ricerca delle ultime collezioni di Balenciaga. La passione per le scarpe è nel suo dna.

Si laurea a Ginevra e poi procede con i suoi studi artistici a Parigi mentre lavora in una boutique di abiti vintage. E’ quando si trasferisce a Londra che inizia a disegnare le sue prime creazioni per il negozio Zapata, che negli anni Settanta diventa di sua proprietà.

A cambiargli la vita è stato un viaggio a New York e l’incontro con la direttrice di Vogue USA Diana Vreeland che nel 1965 vedendo i suoi bozzetti, gli suggerisce di provare anche con le scarpe.

Le sue creazioni sono delle vere opere d’arte e d’ingegneria, realizzate con materiali e pelli pregiate, decorate con inserti glamour, lacci, cuciture, pois, applicazioni gioiello, fibbie, rouches, borchiette. I tacchi vertiginosi eppure sorprendentemente confortevoli, sono progettati dalla maison con l’aiuto di un ingegnere aeronautico.

Dai sandali “high heels” alle ultrapiatte, dalle decolletè classiche ai modelli “tongue”, dagli stivali alle scarpe”peep toe”, le calzature Manolo Blahnik sono un must tra le “fashion victims”: preziose, curate nei minimi dettagli e con note eccentriche, come i modelli in raso rosa shocking, bordate di piume nere o con rouches tono su tono.

Il mondo è ai suoi piedi. Le sue scarpe sono un vero status symbol tra le celebrities. Le indossavano la principessa Diana e Jackie Onassis, le indossano Madonna, Nicole Kidman, Gwyneth Paltrow e Kate Moss. Una curiosità: sembra che le donne dell’upper class di Manhattan ricorrano anche alla chirurgia estetica per calzare delle Manolo in modo impeccabile.

Il suo negozio a New York, sulla 54ma strada, è un vero e proprio affollamento di appassionate. Le sue creazioni conquistano tutte le donne e nel 2003 sono state anche esposte come opere d’arte presso il Design Museum di Londra.

La creatività straordinaria di Manolo ha conquistato anche il cinema. Sono sue le scarpe indossate da Kristen Dunst in Marie Antoniette, sono sue molte delle scarpe del film “Il diavolo veste Prada”, nonché ovviamente quelle indossate da Sarah Jessica Parker in Sex & The City. In una puntata del telefilm la protagonista amante delle scarpe, dice ad un ladro intento a rapinarla: “Portati via la mia borsetta, il mio anello … ma ti prego lasciami le mie Manolo”, consacrando le scarpe al successo mondiale.

Oggi, Manolo continua a disegnare, e garantisce: “Una buona scarpa può cambiare il tuo modo di camminare completamente. Immediatamente. Anche un tacco piccolissimo, lo indossi e cammini in modo diverso, hai un ritmo, muovi il sedere”. Celebre è l’affermazione di Alexandra Shulman “Se Dio volesse farci indossare solo scarpe basse, non avrebbe creato Manolo Blahnik”

Tornando un istante con i piedi per terra: in Italia le Manolo si trovano esclusivamente da Corso Como 10 a Milano www.10corsocomo.com

Visto che di oggetti d’arte si tratta, io ho scelto di limitarmi a collezionare i bozzetti del maestro e di incorniciarli come stampe d’epoca. Il più datato è del 1972 “Ossie, a later wersion of a shoe designed for Ossie Clark”

Ah, Manolo!

www.manoloblahnik.com

TESTO – ds

FOTOGRAFIA – ds @Casa Campanelle

MUSICA – Empire State of Mind Jay Z e Alicia Keys http://www.youtube.com/watch?v=XlDqwRn91gs&feature=fvst

Jo Malone, un preziosissimo fil noir per i nostri sensi

Quello che era il sogno di Jo, è oggi molto più che realtà, è leggenda. Un’icona della profumazione, le sue candele profumate sono in ogni struttura di lusso che si rispetti , le sue fragranze sono imitate in tutto il mondo.

