My Porter Issue

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Intervista a Caringella

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Ieri pomeriggio, domenica 15 marzo 2015, presso l’Auditorium Parco della Musica in Roma, una cornice affettuosa di lettori ed estimatori ha salutato l’annuncio della candidatura di “Non sono un assassino” – l’ultima opera di Francesco Caringella – al Premio Strega.

“Partecipare al “Nobel” della letteratura italiana non è solo un’incredibile avventura ma molto di più. Mi aspetta un viaggio misterioso e incredibile di cui non riesco a intuire le tappe, le soste e la stazione d’arrivo. Mai come in questo caso sento sulla mia pelle che sarà meraviglioso il viaggio in sé. Sarà una corsa con il cuore in gola, addolcita e accarezzata dall’autentico affetto che oggi ho visto brillare negli sguardi sinceri dei miei figli, degli amici e dei tifosi che hanno illuminato con un raggio di sole un pomeriggio piovoso di fine inverno” – Francesco Caringella

Prego, legga la mia intervista  integrale a Francesco Caringella pubblicata sul quotidiano L’Adige.

That’s Rock Year!

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Inizio d’anno assolutamente rock. Inizia la mia sfida professionale alla guida del mensile Il Contadino, la rivista ufficiale della Coldiretti del Trentino-Alto Adige. Io ci provo. Il terreno è fertile. Si lavora ad un nuovo prodotto editoriale destinato a più di ottomila imprenditori agricoli. ‪#‎auguri‬!

My Busby Puppet in Paris

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My Busby Puppet inspired by Burberry campaign for Printemps Grands Magasins Paris. Feat. “Parigi vs New York” Vahram Muratyan book

Diamonds&pearls, or beauty&pleasure

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Evocative, sensual and voluptuous, Marc Lagrange‘s work celebrates beauty and pleasure. Diamonds&Pearls (teNeues), THE guide to beauty and pleasure for every woman.

A Moroccan Passion

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Pierre Bergé remembers… He recalls his arrival in Marrakech with Yves Saint Laurent in 1966, those first rainy days, their first home purchased together, their exploration of Morocco, and it’s fascinating light.

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Ho paura dell’orso

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IO… ho paura dell’orso

Questa creazione di BARAKUS, una Visceral Tee concettuale, di rottura, provocatoria, bisbetica, fumettesca, infantile e grottesca rispecchia in tre parole la mia posizione in merito alla recente vicenda “orsa Daniza” in Trentino.

Io credo che gli estremismi ci stiano facendo perdere la cognizione della realtà. Io voglio riprendermi la mia “umanità”, non facendomi strumentalizzare dalla massa, e umanamente urlare al mondo: ebbene sì, io dell’orso ho paura.

Per quanto mi riguarda è così che voglio interpretare e comunicare questa t-shirt, che non è una t-shirt come le altre, ma è, per natura, una t-shirt “parlante”, ovvero uno strumento con cui comunicare (se stessi).

Il significato primordiale della Visceral “Ho paura dell’orso” di BARAKUS è strettamente legato alla paura dell'”uomo animale” e scherza con ironia sulle sue paure inconsce e sciocche. Non è di certo legato alla paura dell’orso ANIMAle. Il mio quindi, vuole essere anche un invito rivolto agli amanti della natura e degli orsi del Trentino a dare l’interpretazione più passionale e pulita a questa viscerale maglietta. Graffiata dall’uomo che codifica anche un codice a barre #staytuned

Gran bel traguardo!

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E’ uscita, la Summer Edition di WELLcome, la rivista dell’Alpe Cimbra (Trentino, Italy). La rivista che dirigo da un anno e che mi ha già regalato tante soddisfazioni. Una rivista fresca&glam che invita a sognare in uno dei luoghi più incantevoli delle Dolomiti. Vi troverete solo il meglio che questa favola di luogo sappia offrirvi.

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My Rock Time

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Su

MY ROCK TIME – Basket on the rocks by Donatella Simoni 

il mio nuovo blog

si parlerà di basket declinato in:
MEN
GAMES
STYLE

BEAUTIES
COOLTURE

Un nuovo bel modo di VEDERE… il basket.
Vi aspetto. Presto. Sul mio nuovo blog.

L’attimo raccolto

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Il pesce protagonista. Cucina di Casa Campanelle, ore 12

*Oggi ho voglia di pesce dopo aver letto Una spina nel design (Editrice Compositori, 19 €), un ricettario con 70 secondi di pesce e crostacei che affronta due passioni degli italiani (la buona tavola e il design), realizzato da 70 stelle nascenti del designer italiano. 

The 4 Dreams of Miss X

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Agent Provocateur

Kate Moss

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Mike Figgis

the book

 

 

Storie frizzanti, da bere tutte d’un fiato

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Ecco i libri che mi sono “bevuta” o (“ribevuta”) fino ad ora, quest’estate: The Juliette Society di Sasha Grey, Trinacria Park di Massimo Maugeri, Con le peggiori intenzioni di Alessandro Piperno, Storia di una capinera di Giovanni Verga, Fermate il boia di Agatha Christie, Il diario della capitana (Class editori).

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Il mio preferito? Il diario della capitana. Non proprio un libro, ma un vero manuale dedicato a tutte le donne che sognano di essere portate via e di guidare la barca a fianco del loro Capitano… coraggioso.

Desire

Saresti in grado di lasciar andare F-TYPE se fossi da solo nel deserto?

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Desire

in collaborazione con Ridley Scott Associates, con la partecipazione del vincitore del Golden Globe Damian Lewis e la colonna sonora di Lana Del Rey.

Love looks not with the eyes

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Je crois en la beauté du geste, de chaque côté de la caméra. Une beauté vivante.

ANNE DENIAU

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Miti alla finestra

Per Vogue, Tobey Maguire and Carolyn Murphy, fotografati da Peter Lindbergh, interpretano il classico senza tempo di Hitchcock, La finestra sul cortile (Rear Window), indossando creazioni anche di Dolce&Gabbana, Miu Miu e Gucci.

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photos by urbaninitiativ3.com

Capri, stile Impero Couture

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È l’Isola di Capri il suggestivo scenario che fa da cornice alle riprese del nuovo spot televisivo Impero Couture che vede come protagonisti i celebri attori della serie “Beautiful” Katherine Kelly Lang e Ronn Moss, testimonial della Maison. Le riprese e lo shooting fotografico, con l’esperta regia scenica di Diego Santangelo Studios, si sono svolte nelle aree più affascinanti dell’isola: i Giardini di Augusto, i Faraglioni, Pizzolungo, la Fontelina, l’Hotel La Residenza e la storica Villa Bismarck. Il mood della nuova campagna pubblicitaria trae ispirazione dalla storia d’amore tra l’icona di grazia ed eleganza Jacqueline Kennedy e il famoso magnate greco Aristotele Onassis.

Un réel bonheur

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Au Bonheur des Dames

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“C’est un réel bonheur de voir cette actrice les enfiler et les humer avec délectation.

On la sent transportée dans un autre monde”

From the Archives: The Ritz Paris in Vogue

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Photographed by Arthur Elgort for Vogue, October 2009

Inspired by Kate Moss’s couture-clad romp through the halls of the Ritz Paris from our April issue, we went back in our history to discover the many times the storied hotel was used as a backdrop for Vogue’s fabled fashion shoots, including portfolios photographed by Arthur Elgort, Annie Leibovitz, Mario Testino, and more. The end result is a trip through our archives you won’t want to miss. (Vogue).

See The Slideshow

L’Hôtel des Palmes

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L’Hôtel des Palmes, qui possède un des plus beaux jardins de la ville, un de ces jardins de pays chauds, remplis de plantes énormes et bizarres. Au moment où Wagner habitait ici…

L’albergo delle Palme, che possiede uno dei più bei giardini della città, uno di quei giardini dei paesi tropicali, pieni di piante enormie strane. Ai tempi in cui Wagner abitava qui…

(Palermo. L’Hotel delle Palme. da Verso i cieli d’oro. “La Sicilie” di Guy de Maupassant, 1885. Con Venti fotografie di Jeanloup Sieff, 1983. Edizioni Novecento, 1984)

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Dubai

Un inedito della collezione “Vieni via con me”*, i racconti d’amore ambientati in giro per il mondo, di Henry J. Ginsberg. 

A Dubai ha spesso freddo. Ha finito il concerto tre ore fa, ma non ha ancora smaltito tutta l’adrenalina. Lo stupisce il fatto di eccitarsi ancora per uno show. Anche adesso che si esibisce da solo, al piano, in locali più intimi, per platee più ristrette. Con il gruppo era tutto questo moltiplicato per dieci, era l’impatto dei watt, erano i colpi secchi della batteria alle sue spalle, lui a gigioneggiare davanti al pubblico perché le tastiere le suonava Ronnie, lui doveva solamente cantare, e muoversi, e mettere su quella faccia come se avesse pestato sterco di cammello salendo sul palco. Con il gruppo era tutto all’ennesima potenza. Il pubblico impazziva.

Ma anche così, anche da solo, funzionava ancora. Sapeva che avrebbe funzionato per un bel po’, quando hai scritto canzoni come Stay puoi vivere di rendita, non per il resto della tua vita, d’accordo, però abbastanza per poter incidere altri dischi, scrivere un libro, ottenere una parte in un film.

Adesso si esibiva in posti insoliti come Dubai. Dormiva al Burj al-Arab, la “vela”, l’hotel più stravagante (e più lussuoso, ha sentito dire) del pianeta. Adesso aveva chiuso con le droghe, definitivamente.

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C’est la femme telle qu’elle est

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En pénétrant dans le musée; je l’aperçus au fond d’une salle, et belle comme je, l’avais devinée. Ce n’est point la femme poétisée, la femme idéalisée, la femme divine ou majesteuse, comme la Vénus de Milo, c’est la femme telle qu’elle est, telle qu’on l’aime, telle qu’on la désire, telle qu’on la veut étreinde. Elle n’a poine de tête, un bras lui manque; mais jamais la forme humaine ne m’est apparue plus admirableet plus troublante.

Penetrando nel museo, la scorsi subito in fondo ad una sala, e bella come l’avevo immaginata. Non è la donna vista dal poeta, la donna idealizzata, la donna divina o maestosa, come la Venere di Milo, è la donna tale come è, così come la si ama, come la si desidera, come la si vuole stringere. Non ha affatto testa, le manca un braccio; giammai tuttavia figura umana mi è apparsa più splendida e più conturbante.

(Siracusa. La Venere. da Verso i cieli d’oro. “La Sicilie” di Guy de Maupassant, 1885. Con Venti fotografie di Jeanloup Sieff, 1983. Edizioni Novecento, 1984)

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La princesa Carlota de M—naco en los anuncios de la campa–a Primavera Verano 2013 de Gucci Forever Now.La princesa Carlota de M—naco en los anuncios de la campa–a Primavera Verano 2013 de Gucci Forever Now.

 CHARLOTTE CASIRAGHI

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VERA WANG SS 2013

“Sono solo, veramente solo, veramente libero…”

bDopo aver avuto Parigi ai suoi piedi, dopo aver vissuto intensamente la vita e tutti i suoi piaceri, Maupassant fugge in Costa Azzurra e prende il largo sul “Bel-Ami”. Vuole liberarsi dalle sofferenze, dai ricordi e dalle allucinazioni che lo turbano, dalla sua mente abitata dai fantasmi. Ma sull’acqua, nel sole del Sud, si sente libero, ritrova se stesso, dimentica. L’acqua è lo sfondo di questo breve diario nautico, in cui Maupassant libera la sua fantasia creatrice, la sua vigorosa personalità letteraria.

 

Sull’acqua. Da Saint-Tropez a Montecarlo. Guy de Maupassant

Il tabernacolo della vita

“Siccome sono a letto da tre giorni, penso al letto, e ci penso perfino quando dormo. Il letto, amico mio, è tutta la nostra vita. In esso si nasce, si ama, si muore.”

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“Poi ecco che per la prima volta due amanti si trovano carne contro carne in questo tabernacolo della vita. Tremano, ma sono ebbri di gioia, si sentono deliziosamente vicini; e a poco a poco le loro labbra si uniscono. Quel bacio divino li confonde, quel bacio, porta del cielo terrestre, quel bacio che canta le delizie umane e tutte le promette, le annuncia e le precede. Il letto si muove come un mare agitato, cede e mormora, sembra animato e felice, perché su di esso si compie il delirante mistero dell’amore. Che c’è di più soave e perfetto, nel mondo, di questi amplessi che formano di due un solo essere, dando a ciascuno di essi, nello stesso istante, lo stesso pensiero, la stessa attesa e la stessa gioia totale che scende in loro come un fuoco divoratore e celeste?

Vi ricordate i versi che mi leggeste l’altr’anno, di non so quale poeta antico, forse il dolce Ronsard?

Et quand au lit nous serons
Entrelacés, nous ferons
Les lascifs selon les guises
Des amants qui librement
Pratiquent folâtrement
Dans les draps cent mignardises.

Questi versi vorrei che fossero ricamati sul cielo del mio baldacchino, da cui Piramo e Tisbe mi guardano senza fine coi loro occhi di tessuto”

“Quante altre cose avrei da dire! ma non ho tempo di notarle tutte e non riuscirei nemmeno a ricordarmele; e mi sento così stanca che ora tolgo questi guanciali, mi sdraio e dormo un po’”

(passi tratti da Il letto di Guy de Maupassant, fotografia Cielo del letto a baldacchino, Museo di Palazzo Mansi a Lucca da www.restauroestudiotessili.it)

Sturm und Drang

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O Mädchen, Mädchen,

Wie lieb ich dich!

Wie blinkt dein Auge!

Wie liebst du mich!

MAIFEST (Johann Wolfgang Goethe)

La sera di Capodanno

L’inedito di Natale di Henry J. Ginsberg, per T & M.

A Delmore Schwartz (1913-1966)

Il mondo è piccolo quando cominci a girarlo e realizzi che ognuno di quei posti segnati sulle carte geografiche, anche i più lontani dalla tua stanza da letto, anche i più remoti – eccezion fatta forse per qualche foresta pluviale grondante sotto il cielo plumbeo, per qualche desolazione ghiacciata – sono raggiungibili.

Il mondo è piccolo e accessibile, forse più del tuo cuore. Ma ci vuole comunque del tempo per attraversarlo, e io avevo promesso che sarei tornato, che sarei arrivato da te, in tempo, anche se partivo da lontano e lungo la strada avevo ancora alcune cose da sbrigare.

João era passato a prendermi all’albergo con solo un’ora di ritardo. Lo avevo aspettato nell’atrio, seduto su una sedia, al buio, i bagagli posati lì accanto. Avevo provato ad uscire, ad un certo punto, mentre il sole sorgeva all’orizzonte e iniziavo a distinguere le nuvole dallo sfondo del cielo, ma troppe cose strisciavano sui gradini dell’ingresso, ero tornato subito dentro.

“Una gomma bucata”, si è giustificato sorridente, appena sceso dalla jeep.

Siamo partiti lasciando lo Zambesi sulla nostra sinistra, ci aspettavano quattro ore di strada fino a Beira, dove avrei preso l’aereo per Maputo. Attorno, la campagna, i luoghi dove avevamo girato. Antonio si sarebbe fermato ancora tre giorni, a lui non importava di essere in Italia per il 31, ma io dovevo rientrare, lo aveva capito, dopotutto il grosso del lavoro era stato fatto, le interviste erano a posto, adesso non aveva più bisogno di me. Ecco la casa dei nostri amici, italiana lei, mozambicano lui, appena fuori il paese, in muratura, con il pozzo all’esterno, dove venivano ad attingere l’acqua i bambini che abitavano nelle capanne tutt’attorno, quelli che l’altro giorno ci erano venuti a chiamare per mostrarci l’ippopotamo che giocava nel centro del fiume; ecco la boscaglia nella quale sta rintanato il misterioso sudafricano venuto lì anni prima a mettere su una segheria, per qualcuno un ex-agente dei servizi; ecco, più avanti l’ingresso del parco del Gorongosa, qui il paesaggio si vivacizza, la terra si solleva all’improvviso in un grande massiccio, come se fosse gravida, era il regno dei leoni, le varie milizie che ci sono passate durante la guerra civile hanno fatto strage della fauna selvatica per mangiarla.

João aveva un figlio a Beira, Nelson; dopo avermi accompagnato all’aeroporto sarebbe passato a trovarlo. Ha tirato fuori il cellulare, mi ha mostrato la foto: non sapevo cosa dire, soffriva di un male che hanno molti bambini, in Africa, idrocefalo, accumulo di liquido cerebrale nella testa.

Il volto dell’uomo era radioso; si vedeva che non stava più nella pelle, anche se mancavano ancora due ore alla città. Come lo capivo. Mi sentivo anch’io così, anche se non era un bambino che mi mancava. Mi mancavi tu, una donna che conoscevo appena, una donna che viveva sola, una donna che non mi aveva fatto promesse d’amore.

All’aeroporto ho insistito per offrirgli un caffè, eravamo in anticipo nonostante fossimo partiti in ritardo. Non ha voluto altro. E’ scappato da Nelson, lasciandomi con i miei pensieri, sulla terrazza affacciata sulla pista d’asfalto.

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(se vuoi) “Vengo via con te” in 50 città

E’ impossibile non ritrovarsi in almeno uno dei personaggi di “Vengo via con te. Storie d’amore e latitudini”, il libro d’Amore e sentimenti di Henry J. Ginsberg. Un libro che sa emozionare proprio per il suo “realismo” ed il coinvolgimento con il lettore. Nel leggere le sue pagine, ognuno di noi può ritrovarsi e può capirsi. Un potere straordinario… Vengo via con te. Storie d’amore e latitudini  è in attesa di partire per le 50 città protagoniste dei suoi racconti. La sua missione è quella di “abbandonarsi” al suo destino, un dono d’amore incondizionato per chi lo troverà.

Ecco le immagini e le testimonianze di dove e di chi lo ha abbandonato. Viaggi d’Amore.

 

IBIZA. 16 aprile, ore 20.30

“Poi cominciò a dipingere. Si sentiva la musica arrivare dal apese. Si sentiva il suono delle sfere celesti che roteano senza posa sopra le terre in cui la gente si diverte e mangia il fiore del loto e non pensa al domani”

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(Sara)

 

VIENNA. 24 gennaio, ore 12

“Alzò lo sguardo al cielo perché è il cielo il luogo degli innamorati, le costellazioni sfavillantie tutti quei satelliti. Era felice di essere lì e adesso. E di vivere”

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 (Susanna)

 

PALERMO.  20 gennaio, ore 10

“Mia zia aveva perso la testa, chiaramente. prima l’aveva persa per un sacco di uomini, quindi in fondo solo per se stessa, perché se ami questo e quello, se voli come l’ape sui fiori, è solo di quell’andare che ti importa, ti inebri della varietà.”

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Villa Giulia, una delle più belle ville della città. (Lorenzo & Annachiara)

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New Araki

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Nobuyoshi Araki. Bondage è l’ultima opera d’arte dell’artista giapponese Araki edita da Taschen. Un cofanetto d’arte, realizzato in legno, in edizione limitata (845 copie), ognuna numerata e firamata dall’artista, che contiene tre libri fotografici (600 pagine) rilegati a mano secondo la tradizione giapponese. Questi raccolgono un’importante selezione di fotografie scattate da Araki. E’ disponibile anche una versione ancor più preziosa del libro (di sole 50 copie), in cui le foto sono stampate su carta fotografica.

E il Bon Ton è servito

gOggi, per la rubrica “Verba Volant”:

IL NUOVO BON TON A TAVOLA e l’arte di conoscere gli altri. Vedo come mangi e saprò chi sei.

Roberta Schira, Salani Editore.

Regole, suggerimenti, linguaggio corporeo, ossessioni e scortesie a tavola. Da una scrittrice-gourmet che è anche una “psicologa del gusto” il primo libro che unisce psicologia e bon ton per imparare a comportarsi correttamente in ogni occasione – dalla colazione al dopocena… aperitivo incluso – e per sapere tutto dei propri commensali.

“Ecco che allora può bastare una cena insieme per capire se lui/lei sono la persona giusta per noi e se vale la pena di dividere tutti gli altri pasti della nostra vita…”

Sunday Breakfast

fotocon il nuovo libro d’amore “Vengo via con te. Storie d’amore e latitudini” di cui storie, personaggi, emozioni, mi seguono oramai ovunque.

Elle Luxe, pages to dream about

E’ in edicola ELLE LUXE, il nuovo album dei sogni di Elle, dedicata al bello estremo.   

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«Il lusso fa sognare, ci fa interagire coi nostri desideri. Non è poco, ecco perché abbiamo creato Elle Luxe», dice Eugenio Gallavotti, vicedirettore che evoca, nel suo editoriale, anche Coco Chanel: “Il vero lusso suscita ammirazione, non invidia”.

ELLE LUXE risponde a una domanda globale di prodotti di lusso e a un bisogno di bello estremo, ponendosi come link tra il sogno e la vita reale. Un magazine che parla di eccellenza ed esclusività, pensato per una donna internazionale e metropolitana, con una forte sensibilità al brand e alla qualità.  ELLE LUXE racconta storie di moda e bellezza, accessori e oggetti personali; storie di icone moderne e principesse contemporanee, di grandi marchi e piccoli piaceri.

Nel primo numero di ELLE LUXE: un servizio Haute Couture; un’intervista esclusiva a Goga Ashkenazi, neo-proprietaria e direttrice creativa di Vionnet, che per la prima volta apre le porte della sua casa milanese; la storia della businesswoman cinese Shaw-Lan Wang che ha costruito un colosso editoriale nel Sud-est asiatico prima di partire alla conquista dell’Occidente, acquistando la Maison Lanvin. ELLE LUXE entra nel meraviglioso palazzo del ’700 di Van Cleef & Arpels per insegnare a riconoscere le pietre preziose, indossarle, adattarle al proprio stile e attraverso le parole di  Pierre Rainero, direttore immagine, stile e patrimonio di Cartier, spiega come il lusso esplori la nostra capacità di andare sino in fondo e di metterci alla prova. Nell’inserto gioielli, impreziosito da un carta di grammatura più importante, i pezzi più straordinari dell’Haute Joaillerie. Inoltre, le mete da sogno dei globe trotter del lusso e i pezzi più straordinari del 2013 tra moda, accessori, beauty e design.

Il carattere internazionale di ELLE LUXE è sottolineato dalla scelta dei testi in formato bilingue (italiano-inglese) e dalla sua distribuzione nei principali aeroporti e nelle edicole di Rio e San Paolo; Mosca e San Pietroburgo; Parigi; Principato di Monaco; Monaco e Düsseldorf; Londra; Ginevra e Zurigo; Boston, New York, Los Angeles, Miami, Chicago, Las Vegas, Huston; Istanbul; Singapore; Hong Kong; Dubai; Beirut; Tokio; Pechino e Shanghai; Seoul. 

Inoltre, in Italia e all’estero, al di là della tradizionale distribuzione nel circuito edicola, il magazine sarà presente in un network selezionato di hotel e boutique esclusivi, nelle principali mete dello shopping, nelle più importanti località turistiche invernali. 

Nobili trasgressioni

Basterebbero quei tocchi di classe che illuminano le descrizioni di castelli, magioni, dimore tenute, poderi e anche “semplici” case di campagna per dare un senso alla voglia di leggere L’amore in un clima freddo di Nancy Mitford (Adelphi editore, pagine 280, euro 18).

Chi ama le atmosfere “country”, aristocratico o snob o borghese o popolare, non importa, in queste pagine ritroverà qualche cosa che lo lega all’ambiente che ha scelto.

Un romanzo tra i più intriganti del Novecento. Nancy* racconta il mondo dell’aristocrazia inglese presa di sorpresa non tanto dai cambiamenti della società (non se ne accorge neanche), quanto dalle trasgressioni al suo interno: come quella della giovane e bellissima Polly che osa sposare lo zio Boy Dougdale, molto più vecchio di lei, appena vedovo, ex amante della madre. Un malizioso svelamento di amori e odi, cattiverie e stravaganze, adulteri “segreti” di cui tutti sono a conoscenza.

Ogni storia ruota attorno alla nobilissima famiglia Montdore, discendenti del barone Redesdale: sei sorelle surreali ed il loro corollario di aprenti, amici e amanti, che per decenni si sono divertite a a dare (aristocratico) scandalo, come la duchessa Deborah che nella sua sontuosa ancorché molto country dimora inglese di Chatsworth offre il becchime alle sue amate galline, rigorosamente in abito da sera.

da Francesco Cevasco (Style Country Life)

*Nelle opere di Nancy Mitford (1904-1973), dove non mancano riferimenti autobiografici alla sua aristocratica famiglia, vengono ritratti con ironia i vezzi e le manie della bella società. Nobili inglesi e intellettuali francesi si muovono vacui in un valzer di adulteri, tra feste scandite da pettegolezzi e scenate.

Blur

Blur, dall’Inglese illeggibile, è il titolo di un progetto dell’artista trentino Luciano Civettini .

Si tratta di libri speciali, o meglio, diventati speciali. Libri di varie dimensioni, ai quali Civettini ha rifatto la copertina. Ognuna intitolata Blur, numerata e dedicata ad un tema. Ogni libro viene poi inglobato nelle resine trasparenti e sigillato completamente. Non più apribile, il libro come oggetto, cambia di significato; la storia che racconta rimane un segreto del quale si può intuire solo una piccola parte attraverso le immagini della copertina.

Delitto per passione

Viggo&Gwyneth in A Perfect Murder (1998)

Andare lontano

Oggi, dopo tanto tempo, ho riaperto questo libro d’arte.

Oltre ad un’autodedica, datata 2002

vi ho trovato immagini meravigliose che mi hanno portata lontano. Vi porto con me

in Indonesia, Bali. Sciarpa femminile portata sul petto o sulla spalla (splendang) in broccato di fili di seta e di metallo e ikat.

In Cina, Manchù. Abito femminile informale in seta (pao) con farfalle colorate tessute mediante tecnica ad arazzo, bordi con galloni tessuti e ricamati.

In Tibet. Mantello in raso di seta, tecnica ad arazzo (kesi) con disegni di nuvole e fodera in seta rossa.

In Giappone (Hikoshi-Banten). Giubba da pompiere con diversi strati di cotone trapuntato.

In Turchia. Broccato di seta malva e argento con fili di metallo sovrapposti per bordi lavorati ad ago e bottoni intrecciati.

In India, Kutch. Gonna in raso (gaghra) ricamo in seta a punto catenella con motivi di pavoni e fiori.

In Indonesia, Sumatra, isola Muntok Bangka. Scialle in seta (limar) con trama centrale molto fine rossa e gialla lavorata con tecnica ikat circondata da fili di metallo in decorazione songket.

In Uzbekistan. Broccato di seta cinese e ricami a punto catenella in seta di frutti Nimuri e tulipani.

