Come to my world!

Mio figlio ha da poco compiuto quattro anni ed i suoi spazi cambiano e crescono con lui. Amo circondarlo di cose Belle, oltre che d’Amore, perché sensibilizzare i bimbi al Bello, è un grande dono reciproco, sia per loro che lo ricevono, sia per noi adulti che abbiamo così l’opportunità di “contaminare” passioni e “seminare” passione. Fosse solo perché “crescere in Bellezza” è il più bell’augurio che possiamo fare ai nostri figli. E al loro (mondo) futuro.

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Elle Luxe, pages to dream about

E’ in edicola ELLE LUXE, il nuovo album dei sogni di Elle, dedicata al bello estremo.   

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«Il lusso fa sognare, ci fa interagire coi nostri desideri. Non è poco, ecco perché abbiamo creato Elle Luxe», dice Eugenio Gallavotti, vicedirettore che evoca, nel suo editoriale, anche Coco Chanel: “Il vero lusso suscita ammirazione, non invidia”.

ELLE LUXE risponde a una domanda globale di prodotti di lusso e a un bisogno di bello estremo, ponendosi come link tra il sogno e la vita reale. Un magazine che parla di eccellenza ed esclusività, pensato per una donna internazionale e metropolitana, con una forte sensibilità al brand e alla qualità.  ELLE LUXE racconta storie di moda e bellezza, accessori e oggetti personali; storie di icone moderne e principesse contemporanee, di grandi marchi e piccoli piaceri.

Nel primo numero di ELLE LUXE: un servizio Haute Couture; un’intervista esclusiva a Goga Ashkenazi, neo-proprietaria e direttrice creativa di Vionnet, che per la prima volta apre le porte della sua casa milanese; la storia della businesswoman cinese Shaw-Lan Wang che ha costruito un colosso editoriale nel Sud-est asiatico prima di partire alla conquista dell’Occidente, acquistando la Maison Lanvin. ELLE LUXE entra nel meraviglioso palazzo del ’700 di Van Cleef & Arpels per insegnare a riconoscere le pietre preziose, indossarle, adattarle al proprio stile e attraverso le parole di  Pierre Rainero, direttore immagine, stile e patrimonio di Cartier, spiega come il lusso esplori la nostra capacità di andare sino in fondo e di metterci alla prova. Nell’inserto gioielli, impreziosito da un carta di grammatura più importante, i pezzi più straordinari dell’Haute Joaillerie. Inoltre, le mete da sogno dei globe trotter del lusso e i pezzi più straordinari del 2013 tra moda, accessori, beauty e design.

Il carattere internazionale di ELLE LUXE è sottolineato dalla scelta dei testi in formato bilingue (italiano-inglese) e dalla sua distribuzione nei principali aeroporti e nelle edicole di Rio e San Paolo; Mosca e San Pietroburgo; Parigi; Principato di Monaco; Monaco e Düsseldorf; Londra; Ginevra e Zurigo; Boston, New York, Los Angeles, Miami, Chicago, Las Vegas, Huston; Istanbul; Singapore; Hong Kong; Dubai; Beirut; Tokio; Pechino e Shanghai; Seoul. 

Inoltre, in Italia e all’estero, al di là della tradizionale distribuzione nel circuito edicola, il magazine sarà presente in un network selezionato di hotel e boutique esclusivi, nelle principali mete dello shopping, nelle più importanti località turistiche invernali. 

Andare lontano

Oggi, dopo tanto tempo, ho riaperto questo libro d’arte.

Oltre ad un’autodedica, datata 2002

vi ho trovato immagini meravigliose che mi hanno portata lontano. Vi porto con me

in Indonesia, Bali. Sciarpa femminile portata sul petto o sulla spalla (splendang) in broccato di fili di seta e di metallo e ikat.

In Cina, Manchù. Abito femminile informale in seta (pao) con farfalle colorate tessute mediante tecnica ad arazzo, bordi con galloni tessuti e ricamati.

