Scavare è il mio peccato

Lui: «Potrò mai piacerti? Sono uno scavatore di morti».
Lei: «Ma a me i cadaveri interessano moltissimo!».
Altra battuta di lei: «Poiché mio marito è un archeologo, sono sicura di piacergli anche invecchiando».

Non sono personaggi della commedia dell’assurdo e la strana coppia non è strana affatto. Lei è Agatha Christie, che tutti conosciamo: ottanta romanzi, tradotti in quarantotto lingue, letti in centotre paesi. Forse meno noto al pubblico è lui: Max Mallowan, suo marito, a lungo direttore della British Archaeologiacal School di Bagdad, scavatore di Ur, Ninive, Nimrud e di altri celebri siti archeologici del Vicino Oriente. A lui si deve se l’originario interesse per l’Oriente stesso da parte della grande scrittrice di gialli, un interesse che rientra nel solco di una lunga tradizione di viaggiatrici britanniche verso quel mondo dove i personaggi – a partire da quelli reali – si muovono su grandi ed emozionanti fondali archeologici.

Il viaggio in barca e sull’Orient Express verso luoghi lontani come il Cairo, Damasco e Baghdad, ispirarono alcune delle sue opere più conosciute, tra cui “Assassinio sull’Orient Express”, “Poirot sul Nilo” e ” Non c’è più scampo”. Secondo l’archeologa Charlotte Trumpler, la Christie era ovviamente affascinata dagli enigmi, dai piccoli frammenti archeologici, e lei aveva un dono nel metterli insieme con molta pazienza”.

La ricerca del passato, l’avventura e il mistero, il fascino di paesaggi forgiati dalla sabbia e dalla pietra millenaria, il sole accecante e il vento che sussurra attraverso le rovine, l’ispirazione di leggere camicie in lino e completi kaky, Panama, foulard in seta e pashmine come copricapo.

Ma al di là dell’immaginario, l’archeologia è solamente passione.

La mia è nata alle scuole elementari grazie alla maestra Caterina, coltivata con i romanzi della Christie e vissuta in un’esperienza di lavoro presso la Soprintendenza ai Beni archeologici della Provincia di Bolzano, con la quale per tre anni, ho partecipato ad importanti campagne archeologiche locali, tra cui la necropoli di Elvas (Bressanone) e la città romana presso il covento dei Cappuccini e il Museion a Bolzano.

Ho scavato con picco e badile,  con il sole e il gelo, con le ginocchia a terra e le mani nella terra. Solo con la passione. Un’archeologia lontana dai foulard di seta e dalle pashmine, anche se per me, l’abbigliamento era diventata oltremodo importante, da curare con particolare attenzione, al di là della praticità, a testimonianza del valore della femminilità, comunque. Un’esperienza davvero importante dove il contatto con la terra e il mio passato, il sacrificio, anche fisico, hanno plasmato certi lati della mia identità di professionista.

Penso che sarà un’esperienza che proporrò a Gianmarco, mio figlio, appena ci saranno le condizioni e appena lui sarà in grado di viverla appieno: partecipare ad una campagna archeologica insieme a sua madre. Un ritorno al passato insieme al mio futuro.

TESTO – ds ispirata da ilfattostorico.com

FOTOGRAFIE – nell’ordine, viaggi24.ilsole24ore.com, ilthedellassurdo.blogspot.com

MUSICA – the sheltering sky http://www.youtube.com/watch?v=0vWb99Le9QQ

 

Come una novella Jolanda

Il primo cliente Porsche del mondo? Una donna.

Jolanda Tschudi era una giovane donna proveniente da un’ottima famiglia di Zurigo e con uno stile di vita fuori dal comune: sul suo aliante aveva toccato il record svizzero partendo da un’elevazione superiore a 5’000 metri e, nella seconda metà degli anni Quaranta, aveva preso parte a numerose spedizioni in Nord Africa, per approfondire i suoi studi di etnografia presso le popolazioni Touareg. Nella primavera 1949, quando fece ritorno in Svizzera, trovò ad attenderla la realizzazione di un suo sogno. La nuova Porsche 356/2 cabriolet.

Jolanda  era venuta a conoscenza della nuova Porsche dal cugino amante di auto che l’aveva ammirata nell’inverno del ’48, nella sala dal pranzo di un albergo trasformato in “Showroom” da Bernhard Blank, albergatore nonché commerciante d’automobili di Zurigo. La prima Porsche venduta da Blank fu proprio nella primavera del ’49 alla Tschudi che diventò ufficialmente la prima cliente Porsche del mondo.

Per Jolanda era l’auto che più si confaceva a lei e al suo stile di vita. Con la sua 356/2, su carrozzeria dei fratelli Beutler di Thun, intraprese innumerevoli viaggi fino a quando la vettura si danneggiò a seguito di un incidente sulla via di un deposito per alianti nelle Alpi Marittime.

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