In Siria. Abito femminile delle zone rurali (thob) con ricami in seta.

E in Iran. Seta rossa e verde con ricami in seta raffiguranti piccoli motivi floreali e animali.

da Costumi e tessuti dell’Asia. Dal Bosforo al Fujiyama. Collezione Zaira e Marcel Mis. Skira, 2001.

Orizzonti

“L’ELEGANZA. Ed i suoi orizzonti.”

deArchitettura.com

Ritratti di Tod’s

“Il mio riferimento è mio padre, che ha tenuto sempre unita la famiglia”  – Tazio Puri Negri

Ritratti di:

stile, espressione, strada, unione, ricerca, amicizia, figli, valore, Made in Italy, rispetto, sentimento, esperienza, arte e…

E’ Italian Portraits by Tod’s, un viaggio fotografico tra passione ed eleganza.

App su iPad e iPhone.

All’Esselunga dell’amore

All’Esselunga dell’amore
compro un gelato
a forma di sole.
(il sole vero
ha meno colore
il vero amore
non ha le nocciole.)

Francesca Genti

Gift List

Cosa Le inchieste di Maigret. 75 eBook collezionabili Adelphi

Per chi Per gli amanti del genere

Perché Un classico per le serate autunnali

Dove Ogni mese 5 nuovi titoli su Libreria Rizzoli

Colazione al Cairo

Best seller in Egitto per settimane, Colazione al Cairo è  un romanzo che parla di passioni: di una donna per un uomo, di un uomo per il suo paese e di tutti coloro che durante la Primavera araba si sono battuti per la libertà. L’autore Mohamed Salmawy, uno dei più influenti intellettuali egiziani, narra la storia di Doha, stilista di successo che un giorno si ritrova bloccata nel traffico a causa dei disordini di piazza Tahrir. Doha è furiosa: per colpa di quella folla rischia di perdere il volo che la porterà in Italia dove presenterà la sua nuova collezione. Basta una telefonata al marito affinché la Polizia le apra un varco che le permette di prendere l’aereo. Su quel volo incontrerà un uomo che la tempesterà di domande e la porterà a riconsiderare quanto ha visto in piazza Tahrir: quell’uomo infatti, è il leader dell’opposizione, un uomo disposto a tutto pur di difendere le idee in cui crede. Un romanzo che racconta in presa diretta quel che sta accadendo di là dal Mediterraneo.

“Vieni via con me”, storie in giro per il mondo, ma straordinariamente tanto vicine

Vieni via con me è il titolo di un’avventura letteraria nata dalla mente e dalla penna di un giornalista/scrittore che si cela dietro lo pseudonimo di Henry J. Ginsberg. Vieni via con me vuole essere, in primo luogo, un invito ad evadere dalla realtà e a sentirsi coinvolti dalla situazione descritta e vissuta dal protagonista o dai protagonisti del racconto, in qualche angolo del mondo. Abbiamo tanto bisogno di viaggiare e di conoscere, anche solo con l’immaginazione!

Vieni via con me è quindi un richiamo che, di volta in volta, sarà affettuoso o passionale, dolce o imperativo, rassicurante o misterioso. Ad un certo punto, sarà facile riconoscersi in uno dei protagonisti. Sarà allora che risponderemo all’invito di Sir Ginsberg, sarà allora che “andremo via”, per davvero. E la vera sorpresa sarà scoprire per dove e con chi.

Per settimane, l’autore ha preso il nostro cuore e lo ha portato in giro per il mondo.Viaggio dopo viaggio, meta dopo meta, i lettori di T&M si sono appassionati all’appuntamento domenicale. “Io vengo, dove mi porti?” scrive un lettore. “E’ solo mercoledì” scrive Sonia di Milano. “Mancano ancora quattro giorni a domenica e al racconto d’autore di Henry. Aspetto con ansia” commenta Angela su Facebook.

Man mano che la settimana volge al weekend, la curiosità cresce: “Adoro la piovosa, frizzante, grigia aria di Londra. Anch’io, preparati Maria Teresa, sarà più tempestosa del solito.. eh, l’amour!”. E ancora: “Non vedo l’ora, è sempre un tuffo nel passato… e al cuore…”

Alcuni, che avevano lasciato un pezzo del loro cuore in una di queste città, lo hanno ritrovato in Vieni via con me. “Sembra l’ultimo litigio fatto con la mia ex ai tempi bui, basta che ci metti un finale con una parolaccia ed è il testo da recitare …”. “Il tempo….. commossa, grazie ! Buona domenica”. “Ma voi due per un motivo o per l’altro mi fate sempre piangere tutte le domeniche. Cambia il titolo in Vieni a piangere con me ! Un abbraccio. Lacrime belle, grazie ancora“.  “Ok lo ammetto… L’ho riletto già tantissime volte. Ah, questi fantasmi… bacio”.

Non resta che continuare il viaggio. Fino alla pubblicazione del libro a cui Henry J. Ginsberg sta lavorando, ovvero la raccolta di tutti i racconti pubblicati su T&M arricchita da nuovi capitoli inediti, nuove mete, nuovi sentimenti, nuove emozioni.

Presto, solo su T&M.

I viaggi pubblicati fino ad ora:

Barcellona

Chicago

Vienna

Milos

Dublino

Faro

Trieste

Edimburgo

Monaco

Otranto

Itaca

Firenze

New York

Copenhagen

Palermo

Praga

Colombo

Londra

Atene

Parigi

Rio

Istanbul

Bath

1864. L’Occhio mongolfiera di Odilon Redon

Un enorme globo oculare che, come un pallone di mongolfiera, si innalza al di sopra dell’orizzonte. Potrebbe alludere ad un invito ad elevarsi al di sopra delle cose comuni, ad allargare gli orizzonti della nostra conoscenza?

Scherzo… al cuore

Franz Liszt Scherzo und Marsch, Igor Cognolato pianist

Barcellona

Ieri è stata la giornata più calda dell’anno.

Ieri poi ha piovuto, diluvio su Barcellona, pioggia sulle guglie di Gaudì, pioggia anche sul mare, liquido, tutto scorre.

“E’ come quando una corda si tende fino allo spasimo”, hai detto tu, parlavi del tempo. Hai detto che poi deve succedere qualcosa. Quando il termometro tocca i 45 gradi, o si va a fuoco o si scatena l’apocalisse.

Abbiamo visto le saette segnare il cielo dalla finestra del tuo appartamento. Hai avuto paura che ti piovessse in casa, il tetto è malmesso. Il gatto si era nascosto dietro alle piante del soggiorno. Toc, toc, la goccia che cade dal tetto, la macchia che si allarga. Corri a mettergli sotto una pentola, scalzo.

Ieri ci siamo rivisti dopo due anni, dopo una serie di mail. Non ci siamo detti nulla. Mi hai accolta in t-shirt, mi hai fatto un caffé, ti sei messo a parlare di un nuovo centro commerciale, come se ci fossimo salutati la settimana prima, all’uscita di un cinema. Ho capito subito che questo incontro tardivo non avrebbe sciolto nessun nodo. Le domande che mi sono posta, in questi due anni, sarebbero rimaste le stesse. Cosa eravamo? Cosa siamo stati l’uno per l’altra? Perché ci siamo persi di vista? Perché, ora, ci rivediamo?

Poi siamo andati a letto, è sempre lo stesso letto, quello nel quale mi precipitavo dall’aeroporto, tutte le volte che venivo a Barcellona e all’epoca ci venivo anche due volte al mese.

Eravamo a letto, ancora non ci eravamo spogliati, parlavi di quel centro commerciale e di un foulard che hai appena comprato, sei vanitoso, anche quando non ti sei fatto la barba, hai un modo tutto tuo di essere vanitoso, non come Luca, lui veste nei negozi giusti, ne sa certo più di te in fatto di abbinamenti, di tessuti, cuciture, tu hai la vanità bohemienne, la vanità dell’uomo fintamente trasandato…

Poco dopo il cielo si è aperto, fulmini come spade hanno tagliato il nero, le masse addensate, hanno tagliato il fondo delle nuvole come sacchi, siamo rimasti alla finestra a vedere il diluvio, adesso eravamo nudi, illuminati dai lampi, è iniziato a piovere dentro, in cucina. Pensavo a Luca e baciavo te.

Questa mattina mi sono alzata per prima. La pentola che avevi messo sotto la goggia era piena per metà. Ti ho preparato la colazione, tazze e roba da mangiare erano sempre al solito posto. La giornata si annunciava calda come ieri.

Poi sono uscita, ci siamo sfiorati le labbra con un bacio, casto, non ci siamo detti nulla, se ci rivedremo ancora, se sarà fra altri due anni, non ci siamo detti con chi stiamo adesso, se poi stiamo da qualche parte, se stiamo con qualcuno, o magari scorriamo fludi, magari siamo scossi come canne al vento, magari siamo solo questo, siamo grancasse che fanno un po’ di rumore bandistico.

Fuori era l’apocalisse e dicevi parolacce, sembravi felice di vedermi. Ogni tanto ridevamo. Sei dimagrito. C’era tutta la leggerezza di un tempo, ma qualcosa non quadrava, qualcosa non collimava, ma cosa? I gesti, i fatti, erano quelli dell’amore, i movimenti dei corpi, erano quelli, indubbiamente. Ma le parole erano altro, erano le chiacchiere al bar fra due amici, ecco stavamo facendo l’amore come se ci fossimo incontrati in un locale sulla Rambla, la stessa allegria noncurante, lo stesso cameratismo, la stessa ebbrezza che dura un istante, e domani è un altro giorno.

Ho mascherato anch’io quella leggerezza, nella stanza buia. Il temporale lentamente si esauriva, pioggia grondava da ogni tetto, ogni albero, ogni lampione, c’era acqua dappertutto, scorreva a fiumi sotto di noi, ragazzi ballavano in strada, era stata la giornata più calda del secolo e finalmente ecco che era finita, si toglievano le magliette, le facevano roteare sopra le teste, mostravano petti e ascelle, mostravano bicipiti, paravertebrali. Tu mi parlavi delle nuove mode, “l’Italia è così provinciale”, in Spagna erano anni luce più avanti, dicevi, io mi lasciavo accarezzare la schiena imitando la stessa leggerezza, mi dicevo “ecco, adesso siamo veramente amici, solo due amici”, e non m’importava più, non avevo pensato a te come a un’amico, mentre venivo a casa tua, né avevo pensato a te come a uno dei ragazzi senza maglietta che in questo momento danzavano in mezzo alle pozzanghere, per me eri speciale ed è solo questo che so, dell’amore, l’amore sta dalla parte opposta rispetto a cose come la leggerezza, l’amicizia e il cameratismo, l’amore è la corda che si tende allo spasimo, forse quella corda si era rotta due anni fa e non me n’ero accorta, avevo sognato spesso di tornare alla stanza buia e adesso che c’ero, qui, era come non essere dentro a niente.

Stamattina la pioggia era già sparita. La città, come sempre: polverosa, obliqua, in movimento, molto presa da sé.

Non c’era molto per fare colazione. Avevo il volo nel tardo pomeriggio ma ti ho mentito, ho detto che dovevo andare in aeroporto, non ti sei offerto di accompagnarmi, anche se era la tua giornata libera, a quanto ho capito aspettavi qualcuna, o qualcuno, non so.

Ho pranzato in un ristorante sul porto, mi sono mescolata a persone molto diverse da te, volevo non pensare, distrarmi così. Al duty free ho comprato un regalo per Luca. In aereo ho attaccato bottone con il direttore di un albergo, che andava a Venezia, mi sono fatta invitare, uno dei prossimi week end, che sfacciata! Lui non ha perso tempo, però.

Ho parlato anche col taxista che mi riportava a casa, gli ho chiesto se aveva piovuto. Insomma, in definitiva, ho deciso di lasciare gli ultimi due anni della mia vita lì con te, nella stanza buia. Fanne ciò che vuoi. Forse è stato uno sbaglio rivedersi.

Poi, sono passate solo 24 ore. Tutta la pioggia di Barcellona dev’essere scomparsa, riassorbita dalla terra ingorda. Sono uscita sul balcone – è solo un’altra sera di pipistrelli e lampi di calore nel mio quartiere – e ho acceso una sigaretta, aspettando che fossero le 10, per andare da Luca. E all’improvviso hai telefonato. Da Barcellona. E ho sentito la tua voce, e mi hai detto quello che non mi avevi detto ieri, che era stato bellissimo rivedersi, e come avviene a volte in questi casi, ho bucato le nuvole con l’unghia del mio indice, prima di tornare sulla terra, cambiarmi, profumarmi, e schizzare da Luca, felice come poche volte, felice di essere amata da due uomini, felice della mia vita contorta, felice del mio cammino incerto, dell’invito del direttore dell’albergo che potrei accettare o non accettare, dipende da me, è una mia opzione, felice anche di scoprire, una volta di più, che raramente la lingua dell’amore è fatta di parole definitive, di sentenze irrevocabili, il più delle volte tutto scorre e si apre una strada e aggira gli ostacoli e precipita da qualche parte, come l’acqua quando cade dal cielo. E quelle come me – quelli come noi – vanno con la corrente, cambiano idea tre volte al giorno, a volte sentono della musica nelle orecchie anche quando non c’è, a volte si addormentano con la tv accesa.

A volte vorrebbero morire e un’ora dopo, per un nulla, sono stupidamente così felici.

Spirito geniale

Niccolò Paganini – Capricho N.24 La Menor Quasi Presto interpretato da Ara Malikian

Misteriose coincidenze

Diego Marani non ha scritto un instant-book. Il suo thriller, Il cane di Dio, era stato concepito prima che i giornali si riempissero delle vicende del Corvo e dei “Vati Leaks”, le fughe di documenti sulle lotte di potere che hanno sconvolto la Curia romana. Ma le somiglianze tra l’atmosfera che si respira nel romanzo con i fatti narrati dalle cronache recenti sono comunque tante e impressionanti. Con la differenza che nella fiction c’è chi, per conquistare e mantenere il potere, è disposto a uccidere.

La trama de Il cane di Dio (Bompiani, pagg. 176) è ambientata in un futuro imprecisato, l’Italia è una Repubblica Cattolica, una teocrazia governata dal papa con mano spietata. L’aborto e l’eutanasia sono reati gravissimi, puniti anche con la pena capitale. Domingo Salazar è un agente segreto vaticano, incaricato di indagare sul capo di un’organizzazione che vuole mettere in piedi un clamoroso attentato durante la cerimonia di santificazione del pontefice. Presto l’agente Salazar, “il cane di Dio”, dovrà invece mettere in salvo se stesso, perché è proprio lui l’obiettivo della caccia all’uomo, ed è stata scatenata da qualcuno all’interno del Vaticano.

Coincidenze, somiglianze, mistero.

da la Repubblica

Costa degli Etruschi, l’Italia che ti ricordi

testo e fotografie di Marco Pontoni

Bibbona, Bolgheri, Castagneto Carducci: un trittico di borghi medioevali affacciati sulla Costa degli Etruschi, fra Cecina e Donoratico. E’ l’Italia che ti sembra di conoscere o di ricordare, anche se non ci sei nato dentro. Quell’Italia profonda, rurale, “sospesa”, un po’ metafisica, come un quadro di De Chirico o una vignetta della Settimana Enigmistica, di cui tu o qualche tuo predecessore dovete avere fatto esperienza, in una delle vostre tante vite.

E quell’esperienza la ritrovi, la riconosci, come riconosci a volte un volto che pure non hai mai visto prima, un amore che non hai mai consumato, un sogno sognato dentro a un altro sogno. Stava lì, sepolta. Ti dici: qui devo esserci passato, qui devo avere vissuto, devo avere affondato le mani in questa terra ed essermi ubriacato con questo vino. Ma quando, dove, e come sia stato, non sapresti dire.

Forse è successo sui banchi di scuola. I cinque chilometri di nastro asfaltato che corrono dall’Aurelia fino alla porta di Bolgheri sono quelli cantati dal Carducci, naturalmente, ecco il duplice filare dei cipressi “alti e schietti”, ecco il paese da cui il poeta, primo Nobel della letteratura italiana, dovette fuggire con la sua famiglia, per contrasti con i Della Gherardesca, nobilissima, potentissima famiglia pisana, fra le più antiche casate d’Italia. Dal padre, medico condotto e rivoluzionario sanguigno, che in gioventù aveva conosciuto il confino (a Volterra, e chi non vorrebbe esserci confinato, oggi?), Giosuè ereditò l’indole romantica e l’inclinazione per le passioni forti, quelle che traspose nella sua poesia e che condivise con almeno una trentina di amanti oltre alla legittima moglie, fra cui, si dice, forse la stessa regina Margherita.

A Castagneto, in uno dei vicoli del centro, visiti il suo “buon ritiro”, che frequentò per molti anni quando tornava in terra toscana da quella Bologna dove spese gran parte della sua vita. Poco sopra, il castello dei Della Gherardesca. Oggi guerre e cospirazioni sono lontane, così come le tenzoni attorno agli usi civici. Le passioni si accendono con il vino: Sassicaia, Ornellaia e altri nomi a cui inchinarsi solo al sentirli pronunciare.

Percorri l’Italia delle campagne pettinate, dei covoni e dei poderi arroccati in cima alle colline. Percorri l’Italia dei girasoli, delle nuvole che trascinano scie d’ombra sul giallo del grano, l’Italia della costa sabbiosa che si allunga pigramente per chilometri, fitta pineta alle sue spalle, odorosa, preziosa. Hai la faccia scottata dal sole. Hai una nostalgia antica, per qualcos’altro.

La sera guardi le rondini inseguirsi attorno a un campanile. Il gatto nero ti sbarra la strada, ti chini, rinfodera gli artigli, si mette di pancia per farsela grattare. Puoi essere di passaggio, come Carducci quando scrisse “Davanti a San Guido”, e vedeva sfilare la Maremma dal finestrino di un treno che lo conduceva a Roma. Puoi decidere che non conta nulla, nulla di ciò che hai visto finora, che questa è la tua casa, più di ogni altra. Cercarti il tuo letto. Fermarti qui.

Chicago

Quando eravamo ragazzi, ragazzi innamorati, passavamo cento volte al giorno sotto casa sua, sperando di incontrarla. Quando eravamo ragazzi, 99 volte su 100 non succedeva, e se sì, poi non sapevamo cosa dirle, oppure lei era con sua madre. E adesso? Non posso più fare così, perché lei abita a Chicago e io in Italia. E se anche fosse, se anche prendessi l’aereo, cosa cambierebbe? Io e Lisa ci siamo lasciati.

Quando eravamo ragazzi, la pensavamo nella sua stanza, alla sua scrivania, la pensavamo al risveglio, sotto la doccia, fare i fumetti col fiato nell’aria gelida del mattino. Credevamo nelle coincidenze, nei segni, nella magia della trasmissione del pensiero, quando eravamo ragazzi credevamo a tutto, che quell’abbinamento di colori l’avesse scelto per noi, che avesse provato a telefonarci trovando sempre occupato. Quando si è giovani si crede a tutto, e adesso? Adesso è ancora così, anche adesso si crede a tutto, si crede di stare sotto lo stesso cielo, di vedere le stesse nuvole affacciandosi al balcone, solo che lei vive a Chicago, potrebbe anche essere Atlantide, per quanto mi riguarda.

Quando è successo, la scelta dei tempi non è stata delle più felici, avevamo litigato anche nel pomeriggio, ma avevamo deciso di lasciare la cosa in sospeso, eravamo andati a vedere quello spettacolo, avevo già i biglietti, le piace il teatro sperimentale. Mi sembrava serena, quando la guardavo di nascosto, invece era solo concentrata, stava pensando alle parole, non sono il suo forte, le parole, ci si può sbagliare, anche quando ci si conosce da tanto tempo. E’ quando siamo rientrati che me l’ha detto, che aveva deciso di partire, di tornare in America. Io non conosco Chicago, non ci sono mai stato, posso vederla con l’occhio della mente, i grattacieli affacciati sul lago Michigan e i club dove suonano il blues, le architetture di Mies van der Rohe e i luoghi in cui è ambientato Il dono di Humboldt, che avevamo letto assieme, io e Lisa, il capolavoro di Bellow. Io posso solo immaginarla, Chicago, posso solo immaginarla sotto la neve, posso immaginarla in un’estate torrida, potrei anche prendere un aereo e andare lì, ma cosa cambierebbe? Suonare alla sua porta no, è l’ultima cosa, ho ancora la mia dignità. E allora? Girerei e girerei, per respirare la sua stessa aria, ma ogni donna vista da dietro sembrerebbe Lisa, mi succede anche qui, ce ne sono migliaia che mi sembrano lei, viste da dietro, e non riesco a immaginare quante ce ne possano essere a Chicago, con la stessa pettinatura, lo stesso portamento, lo stesso culo, ho visto le foto delle sue sorelle, anche loro, da dietro, sembrerebbero Lisa, sarebbe proprio un bello scherzo, andare a Chicago e incontrare per strada una delle sue sorelle, una che mi dice: “Lisa è andata in Messico, tornerà il mese prossimo.”

Quando eravamo ragazzi trovavamo ogni scusa per passare sotto casa sua, ogni tabacchino era sotto casa sua, ogni bar, ogni sala giochi, ogni dannato meccanico dove portare la moto a riparare, ogni libreria era più vicina a dove abitava lei, ogni negozio di dischi, passavamo e ripassavamo e se fortuna voleva che la finestra della sua camera affacciasse sulla strada rallentavamo il passo, per guardare su. E ogni poggiolo sotto al quale ripararsi dalla pioggia era il suo, ed ogni folata di vento spirava in quella direzione, ogni foglio di giornale trascinato assieme alle foglie dell’autunno recava un messaggio occulto che parlava di lei, ogni raggio di sole che filtrava attraverso le nuvole dopo il temporale colpiva esattamente il suo portone. E adesso? Io non conosco Chicago, non mi ha mai interessato vederla, sinceramente, non ci sono mai stato, solo con Google, ci sono andato per zoomare sul suo quartiere, sulla via via, poi ho smesso perché di queste cose puoi farci una malattia, so che venne distrutta da un incendio e poi ricostruita, ma questo è successo a molte città, so che ci sono importanti industrie, musei e parchi, ma anche questo, anche questo può valere per molte città. Immagino che se andassi a Chicago in vacanza potrei incontrarla, per strada, per caso, conosco i suoi gusti, potrei incontrarla per caso in un museo, e se quel giorno avesse deciso di andare a un party? E poi non so nemmeno quanti musei ci siano a Chicago, ce ne devono essere un’infinità.

Quando si è giovani si è un po’ più vulnerabili, forse, ci si lascia calamitare in fretta dalle cose che piacciono, quando si è giovani sembra sempre di avere scoperto la luna, poi, col tempo, le cose dovrebbero cambiare, e cambiano, sì, ci si sente al sicuro, ad un certo punto ci si sente al sicuro e si abbassa la guardia, e poi ad un certo punto, anche se si è vecchi, molto, molto più vecchi, si è ancora lì, a gironzolare sotto casa dell’amata, facendo finta di esserci capitati per caso, perché se la si incontra davvero, non lo si può mica ammettere. Si gironzola ancora, con l’occhio della mente, ci si sente senza speranza come allora, ammalati come allora, condannati come allora, separati da Atlantide come allora, stavolta però si gironzola per Chicago, con tutto quel vento in faccia, si gironzola per Chicago con l’aria di fare finta di niente, e magari, dopo un po’, ci si convince persino che è vero.

Vienna

Tornava a casa a piedi attraverso la città deserta, sentiva il rumore dei suoi passi, una sirena distante nella notte chiara, sopra i silos e le ciminiere slanciate, tornava a casa chiedendosi cosa ti fa l’amore, per prolungare ciò che aveva appena finito di vivere, per sentire ancora quell’abbraccio, quel calore, quel ferro straziante, anche adesso che era solo, e dunque, come ti cambia, come ti rovescia e ti rimette assieme, l’amore, come ti senti quando sei innamorato?

E pensava a ciò che lei gli aveva detto poco fa, alle cose che aveva svelato di lui, che gli aveva mostrato con un semplice gesto, come quello di alzare uno specchio, dicendo: “Sei molto sicuro di te”, oppure “Sei un po’ violento”, oppure “Sei vanitoso”, e lui che non aveva mai immaginato di essere sicuro, violento o vanitoso era rimasto sospeso a mezz’aria, su di lei, sospeso sul suo viso perfetto, sui seni come colline, sulle sue spalle bianche, sul grembo dorato, chiedendosi quale cannocchiale o scandaglio avesse usato per vedere quelle cose, e se le avesse trovate davvero o se tirasse a indovinare, ma no, aveva tutta l’aria di chi sa, ne sapeva più lei di lui, senz’altro, o per lo meno sapeva di lui cose che lui stesso aveva sempre ignorato, allora questa è una cosa che l’amore ti fa, l’amore ti rivela a te stesso.

E poi imboccando lungo il viale alberato che non poteva evitare a meno di attraversare la zona industriale, molto lontano dalla Hofburg, dal duomo di Santo Stefano, molto lontano dal Prater, dalle pasticcerie colorate, molto più a oriente, dove le lingue e gli accenti si mescolano, e ti ricordi che questa città è stata al centro di qualcosa di vasto e complicato, cuore pulsante di un’Europa di mezzo, dalle pianure ungheresi alle Alpi italiane, dalle orchestre orgogliose nei teatri tirati a lucido ai violini scheggiati in fangosi cortili balcanici, aveva pensato anche al dolore che aveva iniziato a sentire ancor prima di lasciarla, ancor prima della borsa e del treno, il dolore della separazione che sapeva sarebbe durata almeno una settimana, forse una settimana, o forse di più, forse anche un mese, non vi erano certezze in proposito, e alle conferme che avrebbe atteso da lei, durante tutto quel tempo, con il telefono, le mail, i simulacri che l’elettronica ha brevettato per lenire il dolore degli amanti, e questa è un’altra cosa che l’amore ti fa, ti leva la pelle, ti espone in cima a una collina, tutto nudo, rosso e bruciato dai venti e torturato e inconsolato, questa è una cosa che l’amore ti fa, ti spinge a desiderare una conferma quando è lontana, ma una non basta, vorresti avere una conferma per ogni ora che non trascorri assieme a lei, per ogni minuto che vi separa, vorresti una conferma ogni minuto, l’amore ti espone e ti fa sanguinare copiosamente.

E poi, già oltre il parco, in vista di casa, aveva pensato a come il suo corpo si alza e cammina per la stanza dopo avere gravato su quello di lei, aveva pensato a quella sensazione di forza, a come le spalle si drizzano, a come la schiena si drizza e le braccia stanno un po’ lontano dai fianchi come se avesse appena finito di fare uno sforzo fisico, come costruire un muro o demolire un muro, aveva pensato alla forza che l’amore infonde, e questa dunque era un’altra cosa ancora, un’altra cosa che l’amore ti fa, quando puoi stringerlo fra le tue braccia, quando puoi stringerle la gola con la mano, quando puoi accarezzarle i capelli o lasciarle segni sulla schiena, questo ti fa l’amore, ti fa sentire come un predatore un esploratore uno speleologo un minatore, pieno di fierezza e di coraggio, questo ti fa.