In Tibet. Mantello in raso di seta, tecnica ad arazzo (kesi) con disegni di nuvole e fodera in seta rossa.

In Giappone (Hikoshi-Banten). Giubba da pompiere con diversi strati di cotone trapuntato.

In Turchia. Broccato di seta malva e argento con fili di metallo sovrapposti per bordi lavorati ad ago e bottoni intrecciati.

In India, Kutch. Gonna in raso (gaghra) ricamo in seta a punto catenella con motivi di pavoni e fiori.

In Indonesia, Sumatra, isola Muntok Bangka. Scialle in seta (limar) con trama centrale molto fine rossa e gialla lavorata con tecnica ikat circondata da fili di metallo in decorazione songket.

In Uzbekistan. Broccato di seta cinese e ricami a punto catenella in seta di frutti Nimuri e tulipani.

In Siria. Abito femminile delle zone rurali (thob) con ricami in seta.

E in Iran. Seta rossa e verde con ricami in seta raffiguranti piccoli motivi floreali e animali.

da Costumi e tessuti dell’Asia. Dal Bosforo al Fujiyama. Collezione Zaira e Marcel Mis. Skira, 2001.

L’ispirazione del giorno

I segni delle pesanti fenditure che attraversano gli avvolti “sfregiando” le pitture, sono le cicatrici delle profonde ferite che Casa Campanelle presentava prima dei lavori di risanamento e restauro. Certe volte mi sdraio sul pavimento in rovere antico e guardo questo affascinate soffitto. E’ una posizione “zen” per me, ispirata dal Bello ma anche cosciente che la sua forza dipende da un sacrificio, da un dolore, da una lacerazione. Non esiste il Bello, se non c’è un Male che di conseguenza ne intensifica il potere. L’armonia è spesso spezzata dalla fitta di un dolore, la perfezione dal fulmine di uno sbaglio, ma l’insieme forma un’armonia più grande che rappresenta la nostra esistenza, il nostro passaggio su questo mondo.

Perdersi in dettagli

Oggi interpreto una giovane cameriera innamorata del Bello. E’ ora di cambiare le lenzuola del letto padronale e per questo fine settimana ho scelto una parure di famiglia, in un fresco tessuto di lino, ricamata a mano dalla bisnonna del signore. Il tempo si ferma nel momento in cui abbottono i bianchi bottoni delle federe e mentre immortalo sia con la Nikon e che con iPad, il mio lavoro: i dettagli del ricamo, il letto vestito, l’allure della stanza. Il bianco del lino assume sfumature cromatiche diverse a seconda della luce, ma l’effetto è unico, affascinante, la semplicità del bianco sposata al calore del legno di rovere a pavimento e dei mobili della stanza. Un momento creativo e sereno, ma è ora di tornare alla realtà, ho molte altre faccende da sbrigare in questa casa.

Animus loci

Nell’antica Grecia, luoghi quali incroci, sorgenti, pozzi, boschi erano “abitati”: da dèi e dee, ninfe, ‘daimones’. Gli uomini dovevano essere consapevoli dello spirito, della sensibilità, dell’immaginazione che vi sovrintendeva e di come corrispondere al luogo in cui ci si trovava. Nella nostra cultura, invece, a partire da Cartesio e Newton – con le astrazioni del razionalismo e la rivoluzione scientifica del Seicento -, i luoghi hanno perso l’anima: abbiamo sostituito l’individualità, la specificità di ciascun luogo con l’idea di uno spazio “vuoto”, uniforme, che si può misurare e occupare.