Jo Malone è figlia di un’estetista e di un artista. Fin da giovanissima presenta un’attitudine per le profumazioni, lavorando e distillando fiori ed erbe dal giardino della sua casa di Kent in Inghilterra. Fin dalle prime creme artigianali sogna di aprire un giorno un suo negozio con i suoi prodotti, nel frattempo si impegna come fioraia, mentre la sera nella sua cucina applica trattamenti facciali alle sue prime clienti.

Ma i tempi dei rimedi casalinghi finisce presto e Jo inizia a produrre salviette profumate. (Sua sarà la profumazione adoperata per le wipes di Mc Donalds!). Nel 1994, apre il suo primo store al n° 154 di Walton Street a Londra, mentre nel ’96 inaugura il suo store “storico” in Sloane Street. Sarà successo.

Il mondo Jo Malone rappresenta tutte le qualità del lusso contemporaneo, elegante e chic, ma anche stile, conoscenza e innovazione.

Fragranze personali, prodotti skin care, home fragrance e facial finishers sono tutti avvolti in una soffice velina nera e contenuti in bellissime confezioni color crema, chiuse con un nastrino nero, che raccontano un’eleganza senza tempo e una storia che sa di favola.

Pioggia che cade su una sella da cavallo in pelle, alberi di tiglio fioriti negli Champs Elysèes, una sedia in legno di sandalo in un caldo giorno in medio oriente, un vestito rosso a una serata di gala sono solo alcune delle fonti d’ispirazione della stilista.

Lime Basil & Mandarin è considerato l’aroma simbolo Jo Malone, una fragranza che va oltre le culture e le generazioni, apprezzata dagli uomini quanto dalle donne, perfetto connubio di lime, mandarino e bergamotto unite al pungente basilico.

Il profumo Jo Malone non si mette ma si porta, come un accessorio. Avere sul bordo della nostra vasca da bagno un prodotto Jo Malone significa avere una cosa davvero preziosa. L’e-shop non contempla ancora l’Italia, ma Jo Malone val bene un viaggio a Milano (La Rinascente) o a Monaco di Baviera (Ludwig Beck).

 

TESTO- ds

FOTOGRAFIA – http://www.jomalone.com

MUSICA – Tango (from The scent of a woman)

http://www.youtube.com/watch?v=SdZW7Hd8J8A

Tivoli Audio, il Model One delle radio

Il leggendario progettista Henry Kloss si concentrò nel realizzare uno strumento che avesse come unico obiettivo quello di aumentare il piacere dell’ascolto. Così decise di omettere tutti gli accessori che non contribuivano a tale obiettivo, compreso il display digitale.

Il risultato fu una radio mono AM/FM dotata di soli tre controlli: il primo permette di accenderla e di commutare la banda AM o FM, il secondo permette di regolare il volume, il terzo è una manopola circolare per regolare la sintonia. Persino l’alimentatore è incorporato di modo che non sia necessario l’utilizzo di uno scomodo trasformatore esterno (in ogni caso una presa per 12 Volt permette di utilizzare la radio in auto o in barca).

Il cabinet è stato realizzato in legno, non solo per un fattore estetico ma anche per dotarla di una cassa acustica d’elevata qualità che non colorasse il suono. E’ dotata di un ingresso per una sorgente esterna quale lettore CD o cassette così com’è provvista di uscite cuffie e tape recording. E’ capace di un suono stupefacente ad alta fedeltà e riceve molte più stazioni dei sintonizzatori più costosi.

Tecnologia moderna e design retro. La radio da tavolo Model One di Henry Kloss è un oggetto d’arte capace di attirare immediatamente su di sé, l’attenzione di un occhio attento al Bello, trasformandosi facilmente nel punto focale di uno spazio che sia esso una cucina, uno studio, un negozio, una stanza da letto.

Personalmente ho scelto la versione con frontale silver e cabinet in frassino nero per la stanza da bagno azzurra, dove antico e contemporaneo convivono senza tanti rimorsi.