Alzò lo sguardo al cielo perché è il cielo il luogo degli innamorati, le costellazioni sfavillanti e tutti quei satelliti. Era felice di essere lì e adesso. E di vivere.

Tod’s presenta “Italian Portraits”

Nella splendida cornice della Pinacoteca di Brera, si è svolta a Milano la serata dedicata al lancio del libro “Italian Portraits”, in distribuzione da settembre 2012 nelle migliori librerie del mondo.

Diego e Andrea Della Valle hanno accolto alla serata: Stefano Tonchi, Giulia e Carlo Puri Negri, Micol Sabbadini, Nino e Francesca Tronchetti Provera, Nathalie Dompè, Valentina Scambia, Virginia Orsi, Luisa Beccaria, Lucilla Bonaccorsi, Pupi Solari e alcuni tra i protagonisti del libro (tra cui Alberto Alemagna, Emanuele Cito Filomarino, Gaddo della Gherardesca, Giovanni Gastel, Guglielmo Miani, Niccolò Minardi, Tazio Puri Negri).

Italian Portraits celebra, attraverso una serie di ritratti fotografici di raffinati uomini italiani, il talento di unire l’estetica all’etica, la contemporaneità alle tradizioni, la bellezza alle capacità.

Uno stile perfettamente rappresentato da questi personaggi, che affonda le sue origini nel Made in Italy e nell’importanza delle cose “fatte bene” e dell’artigianalità: una scelta di eleganza non ostentata e di rispetto del passato e delle radici.

Valori senza tempo, parte di uno stile di vita e di una cultura moderna e cosmopolita ma ben radicata nel nostro Paese.

Prezioso come bisso

Fecero il pettorale, lavoro d’artista, come l’efod: con oro, porpora viola, porpora rossa, scarlatto e bisso ritorto. (…) 43 Mosè vide tutta l`opera e riscontrò che l’avevano eseguita come il Signore aveva ordinato. Allora Mosè li benedisse.” (Pentateuco-Esodo cap. 39)            

C’è un mollusco, il più grande del Mediterraneo, che secerne un filamento. Si chiama pinna nobilis e il filo dà origine a tessuti che emanano uno splendore simile all’oro.

Chiara Vigo – la cui storia viene raccontata ora in un libro Dal buio alla luce – Il bisso marino e Chiara Vigo – è la sola a saper tessere questo filamento, il bisso marino appunto, secondo il rito tradizionale tramandato oralmente  dall’antico popolo dei Caldei.

foto Roberto Rossi da comune.santantioco.ca.it

Vive sull’isola di Sant’Antioco, in Sardegna, nel museo dove crea arazzi, navicelle nuragiche, pavoncelle, leoni a difesa delle donne. Susanna Lavazza ha raccolto la sua arte nell’ebook illustrato da Roberto Rossi e Alessandro Spiga, edito da Cartabianca, disponibile in versione Amazon e Apple.  

Milos

In qualche modo, era arrivata. Me lo sentivo, che doveva succedere. La mia summer of love. L’estate dell’amore, dei tramonti come salvaschermi, dei profumi di mirto, mare, crema, pane, vino resinato e Orfeo, tutti assieme. L’estate delle vacanze meritate, metà del percorso che portava alla laurea in filosofia già alle spalle, voti ottimi, genitori soddisfatti, salute eccellente, forma fisica smagliante, problemi zero, ragazzo nuovo.

Avevo già avuto due storie prima di Orfeo. Ma mantenevo ancora delle zone d’ombra, dentro di me, potenzialità che non si erano espresse con pienezza. Profondi pensieri e misteriosi segreti, anfratti e oasi.

Avevo passato la fase esplorativa dell’amore: in macchine, in case temporaneamente lasciate libere da genitori o coinquiline. Anche in soffitte, cantine, prati.

Avevo conosciuto gelosia, impazienza e prime frustrazioni. Ma mai quel continuo rotolare, quel desiderio di annullamento nelle braccia dell’altro, l’ozio febbrile e spossante dell’intimità in ogni possibile variante. Mai tutto quel miele.

In breve, una vacanza in Grecia. Dove altrimenti sarei potuta andare, con uno che si chiamava Orfeo?

Aveva qualche anno più di me, studiava medicina dopo avere abbandonato legge. Era magro e ben proporzionato. I capelli lunghi. Le mani grandi che un giorno, pensavo, si sarebbero infilate in tanti corpi per curarli, guarirli. Aveva una lunga cicatrice su una coscia, il segno del freno di una bicicletta. Era sempre calmo, anche nei suoi momenti di esuberanza. Cucinava e scattava fotografie.

Avevamo tre settimane tutte per noi, il genere di lusso che potevamo permetterci, quello del tempo.

Orfeo amava la tenda. Da Atene, ci eravamo imbarcato per Milos, dove pensavamo di trovare luoghi appartati. Avevamo deciso di evitare per quanto possibile i campeggi: mettevamo la tenda, un piccolo igloo, sotto a qualche olivo, a volte dopo avere chiesto il permesso al proprietario del fondo.

La tenda divenne la nostra casa. Passavamo le giornate a esplorarci e ad ascoltare il rumore del mare. A volte, quando avevamo la certezza di essere perfettamente soli, facevamo l’amore all’aperto. Tutto quel sole mi accecava, il sole e il paesaggio di pietre e arbusti gialli e muretti a secco e a volte un palo della luce mezzo inclinato o lo scheletro di una casa in costruzione, lasciata lì, mai finita.

A volte la sera facevamo un fuoco sulla spiaggia, vicino a lui non avevo paura anche se i luoghi erano selvaggi.

A volte delle capre scendevano giù dai dirupi a disturbarci, a volte un’onda anomala gonfiava il mare e ci costringeva ad affrettarci a tirare indietro le stuoie.

A volte andavamo fino alla casa del proprietario del terreno dove ci eravamo sistemati, facevamo una doccia nel suo bagno, riempivamo bottiglie d’acqua, ci regalavano della verdura o della frutta, provavano simpatia per la nostra condizione, palesemente inebriati, in preda ad una febbre.

A volte cercavamo un ristorante per la cena, e rientravamo alla tenda con una bottiglia di Retsina. Eravamo abbronzati, senza segni di costumi perché avevamo preso il sole nudi.

Un pomeriggio litigammo perché io volevo dormire e lui no, fece l’offeso, andò da solo ad esplorare quella parte di costa, a fotografare i sentieri fra le spine.

Un pomeriggio pestai un riccio e Orfeo con un ago e la mia pinzetta per le sopracciglia mi tolse ad uno ad uno gli aculei conficcati nel piede.

Un pomeriggio si scatenò il temporale. Acqua nel mare.

L’isola era arida come tutte le Cicladi. In passato era stata scavata, per estrarre i minerali preziosi, solchi e ferite, avevano grattato via dalle scogliere lo strato superficiale mettendo a nudo l’interno giallo e ocra, e ora le spiagge che le lambivano erano striate di giallo e ocra anch’esse, sul mare turchese.

Quasi alla fine della vacanza, decidemmo di prendere in affitto una stanza, eravamo stanchi di dormire per terra. L’autobus ci lasciò in un paese all’estremo nord di Milos. Lì la strada finiva, non poteva che girarsi e tornare indietro.

Seguimmo una viuzza che dal lungomare si inoltrava nella campagna, accompagnati dal concerto delle cicale. Le case erano bianche di calce, con un muro di cinta che delimitava il cortile interno. Sul cancello di alcune di esse il cartello con l’indicazione familiare, “Room to let”. Suonammo qualche campanello. Una non ci aprì, nelle altre ci dissero che erano al completo, che forse potevamo trovare qualcosa più avanti.

L’ultima casa si affacciava su un vasto piazzale polveroso. L’ingresso era riparato da un balcone, che creava una zona d’ombra in cui una vecchia sedeva in silenzio sgranando fagioli. Orfeo provò ad interpellarla in inglese; lei si alzò, entrò dentro. Non sapevamo come prenderla; la vecchia si riaffacciò e ci fece cenno di aspettare, indicando la panchina che aveva appena lasciato.

Pochi istanti dopo comparve sulla soglia un uomo in canottiera e short azzurri. Scoprimmo che parlava italiano, aveva lavorato in Italia e comunque la sua famiglia veniva da Rodi, era stata sotto gli italiani e la vecchia (sua madre) non ne aveva conservato un buon ricordo.

Dai recessi della casa spuntò infine anche una donna: istintivamente mi dissi che era la creatura femminile più bella che avessi mai visto, di una bellezza piena, muliebre. Eccola la Venere, e io ricordavo di averla già vista, anni prima, a Parigi, una vacanza con i miei genitori…

Ci offrirono un succo di frutta. Poi la donna ci accompagnò per un sentiero sterrato fino ad un’altra costruzione, che doveva essere stata appena terminata perché avevano lasciato in giro del materiale da costruzione. Le due case distavano forse un 200 metri l’una dall’altra, ma le separava un folto canneto, che garantiva assoluta privacy. Quella che ci stavano offrendo aveva un soggiorno-cucina, una camera da letto, un bagno generoso. Sul retro un orto e alcuni alberi da frutto, fra i quali avevano teso due amache. Decidemmo con uno sguardo che era il posto dove trascorrere i giorni che ci rimanevano.

Cenammo in un ristorante sul mare. Stavo bene, ma avevo la netta percezione che quelle giornate incredibili stessero avviandosi alla fine. Che l’estate dell’amore non aveva più molte altre sorprese in serbo per noi. Poi Orfeo decise di rientrare per una scorciatoia che gli sembrava di avere individuato, attraverso gli orti e il canneto. Avevamo dimenticato le torce. Avanzavamo al buio, sotto un diluvio di stelle, tenendoci per mano. Rospi gracidavano tutt’attorno. Mi sentivo di nuovo emozionata, felice, in azione, appagata, libera.

Il mattino dopo, su consiglio dei nostri padroni di casa, affittammo un’auto. Così facemmo la scoperta: una scogliera di roccia bianca, levigata dall’acqua e dal vento, con curve e sinuosità in spericolato equilibrio sul mare cristallino. Incuneata fra due pareti rocciose, c’era anche una piccola spiaggia di sabbia fine come talco. Si vedevano i pesci guizzare. Sassi brillanti sul fondo.

Al nostro rientro, quel pomeriggio, trovammo sul tavolo del soggiorno un cesto con della frutta, assieme ad un biglietto scritto a mano. Era un invito a cena. Uscimmo per andare a prendere accordi: l’uomo stava giocando a calcio con i due figli, due maschi di 4 e 6 anni sul piazzale davanti casa. Sembrava entusiasta di vederci, cosa che ci sorprese perché di solito non facevamo questo effetto alla gente. Decidemmo per le nove, suggellando il patto con un goccio di ouzo.

Avevamo ancora del tempo per noi. Tempo per lenti preparativi, la doccia calda, la crema, la tv con il telegiornale greco. Indossai una camicia pulita e l’unica gonna che avevo infilato nello zaino. Mi spazzolai a lungo i capelli, che quell’anno erano lunghi e lisci. Telefonai a casa: “Va tutto bene, ci vediamo presto.”

Dopo cena cominciò a scorrere la grappa. Era leggera, più di quelle che fanno dalle nostre parti. Scolammo una bottiglia, quindi la vecchia – che non aveva mai aperto bocca – ci salutò e sparì assieme ai due bambini.

Sentivo il ginocchio dell’uomo contro la mia gamba. Erano minuti che andava avanti. Poteva essere casuale, poteva essere lo spazio ristretto ma io so benissimo che lo spazio fra le persone c’è sempre, se vogliamo mettercelo. Orfeo aveva bevuto più di me. Era diventato inaspettatamente espansivo, soprattutto nei confronti della donna. Rideva del suo italiano assai più stentato di quello del marito, la correggeva, non l’avevo mai visto sotto questa luce.

Facevamo confronti fra il costo della vita in Grecia e in Italia, un argomento che offriva spunti infiniti. Sembravano divertirsi enormemente. Un cd, un mese di affitto, il pesce, il pane, il vino, i pannolini, gli assorbenti, i preservativi. Il discorso finiva sempre con il deragliare verso quel versante. L’uomo si muoveva sulla sedia e io sentivo la pressione del suo ginocchio, un po’ più forte.

C’era nell’aria qualcosa che non riuscivo a mettere bene a fuoco. Come una sorta di complicità, di consenso implicito, ma a cosa?

Dovevano aver superato la trentina. Ma davano l’impressione di essere molto più vecchi di noi. Non per il loro aspetto fisico. Per quello che facevano, che avevano. Casa, lavoro, figli, la madre a carico. Noi niente di tutto questo.

L’uomo era robusto, solido. Era tutto mani e braccia abbronzate, un’aura di forza, l’aspetto di uno che viveva a suo agio dentro al suo involucro. Avrei potuto spostare la gamba. Ma non ci riuscivo. La mia attenzione era concentrata su quel piccolo punto in cui i nostro corpi, sotto il tavolo, venivano in contatto.

Lei era la Venere contadina. Orfeo continuava a guardarle nella scollatura. Più la grappa scorreva – era arrivata un’altra bottiglia, grappa di fichi – più lo immaginavo nell’atto di morderle il collo. Bruciavo di gelosia e anche d’altro. Un dolore che è anche calore. Una mancanza di decenza. Le possibilità sembravano infinite.

“Andiamo a fare il bagno?”, propose lui, a bruciapelo. Lei rise, disse che rischiavamo di rimanere sotto, ma lui non era tipo da lasciarsi smontare facilmente.

“Siete stati a Sarakiniko?”, ci domandò. Era la spiaggia di talco, fra quelle rocce bianche, iperboliche.

“Avanti, coraggio!”

Una parte di me desiderava che a questo punto Orfeo dicesse qualcosa, qualcosa di smarcante…un’altra parte invece voleva andare avanti, perché più avanti ci sarebbero state delle sorprese, che stavamo dando per scontate.

Ci fu un momento in cui rimanemmo da soli, io e Orfeo. Non sapevo come esprimerlo. Che parole usare per poi non sembrare ridicola.

“Non ti sembra che abbiano qualcosa in testa?”

Orfeo ridacchiò stupidamente. “Qualcosa in testa? Di che tipo?”

“L’hai capito di che tipo.”

“Cioè vuoi dire…”

“Sì, noi con loro…”

Il suo sorriso non si smontò, mentre mi accarezzava attraverso il cotone.

“Cioè?”

Temevo proprio questo. Di essere presa per una visionaria.

“Vuoi che lasciamo perdere?”. Era tutto quello che riusciva a dirmi. Mi chiedevo cosa avrebbe detto la mattina dopo, digerita la cena. Mi chiedevo chi fosse lui, veramente.

Presero la macchina. Loro davanti, io e Orfeo dietro. La spiaggetta si vedeva anche al buio, in fondo alla discesa, a chiudere una specie di fiordo. Stesero le stuoie che avevano infilato nel bagagliaio. Ci sedemmo, gli uni vicini agli altri. Nessuno aveva il coraggio di fare il primo passo.

Alla fine fu lui, naturalmente. Puntò la torcia verso l’acqua. Poi la appoggiò a terra, si tolse tutto, rimase nudo. Cominciò ad avviarsi, un po’ goffo nei movimenti. La moglie gli illuminò il sedere bianco, mentre entrava in mare.

“Ah, è caldissima, venite”, disse, una volta sdraiatosi sulla schiena. Lo sentimmo muovere alcune bracciate, uscire dal doppio cerchio di luce.

Speravo fosse passato abbastanza tempo da quando avevamo finito di mangiare, mentre mi spogliavo. Orfeo si era già mosso, era laggiù, nel nero. Entrammo contemporaneamente, io e la Venere. Il contatto con l’acqua mi risvegliò immediatamente. Ero di nuovo vigile, padrona di me stessa, con acqua tutt’attorno, accanto e di fianco, acqua fra le gambe, la bellezza di fare il bagno senza costume, il senso di libertà che è ben strano associare all’assenza di quella piccola strisciolina di cotone. Mossi braccia e ginocchia, nuotai a rana fino alla parete rocciosa. Gli andai quasi addosso. Era lì. Morbido, peloso. Distinguevo a fatica il suo sorriso divertito. O forse era la mia immaginazione, che sorridesse. Dall’altra parte del canyon Orfeo gridava “Bellissimo, bellissimo…”, e immaginai ci fosse anche la donna, che gli nuotava pigramente accanto.

Allungai i piedi, cercando un punto d’appoggio. Mi prese per un braccio, mi tirò verso di sé. “Qua si tocca”, disse, e infatti era così, adesso i miei piedi poggiavano su un sasso sommerso, ma era stretto, mi fece spazio, eravamo fianco a fianco, l’acqua ci arrivava al petto, tiepida, immobile, alle nostre spalle la parete rocciosa, che ancora tratteneva un po’ del calore del giorno.

Senza sapere cosa dire. In attesa di una sua mossa. Avvicinò la sua bocca al mio orecchio.

“Mi è venuta voglia di fare l’amore.”

Così, semplicemente.

Poi si mosse, in un istante era scivolato lontano. Nuotò verso la spiaggia. Lo vidi tirarsi in piedi, illuminato dai raggi delle torce, che avevamo lasciato sulle stuoie. Mentre mi muovevo a mia volta, vidi un’altra ombra guadagnare la riva. Lo raggiunse, a terra. Non si distinguevano più.

Rimasi a poca distanza, inginocchiata nell’acqua, solo la testa fuori. Dopo un po’ cominciai a sentire i gemiti della donna. Attesi il rumore dell’acqua smossa alle mie spalle. Quando mi ebbe raggiunta lo strinsi a me, strinsi Orfeo e lo baciai. Ci portammo sulla riva, ci sdraiammo sul talco, indurito dall’umidità notturna, ma senza salire fino alle stuoie, non così vicino agli altri due, qualche metro più sotto. Cercai di regolare il ritmo sui gemiti della donna, che crescevano d’intensità.

Quando lei gridò, gridai forte anch’io.

Quel gusto mai dimenticato

di Donatella Simoni

Tempo di maturità. Se il mio pensiero va’ a ritroso nel tempo fino agli studi classici, una delle prime immagini che mette a fuoco è la straordinaria descrizione dei maccheroni del paese di Bengodi che il Boccaccio dipinge in Calandrino e l’elitropia (XI-3) nel Decamerone. ” …eravi una montagna di formaggio parmigiano grattugiato, sopra la quale stavan genti che niuna altra cosa facevano che far maccheroni e raviuoli, e cuocergli in brodo di capponi, e poi li gettavan quindi giù, e chi più ne pigliava più ne aveva”.

Un gusto che non si dimentica. E per rivivere quel gusto, stasera, propongo una ricetta storica tratta dai  Banchetti composizioni di vivande et apparecchio generale di Cristoforo Messisbugo, uno dei capisaldi all’origine della cucina italiana (in mostra fino al 4 novembre Magnificenze a tavola. Le arti del banchetto rinascimentale.  a Villa d’Este, Tivoli).

Gli studi linguistici-gastronomici  sulla composizione dei maccheroni del Boccaccio confermano, avvalorati da libri di cucina di due secoli dopo e da certe voci dialettali venete ancor oggi valide, che in verità si trattava di gnocchi: tra l’altro, solo quelli avrebbero potuto agevolmente rotolar giù dalle falde della montagna di parmigiano. Gnocchi, ovviamente, senza le patate che arriveranno dall’America quasi tre secoli dopo Boccaccio (1348).

Ingredienti (dosi per 4 persone):
200 g di farina bianca, 100 g di semolino macinato sottile, 5 uova, sale, 1 l di brodo di pollo e manzo (indispensabile), 100 g di formaggio grana grattugiato, 50 g di burro.

Esecuzione: setacciare insieme la farina e il semolino. Metterli «a fontana», aggiungere le uova, il sale e ottenere un impasto non troppo duro. Nel caso, aggiungere o altra farina o acqua (tutto dipende dalla grossezza delle uova e dalla « forza » della farina). Ridurre l’impasto in cordoni, tagliare dei pezzi «quanto una castagna » e modellarli « sul rovescio del grattacasio (1a grattugia) ottenendo degli gnocchi a forma di conchiglia. Se piacciono, ricorrere agli gnocchi freschi venduti in buste: questi prodotti industriali, che si valgono più di semola e farina che di patate, sono i più « vicini » alla ricetta di quattrocento anni fa. Mettere al fuoco, in una pentola larga, il brodo: deve essere quanto più ricco è possibile e persino grasso, in quanto spetterebbe ad esso insaporire gli gnocchi. Quando il brodo bolle, calarvi, un po’ alla volta, gli gnocchi. Toglierli, con il mestolo bucato, appena salgono a galla e disporli in un piatto da portata ben caldo, cospargendoli, di volta in volta, con il formaggio grattugiato, e nient’altro. Farli rotolare in ungo un piano inclinato cosparso di formaggio sarebbe prova di rispetto per Boccaccio, ma anche operazione poco agevole. Solo al momento di servire, cospargere il piatto con il burro fuso. Servire caldissimi. Osserviamo, incidentalmente, che tutte le paste al burro sono migliori se si condiscono prima con il solo formaggio, poi con il burro, sciolto o anche in pezzetti. 

TED Selection

Nigel Marsh – How to make work-life balance work

Sam Richards – A Radical Experiment in Empathy

Sherry Turkle – Connected, but alone?

Mike Matas – A next-generation digital book

Dublino

Vieni. Riempi quest’assenza. Riempi queste cavità risonanti. Vieni da laggiù dove sei, vieni dal tuo cielo, vieni sotto il mio. Non importa quello che hai fatto, non importa quello che ci è successo, non importa quello che abbiamo vissuto, non importa chi abbiamo lasciato, e come.

Vieni a Dublino, prendi la strada che sai, dall’aeroporto fino a qui. Sali i gradini, suona alla mia porta, non farti spaventare dalla distanza, non lasciar perdere per la pioggia, non pensare a quello che ci siamo detti l’ultima volta, a come lo abbiamo detto, tutti i corpi tesi, innervati di rabbia, corpi che si erano allacciati, corpi che si erano riconosciuti.

Vieni adesso, non lasciare passare un altro minuto, prenota l’ultimo posto, prendi un taxi, lascia una mancia generosa, lascia che luci azzurre ti inseguano vanamente, fatti portare agli imbarchi, non portare nulla con te, ci sono ancora le cose che hai lasciato quella sera, il tuo spazzolino, il tuo rasoio, la tua schiuma da barba, l’ombrello, il gel, la custodia dei tuoi occhiali, la t-shirt che indossavi la notte.

Vieni col tuo passo pesante, vieni con il tuo rancore, vieni con il tuo calore, lascia scorrere la pioggia oltre i vetri, lascia che il mare si alzi e sbatta con forza contro le paratie, lascia che i pali ondeggino nella bufera, che i tralicci crollino del loro peso, lascia che la grandine riempia i pozzi e i camini, che le vallate tremino di gelo, che i fiumi si prosciughino sotto la sferza del sole, che la terra si spacchi e lasci uscire i suoi fumi. Vieni con le tue scarpe italiane, vieni con la tua sciarpa di cashmere, con la tua borsa di pelle, con il tuo Joyce, passa oltre l’Abbey Theatre, passa il Trinity College, non sai quanti ci hanno lasciato l’anima? Supera di slancio il Temple Bar, non sai, oh, lo sai bene, lo sai eccome, quanti sono rimasti lì, troppo a lungo, una pinta e poi un’altra pinta? Passa il Liffey, non indugiare, non fissarti sull’acqua che scorre, non guardare il cielo, lo sai quanti ci hanno lasciato gli occhi? Vieni qui, stai con me, dietro ai vetri, stringiti a me, non portare niente, neanche un regalo, non portare il tuo passato, non portare nemmeno il nostro, di passato, vieni a mani vuote e stringimi, accarezzami, vieni a lasciarmi lividi sulla pelle bianca, vieni a incalzarmi, a insultarmi, a dissodarmi, ad ararmi, vieni con tutta la tua dolcezza, vieni con la timidezza che ti impedisce persino di ordinare al ristorante, con i tuoi pensieri dispersi, radunali, dammeli, fammici affondare le mani, fammeli toccare, fa che li separi per vederli meglio e poi mostrarteli, ecco, questo sei tu, guardati, riconosciti, ti aiuterò, li rimetterò assieme, per te, perché tu possa specchiarti, perché tu possa dire: “Sì, mi sembrava, ecco, mi sembrava di essere così, di essere stato, così, almeno una volta, ecco dunque la mia faccia, ecco la mia vita, ecco il pescato in fondo ai miei misteri, ecco le mie inclinazioni, i miei doveri, ecco l’arcobaleno che sciabola dalla mia infanzia all’attimo presente, ecco i colori di cui è intessuta la trama dei miei sogni.”

Vieni adesso, ci siamo fatti del male, ci siamo fatti del niente, voltandoci le spalle, ignorandoci, facendo come non ci fossimo mai incontrati, come se ci fossero paludi, fra noi, fogne scoperchiate, miasmi, fetori, trova la spinta dei tuoi lombi, trova il respiro possente per spiccare il salto, sopra le sabbie mobili dell’orgoglio, la tagliola dei piaceri occasionali, la falsa coscienza del tempo che passa, le ore-ore di televisione, computer, biblioteche, shopping, le domeniche vuote, le palestre, le saune, i film, i romanzi, i segnali di fumo, le carte geografiche, le vacanze prenotate, le partenze rimandate, lascia che il vento gonfi la coda del tuo cappotto, sollevi il colletto della camicia, faccia vela con ogni tessuto che indossi, ti trascini via da ovunque tu abbia trovato rifugio, segui la strada che sai attraverso la cortina della pioggia, segui i graffiti sui muri, parlano di te, segui le vetrine, i neon, i manifesti, i battenti di ottone, i giardini, le insegne dei pub, segui le geometrie orgogliose, i profili fatiscenti, le chiese, i cambiavalute, i fast food, i ristoranti cinesi, le scritte in gaelico, segui la corda rossa della memoria, vieni in questa via di Dublino, bussa a questa porta, entra, togliti il cappello, scuotiti, siediti, fa che io sia, di nuovo, la tua casa.

Aspettando Italian Portraits

Fotografie tratte dal libro Italian Touch realizzato nel 2009 da Tod’s.

Italian Portraits, eleganza e lifestyle by Tod’s

Giunge graditissimo l’invito a partecipare il 25 giugno prossimo, ad un cocktail organizzato alla Pinacoteca di Brera, in occasione del lancio di Italian Portraits, il nuovo progetto editoriale di Tod’s legato all’eleganza e al lifestyle italiano. Il libro, curato da Donata Sartorio in collaborazione con Skira, verrà distribuito a partire dal prossimo settembre in tutto il mondo.