Seguendo le orme di Carl Gustav Jung e dei greci, James Hillman – il grande psicologo e filosofo americano che ha riportato al centro della nostra riflessione l’idea di “anima” – recupera l’antica nozione di una natura animata che assorbe i pensieri e le tradizioni degli uomini che la abitano da secoli o millenni. Nel libro “L’anima dei luoghi. Conversazione con Carlo Truppi” (Edizioni Rizzoli, 2004), Hillman parla dell’anima dei luoghi – e del senso della bellezza, e della necessità di preservarlo – con l’architetto Carlo Truppi, in un dialogo nato in un luogo speciale, Siracusa, in occasione di un convegno sul recupero dell’isola di Ortigia. E’ un dialogo che si snoda in una terra di frontiera, e su sentieri diversi e intrecciati lo psicologo e l’architetto vanno alla ricerca di idee e di significati che superano i confini tra le discipline.

E’ un appello a risvegliarsi dall'”anestesia” e dall’incapacità di provare sensazioni che avvolge la nostra cultura, a riscoprire la concezione “animistica”, e dunque pagana, secondo la quale tutto è vivo, tutto ci parla. E’ un atto di fede nella bellezza che sola può restituire un senso all’architettura, al paesaggio, alle città, e alla nostra stessa vita: se case, monumenti e città vogliono dare un contributo positivo alla vita degli uomini che vi abitano, devono rispettare e rispecchiare la natura segreta dei luoghi in cui sorgono: l’anima dei luoghi respira insieme all’anima del mondo e alla nostra anima.

“…ciascuno di noi sa che niente colpisce l’anima, niente le da tanto entusiasmo, quanto i momenti di bellezza – nella natura, in un volto, un canto, una rappresentazione o un sogno. E sentiamo che questi momenti sono terapeutici nel senso più vero: ci rendono consapevoli dell’anima e ci portano a prenderci cura del suo valore. Siamo stati toccati dalla bellezza.” (James Hillman “Politica della bellezza”)

“Abbiamo perduto l’idea di bellezza”

«Guardatevi intorno e cercate con gli occhi, ovunque siate, gli edifici che hanno più di mezzo secolo: è difficile trovarne uno davvero brutto. Poi fate il contrario: cercate con gli occhi, ovunque siate, gli edifici che hanno meno di una cinquantina di anni: è difficile trovarne uno davvero bello».
Salvatore Settis lo ripete in ogni conferenza. Ed è sul serio così. L’idea del «bello», che era quasi «incorporata» nei nostri nonni, si è andata via via perdendo. Peggio, è stata smontata pezzo su un pezzo.
Certo, il disprezzo per il passato non è una novità assoluta. Basti rileggere qualche passaggio della lettera del 1519 di Raffaello (scritta insieme con Baldassarre Castiglione) a papa Leone X. Dove il pittore lamenta il «grandissimo dolore, vedendo quasi il cadavere di quella nobil patria, che è stata regina del mondo, così miseramente lacerato». E accusa: «Ma perché ci doleremo noi de’ Goti, Vandali e d’altri tali perfidi nemici, se quelli li quali come padri e tutori dovevano difender queste povere reliquie di Roma, essi medesimi hanno lungamente atteso a distruggerle?».
Ma se allora saccheggiare una villa romana o storpiare un paesaggio era frutto solo di analfabetismo, oggi c’è qualcosa di più. Lo sostiene nel libro Non possiamo tacere, scritto insieme con Chiara Santomiero e sottotitolato «Le parole e la bellezza per vincere la mafia», monsignor Giancarlo Bregantini, già vescovo di Locri: «Il primo aspetto che si nota arrivando in Calabria, ad esempio, è il disordine edilizio. Ti accorgi della mancanza di un piano regolatore, delle spiagge non curate: la bellezza della natura fa risaltare ancor più l’incuria dell’uomo».
«La disarmonia tra ciò che Dio ha fatto e ciò che l’uomo non è stato in grado di custodire», prosegue il vescovo, «colpisce in molte zone del Sud, specie della Calabria e della Sicilia. È la dimostrazione di un blocco, di un ostacolo. È come se la bruttezza dei luoghi esprimesse tragicamente quel desiderio di violazione che c’è nel cuore del mafioso. E, infatti, i paesi più brutti e trascurati sono quelli segnati dalla mafia. La trascuratezza diffusa diventa, allora, il primo punto su cui far leva per opporsi alla intimidazione, alla violenza».
Fare la guerra al «brutto» vuol dire fare insieme la guerra al degrado, allo spappolamento dell’armonia sociale, al disagio, alla piccola criminalità, allo sfruttamento della prostituzione, allo spaccio, alla mafia. Per questo, davanti alla bruttezza di certi quartieri di periferia, come a Roma il Corviale (due palazzi di cemento armato lunghi un chilometro per un totale di 1.200 appartamenti) o a Napoli le Vele di Scampia, massicciamente presidiate dalla camorra, bisognerebbe riproporre, a rovescio, le targhe d’onore. E apporre sugli edifici più orrendi delle placche belle grandi: «Questo edificio è stato progettato dall’architetto Tizio Caio». Magari con un sottotitolo: «Il quale architetto si è ben guardato dal venirci a vivere…».