In Trentino, trovi Tivoli Audio da Cronst Sas in via Galilei, 25 a Trento tel. 0461.236478

 

TESTO – ds ispirata da http://www.tivoliaudio.it

FOTOGRAFIA – ds @Casa Campanelle

MUSICA – The radio saved my life tonight Bon jovi

http://www.youtube.com/watch?v=i0RsTpxDqlg

 

Dove c’è KitchenAid, c’è design

In qualsiasi cucina che si rispetti, c’è un elemento KitchenAid, la famosa azienda americana che ha rivoluzionato il modo di concepire i piccoli elettrodomestici, con lo stile ed il design, la robustezza dei materiali, la velocità e la facilità di utilizzo. E’ il meglio disponibile sul mercato ed il sogno di tutti coloro che trascorrono ore ai fornelli o in cucina.

Il più conosciuto della gamma, è forse il robot multifunzione KitchenAid Artisan, dotato di un motore a trasmissione diretta a movimento planetario. In poche parole è in grado di coniugare potenza e silenziosità. Sia il corpo motore che gran parte degli accessori sono costruiti in metallo. Questo aspetto è da un lato garanzia di durata nel tempo, ma dall’altro di stabilità e sicurezza nell’utilizzo. Viene venduto di base, a seconda della versione, con un set di accessori come il gancio per impastare o la frusta per sbattere, ma una vasta gamma di accessori opzionali, acquistabili separatamente, è in grado di trasformare un semplice robot da cucina in un apparecchio professionale davvero versatile.

E’ un must nel design in cucina: non solo un mondo di colori (attualmente vengono prodotti circa 17 diverse colorazioni), ma curve dolci e ammorbidite che riflettono la luce e donano brillantezza al prodotto.

E per una cucina assolutamente cool, l’iPAd si trasforma in ricettario moderno con ricette a video, scaricate direttamente dall’applicazione gratuita KitchenAid su Apple Store.

www.kitchenaid.com

In Trentino, KitchenAid lo trovi da Lorenzi Lorenzo in Viale Dante Alighieri, 33 a Riva Del Garda tel. 0464.555510

 

TESTO – ds

FOTOGRAFIA – ds @Casa Campanelle

MUSICA – the best thing i never had Beyoncé http://www.youtube.com/watch?v=1ZyHhqgaGOM

 

 

Come una tela d’arte, il foulard di Hermès

Oggi, in occasione delle sfilate milanesi, Dolce&Gabbana hanno fatto sfilare l’ultima collezione della loro linea giovane D&G. L’addio, tutt’altro che mesto, è avvenuto in un tripudio di colori, di seta, di foulards. E’ un oggetto al quale, qualsiasi donna, di ogni epoca, non ha mai saputo rinunciare.

Portato semplicemente al collo, o in testa come Grace Kelly, riproposto via via negli anni, a seconda delle mode, in altri ruoli, come cintura, cravatta, lussuosissimo pareo oppure annodato alla borsa.

Ma quando si dice foulard, non si può che pensare al foulard in seta Hermès. Il carrè classico è un quadrato di seta dipinto che racconta ogni volta una storia diversa, seguendo il leit motiv per la stagione dettato dalla maison francese. I colori sono molteplici, accesi dalla seta e dalla passione e sono destinati a rendere chic il candore di una camicia bianca, la semplicità di un tubino nero, la severità di un dolcevita tinta unita, il gusto classico di un cappotto cammello.

Bellissimi i nuovi, preziosi quelli vintage. La qualità della seta è eccezionale e fa di questi accessori, degli oggetti per sempre. E da collezionare, soprattutto i pezzi unici che parlano della nostra storia, come ad esempio, quello indossato dalla nonna nel suo viaggio di nozze a Roma.

Ogni foulard è come un quadro. Non sarebbe poi così fuori luogo trovarlo impreziosito da un’antica cornice dorata e appeso al muro proprio come una tela d’arte. Lì, per l’eternità.