Dopo Italian Touch, realizzato con Tod’s nel 2009, verrà presentato un nuovo libro fotografico che racconta lo stile italiano attraverso i ritratti di 32 gentleman italiani, tra cui lo scultore Mario Ceroli, il gioielliere Attilio Codognato, il pittore Pietro Ruffo, l’imprenditore filantropo di Dynamo Camp, Enzo Manes, i ragazzi di No Brain Group, l’avvocato-scrittore Alfredo Tocchi, l’aristocratico Gelasio Gaetani d’Aragona, l’ex senatore Mario d’Urso, il giovane presidente “manager” di Via Montenapoleone Guglielmo Miani, il giornalista Carlo Rossella, ritratti nel loro luogo di elezione: la casa, lo studio, il giardino o la città insieme ai loro amici con lo sfondo di alcuni dei più bei paesaggi italiani. Un viaggio da Milano alla Sicilia, da Roma a Venezia per scoprire lo stile italiano, una galleria di immagini di uomini italiani di età e provenienza diversa, accomunati dalla passione per l’eleganza e la qualità.

Lo stile di vita che nasce dalla capacità naturale di unire eleganza e qualità viene raccontata con immagini e frasi: la bellezza diventa scelta e ricerca, espressione di idee e di tradizioni, di creatività e di rispetto, la bellezza diventa la lingua con cui tramandare quella cultura che rappresenta la vera eccellenza del Made in Italy.

Save the date.

Faro

Quell’uomo. Eravamo andati a trovarlo, con i nostri zaini e i nostri sacchi a pelo, il padre di un nostro amico, già anziano, per noi. Viveva in un altro paese, estremo sud del Portogallo, affacciato sull’Atlantico. Viveva in una villa nell’entroterra di Faro, che gli aveva lasciato la sua ex-moglie, quella che aveva i mezzi, lui non aveva più niente, nel senso materiale. All’epoca su quella costa il turismo era già cominciato ad arrivare, ma non come ora. C’erano vasti spazi di silenzio, e stoppie, e muri di un bianco accecante, ed empori come oasi di ombra, dove comperare un po’ di tutto.

Eravamo giovani e spavaldi riguardo a tutto, i miei due compagni di viaggio più spavaldi di me. Al mattino, per svegliarci – eravamo stravolti da giorni di viaggio e di scarsa alimentazione, forse anche dalla convivenza forzata in ostelli e pensioni da due lire – tirò una fucilata in cortile. Stava con una ragazza molto più giovane. Aveva un cane lupo, che soffriva il caldo di quell’estate arroventata. Beveva molto, gli regalammo una bottiglia di whisky, tutto ciò che potevamo permetterci. Il mattino dopo, era già finita.

Beveva anche lei, ci portò in discoteca, un luogo isolato sulle colline, una stanza con una parete di specchi, lui rimase alla villa, era così paterno, ci raccomandò di stare attenti. Guidava come una pazza sulle strade buie di un paese soleggiato, pieno di stelle, dimenticato dall’Europa, afflitto fino a pochi anni prima da una dittatura. Un paese che per entrarci serviva ancora il passaporto, parliamo di un’epoca in cui le frontiere esistevano e avevano un loro perché, erano soglie verso altre monete, altre lingue e altri mondi.

Al ritorno guidò la sua amica, quella più robusta. Lei prese sonno sulla mia spalla, non si svegliava più. Una volta arrivati andammo a chiamarlo. Era rimasto ad aspettarci leggendo. La tirò fuori dall’auto, se la prese in braccio e la mise a letto. Anche quella, mi ripetevo, io, vergine, senza esperienza, è una specie d’amore. E, mormoravo fra me, voglio provarle tutte, non lasciarne fuori nessuna, capisci, dio?

Ci portarono all’estremo limite, una scogliera a picco, sopra correnti che si scontravano. Più in là c’erano solo acqua e Americhe. Lungo la strada, ci fermammo a mangiare le sardine, sotto alla tettoia di canne di un baracchino. Barche arrivavano al molo, a portare il pesce fresco. Scrivemmo una cartolina al figlio dell’uomo, che avremmo rivisto al nostro ritorno.

Tutto stava davanti a me, disteso come una coperta, tutte le possibilità inespresse, tutte le scelte possibili, avevamo appena terminato il liceo. Cercavo di fare lo spiritoso, perché i silenzi mi procurano imbarazzo, cercavo di parlare anche per i miei compagni di viaggio. Dicevo cazzate, la timidezza. O pensavo a Simonetta, che quell’estate era andata a Riccione.

Di fronte alla villa, il monte degli olivi. Non ci sono più tornato. Quell’inverno, rientrò in Italia. La sera, di solito il venerdì, quando arrivavo da Padova, dove mi ero trasferito per proseguire gli studi, quando arrivavo col treno della sera, per il fine settimana, prima di andare a casa mia, dai miei genitori, mi fermavo a cena da lui. Era quasi un padre, sicuramente un amico. Ci sono andato anche quella volta della tremenda nevicata che schiantò gli alberi e mise a dura prova le auto. Non volevo perdermi nulla. Mi presentò un altro pittore, tifava per l’Albania. “Un paese poverissimo, e allora?”

Come si può essere ciechi.

Poi litigammo, avevo anche l’arroganza, dei vent’anni, non solo l’intelligenza brillante e l’energia. Pensavo si potesse cambiare il mondo, non che fosse il mondo a cambiarti e cambiare, anche senza il tuo aiuto. Era un anarchico. Non tolleravo quello che mi sembrava essere il suo cinismo.

Alla partenza ci consigliò cosa fare una volta arrivati a Lisbona. Di quella fermata ricordo una piazza, enorme. Inerpicarci su per le stradine dell’Alfama. L’odore del Tago.

Ci aveva parlato a lungo di El Greco, di Goya, dei pittori che gli piacevano. Una sera ci aveva letto Montale, con la sua voce bassa, come un attore, c’era anche un ragazzo mozambicano, nel cortile, davanti al monte degli olivi, aveva suonato della musica con la chitarra facendo la corte alla sua fidanzata, “come se un uomo così potesse essere geloso”, aveva commentato Alessandro, il giorno dopo, mentre andavamo a fare la spesa in paese, ma Andrea che già ne sapeva più di tutti di quelle faccende non aveva detto nulla…

Quasi alla fine, si cercò un’ultima possibilità. Scrisse una lettera ad un’amica del figlio, che aveva conosciuto anni prima, una della mia età. La invitò da lui, per lavorare assieme ad un piccolo restauro, si offrì di pagarle l’aereo. Non ci si arrende mai, sempre si pensa che possa ricominciare, che ci sia ancora qualcosa, da vedere, da provare. Non ci si rassegna mai alla vita così com’è, con le sue noie. Me l’immagino, in un pomeriggio pieno di vento, gli amici andati. Aveva i soldi che gli mandava la moglie, era un artista. Ancora quella fiamma, quelle braci. Sentivo come mia la sua infelicità ma a differenza di lui sapevo anche che ci sarei venuto a patti, che mi sarei sistemato.

Lo avevo pensato tre giorni prima del telegramma, dopo secoli. La mia vita ormai trasformata, completamente. L’ultima volta che avevo suonato al campanello dell’appartamento che occupava d’inverno nella nostra città, non aveva aperto. Non sapevo più molto neanche di suo figlio. Stavo andando in macchina al lavoro e all’improvviso si era aperto uno squarcio nella tela del tempo, lo avevo pensato.

Non ho una foto di quell’estate. Il digitale, sarebbe arrivato poi, insieme a tutte le altre meraviglie.

Non cambia mai. Una volta ho bevuto un’intera bottiglia di vino bianco frizzante, da solo, tornando a quel viaggio, a quel sole sul tetto della villa, agli insetti e al suo cane. Alle voglie che avevo allora.

Mi sono addormentato due volte. Poi, quando mi sono svegliato del tutto, mi sono lavato la faccia e sono andato fuori a correre.

Ci devono essere modi più intelligenti di rischiare.

Trieste

Dopo i fatti eravamo sfollati a Trieste, dove avevamo dei parenti. Io e mia madre stavamo a casa di uno zio, un fratello di papà, che viveva solo.

Papà faceva la spola fra Trieste e il paese. Avevamo perso tutto, a parte noi stessi, e ci sentivamo in quello strano stato d’animo sospeso che altre generazioni dovevano avere vissuto prima di noi: chi era emigrato all’estero, chi aveva dovuto lasciare la sua casa per la guerra e così via.

Era angosciante ma al tempo stesso, in un certo senso, dava alla testa, come il vino. Per la prima volta nella mia vita era come se fossi senza peso, senza responsabilità immediate. Come se mi fossi tagliato tutti i ponti alle spalle. Come se avessimo iniziato una vacanza forzata, senza sapere quanto a lungo sarebbe durata, come avremmo condotto le nostre vite di lì in avanti, quali orari rispettare, con quali cose riempire i vuoti lasciati da ciò che avevamo perso. Fra le macerie avevo lasciato anche il mio diario.

Ovviamente papà ci riportava con i piedi per terra. Sentiva sulle sue spalle tutto il peso della tragedia, per noi, per il paese e per l’intera valle. Cosa comprensibile vista la carica pubblica che ricopriva all’epoca.

Nel frattempo era iniziata l’estate per cui anche il problema della scuola venne momentaneamente accantonato. Non conoscevo Trieste. Mio zio si incaricò di farmi da guida. Un pomeriggio andai con lui alla sede Rai, dove lavorava. Mi fece conoscere il rumorista, che mi mostrò gli strumenti con cui si producevano gli effetti sonori per le radiocommedie: vasche con sassi e ghiaia di vario genere che venivano percosse con degli attrezzi per simulare i passi degli uomini o gli zoccoli dei cavalli, acqua che cadeva, scale che terminavano nel nulla, tutto un mondo meraviglioso oggi scomparso.

Mi portò anche al Caffè degli Specchi, in Piazza Italia, mio zio amava la letteratura, poteva parlare per ore della scena culturale locale, triestina e slovena, dei grandi che erano passati di lì, di Svevo, Saba, Biagio Marin, anche di autori all’epoca sconosciuti in Italia come Boris Pahor.

In quelle ore, riuscivo a dimenticare Luciana. Ma poi il suo pensiero tornava subito. Le calamità naturali non producono solo morte e distruzione. Al pari delle guerre, possono anche separare quelli che si amano.

Io cercavo di tener duro. Tanta gente era morta, tanta gente stava molto peggio di noi, che anche senza più la nostra casa continuavamo ad essere una famiglia con dei mezzi. Oggi che sono adulto, so che non c’è nulla di cui vergognarsi delle sofferenze d’amore, spesso sono le più penose. All’epoca, cercavo di darmi un contegno, imitando quello di mia madre e anche quello, più pratico, più attivo, di papà.

Luciana e la sua famiglia erano sistemati in un campo. Papà con discrezione mi portava sue notizie, ma lei comunque scriveva quasi tutti i giorni, parlandomi della vita sotto le tende, dei militari, delle difficoltà materiali. Delle persone che non avrebbe più rivisto. Le scrivevo anch’io, alla fine non c’era molto da fare a Trieste in quell’estate torrida. Studiavo (per nulla al mondo avrei voluto deludere papà su quel punto), nelle ore meno calde andavo a passeggio fino al molo Audace, e scrivevo lunghe lettere a Luciana. Non avevo fatto amicizia con nessuno. Ero sempre stato un ragazzo socievole, e poi dove vivevo prima la solitudine sarebbe sembrata una stranezza; adesso, per la prima volta lontano dai luoghi miei, dai miei amici, dalla mia scuola, assaporavo il gusto sconosciuto dello stare lunghe ore da solo. Scoprendo con enorme sorpresa che non era spiacevole. Scoprendo dentro di me una misteriosa inclinazione all’introspezione.

Qualche volta papà mi permise di accompagnarlo. Ma solo fino al nostro paese.  Luciana nel frattempo era stata spostata in un albergo sulla costa. Più o meno 40.000 persone vennero sistemate così, mentre nelle zone terremotate si costruivano i prefabbricati.

Dopo un po’ mi affezionai alla grande casa di mio zio, ai suoi libri, alla stanza che mi aveva dato, più bella di quella che avevo prima. Mi affezionai anche alla luce del Golfo e ai percorsi che avevo disegnato sulla mia mappa mentale. Il rientro sembrava sempre lontano e si era deciso che quell’inverno avrei proseguito gli studi a Trieste.

Luciana arrivò a fine ottobre, assieme ai suoi genitori. Non so quanto avesse insistito, anche lei aveva pudore dei suoi sentimenti. Si fermarono in tutto due giorni, sabato e domenica.

Suo padre l’accompagnò al nostro incontro, nel luogo convenuto, con la Simca 1000. Mi strinse virilmente la mano e ci lasciò soli. Credo che guardassero alla mia famiglia con diffidenza, loro erano più coriacei di noi, più friulani, noi più giuliani anche se avevamo casa a venti chilometri da loro, anzi, ormai si poteva dire che l’avevamo avuta. Insomma, noi avevamo le radici sulla costa, loro nelle terre dure dei monti.

Salimmo al colle di San Giusto. Finalmente, quel pomeriggio, ho potuto baciarla, ho potuto accarezzarla. Certo, c’era molta gente in giro, era domenica, non potevamo lasciarci andare come avremmo voluto. Comunque, era già tanto che ci avessero lasciato quelle ore per noi soli.

Era sempre bella ma dentro di me la giudicai un po’ sciupata, sentendomi in colpa per questo. Loro avevano avuto dei morti, a differenza di noi. Potevo davvero essere così futile, così meschino? Non fu come me l’ero immaginato. C’era troppo vento, troppa gente in giro. Io mi ero vestito troppo elegante per l’occasione, avevo circa la stessa taglia di mio zio e da mesi ormai saccheggiavo i suoi armadi. Ma per un po’ ci scrivemmo ancora, lettere piene di affetto e poi, via via, di particolari sulle esistenze che stavamo conducendo lontani, sempre più dissimili. Lei studiava ragioneria. Io avevo visto dei cortei, a Trieste, e andavo regolarmente a trovare mio zio in Rai. Mi stavano venendo strane idee che confessavo solo al mio nuovo diario.

Adesso che sono adulto penso che, sì, era amore vero quello che sentivo. Una volta papà mi mise in guardia, mi disse che me ne sarei dimenticato, che guardandomi indietro non mi sarei riconosciuto, da quelle distanze, Non è che mi incoraggiasse a troncare la relazione, però voleva farmi sentire la voce dell’esperienza.

Papà era una persona dalle molte qualità, ma in quello si sbagliava. Adesso che mi guardo indietro, dalle distanze a cui sono approdato, vedo esattamente quello che dovrei vedere. Non c’è nulla di futile o di inconsistente nell’amore  dei quindicenni.

Guardandomi indietro, vedo anche un ragazzo che, in quelle lunghe ore d’estate, trascorreva ore e ore a pensare alle immagini dei fumetti che aveva letto, assieme agli amici, nel chiuso di una cantina, fumetti che si stampavano all’epoca, popolati da vampire incredibilmente sensuali e altre cose così. Quell’estate, a Trieste, in casa di mio zio, quando avevo finito di studiare e mia madre cuciva di là in soggiorno aspettando che tornasse papà, oppure guardava la televisione, sentii come forse mai dopo i morsi della carne, pur sapendo poco o nulla della carne delle ragazze, dei misteri racchiusi nel corpo di Luciana e delle sue amiche.

Quando uscivo dai miei deliri, mi sentivo in colpa una volta di più, mi sentivo poco degno di papà, poco degno del mondo in generale. Ma era vita, ecco cos’era, era la vita che si scava caparbiamente una strada anche sotto alle macerie. Era la vita che spingeva dentro di me, dentro ai miei muscoli, alle mie ossa, ai miei corpi cavernosi, la stessa vita che sarebbe presto ritornata nei paesi e nelle valli, così testarda, così tenace.

Edimburgo

Era una festa mobile, dal Castello fin giù al porto, senza fermarsi mai.

Mi svegliavo in case sconosciute, appartamenti con vista sulla stazione, su un asilo nido, sul retro di una palestra di Yoga, su uno dei tanti teatri dove la sera andava in scena qualche spettacolo del Fringe, il grande festival estivo. Facevo colazione con gente conosciuta la sera prima, di cui a volte non sapevo neanche il nome, inglesi, sudafricani, coreani, ghanesi. Nessuno mi chiedeva nulla, mettevamo in comune quello che avevamo, soldi, vestiti, trucchi, cibo, sigarette.

La luce cambiava continuamente, non avevo mai visto un cielo del genere, non avevo mai visto nuvole cambiare forma e direzione così in fretta, poi uno scroscio di pioggia, tutto brilla, s’illumina quando un raggio scocca, dal cielo, l’arcobaleno disegna un ponte sopra la città.

Il pomeriggio sul Royal Mile, teatranti e saltimbanchi, le ragazze ci adescavano per convincerci ad andare a vedere il loro spettacolo, più tardi, dopo le 6, ci mettevano in mano cartoline-invito colorate. La concorrenza era sempre serrata. Fra una rivisitazione di Shakespeare e un nuovo Alice nel paese delle meraviglie la spuntavano degli asiatici con la loro mimica, una funambola appesa ad un filo, con un vestito di raso, giovani tedeschi avvolti in corde con le casacche dei condannati di Auschwitz addosso.

Comprai una maglia per il freddo, dopo tre giorni mi ero reso conto che andavo in giro in t-shirt, la giacca a vento me l’ero dimenticata da qualche parte, o qualcuno me l’aveva chiesta in prestito. Volevamo vedere, vedere, e fare, fare, volevamo dimenticare l’ovvietà espressiva delle giornate che ci attendevano, il futuro di uffici e carte e computer e moduli da compilare e tasse da pagare, volevamo essere colorati, luminosi, amabili e scostanti come le star di Hollywood (o come ce le immaginavamo noi le star di Hollywood), qualcuno aveva la sensazione che quella sarebbe stata l’ultima estate così, qualcuno pensava che l’avrebbe fatta per sempre, quella vita, che dopo Edimburgo sarebbe partito per Roma, l’India, Los Angeles, Dublino.

Una sera il proprietario di un pub mi offrì un letto dove dormire. Accettai l’offerta ma declinai quella implicita nel suo invito. Passammo la notte a leggere Stevenson, accompagnandolo con una bottiglia di Oban. L’alba lattiginosa ci colse sul tetto della casa, a tentare di mettere assieme le tessere dei nostri puzzles. Intirizziti.

Una sera ad uno show di danza moderna di cui non m’importava nulla mi addormentai fra due ragazze di Barcellona. Mi svegliarono quando l’ultima eco di una canzone dei Big Country si era spenta. Mi trascinarono fuori dagli stucchi e dai velluti, finimmo nel loro bilocale, finimmo tutti assieme sul loro futon, a cercarci, a rotolarci.

Nel mattino sfavillante, uova e salsicce, mi fecero la doccia, andammo a visitare una chiesa nella New Town, trasformata in un centro culturale, un ciclo di affreschi dai colori vividi, l’artista, Phoebe Anna Traquair, li aveva dipinti nel 1890. Mi soffermai su un particolare della navata ovest. “Avete visto. Sono donne che baciano gli angeli.”

Era sempre così dopo quegli amori improvvisati, dopo quelle scoperte reciproche. Subentrava una strana calma, una confidenza sconosciuta con il proprio corpo e quelli altrui.

Certe volte mi ritrovavo solo, volevo stare solo. Allora camminavo alla volta dei Docks, oltre i Giardini botanici, oltre il canale, passavo di fronte a case basse dall’impeccabile decoro, a negozi pakistani, a insegne di pub sconosciuti. Se sentivo arrivare un messaggio sul cellulare – avevo lasciato il mio numero a mezzo mondo – resistevo alla tentazione di andare subito a vedere.

Certe volte incontravo per caso persone che credevo di conoscere, ci eravamo visti ad una festa una settimana prima, ci eravamo stretti su un divano, avevamo analizzato i significati reconditi di uno spettacolo di Pina Bausch, avevamo provato assieme alcune mosse di Tai Chi su una collina da cui si dominava il paesaggio di tetti e guglie e giardini e amori e traffico e strepito.

Certe volte prendevo a prestito una bicicletta e pedalavo fin che potevo, ma tanto poi la città mi richiamava indietro, non sarei mai uscito da lì, non avrei mai visto il mostro di Lochness, le Highlands, stavo bene nella città, amavo le facciate austere dei palazzi vecchi, i tetri passaggi, tutti i buchi in cui mi ero infilato.

Imparai un monologo del Macbeth, come fare un vero massaggio ai piedi, rudimenti di cucina malese, come si dice “mi fai impazzire” in lituano. Imparai a rubare, ma solo nei negozi. A considerare il vento un sollievo.

Un pomeriggio allo zoo, fotografando zebre con Edimburgo sullo sfondo. Ci sedemmo su una panchina, io e Richard, un ragazzo di Bristol che si era portato l’attrezzatura per disegnare. Dividemmo l’ultima merendina. I soldi erano finiti, il cielo minacciava pioggia. Presto sarebbe arrivato l’autunno. Io non avevo più un posto dove stare, non avevo più il mio zaino, il mio rasoio, e detesto la barba, anche se so che può piacere.

“Cosa facciamo, ora?”

Mi sorrise.

“Potresti vendere la macchina fotografica.”

“Pensi che la vorrebbe qualcuno?”

Finimmo con calma di masticare. Avevamo speso le nostre ultime sterline per venire a vedere le scimmie, il rinoceronte, lui per farne degli schizzi.

Potevamo rimanere lì tutto il giorno, adesso, cosa importava. Non avevamo alcun appuntamento fisso, nessun biglietto in tasca, né di treno né di aereo.

Avremmo potuto tornare dopo il tramonto, e metterci a gridare i nostri nomi in mezzo a una strada, una delle tante che avevamo percorso in giorni e notti di va e vieni febbrile.

Qualcuno di sicuro avrebbe aperto una finestra. Ci avrebbe riconosciuti, o forse no. Ci avrebbe fatto segno di salire.

Monaco

“Sai come si chiama, no?”

Ho detto: no

“Si chiama il freddo delle pecore. Perché in questa stagione ormai le pecore le hanno già tosate, poi all’improvviso torna il freddo e loro hanno freddo, poverelle, tremano vicine vicine…”

Aveva fatto il gesto, nel parlare, di stringersi i gomiti ai fianchi, serrando i pugni. Sembrava una bambina.

Mi sono sdraiata di pancia sulla panca del legs curl. Ho agganciato l’attrezzo con i talloni, stringendo contemporaneamente i manubri. Poi l’ho tirato su. Guardavo i pesi andare e venire davanti al mio naso, una volta due volte, tre volte…

La regolarità dell’esercizio è tutto, la regolarità della respirazione, la ripetizione dei movimenti, ho pensato che tutte le cose piacevoli devono essere così, ripetibili, devono avere un ritmo regolare.

Alla quindicesima ho smesso, è l’esercizio più faticoso, veramente. Ancora una serie, poi mi sarei data ai glutei e infine agli addominali.

Mara tornò con una bottiglietta d’acqua in mano. Sì, sembrava proprio una bambina, o meglio, una ragazzina, aveva 33 anni e un fisico da 19, magro, minuto. Dietro di lei è comparso anche Karl. Come istruttore è svogliato, strano, per essere così giovane, sta quasi sempre di là al bancone, a sfogliare giornali e a guardare il pc, finge di preparare nuove tabelle, secondo me finge, ma quando c’è Mara…

Quando c’è Mara, quando c’è Mara. Quando c’è Mara, quando c’è Mara.

Uscite c’era ancora il vento, freddo, teso. Il temporale era venuto avanti lento, trascinandosi per tutto il pomeriggio, con impercettibili cambiamenti nella luce diffusa del cielo, dall’azzurro camicia al livido biancore, con scuraglie improvvise dietro alle montagne. E ora tutta quella elettricità e tensioni stavano per trovare sfogo, ma non ancora, ho pensato che avrei fatto in tempo ad accompagnarla a casa, nel quartiere universitario, e forse anche ad arrivare fino a casa mia, prima che piovesse, mi piaceva guidare sola, mi piaceva uscire dalla città e ritrovare il paesaggio rassicurante della campagna bavarese.

Che poi forse non avrebbe piovuto affatto.

Ho premuto il tasto sulla chiave. Le porte dell’auto si sono aperte con un rumore caratteristico e il lampeggiare di spie luminose. Mi sono riempita bocca e polmoni di aria umida prima di salire.

All’improvviso, mi sono resa conto che ero stata molto felice, qualche minuto prima. Per due o tre secondi. La felicità mi aveva attraversato dopo l’ultimo esercizio, aveva guizzato fra i muscoli sotto stress e le molle della macchina. Felicità per niente, per la doccia che stavamo per fare, perché era venerdì, perché la prossima settimana, se riuscivo a liberarmi, avremmo fatto una gita assieme al Nymphenburg, o magari solo una passeggiata in centro. L’attimo della chiara consapevolezza di essere solo una persona, di appartenere solo a me stessa, di avere, in fin dei conti, il pieno possesso, la piena sovranità su me stessa. Di non appartenere a lei o a lui o ai ragazzi, alle paure che accompagnano ogni momento della mia esistenza, agli obblighi lavorativi e familiari, all’incalzare del tempo, alle indecisioni.

Durava solo qualche secondo, certo, è comprensibile, lo capisco bene, io, capisco bene tutto, non come Mara, che non ha responsabilità su niente e nessuno. Però, se potesse durare di più. Se solo ci fosse il modo di conciliare tutte le cose, tutti gli amori, tutti i desideri che desideriamo e le persone che vorremmo fossero sempre con noi, nel nostro taschino segreto. Se solo avessi un taschino segreto dove tenerle dentro, vicino al cuore.

Ho fatto una cosa che non faccio mai in pubblico, ho abbracciato Mara, ho sentito il calore del suo corpo e il profumo del sapone sul suo collo. Lei mi ha accarezzato i capelli. Ci siamo baciate. Mi veniva la pelle d’oca.

Poi ho guidato piano fino a casa sua. E quindi ho guidato piano fino a casa mia, in tempo per cenare con mio marito e i miei figli.

Lo spillo

Bouvard e Pécuchet è un romanzo di Gustave Flaubert. A Parigi i due protagonisti s’incontrano e condividono lo stesso interesse per l’agricoltura. Investendo la grossa eredità di Bouvard, cambiano vita e vanno in una fattoria, ma scoprono che l’esistenza bucolica non è come la immaginavano. Mettono in pratica le scienze, le dottrine, le credenze del tempo, spaziando dall’agricoltura al magnetismo, dall’archeologia alla pedagogia ecc. Ma ogni esperienza si risolve immancabilmente in un fallimento. E la delusione è tale da accettare la loro verità ultima, ovvero l’incapacità di dare risposte al mistero del mondo e di modificarne l’assetto. Svelano così l’insignificanza anche dell’ultima illusione flaubertiana, la scrittura quale mezzo per dare un senso alle cose.