Gian Antonio Stella (Corriere della Sera)

Incontri e contaminazioni d’arte, ovvero, l’armonia del “Bello”

Nella splendida cornice di un antico mulino in Valle di Ledro, in Trentino, Luca Degara, artista e designer trentasettenne, ha scelto di mettere le radici della sua arte e di farne il suo atelier/schowroom dove lavorare legno, vetro, acciaio, ceramica, oro e carbonio. Una singolare alchimia di artigianato, design e filosofia, il cui esito sono oggetti di arredo che si trasformano in opere d’arte.

In questi giorni, Luca Degara espone con la sua personale dal titolo “Arte & Design” alla Galleria Civica “Giuseppe Craffonara” di Riva del Garda, una mostra stimolante soprattutto dal punto di vista delle aperture trasversali alle arti e della contaminazione dei generi.

Durante il suo percorso artistico, il giovane artista ha perfezionato una peculiare forma d’arte che si caratterizza per gli accostamenti armonici tra elementi naturali e prodotti più raffinati del lavoro dell’uomo. «Solo amando e dosando i materiali – dice Luca Degara – giungo allo scopo del mio lavoro: la proporzione al di fuori del tempo e dei preconcetti; l’armonia fra gli opposti, siano essi forme, pesi o ideali».

Un’attività di sperimentazione che esprime un messaggio in cui l’unione di passato e futuro, tradizione ed innovazione, natura e tecnologia non sono più realtà inconciliabili, anzi si esaltano a vicenda: «Utilizzo e unisco materiali diversi e dalle caratteristiche uniche – dice Degara – come acciaio e cristallo, preziosi come l’oro o innovativi come la fibra di carbonio».

Luca Degara, da sempre sapiente lavoratore del legno, ha saputo,  in questi ultimi anni, proiettare le proprie opere in una dimensione  “ambientale”. Il legno, la materia sempre viva, che trattiene in sé la storia  del mondo, incontra la perfezione fredda e asettica dell’acciaio.

E’ così che nasce il design di Degara, oggetti come tavoli scultura, installazioni luminose, comunque sculture vive nella forma e nell’anima, esposte in giro per il mondo ed oggi anche nella sua terra natale.

La mostra di Degara si è rivelata altresì ispiratrice di una riflessione sullo stato attuale dell’arte, concretizzatasi in un incontro pubblico tenuto da Fiorenzo Degasperi, scrittore e giornalista trentino, già direttore della Civica di Trento, ad oggi il più capace curatore e critico della realtà storico-artistica della regione. “Le esperienze di contaminazioni tra le arti e la ricchezza di alcune sperimentazioni con lo spirito  rivolto al rinnovamento della società e dell’uomo, sono state determinanti nella storia dell’arte. Oggi però, essa deve fare i conti con una forte cecità derivata dal narcisismo, dall’egoismo, dall’individualismo, elementi questi che  impediscono ogni confronto, parametro, giudizio. Fattori che scartano  volutamente i valori e i simboli” afferma Degasperi. “E’ un’arte, quella odierna, che viene quindi relegata nella mente singola e solitaria dell’artista, che respira l’aria dello studio o al più di una parete di una galleria d’arte, ma che ha perso  i legami con la terra e il cielo, con l’individuo e la socialità. Soprattutto, sembra che abbia dimenticato la sua vocazione alla ricerca. Ma tra le pieghe contemporanee” continua il critico, “si affacciano artisti che con lo  sguardo sanno andare al di là, sbirciare lateralmente, impossessarsi di altri territori  estetici, ingoiare vogliosi gli stimoli che provengono da rami culturali apparentemente lontani. Uno di questi è Luca Degara”