Solo nelle boutique Hermès. www.hermes.com

Una cult bag, la 2.55 di Chanel

Era il febbraio 1955 – motivo per cui è chiamata 2.55 – quando Coco Chanel creò una borsa che per originalità e creatività, era destinata a rivoluzionare il costume e la moda. Una borsa a rettangolo, di pelle matelassè, con il fermaglio in metallo dorato ed una catena a tracolla.

Per la catena, Coco Chanel si ispirò al portachiavi dei custodi dell’orfanotrofio nel quale trascorse la sua infanzia e per l’interno in un profondo bordeaux, alle divise degli orfanelli. In origine la chiusura era semplice e non compariva ancora il logo della maison. Dopo circa 40 anni, in casa Chanel arrivò Karl Lagerfeld che operò un restyling della borsa applicando la doppia “c” sulla chiusura e intrecciando alla pelle, la catena della tracolla. Nacque così la 2.55 Chanel Classic Flap disponibile oggi in tre misure e in svariate declinazioni. Una borsa per la vita.

www.chanel.com

I tessuti Rubelli

Rubelli è Venezia. Una tradizione secolare della lavorazione dei tessuti, un’arte tra le più nobili e antiche. Le collezioni Rubelli sono influenzate da secoli d’oro della seta e dai fasti dell’arte tessile e per lo più, rappresentano fedeli riproduzioni di documenti del passato. Diverse “anime” per un’ampia gamma di tessuti, una collezione varia e multiforme, che sa adattarsi sia al contemporaneo sia al classico, disegni dalla forte personalità, un audace e spesso appariscente uso del colore.

Materiali preziosi come seta, cotoni, lini e lana, che vengono sapientemente lavorati unendo le tecniche antiche ed artigianali a quelle più innovative: lampassi preziosi, liseré, laminati, superfici increspate, stampe a rilievo. Oltre a questo, tessuti tecnici soddisfano chi, oltre alla bellezza, vuole unire alte prestazioni: elevata resistenza all’usura, facile lavabilità, solidità nei colori (tessuti ignifughi e outdoor). Tessuti concepiti come opere d’arte e destinati ad impreziosire residenze storiche, interni contemporanei, musei, teatri, yachts, alberghi o navi da crociera.

Ma qualsiasi casa, con un metro quadro di tessuto Rubelli, diventa più preziosa.

www.rubelli.com

In Trentino, Lei trova i tessuti Rubelli da Vi.Vo. Vicolo del Vo’, 23 a Trento tel. 0461.261737

Il Santos de Cartier

Indossare un’opera d’arte, ogni giorno. L’orologio da polso Santos de Cartier è un gioiello più moderno oggi di quando è stato creato. Frutto di una ricerca di forma e funzionalità, di precisione ed estetica, incarna un incrocio tra l’Art Déco delle origini, il design industriale e l’architettura metallica. Proporzioni perfette, fluidità delle linee, armonia tra il bracciale e la cassa.

L’estetica del Santos rappresenta una pietra miliare nell’esplorazione delle forme geometriche condotta dalla Maison Cartier. Era il 1904 quando Louis Cartier creò il primo orologio da polso, il Santos de Cartier, con un design dinamico che metteva in relazione un quadrato e un rettangolo e si distaccava nettamente da quello degli orologi classici di forma rotonda.

Lo creò per l’amico pilota Alberto Santos-Dumont, che voleva poter leggere l’ora senza perdere il controllo della sua “macchina volante”. Nel 1906, quando Santos-Dumont scese dal suo aereo e lanciò uno sguardo al polso per controllare l’ora, la folla di ammiratori restò incantata alla vista di questo nuovo orologio. E da quel momento fu mito. In seguito Cartier diventò uno degli orologiai più famosi al mondo per saper unire tecnologia moderna e alta tradizione.