Uno Style speciale

Esiste uno stile contadino nel tempo della globalizzazione? La campagna suggerisce un modo di vivere che non ha “stile”, che ha radici in una cultura antica fatta di valori e rispetto, ma anche di semplicità, povertà ed eleganza. Un mondo quindi, stranamente attuale e pieno di fascino. Un mondo per giovani. Tutto questo è ciò che racconta con la bellezza, l’eleganza e la professionalità di sempre, un numero speciale di Style (Corriere della Sera) che intitola Country Life, non per fare il verso ai britannici, ma per ricordare che questa Italia, fatta di locande, cibi, abiti rustici, e chic, cultura e arte, piace in tutto il mondo. E piace molto anche a T&M.

Ecco i servizi che potete trovare tra le pagine di questo numero 1 aprile – maggio consigliati da T&M.

“Cosa succede in campagna”, nuovi veicoli eco, ma di design. Il verde come opera d’arte, così come la zappa. E per i nostalgici, un ranch stile old West, con stivali hi-tech.

La classifica dei country resort, antiche case coloniche, masserie fortificate, vecchi mulini, recuperati con passione.

Il prefetto chicnic, i migliori prati, gli eco accessori, i cestini preparati dagli chef.

A centimetro zero. La nuova tendenza verde, da Michelle Obama a Laura Biagiotti tutti con la zappetta in mano. A New York si pianta e si raccoglie in cima ai tetti, ma basta anche un balcone per  avere una provvista che dura una stagione: pomodori, insalata e basilico a qualità controllata. Di persona.

Il vestito educato. Il ben vestire dei contadini alla domenica non  è un semplice cambio d’abito, è soprattutto un gesto di cortesia e rispetto. Con un codice, fatto di regole semplci che dettano ancora oggi uno stile.

Straordinarie fotografie corredano il servizio dedicato al fotografo di moda Giovanni Gastel, nipote di Luchino Visconti, ritratto mentre si rifugia nella casa di campagna e il servizio seguente, su un itinerario tra gli aromi dalla Lunigiana alle isole dell’arcipelago, dietro agli odori di macchia tra ginestre, fiordalisi, rose selvatiche, gelsomini, facendo tapppa in agriturismi e taverne immersi nella fioritura. 

Stile di campagna. La Sahariana è il capo classico del guardaroba contadino, perfetto per l’estate. Come sceglierlo e gli indirizzi dei sarti campagnoli.

Nel servizio di moda Country Chic intitola “In Villa”, le fotografie di Stefan Giftthaler ritraggono atmosfere raffinate, abiti semplci, divanetto e boiserie. Un mondo contemporaneo fatto di seta, cashmere, cotone  intrecciato. 

Garden Breakfast con fiori, ingredienti freschissimi e un tavolo preparato come le tele dei maestri.

Imperdibile una selezione di tessuti per l’arredamento, rigati in lino fatti a mano o ricami minuscoli in poliestere e cotone per dare tono all’essenziale, motivi pop Gio Ponti e maculati esotici per una dimora country di vacanza, chic e originale.

E per finire, una mossa giusta, “La mossa della torre”: guida all’acquisto di un rudere e relativo restauro. Ad esempio, antiche rocche con terreno in vendita in Umbria. Con tanto di capitolato per la ristrutturazione.

Davvero un sogno di rivista.

Animus loci

Nell’antica Grecia, luoghi quali incroci, sorgenti, pozzi, boschi erano “abitati”: da dèi e dee, ninfe, ‘daimones’. Gli uomini dovevano essere consapevoli dello spirito, della sensibilità, dell’immaginazione che vi sovrintendeva e di come corrispondere al luogo in cui ci si trovava. Nella nostra cultura, invece, a partire da Cartesio e Newton – con le astrazioni del razionalismo e la rivoluzione scientifica del Seicento -, i luoghi hanno perso l’anima: abbiamo sostituito l’individualità, la specificità di ciascun luogo con l’idea di uno spazio “vuoto”, uniforme, che si può misurare e occupare.

Seguendo le orme di Carl Gustav Jung e dei greci, James Hillman – il grande psicologo e filosofo americano che ha riportato al centro della nostra riflessione l’idea di “anima” – recupera l’antica nozione di una natura animata che assorbe i pensieri e le tradizioni degli uomini che la abitano da secoli o millenni. Nel libro “L’anima dei luoghi. Conversazione con Carlo Truppi” (Edizioni Rizzoli, 2004), Hillman parla dell’anima dei luoghi – e del senso della bellezza, e della necessità di preservarlo – con l’architetto Carlo Truppi, in un dialogo nato in un luogo speciale, Siracusa, in occasione di un convegno sul recupero dell’isola di Ortigia. E’ un dialogo che si snoda in una terra di frontiera, e su sentieri diversi e intrecciati lo psicologo e l’architetto vanno alla ricerca di idee e di significati che superano i confini tra le discipline.

E’ un appello a risvegliarsi dall'”anestesia” e dall’incapacità di provare sensazioni che avvolge la nostra cultura, a riscoprire la concezione “animistica”, e dunque pagana, secondo la quale tutto è vivo, tutto ci parla. E’ un atto di fede nella bellezza che sola può restituire un senso all’architettura, al paesaggio, alle città, e alla nostra stessa vita: se case, monumenti e città vogliono dare un contributo positivo alla vita degli uomini che vi abitano, devono rispettare e rispecchiare la natura segreta dei luoghi in cui sorgono: l’anima dei luoghi respira insieme all’anima del mondo e alla nostra anima.

“…ciascuno di noi sa che niente colpisce l’anima, niente le da tanto entusiasmo, quanto i momenti di bellezza – nella natura, in un volto, un canto, una rappresentazione o un sogno. E sentiamo che questi momenti sono terapeutici nel senso più vero: ci rendono consapevoli dell’anima e ci portano a prenderci cura del suo valore. Siamo stati toccati dalla bellezza.” (James Hillman “Politica della bellezza”)

Otranto

Aveva passeggiato un po’ per i vicoli, rasente ai muri tirati a calce, prima di dirigersi verso la piazza. Nell’aria notturna indugiavano gli ultimi scampoli di chiacchiere prima della cena. A casa sua, fra le montagne, la maggior parte delle famiglie avrebbe già finito da un pezzo. Luna piena sopra la massa scura del mare.

Di fianco alla roulotte del kebab quattro ragazzi in magliette e collane parlavano una lingua che non conosceva, forse lei sì. Pensava a lei come se non si fossero lasciati un’ora prima, con un bacio furtivo, le era colato qualcosa addosso, all’uomo piaceva quando rideva. La pensava come faceva spesso, come se stesse parlandole, “va bene qui? Davvero? Mi piaci perché sai apprezzare le piccole cose”.

Si sentì osservato, passando loro accanto. Con la giacca grigia e gli occhiali dalla montatura antiquata si sentì deliziosamente fuori posto. Salutò il baffo con un “buonasera” mentre l’altro gli diceva “ciao”. Scelse senza fretta sul menù colorato, panino e coca cola perché il posto evidentemente non aveva la licenza per gli alcolici.

“Metto tutto, anche piccante?”

“Piccante, sì, metta tutto tranne la cipolla”.

“Ti piace fingere, travestirti”. Così gli aveva detto, o qualcosa del genere, mentre le baciava il collo di ragazza. E forse, per qualche verso, davvero era così, aveva spesso assaporato il piacere segreto di mescolarsi a persone e cose che non gli appartenevano, straniero, una spia, ma senza intenzioni malevoli. Forse un portato della professione che si era scelto, forse più probabilmente un retaggio della terra in cui era cresciuto, una provincia di confine, dove si parlavano lingue diverse e le diverse comunità vivevano rinchiuse nei loro mondi complicati, pieni di dettagli.

Il baffo si sporse per allungargli la pitta avvolta in molti strati di carta. Cominciò a mangiare in piedi, nel rettangolo della luce, dando le spalle alla cattedrale, negli odori di pesce e di combustibile per le barche di un’estate che iniziava proprio adesso, “ci sarà una luna grandissima stasera”, aveva predetto la ragazza, nella stanza ora vuota, un anello d’argento al dito con il segno zodiacale, i Gemelli, smalto nero sui piedi, i suoi occhi, la sua bocca, aveva detto anche “devo andare a casa, ma non vorrei”, e “vorrei che lo facessimo ancora un po’, solo un minuto, prima di andare”, e un milione di altre cose, e un milione di altre erano rimaste fuori.

Anche a lui piaceva l’estate. Da ragazzo lo si sarebbe detto un “tipo da spiaggia”. Un fisico ben proporzionato, a suo agio in costume da bagno, molto più che in una tuta da sci. Ma adesso l’inverno non gli dispiaceva veramente. Molte cose importanti nella vita dell’uomo – nascite, morti, amori – erano avvenute in inverno. E poi, l’aveva conosciuta con il freddo e questo era senza dubbio un punto a favore del freddo.

Una volta l’aveva incontrata in un uliveto, sotto l’ombra nera degli alberi, nello strepito degli insetti, nell’intrico di spine. Una volta, nella sua altra vita – mancava qualche giorno a Capodanno – lo avevano spedito a fare delle interviste in cima ad una valle dove quattro guide alpine erano rimaste sepolte sotto la neve. Aveva tirato fuori la giacca a vento pesante, gli scarponi; ma prima di uscire non aveva resistito alla tentazione di aprire la sua casella di mail e quel che si aspettava di trovare c’era, un messaggio, gli aveva mandato il video di un’installazione che aveva visto a Bari qualche settimana prima, per condividerla con lui. Una fantasia sontuosa e decadente, villaggio turistico glamour, pervaso da un erotismo estetizzante, privo di seme e sudore. Aveva trovato quelle immagini affascinanti. Nella sua testa, avevano cozzato tutto il giorno con le emozioni del funerale, l’intera valle radunata di fronte alla chiesa, fango sotto ai piedi, nel piazzale, fino al tramonto spietato di dicembre sul fondale dolomitico.

Poi era partito per una breve vacanza, in un paese straniero, cercando di dimenticarla, almeno per qualche giorno. Già presagendo dentro di sé la ruota della dipendenza. In un’alba di gennaio aveva esplorato le stradine di un quartiere che si arrampicava su per la collina cantata da Peter Gabriel, pensando a quando l’avrebbe rivista. Se gli avessero chiesto una definizione di felicità probabilmente avrebbe parlato loro di un’aspettativa fiduciosamente coltivata, da lontano, come si guarda un panorama da un balcone, senza fretta, sapendo che è là, che non scappa.

Ma la fretta sarebbe venuta, più in fretta di quanto non avesse immaginato, e non avrebbe più potuto farci nulla: il desiderio bruciante, il voler riempire la distanza, l’assenza, subito, ora, il voler ascoltare le sue parole, sentire il suo respiro cambiare, per ritrovare il miracolo ben noto, per essere, di due, uno, ed essere portati dalla medesima onda, attraversati dal medesimo raggio.

“Tutto bene?” chiese il baffo, guardando l’uomo dall’alto del suo regno di bistecche infilzate sullo spiedo.

“Benissimo”, rispose. Si guardò le mani, cercò con gli occhi il bidone dove buttare i tovaglioli unti. Si chiese da quanto fosse arrivata a casa, se le aveva detto le cose che veramente desiderava dirle. Se avesse usato bene il tempo che avevano avuto a disposizione. Sapeva che presto l’avrebbe desiderata di nuovo. Che si sarebbe posto di nuovo delle domande.

Ciò che non sapeva è che certe risposte avrebbe potuto ottenerle solo se fosse stato in grado di riportare indietro le lancette dell’orologio, fino alla magica congiunzione astrale in cui la ragazza era venuta alla luce, sottratta all’oscurità, bianca e preziosa, con l’anima umida dei nuovi-nati.

 

Sono una donna banale

Ispirata da Dario Argento che in una recente intervista a La Repubblica ha affermato:

“Sono un uomo banale, è il mio doppio a fare paura”.

 

 

Itaca

Anna aveva accolto l’invito dei Fraenkel soprattutto per Itaca, Itakhi, come si ostinavano a chiamarla loro, l’isola di Penelope l’afflitta, della Fedele. Per il resto, non era un’amante delle vacanze in barca, le sembrava sempre di essere di troppo a bordo. La rotta prevedeva alcune soste lungo la costa orientale dell’Adriatico, per poi puntare verso le Ionie. Itaca, aveva scoperto, era un approdo molto frequentato.

Al mattino erano scesi a terra, per fare rifornimenti. Mentre il signor Fraenkel si occupava della barca, assieme al figlio più piccolo, lei e la signora Fraenkel, accompagnate dal maggiore, Riccardo, avevano deciso di fare una passeggiata fino alla grotta delle Ninfe, uno dei luoghi omerici. La passeggiata si rivelò una vera e propria escursione, su per un sentiero di montagna, fra gli ulivi, i cespugli di mirto. Il frinire delle cicale era così forte da stordire. Le due donne discussero tutto il tempo di miti e di religioni, i Fraenkel erano ebrei non osservanti, erano amiche fin dai tempi del liceo, Anna ricordava ancora di quando lei le aveva raccontato di avere incontrato il suo futuro marito, durante un viaggio a Gerusalemme, il primo per entrambi in Israele.

Arrivate alla meta, che si rivelò essere solo un buco nella terra, uguale a tanti altri disseminati su quelle montagne scabre, il guardiano offrì loro dei fichi. Era piacevole stare sedute all’ombra, lasciare scorrere il sudore sulla pelle. Era piacevole non sentire per qualche ora il dondolio della barca. Ma in certi momenti, Anna, se interrogata, avrebbe dovuto ammettere di essersi distratta a causa del ragazzo.

Riccardo era un adolescente sorprendentemente gradevole in tutto, con modi già adulti, il fisico asciutto e abbronzato, la barba che copriva le poche tracce di acne giovanile. Grazie a lui quella crociera le era risultata più sopportabile. Avevano giocato a dama, a volte sotto lo sguardo compiaciuto della madre e di quello indifferente del fratello più giovane, avevano nuotato al largo di luoghi come le isole Kornati, Mljet, Dubrovnik. Grazie a lui, aveva superato gli attacchi di ansia che l’universo concentrazionario della barca le creava di tanto in tanto.

Il pomeriggio attraccarono in una baia solitaria, dall’altra parte dell’isola rispetto al porto. La costa era rocciosa, la vegetazione selvatica scendeva fin quasi sulla riva del mare. L’acqua era ferma come quella di un lago. Nel pomeriggio assolato tutto appariva immobile, tutto taceva a parte gli insetti. Anna passò gran parte del tempo a leggere “Anna Karenina”. Salì in coperta verso le cinque, senza avere esaurito le sue riflessioni. Cos’era il tradimento? Certamente suo marito l’aveva tradita, ma aveva anche detto di non avere mai smesso di amarla, mentre lo faceva. Ed in effetti, a lei non era sembrato di essere stata meno amata, il che comunque non vuol dire niente, forse soltanto che era meno sensibile della maggior parte delle donne (perché, si dice, lo diceva spesso anche la signora Fraenkel, con la sua consueta franchezza, “una donna se ne accorge, oppure fa finta di non accorgersene”).

E in quanti altri modi si poteva tradire? Si poteva tradire, ad esempio, la fiducia di un’amica, un’amica del cuore, anche se aveva messo un po’ di distanza fra loro dopo il matrimonio? Si poteva tradire la fiducia di una coppia di amici, anzi, di una famiglia? Il pensiero le aveva trasmesso un profondo languore, una dolorosa sensazione di colpa, ma piena di voluttà. Doveva essere questo, sì, che provavano le Anne Karenina del mondo. Una sofferenza come un orgasmo, un vuoto che risucchia, un calore bianco. A cosa poteva assomigliare, tutto questo? A quando si piange per la felicità, o più raramente per il piacere. Un moto che non può essere governato. Chissà se Penelope aveva mai avuto sentore che si potesse nascondere una cosa del genere, dentro di lei,da qualche parte.

Il signor Fraenkel, assieme al figlio minore, si preparava ad esplorare un tratto di costa con il gommone. Anna declinò cortesemente l’invito. Si stava bene in coperta, adesso. Si stava avvicinando il momento del giorno che amava di più.

Alle 6 il cielo sbiadì, divenne quasi bianco. Anche l’acqua subì quel mutamento. Era la luce che di solito precede il temporale, che rende tutto così irreale. Ma non accadde nulla, e poco dopo ognuno di essi ebbe la netta percezione della sera che si approssimava.

Il signor Fraenkel tornò con del pesce, lanciando un ululato che fece volare via un uccello, acquattato fra i cespugli. Disse che lo avrebbero cucinato per cena. Il ragazzo più piccolo era molto orgoglioso di quella pesca.

Fu a quel punto che Riccardo le propose una nuotata oltre l’imboccatura del golfo. Anna guardò automaticamente la signora Fraenkel, che stava fumando la sua sigaretta del tardo pomeriggio, fin dal primo giorno aveva capito che il maggiore era della madre, ancora. “Oh, andate pure – disse lei, come risvegliandosi da un sogno – ci vorrà ancora più di un’ora.”

Si tuffarono. Poi, tenendo la testa sopra il pelo dell’acqua, nuotarono a rana fino all’ingresso della baia. Ad un certo punto, lui le fece un cenno, e lei lo seguì, seguì i suoi piedi che si aprivano e si chiudevano, i muscoli guizzanti dei glutei dentro il costume, fino a quando la barca, e la baia, non scomparvero dalla loro vista. Cirri fluttuavano nel cielo ceruleo, incendiati, i tramonti lì erano sempre estenuanti. Continuarono a costeggiare la riva approdando infine ad una piccola spiaggia sassosa dove fermarsi, sotto la scogliera. L’acqua pioveva dai capelli di Riccardo, dalla sua barba, scorrendo lungo il petto, il ventre, le gambe. “Siamo andati molto lontano, stavolta, eh?” commentò lui, sorridendole con quella sua espressione così adulta. Per la prima volta, le toccò i capelli.

“Sì? Più del solito?”

Non se n’era accorta, forse perché ormai era allenata a nuotare a lungo.

“Direi di sì. Direi proprio di sì.”

 Già altre volte, in luoghi solitari, quell’ora della sera le aveva messo addosso un’inspiegabile paura.

Firenze

L’amore nel pomeriggio era diverso rispetto a quello della notte e diverso anche rispetto a quello della mattina. La luce di aprile entrava nella camera passando attraverso i doppi vetri e le tende, era la luce lattiginosa di aprile, passava attraverso le nuvole, spandeva chiarore diffuso, la luce di aprile li rivelava.

Nella camera entravano anche i suoni. Era la vita della città di fuori, tutt’attorno, si allargava in cerchi concentrici, rifrangendosi sulle pendici dei colli: due donne che si salutavano in cortile, un colpo di clacson, di giovedì il mercato di strada che smobilita con rumore di cassette, di pali di ferro caricati su camion e furgoni, di motori che fanno manovra in spazi limitati. Se avesse fatto attenzione, se avesse avuto gli stessi poteri di Freccia Nera, avrebbe potuto sentire persino il rombo remoto dei treni, il ticchettio delle tastiere dei computer negli uffici, l’allegro vociare dei bambini all’uscita dell’asilo, gli schiamazzi su e giù per il Ponte Vecchio, e tutto questo significava qualcosa per lui, e qualcosa di diverso per lei.

Lui avrebbe voluto conoscere i suoi suoni, quelli che lei aveva udito da bambina, per anni, quando viveva sull’Appennino, quando si svegliava, faceva colazione, la mamma la vestiva e poi ad un certo punto aveva imparato a vestirsi da sola, a prendere l’autobus per venire a Firenze, ma non è la stessa cosa, vivere o farselo raccontare, un pensiero irragionevole; per un istante, prima, aveva desiderato essere lei, aveva desiderato acutamente poter rinascere in lei e rivivere la sua vita in quel corpo, da zero, dall’inizio e attraverso le sue infinite scoperte. Nell’arco della bocca, nella curva del collo, nell’incavo del grembo, fino alla punta dei piedi.

A volte gli sembrava che tutta la città si affacciasse, che non fossero soli. Tutti gli avvocati e gli architetti e i vigili urbani e i venditori ambulanti e le maestre e le suore e gli artisti di strada e i guardiani dei musei, e i cortei… Poi si chinava e non ci pensava più, non pensava più a niente tranne che a quello che stava facendo, un gesto come, ecco, un po’ come portare alla bocca il piatto della vita, magari fossero sue quelle parole, invece era certo di averle lette in un libro, ma le sentiva come sue, del resto a questo servono le parole nei libri, sono parole che rivelano, come un certo tipo di luce.

A volte sentiva passi scendere le scale del caseggiato, di persona anziana, un piede davanti all’altro, oppure voci di ragazzi impazienti nel salire, stavano al terzo piano e non c’era ascensore. A volte pensava al tempo che sarebbe passato fino a quando lei non fosse tornata di nuovo lì e gli sembrava impossibile, impossibile che lei riuscisse da sola a guadare tutta quella distanza, fino a raggiungerlo, nella stanza, quella folla che occupava i marciapiedi, quelle schiere di turisti, quelle schiene, quegli ubriachi che barcollano e ti rovinano addosso. Poi il tempo accelerava. Tutto era liquido, accecante come un lampo. Li lasciava sfiniti.

Più tardi, le cose sembrano sempre diverse rispetto alle ore della notte, quando l’unica luce ad illuminare la stanza è quella della lampada sul comodino. Oggetti riposti in cima all’armadio, un candelabro, delle coppe che aveva vinto suo padre, un busto di Cristo, il fodero di una spada…

Sdraiati, pelle a pelle, l’uno nelle braccia dell’altra, sapeva che quelle cose erano lì da trent’anni, sapeva anche che per lei rappresentavano qualcosa di diverso che per lui o forse lei non le vedeva neanche, teneva gli occhi chiusi e ad un certo punto sentiva che le stava schiacciando il braccio, si sollevava per permetterle di sfilarlo da dietro la schiena ma lei non lo sfilava, solo lo sistemava diversamente, lui le posava una mano sul seno, il cuore batteva nell’incavo della sua mano.

Se hanno tempo di restare, se parlano, ridono o stanno in silenzio, lentamente ombre si addensano negli angoli. La sera porta altri rumori e se per caso si addormentano – o anche se rimangono immobili – l’ombra alla fine li nasconde.

I sarti dei libri

Il laboratorio Legatoria Artigiana si trova all’interno di un bel cortile cinquecentesco, tra Piazza San Domenico Maggiore e il duomo a Napoli, e tramanda una tradizione che risale a fine 800 proponendo anche creazioni dal gusto moderno. Molti dei collaboratori della legatoria sono allievi di Michele Eliseo, un autentico maestro nelle decorazioni in oro fino che eseguiva attingendo alla sua ricca collezione di punzoni in bronzo. Questa storica collezione ora è appannaggio della Legatoria Artigiana di Napoli che, naturalmente, è in grado di eseguire impeccabili legature di libri antichi e moderni, per biblioteche e privati, ma non solo.

Infatti realizza prodotti per la vita quotidiana che conservano la purezza del vero artigianato abbinata a colori nuovi, a soluzioni originali, sia per regalare un tocco di raffinatezza al décor della casa sia per la scrivania dove si studia e lavora. Ad esempio, scatole e contenitori di varie fogge, album fotografici rivisitati, molto richiesti anche da fotografi professionisti, insolite cornici-libro, agende in fresco di lana.

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New York

Sono in viaggio di nozze a New York. Il primo giorno hanno litigato perché lei ha vomitato in mezzo alla 47° strada, luogo per lui sacro perché ospitava la Factory di Andy Warhol.

Lei è incinta, ma si era detta pronta ad affrontare il viaggio. Lui adesso medita sul fatto che è la prima volta che vede New York e sicuramente non potrà fare tutto quello che avevano pianificato leggendo la guida (“insieme, di comune accordo”).

Le tiene il muso fino a cena. Gli passa solo in un Burger King semivuoto. Lei è depressa, lui si sente in un quadro di Hopper, quindi felice.

Lei è a New York ma pensa a casa, al gatto, alla toxoplasmosi, alle cose che ha lasciato per aria e che ritroverà appena tornata.

Il giorno dopo optano per il Central Park. É una giornata di sole, passano il tempo sull’erba a riepilogare i nomi che potrebbero dare al loro bambino, o bambina.

“Paul”, dice lui.

“Riccardo”, dice lei.

“Dennis.”

“Michele.”

“E se fosse una bambina…Edie.”

“Al massimo Miranda.”

“Vedremo.”

“Oppure Carmen!”

Ridono, per chiuderla lì. Le va a comperare un gelato in un chioschetto.

L’Empire State Building. Il Palazzo di Vetro. Il Village. Si spostano un po’ in metropolitana e un po’ in taxi. Se camminano, lei deve fermarsi frequentemente. Tutto è un po’ più costoso di quello che si erano immaginati.

Una sera lui le chiede il permesso di andare a vedere uno show all’Apollo. Lei rimane in albergo a leggere una rivista che elenca tutti gli spettacoli che ci sono quella settimana in città.

La fotografa su una panchina famosa sotto il ponte di Brooklyn, una panchina ripresa in un’infinità di film. Lei si sente tutt’altro che una bellezza e gli chiede di cancellarle, quando gliele fa vedere. Poi è lui a voler essere fotografato, se ne fa fare una quantità, lì vicino un nero suona il sax, gli domanda in prestito lo strumento per avere una foto sotto al ponte con il sax, e poi vuole una foto con il sax e con il nero.

Gli sembrava una buona idea fare l’amore ma è stanca, così esce a fare un giro dell’isolato, uno scroscio di pioggia lo sorprende, si rifugia in un caffè, all’uscita un litigio fra due tassisti, uno stormo di uccelli fra i cirri, c’è il cielo che preme, sui tetti dei grattacieli, le scale esterne per fuggire, gente, semafori, insegne, odore di mare, pubblicità.

Una sera vanno a trovare dei lontani cugini di lui, a Brooklyn. Non li avevano avvisati della loro presenza nella Grande Mela se non il giorno prima, per non farsi monopolizzare tutta la vacanza. Veramente è stata lei a mettere le mani avanti, lui pensa che questi cugini, immigrati di seconda generazione, sono davvero simpatici, pensa che è un peccato non essersi fatti ospitare da loro, a costo di dormire fuori Manhattan. Non sanno quasi nulla dell’Italia e, unico difetto, non amano Spike Lee.

Una sera a lui sembra di vedere Woody Allen entrare in un club, è molto esaltato. Lei vorrebbe che riservasse tanto entusiasmo anche ad altro, le sembra di avere sposato un ragazzino, e si ricorda che era così anche prima, solo che prima lo trovava divertente, avevano sempre un sacco di cose di cui parlare. “Comunque – gli dice – non poteva essere Woody Allen, è a Cannes per il festival.”