Luca Degara “Arte & Design” Sala Civica “G.Craffonara” Giardini di Porta Orientale – Riva del Garda orario: 10.00 – 12.30 14.00 – 18.00 lunedì chiuso. Fino all’11 marzo.

 

Sensibilizzare al Bello, anche l’architettura crede nell’estetica

Sono i valori emergenti, quelli che costituiranno la struttura portante della società del futuro: ambiente, rispetto, sostenibilità, bellezza.

Perché queste non rimangano belle parole danzanti nel vento, ci pensa l’architettura trentina a mettere nero su bianco un “Manifesto per la qualità del design e del progetto sostenibile”, redatto dal Centro di ricerca e osservatorio Tall della Facoltà di ingegneria di Trento e presentato qualche giorno fa all’interno di Manifattura Domani a Rovereto.

Il Manifesto si propone come un articolato di regole semplici, chiare e dirette per affiancare alla qualità costruttiva quella della buona architettura e del buon design. L’obiettivo è quello di dotare ogni progetto di un suo dna che accanto alla certificazione edilizia porti il rispetto della qualità architettonica ed urbana.

Per la redazione del Manifesto, si sono uniti i diversi soggetti impegnati a vario titolo sul territorio: Università, Manifattura Domani, Comune di Rovereto, Habitech, Trentino Sviluppo, l’Ance di Trento, Ordine degli architetti e giovani dottorandi di ingegneria e architettura per l’ambiente.

Già, i giovani. Sono il tassello imprescindibile per pensare al futuro, per far emergere quella sensibilità necessaria alla concretizzazione di progetti, alla realizzazione di sogni.

Il bisogno è tangibile. Accanto al valore della sostenibilità, si ammette da parte degli addetti ai lavori, il bisogno di sensibilizzare ed essere sensibilizzati dal Bello. In effetti la realtà vede la qualità estetica come un parametro spesso sottovalutato o addirittura ignorato nella progettazione di opere pubbliche. Invece, quell’elemento di valore estetico su cui peraltro si è plasmato gran parte del successo del Made in Italy, dovrebbe costituire un principio ispiratore e un concetto essenziale nella progettazione.

Anche il termine “sostenibile”, i nuovi materiali e le produzioni naturali sembrano, in questa fase temporale, andare oltre al sentiment della moda ed aspirare ad significato rinnovato, non scontato, forse più lungimirante e concreto.

Ma cos’è l’estetica? E’ un valore, da inseguire come una seduzione, da seguire come un’ispirazione, da interpretare come un’intuizione, da concretizzare come un progetto.

Un valore che si accompagna all’etica quando viene sviluppata in un contesto di tutela e sviluppo della cultura di una città, a difesa del pericolo di degrado, del mancato rispetto verso la storia di un popolo.

Personalmente ritengo che il cittadino dovrà essere coinvolto in questo progetto, dovrà essere aiutato e sensibilizzato, affinché ognuno di noi si senta responsabilmente, paladino di quella rivoluzione sostenibile che porta alla realizzazione del “green dream”.

Perché in fondo di questo si tratta, del nostro futuro.

 

TESTO – ds

FOTOGRAFIA – ds @Casa Campanelle (affreschi della “Stanza della musica”)

MUSICA- time of your life green day http://www.youtube.com/watch?v=1PK2R0IwCiY

 

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