Oggi, soprattutto una donna si fa regalare o si regala un Santos, preferibilmente in acciaio ed oro, automatico in sintonia con il suo cuore, per regalarlo poi a sua volta, un giorno, a sua figlia in occasione del suo diciottesimo compleanno.

www.cartier.it

In Trentino Lei trova Santos de Cartier da Tomasi Gioielli via Mazzini, 44 a Trento tel. 0461.230418

La valigeria Louis Vuitton

Stazione Ferroviaria di Istanbul. E’ in partenza l’Orient Express. Il fumo della locomotiva si confonde con quello della nebbia del Bosforo. Una giovane coppia di turisti inglesi , appena arrivati dal Pera Palas Hotel, si accingono a salire su di una delle carrozze illuminate, mentre gli assistenti di bordo caricano i loro bagagli, valigie Louis Vuitton.

E’ il potere di oggetti d’arte che sanno raccontare una storia. Le valige Louis Vuitton evocano come pochi altri oggetti, il lusso dei grandi viaggi e le atmosfere legate allo stile di certi personaggi. Un capitolo della storia del costume che narra di persone ricche e importanti che affrontano lunghi viaggi accompagnati dai famosi bauli e dalle valigie disegnate dallo stilista francese.

Il Monogram Canvas è l’iconica pelle di questi oggetti preziosi dell’alto artigianato francese, una lussuosa collezione di valigeria che da sempre rappresenta nel mondo, la storica maison francese. Il fondatore, Louis Vuitton, ha avviato la sua leggenda partendo proprio da una valigia, vista la sua esperienza di apprendista tuttofare presso Monsieur Maréchal, una personalità in fatto di bagagli nella Parigi dell’800.

Ne ha fatta di strada Monsieur Vuitton, ma ciò che è rimasta immutata nel tempo è la magia di queste opere d’arte. Il lusso dedicato all’arte del viaggio. Un concetto di eccellenza e di esclusività dovuta alla rarità delle pelli utilizzate ma soprattutto alla lavorazione a mano esclusivamente in laboratorio dove gli artigiani della maison ne conservano gelosamente i segreti.

Se si parte, lo si faccia con stile”.

ds

e-shopping su www.louisvuitton.com

Il trench Burberry, una filosofia da insossare

Il trench è un capo classico, unisex e funzionale, il cui stile e la cui estetica rimangono inalterati e vanno oltre le mode. Più di 153 anni di storia, nella produzione e nello sviluppo di tessuti, e una lunga tradizione tipicamente inglese. Questo è Burberry, il cui marchio è fortemente radicato in un oggetto cult, il trench, emblema in termini di qualità, stile, innovazione e lavorazione.

Il trench venne creato originariamente nel 1914 da Thomas Burberry, il fondatore di Burberry, per gli ufficiali inglesi. All’inizio, era realizzato in gabardine di cotone, una stoffa funzionale e molto resistente inventata da Burberry, la cui trama possiede delle proprietà che assicurano alla stoffa caratteristiche di impermeabilità, traspirabilità, comodità e morbidezza.

Rimangono tuttora dei dettagli autentici, che ormai fanno parte del ricco portafoglio di icone tipiche di Burberry, fra cui gli anelli metallici a forma di  “D” (originariamente creati per appendere alla cintura l’equipaggiamento militare), le fibbie per la cintura in vero cuoio e le spalline.

Il trench è disponibile in ogni stagione in una diversa gamma di colori, lunghezze e disegni, fra cui i modelli ripiegabili leggerissimi, in pelle lavata e a doppiopetto in lana per gli uomini, le donne e anche i bambini. Il trench infatti, rimane il naturale punto di partenza e di ispirazione per tutte le collezioni Burberry da uomo, donna e bambino, e ogni stagione viene reinterpretato in modo da riflettere l’atmosfera e l’umore del momento, pur mantenendo l’integrità del suo stile e della sua funzione.

I trench Burberry vengono realizzati in Inghilterra utilizzando metodi di produzione consolidati nel tempo e sono disponibili on-line sul sito Burberry.it e nei negozi di tutto il mondo in tutte le stagioni dell’anno.

 

e-shopping su www.burberry.com

In Trentino, Lei trova Burberry da Lorenzetti via Pradalago, 2/N a Madonna di Campiglio   tel. 0464.441339 

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