L’ultimo giorno lui è pentito, avverte un senso di perdita, l’occasione sprecata di visitare con sua moglie la città dei suoi sogni. La porta a fare shopping ma non possono permettersi oggetti piccoli e costosi e non hanno spazio a sufficienza nelle valigie per cose più ingombranti. Carmen e Vincenzo, i loro amici del cuore, gliel’avevano detto, di portarsi poca roba da vestire. Di chi è la colpa?

“Sua”, pensa lui.

“E’ che sono incinta, se non te ne fossi accorto”, dice lei, dopo avergli letto nel pensiero.

“Non sei mica la prima che aspetta un bambino”, dice lui.

Lei va in bagno a piangere.

All’aeroporto finalmente si rilassa. Stanno per tornare a casa, ci sono molte cose da fare, il lettino che gli hanno regalato da montare, e poi la macchina dal meccanico, per quella spia che non si spegne, dev’essere solo un nulla, ma meglio non farsi lasciare a piedi mentre si aspetta un bambino, medita lui, giudiziosamente.

Lei gli appoggia la testa sulla spalla. Sono così, sono diversi, sono due esseri umani completi, ognuno a suo modo, non c’è scritto in nessun manuale come farne di due uno, e forse non è possibile.

Ma questo amore durerà. A dispetto del disastroso esempio dei loro genitori, a dispetto delle vecchie storie che si sono lasciati alle spalle, a dispetto del fatto che a lui piacciono gli hamburger e a lei il sushi, a dispetto del fatto che lui odia la classica e invece lei sostiene che faccia persino diventare più intelligenti, cosa che non si potrebbe argomentare alla leggera di gruppi come Television o Talking Heads, peraltro defunti da tempo, lei si dice che, sì, questo amore nato per caso, come tanti, come tutti, questo amore cresciuto in fretta sull’onda dell’entusiasmo e del sesso, questo amore di borbottii e facce scure, ma anche di mani, occhi, baci, carezze, gite al lago e ore e ore di computer, è un amore destinato a durare.

Le Mystère des Voix Bulgares

“Nel 1986 ascoltai alla radio, per caso, di notte, un brano vocale eseguito da una solista accompagnata da un coro femminile: il disegno melodico e l’armonia erano vagamente arabeggianti, il tipo di vocalità, ovvero il timbro e la maniera di fiorire la linea melodica, erano qualcosa che non avevo mai sentito prima. Riuscii a registrarne al volo un pezzetto su una audiocassetta, lo feci ascoltare a diverse persone. Quasi tutti ne furono molto colpiti, gli uomini più delle donne, invero, ma io non potei risalire all’identità del brano. Nell’autunno dell’anno successivo, nel negozio Ricordi di via Montenapoleone, che ora non c’è più, trovai una serie di lp americani in offerta speciale. Fra questi, c’era un disco intitolato “Music of Bulgaria”, della Nonesuch, che mi incuriosì.

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Copenhagen

“Cosa ti ha colpito di lui?”

Siamo alla National Gallery of Denmark, e siamo stanche di camminare. Attraverso i vetri entra una luce di acquario, il cielo, oltre le trasparenze, è così remoto, non protegge per nulla. Ci sediamo davanti a un Picasso. Avrei voglia di accendermi una sigaretta, ma ho anche voglia di raccontarle, perché stanotte l’ho sognato.

“Sai com’ero messa…”

“Sì. Stavi con Vittorio da due anni e avevi ancora una storia con Enrico, durava da quattro.”

Si ricorda tutto, Sabine. Si vede che ci tiene a me.

“E allora?”

“Allora una sera, a ottobre, dopo un paio di mesi che ci conoscevamo, siamo usciti a cena, l’ho portato al Cappello di Ferro…”

“Hai scelto tu?”

“Sì, mi vedeva magra e aveva deciso di farmi mangiare una bistecca.”

“Il ristorante, dico….”

“Sì, ho scelto io, più che altro è vicino a casa mia, facevo sempre tardi, la sera, in quel periodo. Comunque, siamo subito finiti a parlare di quello…”

“Tu non sapevi niente, di lui, ancora?”

“Immaginavo, ma non ero sicura che fosse separato. Per la maggior parte del tempo ho parlato io.”

“E gli hai raccontato, di Vittorio e di Enrico.”

“Sì.”

“E lui non ti ha detto: scusa, devo andare?”

Mi fa ridere, Sabine, è piena di spirito. Ed è così bella. L’ho conosciuta che cercavo un regalo particolare per Vittorio, il mio compagno “fisso”, mi avevano parlato del suo negozio, sono stata dentro due ore, quella volta. E’ la prima vacanza che facciamo assieme e chissà se potremmo farne un’altra. Sono stata molto bene con lei, finora.

Ci alziamo, cerchiamo la cafeteria. Ci dev’essere una cafeteria affacciata sul parco. Sento il bisogno dei colori pastello di certe case di questa città, più tardi ci torneremo, al tramonto, che arriva tardissimo, a Copenaghen, torneremo al porto, scatteremo delle foto con la luce giusta, al tramonto, l’unico momento in cui ho la sensazione di essere finalmente al sicuro.

“Allora? Non si è scandalizzato?”

“Al contrario. Ed è questo che ha fatto scoccare la scintilla, fra noi. Anche lui aveva due relazioni, in quel momento, con due donne, tutte e due impegnate. Ad un certo punto mi dice: per qualcuno penso che noi siamo dei mostri. Ed era esattamente quello che sentivo io.”

“Sì. Che mostri, siete, voi libertini!”.

“E mi ha chiesto anche: non hai sensi di colpa? Io gli ho risposto la verità: no. E lui: neanch’io. Ha detto che si possono vivere molte vite, che non interferiscono fra loro, anzi, a volte si alimentano l’una con l’altra, traggono forza l’una dall’altra.”

“Di certo sa parlare.”

“Sì”, ammetto. E me lo vedo davanti, in quel ristorante, me lo vedo che mi guarda negli occhi e poi allunga un piede, sotto al tavolo, arriva il cameriere, e lui non lo toglie, continua a guardarmi e a farmi piedino, e a dire cose molto intime, il cameriere entra nel gioco, velocissimo, partecipa, lo alimenta, continuiamo così, sappiamo tutti e due che c’è un fuoco che ci aspetta, fuori di lì, ma senza fretta, lasciamo che crepiti, che si nutra del vento, lo stesso vento che soffia qui, ora, su questo mare selvatico, che si fa strada dentro la città, che l’abbraccia, la circonda.

“E poi siamo andati a casa sua.”

“Perciò, potremmo dire che è stata la somiglianza che vi ha uniti.”

“Sì. Mentre con Enrico avevo pochissimo in comune, ed era quella forse la fonte dell’attrazione, la diversità, sai? La distanza, che dovevamo colmare in qualche modo, principalmente con i corpi, mentre con lui è stata la complicità. Mi sono come specchiata in lui, anche se aveva vent’anni più di me. Sembravamo fatti della stessa pasta. E mi ha fatto sentire libera. Non è poco, per un uomo.”

“E così è stato.”

“Proprio così. Mentre con Vittorio, beh, Vittorio è una persona speciale, per questo prima o poi lo sposerò, Vittorio mi dà sicurezza, è la mia àncora…”

“Tu vuoi molto, dalla vita.”

“Immagino di volere tutto quello di cui ho bisogno.”

Sabine mi prende la mano, davanti al cameriere, che ci sta servendo i caffé. All’improvviso sento il desiderio di abbracciarla, di essere con lei nella nostra stanza, di aspettarlo lì il tramonto.

“E davvero lui sa di me e non ha detto niente?”

Aspettavo questa domanda, la domanda finale. Cosa devo risponderle? Massì, tanto vale essere sincere.

“Una cosa l’ha detta, veramente.”

“Cioè?”

“Se una volta o l’altra ci vediamo tutti e tre.”

 

Io e Bernardo Bertolucci

Un giovane regista-scrittore, Ivan Cotroneo (suo il recente La Kriptonite nella borsa) incontra per Marie Claire un mito vivente del cinema, Bernardo Bertolucci. Complice una prossimità spirituale e fisica (sono vicini di casa), l’autore di Ultimo tango a Parigi, racconta il suo nuovo film, che segna una svolta: Bertolucci torna a raccontare una storia adolescenziale, quella tra i fratelli del romanzo di Niccolò Ammaniti, Io e te. «So che da me si aspettavano una passione incestuosa – confessa Bertolucci – ma l’amore di due fratelli che si riconoscono è molto più forte. Ciò che mi piace molto è l’amore fra di loro, che è proprio un amore tra fratello e sorella. L’incesto è un percorso più breve, rapido, selvaggio, questo è un percorso più profondo». Gli attori protagonisti della pellicola sono due giovani talenti: Jacopo Olmo Antinori e Lea Falco. «Jacopo – Lorenzo nel film – è proprio quello che si dice un attore nato. Devi dirgli tre parole e capisce immediatamente il sentimento di quello che gli chiedi, ed è perfetto nella tecnica. Forse a quattordici anni hai qualcosa di speciale, il cervello è incredibilmente vorace», speiga il regista. E aggiunge: “Voglio che il film emozioni. Per questo c’è molta musica, e Lorenzo la balla disteso sul letto. Proprio come farei io».

Il lavoro sul libro è stato fatto insieme ai suoi sceneggiatori, Niccolò Ammaniti, Umberto Contarello, Francesca Marciano. «Ho cambiato il finale. – racconta Bertolucci – L’ho detto subito a Niccolò, quando ho letto il libro. Mi piace molto il tuo romanzo, ma non il finale. Non mi piace che i personaggi dei tossici vengano uccisi dall’autore, dal romanzo».

E sorridendo confessa: «Ogni volta si ricomincia. Si è sempre un po’ dei debuttanti. Sono passati dieci anni da The Dreamers, e non so quanti da quando ho girato un film in italiano. E sono contento di averlo fatto ora. Poi qui ci sono i Parioli, via Lima, via Panama dove non avevo mai girato. È un’avventura tutta nuova… Un primo film».

(Si ringrazia Hearst Magazines Italia, foto da listal.com)

Palermo

Nessuno ha mai saputo chi fosse veramente quell’uomo. Nessuno ha mai saputo la sua età. Quando l’abbiamo visto la prima volta con mia zia, dimostrava forse cinquant’anni. Dieci anni dopo, era sempre uguale. Vent’anni dopo, quando è morto, era sempre uguale, solo con qualche capello in meno. Era alto, allampanato, il viso cavallino, i lineamenti rozzamente scolpiti, da una mano imprecisa ma decisa. A quanto si sapeva era un rappresentate, una specie di rappresentante.

Lavorava per una casa discografica, ma non saprei dire a che livello. Tanto comunque bastava perché agli occhi di noi “nipoti” assumesse caratteri quasi leggendari, e al tempo stesso un po’ corrotti. Corrotto doveva esserlo per forza, per stare con mia zia. Tutti sapevano che vita aveva fatto prima che arrivasse lui.

Faceva la spola fra Milano e la Sicilia, non veniva a Palermo regolarmente, i suoi soggiorni non avevano mai la stessa durata. Si diceva che, quando arrivava, mia zia la sentissero in tutta l’Albergheria. Si diceva che al mercato di Ballarò si voltassero quando sentivano le urla, si dessero di gomito l’un l’altro, si facessero l’occhiolino. Lui la portava a cena in un ristorante vicino alla cattedrale, Shakesperare e co., li conoscevano benissimo e li trattavano altrettanto, a parte che lì erano gentili con tutti. Si diceva avesse un debole per i panini con la milza, che non mancasse mai di fare un salto all’Antica Focacceria San Francesco. Si diceva che amasse il teatro dei Pupi, i mosaici di Monreale, le oscure catacombe dei Cappuccini, con i loro morti imbalsamati che mimano la vita. Mia zia aveva perso la testa, chiaramente. Prima l’aveva persa per un sacco di uomini, quindi in fondo solo per se stessa, perché se ami questo e quello, se voli come l’ape sui fiori, è solo di quell’andare che ti importa, ti inebri della varietà. Quando è arrivato lui è diventata un’altra. Non si mosse più da Palermo, non fece più nulla, smise anche di andare a Positano, dove aveva trescato per tanto tempo. Lui la manteneva, lei teneva qualche bambino del quartiere, adesso le madri erano tornate a fidarsi di mia zia perché avevano visto il cambiamento, era di nuovo la brava ragazza che avevano conosciuto quando era piccina.

Si diceva fosse sposato, che avesse una famiglia, a Milano. Questo era chiaro. Il punto semmai era un altro: quante ne aveva, in giro, come mia zia? Non l’abbiamo mai saputo. Quando lo conobbe, mia zia aveva meno di trent’anni. E’ invecchiata con lui, anche se ci sono stati dei periodi in cui l’ha visto pochissimo e mai nelle feste comandate. Se veniva d’estate, la portava al mare a Taormina, a San Vito lo Capo, anche a Mondello, naturalmente. Una volta la portò a Roma perché con gli anni mia zia era diventata una buona cristiana. Una volta dovevano avere litigato perché mia zia non uscì di casa per una settimana, dopo che lui era ripartito, i vicini la sentivano piangere dalla mattina alla sera e anche urlare, non come quando arrivava al culmine del piacere, ma insomma, urlare.

Mi ricordo una sera, quando lui stava da mia zia andavo spesso a trovarlo, anche se mia mamma non era contenta, non li aveva mai invitati a casa nostra, non ne voleva sapere di lui, io comunque stavo finendo il liceo, stavo prendendo il volo, una sera andai a trovarli e lui mi mostrò delle foto, stampate, se le faceva stampare, non amava il computer, era con Vasco Rossi, con Alice, con Eros Ramazzotti, in una persino con Sting e con un altro che non conoscevo, nella tenuta toscana di Sting, mi spiegò. Soldi ne aveva, ma in che cosa consistesse veramente il suo lavoro non lo sapevamo, sapevamo che spesso, quando era in Sicilia, aveva da fare a Catania, oltre che a Palermo, che aveva amici nell’agrigentino, gente del Nord che aveva investito in un’azienda agricola. Non veniva mai con la sua macchina, sempre con l’aereo, e affittava una macchina all’aeroporto, gli piacevano le auto sportive. Ogni tanto ci regalava dei biglietti per qualche concerto. Ma ad un certo punto non mi interessò più, perché avevo iniziato ad ascoltare il jazz.

Praga

“Allora?”

“Mah, guarda.”

“Dai, che sono curiosa.”

Beve un sorso di vino, mette in bocca una patatina. Ha la bocca perfettamente disegnata. Sembra perfettamente consapevole del fatto che mentre i suoi denti si chiudono crepitando ci sono almeno tre uomini nel locale che trattengono il respiro.

“Insomma, eravamo in questo posto, sulla riva della Moldava, oltre il ponte Carlo, ci eravamo seduti fuori, faceva un caldo in quei giorni….”

“Dunque, fammi pensare, quello con le statue?”

“Sì, certo, quello bello, quello che collega la città Vecchia a Malá Strana. Comunque, ero lì con le due ragazze con cui dividevo l’appartamento, e c’erano questi due uomini seduti vicino a noi.”

“Sì.”

“Sui quaranta, l’aria un po’ intellettuale. Insomma, ci hanno sentito che parlavamo, di cosa vuoi parlare a Praga?”

“Sesso?”

“Kafka, Arianna! Insomma, hanno attaccato bottone, poi hanno spostato le sedie, e abbiamo iniziato a fare conoscenza.”

“Un classico.”

“Sì. Uno dei due in particolare, dopo un po’, ha iniziato a parlare solo a me, praticamente. Ci siamo come appartati, sai, quelle situazioni, anche se eravamo seduti tutti assieme. Quelle situazioni in cui scatta qualcosa. Di magico. Istantaneamente. Ci si guarda negli occhi e…ti sembra di conoscerla già da anni, quella persona.”

“Sì.”

“Come se appartenesse al tuo passato, o a una vita precedente.”

“Di cosa parlavate?”

“All’inizio appunto di Kafka, del suo rapporto con il padre. Da lì sono passata a raccontargli del mio rapporto con mio padre. Lui a sua volta mi ha parlato di sua figlia, ha una figlia di vent’anni, che studia all’estero… Poi di sua moglie….”

“Era sposato.”

“Si. Non me l’ha nascosto. Sai che io non mi faccio problemi, se non se ne fanno loro.”

“E poi?”

“Per fartela breve, dopo un po’ le mie amiche hanno deciso di andare in una discoteca lì vicino con quell’altro. Mi ha fatto capire che non ne aveva molta voglia, e così ho deciso di rimanere con lui. Abbiamo iniziato a girare, Praga poi è bellissima, e figurati a maggio, ci siamo detti di tutto, tantissime cose, a pensarci adesso penso che mi abbia presa per pazza. Ma anche lui ha raccontato tantissimo, della sua vita, dei suoi amori, io ad un certo punto pendevo dalle sue labbra, ci siamo fermati di nuovo in piazza San Venceslao e siamo andati avanti per altre due ore.”

”Cos’aveva di interessante?”

Beve un altro sorso. L’aria estiva le accarezza le gambe. E’ lontana da lì, adesso, è tornata a casa. Un po’ le viene da ridere. Un po’ però sente che le luccicano gli occhi.

“Aveva tutto, di interessante. Come parlava. Come mi ascoltava. Ed era così bello… Gli ho parlato di Osvaldo, di questi amori a distanza, lui aveva avuto diverse storie così, mi ha detto che aveva anche sofferto per amore.”

“Insomma, era perfetto.”

“Sì, eravamo perfetti. Finché ad un certo punto siamo finiti sotto casa sua, non quella dove abitava con la moglie, aveva un piccolo studio vicino al quartiere ebraico, in un palazzo vecchio. Quando me lo ha detto eravamo proprio sotto e…tu cos’avresti pensato?”

“Non ti aveva detto che ti stava portando lì?”

“Non, stavamo ancora passeggiando, ho fatto chilometri quella sera.”

“Avrei pensato ovviamente quello che hai pensato tu.”

“Appunto. Avrei preferito forse che me l’avesse detto prima che stavamo andando da lui, ma comunque, ero contenta.”

“Ti ci vedo.”

No, pensa, non mi vedi com’ero quella sera. Vestita da parata, elettrica. Una porcellana. Ero la ragazza sconosciuta che in una sera di primavera il destino gli aveva consegnato in un piatto d’argento, nella perfetta congiunzione astrale, sotto al cielo della città magica.

“Era all’ultimo piano, una mansarda, piccola, ma carina. Una scrivania, un letto, un bagno, un frigo con le birre…”

“Tutto quello che serviva.”

“Si, anche di più”.

“Dai, allora. Cos’è successo?”

“Ecco, cos’è succeso. Mi ha tirato fuori un album fotografico, lui da bambino, suo padre, sua madre, i monti Tatra…”

“I monti Tatra, sì?”

“Mi ha offerto un’altra birra, anche se non ce n’era bisogno a quel punto…”

“Sì?”

“Mi ha parlato ancora del suo lavoro, dei suoi viaggi, dei suoi tatuaggi…”

“Sì?”

“E insomma, io ero lì, sul divano, erano le due di notte, insomma…mi aspettavo che si decidesse. Anche perché iniziavo ad essere un po’ stanchina.”

“E allora?”

“Ecco, e allora”.

“Allora?”

“Così.”

“Come così. Fammi capire. Non ti è saltato addosso?”

“Ecco.”

“Poi ad un certo punto mi ha detto che era tardi, che mi avrebbe riaccompagnata, dovevo attraversare di nuovo mezza città, non dico altro.”

“E non è successo niente?”

“Niente di niente. Quando siamo arrivati sotto al mio appartamento mi ha fatto un discorso, ancora, mi ha detto – di nuovo! – che era stato deluso, in passato, ha fatto un lungo giro di parole sul fatto che gli sarebbe piaciuto rivedermi, forse, mi ha lasciato il suo cellulare, non ha neanche voluto il mio, ha detto che voleva lasciare decidere a me – cosa, poi – ed è sparito.”

 Si sorridono e finiscono entrambe di bere.

“Ovviamente non l’hai chiamato.”

“Ti pare. L’ho preso come un segno del destino. Tu, ragazza, non combinerai nulla, a Praga! Poi tanto ero alla fine dello stage… Così.”

“Questi uomini.”

Fa una smorfia. Ridono assieme. Mezzo locale si gira a guardarle. Cos’avranno, di bello, da ridere, quelle due grazie?

“Mica tutti così, però.”

“Beh, no.”

“Le mie due amiche, per esempio, sono tornate il giorno dopo, alle tre del pomeriggio.”

“E?”

“Bastava guardarle in faccia per capire che a loro era andata un po’ diversamente….”

Oui, c’est Carine

Quanto conta la sensualità? Carine Roitfeld, l’ex direttore di Vogue Paris, esempio di uno stile tutto francese, sexy ma non completamente, elegante ma mai lezioso, sfacciato ma con un twist, spiega il segreto dell’allure. “Prima di uscire, quando ti dai un’ultima occhiata allo specchio, chiediti se c’è ancora qualcosa di superfluo che potresti togliere”. E’ un suggerimento che arriva da Karl Lagerfeld che citava a sua volta Coco Chanel.

Carine Roitfeld ha da poco presentato un libro realizzato in collaborazione con Lagerfeld dedicato alla Petite Veste Noire Chanel, “un capo davvero indispensabile per qualsiasi donna, da indossare in ogni occasione, elegante abbinata ad una gonna, décontracté chic con i jeans”. Questo è il lusso alla francese : un capo raffinato, lussuoso nelle finiture ma mai vistoso, comodo da indossare, un investimento per la vita.

Ma per quanto riguarda Carine, il suo segno distintivo sono le gambe: splendide e sempre in mostra su tacchi vertiginosi.  Un segno distintivo come ogni donna a capo dei vari Vogue in giro per il mondo: caschetto e occhiali XXL per Anna Wintour di Vogue America, lunghe chiome bionde e gioielli antichi per Franca Sozzani di Vogue Italia, taglio post punk asimmetrico alla Lisbeth Salander per Angelica Cheung di Vogue Cina. Carine però, afferma di portare anche ballerine e di essere solo vittima della sua immagine. Sensualità e potere.

E’ possibile conciliare seduzione e potere? Carine: “Dipende molto dal ruolo. Probabilmente nessuno vorrebbe una presidente della Repubblica in calze a rete e minigonna con lo spacco, l’abito influenza ancora il giudizio, l’importante sono le capacità.  Una donna deve essere seducente, ma il suo potere di seduzione non lo misuri con i centimetri di pelle scoperta, bensì con l’attegiamento e con quello che dici. E’ un modo di essere, di accavallare le gambe, di guardare l’interlocutore, di sentirsi forte. Quando ti senti forte, ti senti più potente. E potere non significa sacrificare la propria femminilità ma è questione di sfruttare il proprio potenziale”

Insomma, sembra che la seduzione sia anche una questione di cultura, di charme, di conversazione: “Quello che dice una donna è almeno importante quanto l’abito che indossa”

ds ispirata da Maria Grazia Meda (D la Repubblica) foto di Karl Lagerfeld

Colombo

Lei fa la prima vasca pensando a sua figlia. La piscina è vuota, l’acqua leggermente salata. Oltre il parapetto, qualche metro più sotto, le onde dell’oceano si frangono contro la scogliera.

“Chi è che spegne le luci dei lampioni, ogni mattina?”

Questo le aveva domandato. Chissà perché le viene in mente adesso. Un ricordo legato ad un’altra città, in Europa, una città fra le montagne, un altro clima. Tutte le mattine l’accompagnava all’asilo. Mara aveva osservato quel particolare, che appena uscivano, almeno in quella stagione dell’anno, la stagione dei cappotti e delle sciarpe, le luci dei lampioni si spegnevano. I bambini osservano anche quello che ai noi sfugge, anzi, soprattutto. Con concentrata ostinazione.

Fa la seconda vasca pensando alla cena. Conosce bene il Galle Face hotel, un pezzo di storia coloniale sul lungomare di Colombo. Fuori, oltre al colonnato e al parcheggio, il prato che un tempo gli inglesi usavano per le esercitazioni militari. Famiglie fanno volare gli aquiloni. Lungo la passeggiata che costeggia la riva dell’Oceano, coppiette si riparano dietro grandi ombrelli dei colori dell’arcobaleno.

Qualcuno scende sulla striscia di sabbia per giocare con le onde, sempre impetuose. Le donne portano vestiti di cotone, ridono quando l’acqua li bagna incollandoli alle cosce. La prima volta che aveva dormito qui era un’inviata, seguiva il lento evolversi del conflitto fra Cingalesi e Tamil. Mara certi giorni stava con il padre, certi altri con la nonna, la madre di lui, nella grande casa con il tetto rosso.

Fa la terza vasca e pensa che questa è la prima volta, di nuovo la prima volta, e mentre le entra un po’ d’acqua salata in bocca pensa alla cena che l’aspetta, nel giardino ombreggiato dalle palme e con quella specie di scacchiera in mezzo al prato, quadrati bianchi e neri, su cui poggiano i tavolini, le piace il tonno alla piastra. Pensa alla cena e non riesce, proprio non riesce a non pensare ancora a Mara, al suo matrimonio precoce, al precoce distacco. Si sposò a Shangai, dove era approdata con una borsa di studio. Aveva seguito la madre nella sua passione per l’Asia. Sono due anni che non la vede, eppure ha viaggiato così tanto, nella sua vita. L’acqua è un po’ salata e il vento porta fin sulla piscina profumi di mare, e giungla, e incenso e di qualcos’altro che brucia.

Fa la quarta vasca, la piscina è sempre vuota. Il corpo risponde a tono, ha belle braccia, gambe lunghe come allora, come quel pomeriggio quando incontrò Karl, fu lui a presentarsi, lei sorseggiava un thè, nel giardino dell’albergo, stravolta dal viaggio e dal caldo improvviso, soffocante, alle prime armi, lui scriveva per il Guardian, era di origini tedesche. Il giorno dopo salirono al nord assieme ai fotografi, verso le roccaforti Tamil. Si stava preparando una nuova offensiva governativa. Non aveva mai visto dei buddisti fare la guerra. Tutto questo molto prima dello Tsunami, e prima dei massacri finali. Tre sere dopo, di nuovo qui, al Galle Face hotel, Karl era entrato nella sua camera, ubriaco, gli occhi accesi. L’aveva presa subito, furiosamente, entrambi avevano cercato di dimenticare le scene che avevano raccontato poche ore prima nei loro reportages.

Fa la quinta vasca. Karl aveva una cicatrice sul collo, gli occhi liquidi, stranamente sembrava spesso che stesse per piangere. Dopo la fine del suo matrimonio c’erano state brevi storie alternate a lunghi periodi di solitudine, chiamiamola così. Mara era cresciuta su gambe altrettanto lunghe delle sue, con la madre del suo ex-marito. Dal padre, aveva preso la rotondità del viso e la sensibilità per la musica.

Questa è la prima volta, pensa. La prima volta che viene qui in vacanza, solo in vacanza. Senza dover intervistare nessuno. Senza debiti con il passato, senza obblighi verso il futuro. Ama questo paese lussureggiante, i fiumi e le spiagge, le rovine di antiche città in cima a scogliere rocciose che sorgono dalla pianura come un miraggio, i buddha nascosti nelle grotte, gli insetti che strisciano sui fiori.

Fa la sesta vasca. Potrebbe andare avanti all’infinito, la piscina è corta, si ritaglia uno spazio appena sufficente fra l’ala nuova dell’hotel e l’oceano. Lei ha scelto una camera nella parte vecchia, quella più ricca di fascino, quella che porta le impronte dei tanti che vi hanno soggiornato, uomini politici, scrittori, artisti, ricchi uomini d’affari. E tra poco lui arriverà. Che sorpresa. Ma c’è ancora tempo. Ha tutto il tempo per asciugarsi i capelli e indossare l’abito di lino, per qualche goccia di profumo sul collo e fra i seni, lasciamo intanto che scenda il sole, lasciamogli dare pace alla terra, lasciamo che il vento porti un po’ di sollievo. Quando Karl l’aveva presa, quella sera, era appena uscita dalla doccia, ancora tutta bagnata, troppa la fretta, troppa l’esigenza di tener tesa quella corda, prima che si spezzasse. Sì, forse l’attesa l’avrebbe spezzata, forse altrimenti sarebbero tornati ad essere due persone qualunque, due giornalisti in procinto di ripartire, verso guerre più raccontate.

Il suo fotografo, che dormiva nella stanza accanto, aveva sentito tutto.

Fa la settima vasca nella piscina vuota e beve di nuovo. Questa vasca la fa cercando di non pensare. Solo scheggie di coscienza fra una bracciata e l’altra. Mara. Karl. Eelam. 1987, l’intervento dell’India. Elefanti nei fiumi. Corpi sudati. Luci dei lampioni. Le crudeltà di un paese di smeraldo. Sri Lanka. Ceylon. Serendib. Mara. Prima volta. Karl. Acqua poco salata.

L’ottava vasca è l’ultima, poi andrà in camera a lavarsi e a cambiarsi. Ha un appuntamento con uno sconosciuto, un bel tipo, alto, abbronzato, accento irlandese, non sa nemmeno che lavoro faccia o abbia fatto, nella sua vita, forse il delegato di un’agenzia umanitaria, forse un commerciante, l’ha abbordata a colazione, come Karl, forse era seduta allo stesso tavolino, doveva fare una visita (mistero! A chi?), si è assicurato che l’avrebbe ritrovata, più tardi, le ha proposto di cenare in un ristorante poco lontano. Lei ha detto che preferiva rimanere lì, è così bello il giardino del Galle Face, e in quale altro posto puoi cenare in riva all’oceano, con la comodità della tua stanza a pochi passi? “Sì”, aveva convenuto l’uomo, come se avesse capito.

La sera si distende sul lungomare di Colombo, oltre il Green, dove un tempo gli inglesi mettevano in scena le loro parate, si distende laggiù verso i grattacieli, le “torri gemelle”, come le chiamano, e più oltre, oltre la stazione, il quartiere musulmano e i vicoli intricati, verso i villaggi turistici, le missioni, le piantagioni, le foreste. Chi è che accende le luci dei lampioni, chi pigia il magico interruttore?

Fra poco si guarderà allo specchio, metterà gli orecchini, l’anello con l’ambra, forse telefonerà a Mara prima di scendere. Era indecisa se fare questo viaggio o meno, ma ora già sa che, forse per la prima volta (è davvero la prima volta? E’ proprio possibile? Quante volte nella vita puoi avere la tua prima volta? E quanto dura, la prima volta?) lei si sentirà, a dispetto dei ricordi, e della solitudine, e di tutte le ore d’aereo per arrivare, in faccia a tutto il mondo… si sentirà magnificamente bene.

Esercizio al Bello

Sono la nostra “palestra”, un esercizio di stile ed estetica, ci formano l’occhio al Bello, ci aprono il cuore alle meraviglie che ci circondano. Sono le riviste di arredamento e di design.

Da aprire, sfgogliare, osservare e trarre ispirazione da tradurre in realtà. Personalmente raccolgo da anni riviste come AD, Ville&Casali, Case Country, VilleGiardini. Sono state la mia “Bibbia” nel restauro di Casa Campanelle. Quelle spendide immagini di interni di casali, dimore inglesi e appartamenti newyorkesi, di giardini all’italiana, di terrazze e attici verdi, di parchi e orti medievali, sono state ispirazione e guida nelle mie scelte. Pavimenti, mobili, oggetti, tessuti, piante, anche semplici dettagli, ma soprattutto il “sentiment”, l’atmosfera e il gusto che ogni singola immagine sa comunicare della Bellezza.

Oggi in edicola ho trovato un VilleGiardini completamente rinnovato.

Dal punto di vista formale: un cambio della copertina e del formato, una scelta grafica più moderna ed aggressiva, la valorizzazione delle immagini e dei prodotti, una ricerca di caratteri più consoni al nuovo abito. Più ritmo e più grinta mantenendo l’eleganza e la suggestione di sempre. Dal punto di vista dei contenuti, l’approccio di VilleGiardini è classico e contemporaneo allo stesso tempo.

Un viaggio alla riscoperta del territorio, dei tesori dell’agroalimentare, del paesaggio costruito e coltivato dall’uomo, della tradizione e dei prodotti doc. Un viaggio a 360° per aiutare a fare scelte di qualità, per abitare con tutti i comfort, per stare bene con se stessi e con la natura.

In vetrina, case piene di fascino e con un’anima, accompagnate da approfondimenti e suggerimenti sulle scelte dei proprietari (ambienti, materiali, scelte strutturali, soluzioni di arredo, arte del ricevere). Stessa strada seguita per gli spazi dedicati al verde. Il giardino si apre a spazi di informazione più approfonditi e a nuove rubriche: lo specialista che svela i segreti per scegliere le piante e mantenerle in salute, l’esperto che suggerisce gli acquisti, le novità degli arredi outdoor.

All’emozione di una casa immersa nel verde o di un giardino d’autore si unisce la sobria eleganza degli interni che riflettono la personalità di chi ci abita. Tante informazioni utili, nomi giusti, indirizzi e approfondimenti pratici.

Oggi, si stanno affermando sempre di più, un modo di vivere a tu per tu con l’ambiente e con ciò che di Bello ci offre il territorio e una nuova passione per il verde, la riscoperta della tradizione, l’eccellenza dei prodotti e dell’artigianalità.

Che non ci colgano impreparati!

Londra

 “E perché non me l’hai detto subito?”

“Perché…come facevo? Non mi conosci, ancora?”

“Evidentemente no. Anzi, adesso, proprio no, guarda, per niente. Forse non ti ho mai conosciuta.”

“Non mancarmi di rispetto.”

“Per te questo sarebbe mancare di rispetto? Tu sei fuori di testa. Ma ti ascolti quando parli?”

“E tu?”

“Io sì, certo. Ho sempre dato importanza alle parole.”

“Sempre, mai. Come fai a ragionare così? Non ti rendi conto di quanto è astratto?”

“Siamo stati separati due mesi. Due mesi dopo due anni. E l’avevamo deciso assieme.”

“Quello non c’entra. Forse sarebbe successo lo stesso, forse doveva succedere, semplicemente.”

“Come si fa a prendere le cose con questo fatalismo. Io non so, guarda, non so con chi ho a che fare.”

“Stai avendo a che fare con me.”

“Con te e il tuo fatalismo. Dici sempre le stesse cose: doveva succedere, non ho potuto farne a meno. Parli come se non potessi prendere delle decisioni, come se fossi una foglia in balia del vento.”

“Si vede che è così.”

“Che sei una foglia in balia del vento? Una banderuola, insomma.”

“Se continui su questo tono è meglio chiuderla subito. Anzi…”

“No, aspetta, adesso. Ho bisogno di capire. Penso che me lo devi.”

“Non so. Ho paura di farti…peggio.”

“Sopravviverò. Non c’è niente di peggio che immaginarle, certe cose.”

“Non so…”

“Dove l’hai conosciuto?”

“Oddio…”

“Cosa?”

“Alla Tate Modern.”

“Ah, un cultore dell’arte. Un russo culture dell’arte. Novità!”

“Va bene, basta.”

“Scusa. Va bene. Non voglio che questa cosa mi abbruttisca. Non me lo merito e non glielo voglio concedere. Ritiro tutto. Allora? Come mai lì?”

“Aveva una piccola personale.”

“Bene. Un artista. Ma eri andata apposta a vedere la sua mostra?”

“No, figurati.”

“E allora che cosa cazzo ci sei andata a fare alla Tate? Non c’eravamo stati a Pasqua?”

“Avevo accompagnato Josephine.”

“Certo, Josephine. E quando, questo? E’ stato quando mi sono ammalato? Vero?”

“No, non…”

“Quando non ti ho scritto per una settimana. Maledetta, maledetta Nigeria, maledetta.”

“Cosa c’entra.”

“Maledetta quella volta che ho accettato. Ma era per due mesi, uno dice, guarda, ti pagano bene, metti via qualcosa per regalare una bella vacanza alla tua donna, cosa vuoi che siano due mesi, anche se è in Nigeria, due mesi dopo due anni, si possono sopportare, ci si scrive, ci sono le mail, cosa sono due fottuti mesi separati.”

“Non dire così. Mi fai sentire ancora peggio.”

“Guarda, non posso preoccuparmi del tuo, di male adesso, devo pensare al mio, di male, anzi, a quello che tu hai fatto a me.”

“Non ho mai voluto farti del male, lo sai. Mi conosci. Anche se dici di no.”

“Alla Tate. Maledetta…”

“Cos’è che hai detto?”

“Non tu, la Tate. La Tate, cazzo. E quante volte vi siete visti?”

“Non chiedermelo. Sai già tutto, ti ho detto tutto.”

“Non so ancora quasi niente.”

“Sai tutto quello che è importante sapere.”

“Quante? Lo voglio sapere, prima…prima di…”

“Non so quante, tutti i giorni, va bene, adesso, sei contento?”

“Tutti i giorni. Un artista, certo. Ne ha di tempo da buttare. E non alla Tate, immagino.”

“No. Non sempre.”

“Anche dove?”

“A volte in giro, a volte a casa sua.”

“Ricco, immagino. Sono strapieni di soldi, ormai.”

“Ma no.”

“Dove abita?”

“Questo non te lo voglio dire.”

“Non lo andrò a cercare, stupida, non so neanche come si chiama. Ma voglio sapere dove.”

“A cosa ti serve?”

“Non…insomma, rispondi e basta!”

“A Brixton. Sei contento? Brixton. Dimmi adesso cosa ti cambia.”

Lui sta zitto. Ha la bocca asciutta anche se ha appena finito la sua pinta. Guarda l’andirivieni dei passanti, sul marciapiede, oltre la vetrina, oltre la scritta del pub incisa sul vetro. Fuori è Queensway, le rosticcerie, i negozi di souvernir, il ristorante cinese, quello libanese, la farmacia, tutta la vita che pulsa incessante nel cuore della metropoli. In questo momento, sotto al cielo azzurro camicia, sono solo un puntino nell’immensa mappa di Londra, meno di un puntino. Vorrebbe crederci davvero, vorrebbe essere fatalista a sua volta, vorrebbe relativizzare ciò che ha appena sentito, far sì che non sia importante. Una cosa che ci si può buttare alle spalle. A patto che i Tornado radano al suolo Brixton.

Si alza, paga, esce senza una parola. Lei non lo segue, lo lascia andare. Un po’ ne è sollevato. Un po’ gli dispiace.

 

“Abbiamo perduto l’idea di bellezza”

«Guardatevi intorno e cercate con gli occhi, ovunque siate, gli edifici che hanno più di mezzo secolo: è difficile trovarne uno davvero brutto. Poi fate il contrario: cercate con gli occhi, ovunque siate, gli edifici che hanno meno di una cinquantina di anni: è difficile trovarne uno davvero bello».
Salvatore Settis lo ripete in ogni conferenza. Ed è sul serio così. L’idea del «bello», che era quasi «incorporata» nei nostri nonni, si è andata via via perdendo. Peggio, è stata smontata pezzo su un pezzo.
Certo, il disprezzo per il passato non è una novità assoluta. Basti rileggere qualche passaggio della lettera del 1519 di Raffaello (scritta insieme con Baldassarre Castiglione) a papa Leone X. Dove il pittore lamenta il «grandissimo dolore, vedendo quasi il cadavere di quella nobil patria, che è stata regina del mondo, così miseramente lacerato». E accusa: «Ma perché ci doleremo noi de’ Goti, Vandali e d’altri tali perfidi nemici, se quelli li quali come padri e tutori dovevano difender queste povere reliquie di Roma, essi medesimi hanno lungamente atteso a distruggerle?».
Ma se allora saccheggiare una villa romana o storpiare un paesaggio era frutto solo di analfabetismo, oggi c’è qualcosa di più. Lo sostiene nel libro Non possiamo tacere, scritto insieme con Chiara Santomiero e sottotitolato «Le parole e la bellezza per vincere la mafia», monsignor Giancarlo Bregantini, già vescovo di Locri: «Il primo aspetto che si nota arrivando in Calabria, ad esempio, è il disordine edilizio. Ti accorgi della mancanza di un piano regolatore, delle spiagge non curate: la bellezza della natura fa risaltare ancor più l’incuria dell’uomo».
«La disarmonia tra ciò che Dio ha fatto e ciò che l’uomo non è stato in grado di custodire», prosegue il vescovo, «colpisce in molte zone del Sud, specie della Calabria e della Sicilia. È la dimostrazione di un blocco, di un ostacolo. È come se la bruttezza dei luoghi esprimesse tragicamente quel desiderio di violazione che c’è nel cuore del mafioso. E, infatti, i paesi più brutti e trascurati sono quelli segnati dalla mafia. La trascuratezza diffusa diventa, allora, il primo punto su cui far leva per opporsi alla intimidazione, alla violenza».
Fare la guerra al «brutto» vuol dire fare insieme la guerra al degrado, allo spappolamento dell’armonia sociale, al disagio, alla piccola criminalità, allo sfruttamento della prostituzione, allo spaccio, alla mafia. Per questo, davanti alla bruttezza di certi quartieri di periferia, come a Roma il Corviale (due palazzi di cemento armato lunghi un chilometro per un totale di 1.200 appartamenti) o a Napoli le Vele di Scampia, massicciamente presidiate dalla camorra, bisognerebbe riproporre, a rovescio, le targhe d’onore. E apporre sugli edifici più orrendi delle placche belle grandi: «Questo edificio è stato progettato dall’architetto Tizio Caio». Magari con un sottotitolo: «Il quale architetto si è ben guardato dal venirci a vivere…».

Gian Antonio Stella (Corriere della Sera)

Atene

Nella sua mente di bambina la città le era rimasta impressa per gli odori, due in particolare: quello del mare e quello del mercato coperto. Le avevano detto che aveva cinque anni; Atene era stata una tappa lungo la rotta per le isole, che li aveva portati su su, di porto in porto, attraverso l’Egeo, fino a Patmos, l’isola dove a San Giovanni era stata rivelata L’Apocalisse.

Adesso il padre era morto e lei era in vacanza con la madre, una signora anziana con un bel taglio di capelli, le braccia nude. “Vacanza”, che parola strana per una situazione del genere, continuava a ripetere, tra sé.

Subito dopo averle proposto quel breve viaggio si era pentita, ma ormai era tardi: la madre, pur schermendosi, come si usa, aveva accettato di buon grado. Per settimane si era chiesta che cosa avrebbero fatto, assieme; certo, lei aveva la scusa della sua ricerca, dei documenti che doveva raccogliere, delle persone che doveva incontrare all’università e in un paio di musei. Mentalmente si era già preparata una via di fuga. Certe mattine avrebbe lasciato la madre da sola, l’avrebbe lasciata libera, come le aveva detto, usando fino in fondo le possibilità offerte dal linguaggio a chi si sente in imbarazzo. Si era angosciata sia per il tempo che avrebbero trascorso assieme, sia per quello che avrebbero trascorso separate, sia per quello che lei decisamente non avrebbe avuto per stare dietro a tutte le sue altre cose, cose che non potevano aspettare ancora, era già molto in ritardo.

Ma non se l’era sentita di prendere camere separate; erano scese in un albergo vicino a piazza Syntagma, più costoso di quelli in cui di solito dormiva quando viaggiava per lavoro.

Durante il volo, e poi in albergo, la madre le aveva svelato alcuni dei piccoli dettagli della sua vita, che lei ignorava. Gli appuntamenti ad ore fisse con le medicine, il suo pudore nel mostrare certe parti del corpo, la sua passione per un vecchio paio di ciabatte comode, il suo desidero un poco ossessivo di “non voler essere d’intralcio”. Pochi minuti dopo aver messo piede nella stanza, ad esempio, e nonostante la stanchezza, aveva insistito per uscire “a prendere un po’ d’aria”. Non aveva voluto che l’accompagnasse, anzi, l’aveva quasi pregata del contrario. L’aveva trovata poco dopo al tavolino di un caffè, dall’altra parte della piazza, sotto un ombrellone che la riparava dal sole ancora forte. Se ne stava seduta da sola, guardando il traffico che scorreva davanti a sé.

Una stretta al cuore. L’impossibilità di manifestare i propri sentimenti, che aveva contrassegnato gran parte delle loro esistenze.

Ora stavano aspettando la cena che avevano ordinato, seduti ad un tavolino all’aperto di un ristorante sotto l’Acropoli. La stagione turistica era appena cominciata. Agli altri tavoli sedevano coppie tedesche di mezza età e famiglie greche. In quelle sere di giugno, così cariche di aspettative, Atene era perfetta.

“Domani vedrai il Partenone”, le disse, per rompere il silenzio che era calato fra loro.

La madre si riscosse. “Tu non te lo ricorderai, ma una volta siamo andati, con tuo padre, al British museum di Londra. Avevamo visto il fregio del Partenone, e anche una delle Cariatidi dell’Eretteo che Lord Elgin aveva portato in Inghilterra.”

“Quando è stato? Prima che venissimo in vacanza qui, vero?”

“Sì, eri molto molto piccola.”

“Quella volta del gatto?”

“Sì”, sorrise la madre, cosa che le fece piacere, evidentemente le aveva risvegliato un ricordo caro, un ricordo che non le apparteneva, quella storia lei non se la ricordava affatto, la conosceva solo perché ne aveva sentito parlare spesso dai genitori, sempre con quel tono tenero e divertito. La storia del gatto.

Sua madre stava lì. Con le mani in grembo, gli occhiali sul naso, i capelli bianchi, sottili. Identica ad una delle anziane signore di Monaco di Baviera che passeggiavano per strada o che sorseggiavano un Ouzo allungato con dell’acqua ai tavolini dei bar. Stava lì, sapendo cose di lei che lei stessa ignorava. Era questo il mistero profondo, lo sapeva bene, solo, cercava di non pensarci troppo spesso. Essere figli significava ignorare per sempre delle cose di sé, cose che i genitori invece conoscevano, perché le avevano vissute di persona, perché ne erano stati parte. Significava anche la lenta, spesso indesiderata assunzione di responsabilità che si accompagna all’arrivo dell’età adulta. Ci si è appena sbarazzati delle responsabilità proprie dell’essere dei ragazzi, delle persone incompiute – costruirsi una vita, non perdere la retta via, non deludere le aspettative – ed ecco che ci si ritrova di nuovo gravati di pesanti responsabilità, ma stavolta le parti sono invertite, stavolta sono loro, i genitori divenuti anziani, ad essere un poco incompiuti, un poco privi di peso, un poco irresponsabili. Persone a cui “stare dietro”.

“Ti porterò in quel negozio di stoffe”, le disse. La madre amava le stoffe, conosceva la lunga, affascinante storia dei tessuti, le rotte che avevano tracciato sulle carte geografiche del mondo, i cambiamenti che avevano prodotto nelle persone e nelle economie dei paesi.

La madre stavolta non sorrise, né disse nulla. Pensò di lasciarla così, di lasciarle respirare quell’aria calda, quel profumo di gelsomini. Forse stava pregustando la cena, le persone in là con gli anni sanno apprezzare queste piccole cose, non come lei, che mangiava sempre di corsa, senza gioia. Teneva le sue ciabatte comode della borsetta, buone per ogni evenienza. Ma probabilmente, per non mettere in imbarazzo la figlia, le avrebbe lasciate lì dentro.

Pensò che rimanevano ancora due giorni, e che si sarebbe sforzata di farglieli passare bene. Che avrebbe annullato un paio di appuntamenti, che avrebbe fatto il possibile, almeno, per recuperare, per tirare fuori il meglio da quella parentesi nelle loro vite, anche se il tempo era poco, sì, il tempo è sempre più scarso, sempre più scarso per tutto e per tutti, specie per le persone a cui si vuole bene. Specie di questi tempi.

 

Quanto vi invidiamo (e copiamo) donne siciliane!

Bianca Balti interpreta per Dolce & Gabbana

l’immagine di donna siciliana a cui noi donne del mondo aneliamo.

Una donna forte

madre

moglie

ma soprattutto 

una DONNA FEMMINILE.

Solo ispirazioni, forse…

Parigi

Da questa stanza potremmo neanche uscire, oggi. Lo sai tu, mon cher, e lo so anch’io. Ma uscire dovremo, perché come si fa a dire di no ad una città così?

C’è il Marais con le sue infinite seduzioni, la Senna e il Beaubourg, quell’incubo coraggioso. Musei e passaggi, viali e anfratti.

“Cos’è il genio?”, mi hai detto ieri. Una domanda retorica, avevi già la risposta in tasca. Colui che fa qualcosa di inaspettato. Qualcosa come costruire un museo che sembra un ammasso di tubi, o un aeroporto in mezzo al mare.

Poi abbiamo fatto l’amore e me ne sono dimenticata, ma ci sono tornata sopra dopo. Il genio è questo, essenzialmente, hai ragione: coraggio e capacità di spiazzare. Se è così, allora tu sei per me un genio dell’amore.

Non sono mai stata abbordata così, vorrei lo sapessi, prima o poi. In un bar, in un supermercato, un cimitero, sì. Via internet, no. Via internet da uno che sparirà fra tre giorni, uno che è qui di passaggio, per un convegno, uno dei milioni di congressisti e politici e professori e manager e attori e registi e scienziati che vengono a Parigi per partecipare a qualcosa, presentare qualcosa, relazionare su qualcosa, mai e poi mai. Eppure, ci siamo trovati alla stessa ora, nello stesso sito, con la stessa, medesima insoddisfazione. Vorrà pure dire qualcosa.

Vorrà dire ad esempio che sono sensibile alle parole? Di certo, il francese lo conosci bene. Dopo tre quarti d’ora avevo già deciso che ti avrei incontrato, io, che non accetto ma inviti dagli sconosciuti, ne ho già abbastanza di quelli dei “conosciuti”.

Dico: ma non potevi rimorchiare una studentessa? O una di quelle giornaliste giovani che i giornali spediscono a seguire il genere di eventi in cui parli tu? Non potevi farti recapitare in camera una professionista? Ti han detto nulla mentre registravano la tua carta di credito, al bancone?

Possibile fossi così solo mon cher? O ti intriga l’appuntamento al buio? Il messaggio lanciato attraverso la fibra ottica, il messaggio nella bottiglia affidato ad un annuncio su una bacheca elettronica? Sia come sia, mi hai pescata. Fra i milioni di parigini connessi, c’ero io. Mi hai descritto le tue mani e il panorama oltre i vetri. La natura dei tuoi interessi e il tuo dolore nascosto dietro ai vestiti di buona fattura, alle cravatte e ai gemelli ai polsi.

E adesso sono qui, con te, in questa camera d’albergo. Fra poco avrai finito di fare la doccia e usciremo. Mi sforzerò di mostrarti qualcosa di autenticamente parigino, in questa città così aperta, svelata, che si offre a tutti senza nascondere nulla. Mi sforzerò di mostrarti qualcosa che non conosci, qualcosa che si suppone i residenti debbano sapere, l’intima essenza, il distillato, il boccone in fondo alla forchetta.

M’inventerò, per te, e solo per te, uno scorcio, un quadro, un crocicchio, un negozio d’antiquario. La conosci la strada dov’è ambientato “Ultimo tango a Parigi?”. Lo conosci quel ristorante in Rue du Temple? La casa di Victor Hugo? La tomba di Jim Morrison? Il Select? Il pendolo di Foucault? La moschea?

Ma alla fin fine, penserò tutto il tempo a quando torneremo qui, fra queste lenzuola. Vedremo il sole tramontare dietro il profilo delle case. I piccioni alzarsi in volo. Ti lascerò in pace finché sistemi i tuoi appunti. Guarderò l’ultima guerra in corso su qualche canale tv.

Berremo troppo, a te piace bere e bere bene, mi sembra evidente. Sogneremo la cena. Le ostriche, forse, o la cucina del Maghreb. Ci toglieremo i vestiti di dosso.

Di nuovo qui, fra queste pareti, il traffico del tardo pomeriggio fuori dalla finestra, passi sulle scale, voci dalle altre stanze, da ogni angolo di questo labirinto di corridoi e carte da parati e quadri e vasi e fiori e vassoi e tappeti. E spasmi. E sussurri.

Nella penombra del tardo pomeriggio, come in un sogno dentro a un sogno, oltre ogni strepito e ogni clangore e ogni squillo di tromba e ogni grondaia che cola, e ogni pietra e ogni ardito profilo e ogni nuvola e e ogni sciabordio della Senna, e ogni mazzo di fiori e ogni bullone e ogni vetrina e ogni luce che si accende, a contrastare l’avanzata inesorabile della notte, sul lato oscuro delle nostre vite, senza passato né futuro, noi ci ameremo di nuovo.

 

Dialogo tra anime, la missione dell’arte

“Per ridare alla nostra umanità disorientata qualche segno di speranza, bisogna andare ben al di là di un dialogo delle culture e delle credenze, verso un dialogo delle anime; tale è, in questo inizio del XXI secolo, la missione insostituibile dell’arte”.

E’ la dichiarazione d’intenti dello scrittore libanese Amin Maalouf inserita nell’introduzione al nuovo libro-cd Mare Nostrum (Alia Vox/Jupiter) di Jordi Savall. Come un moderno Ulisse musicale, in due dischi e in un elegante volume di 460 pagine, il maestro catalano parte alla volta delle grandi civiltà nate e fiorite lungo le coste del Mar Mediterraneo e guida i fidi compagni di viaggio dell’ensemble Hesperion XXI alla scoperta di antichi repertori medievali e delle tradizioni orali sefardite, berbere, greche, arabe, ebraiche e spagnole.

Seducente, come il richiamo delle Sirene. Da seguire, per perdersi.

ds ispirata da MFGentleman

Rio

Luíz era lì ad aspettarci, all’aeroporto, come ci aveva detto. Magro, avvizzito, sorridente, con una buffa cravatta colorata che gli pendeva dal collo. Luíz il vagabondo, il poeta, il seduttore supremo, per la prima volta dimostrava molto, ma molto di più della sua vera età.

Ci siamo abbracciati. Ci siamo accertati di essere ancora, tutti e tre, tutti interi. Ha pronunciato la battuta che nei prossimi mesi sentirò mille volte, che andare in Brasile con la propria fidanzata è come andare all’Oktoberfest portandosi dietro una lattina di birra. Poi ha preso Silvia sottobraccio. “Sto scherzando”, ha sorriso, come faceva sempre.

E adesso via, ogni minuto è prezioso. Dobbiamo respirare l’aria di Rio a bocca aperta, coglierne il sapore, l’odore, la temperatura, il tasso di umidità, tutti i particolari che ci serviranno nel ricordo.

Attraversiamo la metropoli in taxi, gli passiamo le medicine comprate in Italia prima di partire. I quartieri intorno all’aeroporto sono già invasi dalla notte, poi la laguna, le gallerie che si aprono un varco fiducioso fra le montagne a strapiombo sulle spiagge, arterie artificiali in cui scorre traffico alimentato da motori ad alcol, entra da nord, esplode a sud dietro il Pan di Zucchero, schizziamo a Copacabana, i nostri occhi provinciali spalancati su famiglie beach volley gas di scarico Rio Othon Palace…Rio Othon, il grande hotel in cemento armato con la terrazza panoramica all’ultimo piano!

“Siamo arrivati”, dice Luíz, aprendo energicamente la portiera. Proprio di fianco all’hotel, in una palazzina, c’è l’appartamento di Manuel, che ci ospiterà durante queste prime giornate di ambientamento. Manuel è un amico del nostro amico. Molti anni prima è sceso anche lui dalla montagna, per fare fortuna. Non è andato all’estero, però. È rimasto a combattere nella grande città. Oggi è ricco, ha un’agenzia immobiliare, un soggiorno affacciato sul lungomare, una motocicletta e una domestica giovane e graziosa. Quando esce per andare al lavoro la domestica s’impossessa della casa, accende la televisione e dispone sul tavolo i suoi smalti per le unghie. Passa i pomeriggi al telefono, aspettando che lo smalto si asciughi, per poi toglierlo con l’acetone e ricominciare. Fa sfilare nella luce in penombra i protagonisti delle telenovelas, e si dice che lei, ragazza povera, vive già in una telenovela.

Manuel è un uomo pesante, taciturno. Un anno fa si è separato dalla moglie. “Lei non riusciva a sopportare i suoi silenzi”, ci ha detto Luíz.

Senza una parola ci mostra la camera degli ospiti.

Ma non è ancora ora di dormire, anche se siamo stanchi per il viaggio. Vogliamo vedere qualcosa, prima, vogliamo sentirci di nuovo una cosa sola, come in Italia, prima della sua improvvisa sparizione, quando passavamo notti insonni a fare progetti, bevendo vino rosso, discutendo di moda, politica, psicologia, musica, sesso, chiamando vita e altra vita, senza averne mai abbastanza. Lui era il nostro supertramp: più vecchio di noi, più pieno di esperienza, ci aveva travolti entrambi, con la sua vitalità, la sua passione. Luíz il genio e la sregolatezza, sempre a caccia, sempre alle prese con un nuovo amore, un nuovo lavoro, un nuovo libro, un biglietto in tasca per partire. Un odore di mare e di foresta, nei suoi vestiti. E noi, chi eravamo, ai suoi occhi? Aveva dormito a casa nostra, avevamo visto sorgere il mattino sulle campagne. Avevamo fatto e pensato cose che non avremmo confessato ai nostri migliori amici. Avevamo attraversato assieme quei prati e guadato quelle paludi, senza pentirci, senza voltarci indietro. Aveva lasciato alle sue spalle un vuoto spaventoso. Un silenzio di complicità e nostalgia, nella casa, in ognuna delle stanze che aveva visitato, dov’erano rimaste delle impronte.

Copacabana è invitante come un sogno infantile, si sdraia spudorata sul fronte di quest’estate americana. Coppie prendono il fresco sul passeggio lastricato, uomini e donne di tutte le età che si abbracciano, fanno jogging, oppure pedalano con il contatore dei battiti cardiaci legato ad un braccio. Culto del corpo, magliette attillate, gambe, pance, mani, braccia, nessuno fuma, nessuno fa caso alla giostra del traffico incessante.

Beviamo un cocco, quando il succo è finito il venditore lo fa in quattro con il machete. Luíz ci insegna a scavare la polpa con un pezzo di scorza.

Il camion della nettezza urbana frena davanti a noi. I netturbini smontano cantando gli ultimi successi della musica bahiana.

Un bambino ci chiede un real, un soldo, Luíz fa lo gnorri: “Non capisco”.

“Perché? – chiede il bambino – Da dove vieni?”.

“Dal Giappone”. Il bambino ride dello scherzo, si siede in braccio a Silvia, accetta una caramella.

“Non hai paura?” vorrei avere il coraggio di domandargli. Sappiamo tutti e tre il significato di questo nostro incontro.

È prossimo al confine più misterioso, e tutti gli altri al suo confronto sono nulla. Ma quando parla, quando arriva la sua voce, ben presto ci abituiamo di nuovo a lui, non pensiamo più al motivo per cui è tornato in Brasile, un anno fa, senza dire nulla, salvo poi a scriverci, una lunga lettera piena di humor e rimpianto, pregandoci di raggiungerlo il prima possibile, che non ci preoccupassimo dei soldi, avrebbe arrangiato tutto lui, “quello che conta è stare un po’ assieme”.

Tropico che sorridi, anche delle disgrazie, le onde si frangono alle nostre spalle, contro la spiaggia illuminata a giorno dai riflettori, e noi ci chiediamo cosa mai avrà spinto questo oceano a scegliere questa riva.

 

A-Secret, libri unici dedicati a tutti i sensi

Libri tessili, a tiratura limitata, dove ogni esemplare è un pezzo unico made with care, dove tutto è pensato, fotografato, scelto, assemblato e cucito a mano con tecniche di alta sartoria.

Contenitori di fotografie, pensieri e parole, oggetti, immagini, suoni e ricordi da cui emergono, oltre la straordinaria manualità dell’autore, anche il suo carattere da globetrotter e la lunga ricerca antropologica da lui condotta in ogni parte del mondo per cogliere attraverso la fotografia, l’anima segreta della gente e il vero genius loci dei luoghi visitati. Una serie di volumi monotematici dedicati a città, architetture, viaggi e artisti, distribuiti in spazi esclusivi come librerie internazionali e gallerie d’arte.

Stiamo parlando di A-SECRET di Enrico Frignani,  fotografo torinese di moda e pubblicità e responsabile creativo ed editoriale della rivista Neo-Head, un magazine di lifestyle, che non è solo lettura e sguardo, ma anche tridimensionalità di ogni oggetto. La filosofia è la stessa, cara a Frignani: allargare l’esperienza coinvolgendo tutti i sensi. Scrivere di qualcosa, ma anche far vedere e toccare qualcosa. Ogni singolo numero della rivista è differente da un altro. Dentro è possibile trovare cose raccolte in varie città del mondo, opere appositamente realizzate da artisti ed oggetti messi a disposizione dalle varie aziende che desiderano parteciparvi.

E per trasformare le esperienze e i sogni in pagine da sfogliare e collezionare, Enrico Frignani offre la propria regia e la propria raffinata manualità, per creare volumi unici personalizzati, anche con foto non sue.

Trova Enrico Frignani su Facebook e su neoheadmag@yhaoo.it

TESTO – ds ispirata da Elle Decor

FOTOGRAFIE – da myspace.com

Istanbul

“Istanbul, è quello il mio luogo dell’anima. Ho fatto tutto da sola. Ho salutato, ho detto ciao e sono partita. Mi sono ammirata ben bene, da fuori, quando sono salita sull’aereo. Ed ero felice di quel che vedevo.”

Me l’immagino. La borsa a tracolla, le lunghe gambe fasciate dai jeans, il giubbino di pelle, a mostrarsi ancora più dura di quello che è veramente, in faccia a quell’idiota che stava mollando e al resto del mondo. E basta.

“E poi? Cos’è successo?”

“Mah, niente di speciale, in verità.”

“Hai appena detto…”

“Che è il mio luogo dell’anima? Sì, ho parlato di anima, infatti. Per me le cose importanti sono anche quelle che accadono dentro, ad un livello emotivo. Non devo avere fatto per forza chissà che cosa. A volte le avventure più grandi succedono qui – si tocca il petto con l’indice – ma anche qui”, e si tocca una tempia.

Ho i miei dubbi. Comunque, le chiedo di raccontare.

“Intanto, ho preso una stanza al Pera Palace Hotel, senza sapere che lo stavano ristrutturando, per la verità. Sai, mi è sempre piaciuta Agatha Christie. Mi verseresti ancora un po’ di spumante?”

Mi alzo, le verso il Ferrari. Ne verso un po’ anche a me. Fuori il cielo si sta rabbuiando. Passare un intero pomeriggio a letto è un lusso, di questi tempi.

“Hai fatto la turista, insomma.”

“Sì. La mattina prendevo il taxi e gli chiedevo di portarmi in giro. Santa Sofia, la moschea blu, Topkapi… Il taxista era molto simpatico.”

“Ci ha provato?”

Sorride. Chi non ci proverebbe, con lei?

“Ma no. Una sera però gli ho chiesto di portarmi a cena fuori, ero stufa di cenare all’hotel.”

“Che coraggio.”

“Era un bel ragazzo, molto giovane. Parlava bene l’inglese. Ho capito solo il secondo giorno che era curdo. Si era anche iscritto all’università, ma diceva che non riusciva a frequentare.”

“Dove ti ha portata?”

“Prima, in una tipica trappola per turisti. Poi, si dev’essere un po’ vergognato. Ormai doveva avere capito che tipo ero. Così siamo andati a Bebek, dalla parte europea del Bosforo. Una specie di ristorante postmoderno, molto carino. Diceva di volermi mostrare la Istanbul di oggi. Dopocena abbiamo fatto un lungo gito in macchina, mi ha fatto vedere l’università, la nuova biblioteca…”

Beve un sorso di spumante, poi posa nuovamente la testa sul cuscino, i suoi capelli biondi si spandono sul bordeaux della federa.

“Abbiamo passato questo ponte lunghissimo, lanciato fra una riva e l’altra, sai? Uno spettacolo, regge il confronto con il Golden Gate.”

“E poi?”

“Poi ha voluto mostrarmi il quartiere dove viveva.”

“Ti ha portato a casa sua?”

“Certo che no. Viveva con i genitori e un sacco di fratelli. Mi ha mostrato qualcosa di più prezioso…”

“Cioè?”

“Era il suo segreto.”

“Insomma, cosa?”

“La teneva in una rimessa per barche, sul fiume. Era veramente in pessime condizioni, forse anche per via dell’umidità. Ma insomma, era una vera Bentley.”

“Una Bentley?”

“Sì. Non si è spiegato bene, è stato vago… Ha detto che era un regalo di una vecchia coppia di inglesi, eccentrici, che si erano trasferiti ad Istanbul qualche anno prima. Lui se ne era preso cura, sembra sia stato un po’ il loro giardiniere, un po’ il loro tuttofare, anche un po’ il badante. Insomma, la moglie gli avrebbe lasciato l’auto, quando il marito è morto e lei ha deciso di tornarsene in Inghilterra.”

“Mmh… Forse erano dei simpatizzanti della causa curda.”

“Su questo non si è mai scoperto. Non parlavamo di politica.”

“Immagino.”

“Mi ha fatto salire, al posto di guida. Però non andava in moto. Così mi ha detto. Che ci stavano lavorando, lui e i suoi fratelli. Ma la macchina comunque era sua, solo sua. Eventualmente gliel’avrebbe prestata, qualche volta. Si capisce. Attorno a quella macchina ruotava tutto il suo mondo, o quasi. Il suo passaporto per la felicità.”

“E poi?”

Il silenzio dura qualche istante. Cosa sta passando per la sua testa? La porta della rimessa, socchiusa sul mistero della notte. Il buio, l’odore di umidità, il motore di una barca, lontano, lo sciabolare di una luce su vecchie pietre. E il sedile posteriore della Bentley.

“Niente. Aveva una bottiglia di Raki, me ne ha versato un po’. Abbiamo parlato. Dopo mi ha riaccompagnata in albergo. Cosa pensavi?”

Ride, si gira verso di me, mi bacia.

Ma no, non basta, ormai. Cos’altro? Cosa non mi sta dicendo? La gelosia è talmente out, specie con questo tipo di donna. Un sintomo inaccettabile di insicurezza. Ma non posso fare a meno di proseguire il suo racconto, con la fantasia. Il sedile della Bentley, la pelle sulla pelle, una sera di aprile, sul Bosforo. Il calore dell’alcol che si diffonde nel corpo, il sapore dell’anice sulle labbra. Un giovane arrivato lì dall’Anatolia, intraprendente, desideroso di emergere. Forse un membro della resistenza, che addesca le turiste perché, non si sa mai, può sempre tornare utile avere un punto d’appoggio in Germania, in Olanda o in Italia. Tutto è possibile, dove due continenti si toccano.

O l’avrà fatto salire nella sua camera? Ne avrebbe avuto il coraggio, sicuro. Agatha Christie dormiva nella 411, ci scrisse Assassinio sull’Orient Express, forse si nascose lì dentro, nel 1926, durante la sua famosa “scomparsa” di dieci giorni, dopo essere uscita dalla sua casa nel Berkshire.

Pera Palace: un nome, un invito alla seduzione.

E perché, Istanbul no? E Bisanzio? Costantinopoli? Fanno venire un brivido solo a pronunciarli. Il suo luogo dell’anima. Perché le ho chiesto di raccontarmi? Ancora non mi conosceva, aveva appena mollato l’idiota. E comunque, ciò che è stato è stato, no?

Si gira di nuovo. Mi dà la schiena, adesso. Dice che vuole dormire un po’. Il brontolio del tuono, fuori, il primo temporale di primavera.

Istanbul dev’essere magnifica. In quanto a me, però, ho paura che non riuscirò mai a farmela piacere, maledizione. Adesso che so anche quello che non so.

Leggero, puro, dolce velo bianco

Per chi è alla ricerca di espressioni raffinate dei propri pensieri, allontanando ciò che è volgare e volgendo verso l’ideale di gesti nobili, potrebbe risultare utile “educare” la vista e l’animo al gusto del Bello.

Fotografia e poesia. Metafore e simbolismi, il piacere e il peccato.

Così, prendendo come guida il Divin viaggio dantesco, dapprima abbiamo assaggiato il “Dolce Stil Life” con le immagini di arte dolciaria realizzate dal fotografo bolognese di food e still life Alessandro Guerani, accompagnate da alcuni dei più bei passi del V Canto dell’Inferno; in una seconda tappa, abbiamo gustato le immagini di ricette a base di carne, realizzate sempre da Guerani, abbinate ad alcuni starordinari passi del V Canto del Purgatorio.

Dulcis in fundo, eccoci nel III Canto del Divin Paradiso dove godremo delle immagini di Guerani accomunate dalla leggerezza, dalla purezza e dalla dolcezza di una spolverata di zucchero a velo.

Abbinamenti sicuramente inediti, quantomeno da provare. Con immancabile ironia.

  

Quel sol che pria d’amor mi scaldò ‘l petto,
di bella verità m’avea scoverto,
provando e riprovando, il dolce aspetto;

  e io, per confessar corretto e certo
me stesso, tanto quanto si convenne
leva’ il capo a proferer più erto;

ma visïone apparve che ritenne
a sé me tanto stretto, per vedersi,
che di mia confession non mi sovvenne.

(prego, continui a leggere sotto)

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Bath

Non tanto strano incontrarti qui, mentre guardi dubbiosa una bottiglia di Pinot nero, ho sempre pensato che se si fosse avverata la tua previsione – “un giorno ci imbatteremo per caso l’uno nell’altra, in una città straniera” – sarebbe stato in un luogo improbabile come questo, un supermercato.

Ho esitato un attimo prima di sfiorarti la spalla e dirti “Ciao”. Per un attimo, ho pensato di girare sui tacchi e sparire. Ho anche pensato che nel momento stesso in cui ti fossi voltata, e mi avessi guardato negli occhi, mi sarei trasformato in una statua di sale, e poi l’uomo che ti stava al fianco avrebbe avuto buon gioco nello sbriciolarmi la mano stringendola con una delle sue, pelose.

Insomma sei tu. Qui a Bath, questo gioiellino del Somerset, “la Firenze dell’Inghilterra”, la chiamano. Sei tu che sgrani gli occhi e mi abbracci, che sai di Chanel (una volta non usavi profumi, solo creme e saponi), sei tu più alta di me, ora come allora, ma meno alta di lui, un indiano, a prima vista. Tante cose potevo immaginare tranne che finissi sposata con un dentista, non ti piacevano gli scrittori?

“Cosa stai comprando?”, mi chiedi, quando riemergi dallo stupore. Tipico di te non chiedermi cosa ci faccio proprio a Bath, ma indicare la schiuma da barba che tengo in mano.

“Non ho ancora imparato a non farmela sequestrare al ceck-in”, rido. E ride anche lui, mentre un bambino spunta da dietro uno scaffale e gli abbraccia un fianco.

“Questo è Mick”, dici, accarezzandogli i capelli. E noto tre cose contemporaneamente: che il tuo gesto è poco fluido, in un attimo decido che sei diventata madre ma non mamma; che ha suppergiù cinque anni, noi non ci vediamo da sette, lo so benissimo perché li ho contati, quasi ogni giorno; che evidentemente, dovendo mediare fra Asia e Italia avete optato per un nome inglese (ma forse il tuo uomo in realtà è tanto inglese quanto il principe Carlo, chi lo sa, lo voglio sapere?).

“Bene, che ne dite se ci spostiamo…fuori?”.

La sua proposta sembra innocente, dettata dalla volontà di compiacere questa splendida moglie sottile. Allora andiamo, galleggiamo fuori dal Tesco, nel freddo di febbraio, senza il Pinot, la strada scende verso la cattedrale e i resti delle terme romane, ma non arriviamo fin laggiù, piegate a destra, l’ingresso di un centro commerciale, ecco, siamo di nuovo dentro a qualcosa, anche se io non mi sento più dentro a niente.

Saliamo al secondo piano, sediamo al tavolino di un caffè. Ci togliamo cappotti e giacche a vento, al bambino sfili la sciarpa dal collo, quando hai finito schizza via verso la vetrina di un negozio di giocattoli, neanche l’avessi caricato a molla. Ci ripresentiamo, con più calma, stavolta.

“…fare delle foto”, balbetto, in un inglese che è sempre stato improbabile, in bocca mia.

“Are you a photographer?”, chiede, volonteroso. Anche tu ora mi guardi con curiosità. Ma no, macché, sono sempre il solito funzionario pubblico, è solo un hobby, sì, ho fatto due libri, ma è solo un hobby, il terzo parlerà di bagni, di terme, di acque calde, per cui eccomi in Uk, ho preso una settimana di ferie, sono volato in Scozia e da lì a qui, ma com’è che sei sempre tanto bella?

La sera che due comete si sono intrecciate, nel cielo, sopra le Alpi, hanno fatto una ics, eravamo in quel rifugio, anche allora stavi con qualcuno, non sei mai stata mia, te lo ricordi? Un mattino che ti ho fotografata mentre ti asciugavi i capelli col phon. Un pomeriggio di primavera, finito con uno scroscio improvviso sopra la nostra città, acqua dappertutto, ma noi eravamo dentro, eravamo all’asciutto, sotto una coperta, acqua grondava dal tetto sul terrazzo, fuori.

“Così alla fine abbiamo deciso di fermarci qui”.

Il tuo racconto è finito. Sorridi. Denti perfetti, ecco un vantaggio. Bevo ancora un sorso di the. Hai parlato di uno stage, di un incontro a teatro, di un andare e venire di aerei, della decisione finale, condivisa anche da tuo padre, nel frattempo rimasto vedovo, che però sta bene e viene a trovarti una o due volte all’anno, nella città di Jane Austen, quando non “scendi” tu.

La luce si frange sul rosone della vetrata.

“Era la mia ultima tappa – rispondo, dopo una pausa durata un’eternità – . Domani torno in Italia”.

“Allora ceniamo assieme”, propone, di slancio. “Assolutamente”, aggiungi tu. Mi tocchi il dorso della mano. Accenna a un ristorante indiano, vicino al Pulteney Bridge, il migliore dell’Inghilterra del sud, sapevo della sua esistenza, avendo letto la guida.

Ci salutiamo all’uscita, ci vedremo in centro fra tre ore.

Il mio albergo è in cima alla salita, a due passi dal Fashion museum. Dalla finestra, a parte le auto parcheggiate, un perfetto scorcio di XVIII secolo. Ho già visto diversi luoghi considerati unanimemente “belli”, a volte in viaggi di lavoro, a volte per piacere; ho già visto altre città classificate “patrimonio dell’umanità”, questi termini pomposi non mi impressionano, so che a volte c’è più fascino in uno scalo ferroviario che in una guglia gotica, quantomeno agli occhi di un fotografo. Eppure, Bath mi ha colpito. Mi è sembrata perfetta. E per questo motivo, difficile da fotografare.

Anche la cena è stata notevole. Non il cibo in sé, buono, sì, ma non saprei distinguerlo da quello del take away di corso Buonarroti, dove a volte prelevo il mio Tikka masala. Proprio il posto. Non gli daresti nulla da fuori, una palazzina georgiana come tante, e per di più devi scendere delle scale, per entrare, non salirle.

“Dentro però era un’altra cosa…”, mi ripeto, fra me, sostanzialmente per tenere la mente occupata. Stava dicendo che del paese di origine dei suoi genitori conosce solo una città, Mumbay, quando ho sentito la tua caviglia appoggiarsi alla mia.

Hai sempre gli stessi nei sul collo, solo le mani sono un po’ cambiate. Adesso porti degli anelli.

Mi lavo i denti e rimango davanti allo specchio. La pelle ha perso un po’ di lucentezza. E se mi facessi crescere la barba, le punte dei peli sarebbero bianche, adesso. I capelli, invece, sono sempre al loro posto.

Oggi alle 16 ho il mio volo. Mi sento già su quell’aereo, sento già la spinta inconcepibile dei motori che mi strappa da te, che mi trascina nell’azzurro, mi riporta alla mia esistenza quotidiana, nella piccola città fra i monti. Alla mia mansarda con i Buddha comprati a Colombo e ai miei libri.

Non abbiamo mai volato assieme, anche se l’abbiamo immaginato tante volte. Non abbiamo fatto assieme una quantità di cose.

Guardo ancora fuori. Piccoli mucchi di neve congelata, ai bordi delle strade. La gente sta andando al lavoro. Non ho dormito niente, stanotte, ti ho solo pensata.

Avrai già portato il bambino all’asilo, avrai chiamato i tuoi soci allo studio di registrazione per dire che ritardi. Abbiamo tutta la mattina, ho già avvisato che non lascerò la stanza prima delle due.

“Un giorno ci imbatteremo per caso l’uno nell’altra, in una città straniera”. Lo avevi detto, in qualcuno di quei pomeriggi o di quelle notti rubate alle nostre altre vite.

Avevi anche aggiunto: “E sarà un momento di pura passione, di là da tutto il tempo.”

foto da kofotopedia.com

Lady Hawke e Sir Wolf

“Sempre insieme, eternamente divisi”. E’ la maledizione che pesa su due innamorati, Isabeau (Michelle Pfeiffer) e Etienne (Rutger Hauer) nel famoso film Ladyhawke del 1985 diretto da Richard Donner. Etienne è condannato ad andarsene ramingo ed ogni notte a trasformarsi in lupo, mentre la donna lo segue; di giorno invece, lei si trasforma in un falco, aggrappato al pugno del suo amato. Per rompere la maledizione e far tornare liberi i due innamorati, dovrà giungere “Una notte senza il giorno e un giorno senza la notte“, ovvero un’eclissi solare.

Sebbene  i nomi richiamino ambientazioni francesi, il film è stato girato quasi interamente in Italia e la scena dove il falco viene ferito, al Passo Giau e al piccolo lago Antorno nelle vicinanze del lago di Misurina nelle Dolomiti bellunesi.

Nel cuore di questo inverno, un lupo è tornato anche in Trentino. E’ stato filmato nell’alta Val di Non, nel comune di Castelfondo. Dovrebbe trattarsi di M24, l’esemplare già segnalato in Svizzera nel 2009 e poi in Alto Adige, dove è stato filmato l’estate scorsa in provincia di Bolzano, appena oltre il confine, nei pressi del Passo Palade.

Emozionante vederlo in quelle poche ma starordinarie immagini, tanto che la mia fantasia è volata subito al film, al lupo e al suo falco. E’ di pochi giorni fa la notizia che la Provincia autonoma di Trento ha autorizzato un giovane guardiacaccia trentino,  a detenere e addestrare falchi. In molte regioni d’Italia questi maestosi volatili vengono addestrati in appositi centri e utilizzati poi per cacciare, ma non in Trentino, dove viene severamente vietato dalla legge provinciale sulla caccia. Il falco è uno dei primi animali che storicamente l’uomo è riuscito ad addestrare e ha rappresentato anche nella nostra terra, un valido aiuto durante la caccia della selvaggina. Gli appassionati di falconeria, oggi, li addestrano per il piacere di vederli volare e librarsi liberi nel cielo.

Ma torniamo pure, per un istante, al nostro film. Un Amore Impossibile, la “maledizione” dell’incomprensione, il giorno e la notte, il bene e il male. Al di là della fantasia, qualcosa che fa parte della nostra realtà. Forse è per questo che la storia di Lady Hawke affascina e continuerà ad affascinare.

In Trentino, il falco c’è, il lupo è tornato. Boschi e castelli non sono mai scomparsi. E’ come se la scena si fosse ricomposta. Ci sono tutti gli ingredienti per sognare, in attesa della prossima eclissi.

 

TESTO – ds

FOTOGRAFIE – web

MUSICA – eclissi del cuore l’aura e nek http://www.youtube.com/watch?v=_-oa62PbXsQ

 

Un viaggio in Musica a Kilometro (o Centimetro) zero

Intraprendere un viaggio per ridurre le distanze tra i diversi stili musicali, tra le contrapposizioni fra passato e presente, tra ciò che è serio e ciò che è faceto, attraverso le diverse espressioni artistiche.

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