La mia casa? Un set!

IMG_7155 IMG_7157IMG_7158 IMG_7159La biblioteca di Casa Campanelle è una grande stanza del secondo piano, dai soffitti alti e decorati, illuminata da due grandi finestre con un panorama mozzafiato sulla valle. Due pareti sono interamente ricoperte da libri. Collezioni di letteratura, soprattutto. Al centro, un antico pianoforte a coda viennese. Ad una delle due pareti libere dai libri, è fissata una sbarra da danza. Molti sono gli spazi all’interno della mia casa arredati come se fossero scenografie, allestiti pensando ad un sogno, a luoghi lontani, ad immagini di viaggi scalfiti nella memoria, oppure ispirati proprio dal cinema. Sono spazi destinati all’eterno movimento, difficilmente troveranno pace. Anche il mio studio si presta volentieri a questo gioco: non temo di realizzare con le pareti, fondali sempre diversi per provare rivestimenti, pitture, wallpapers. Ma il gioco che preferisco è quello di trasformare la mia casa in un albergo.  Amo ispirarmi all’hotellerie, per la stanza da letto e per la cucina ad esempio. Soprattutto per il corredo. Il risultato è un continuo viaggio di creatività e di fantasia, solo da vivere. E da abitare.

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Paradigmi

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EWAN McGREGOR

photographed by Craig McDean

(photo by The Mot’Art Journal)

As Nicole

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Gloves of Nicole Kidman in “Grace of Monaco”

by Maison Fabre

Paradigmi

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JONATHAN RHYS-MEYERS

who plays Solal in the film Belle du Seigneur, wears a Reverso watch by Jaeger-LeCoultre as a metaphor for passing time, eating away at the passion and trust that exists between the couple.

L’ispirazione del giorno

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“Io ritengo giusto avere… avere uno scopo, compiere un qualche cosa, convincersi che la vita abbia un senso… avere qualcosa a cui aggrapparsi in ogni evenienza, è necessario… significare qualcosa per gli altri, non trovi che ho ragione? Lo so che ti sembra puerile ma… io ci credo fermamente… ahh questa pioggia che non vuol finire”

da “Persona” di Ingmar Bergman (1966)

Un réel bonheur

Au Bonheur des Gants

Au Bonheur des Dames

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“C’est un réel bonheur de voir cette actrice les enfiler et les humer avec délectation.

On la sent transportée dans un autre monde”

Paradigmi

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LIV TYLER

photographed by Bettina Rheims

Ai piedi di una Donna

Oh, where did hunter win

So delicate a skin

For her feet.

You lucky little kid

You perish, so you did

For my sweet.

To my Mistress’s boot

Frederick Locker Lampson

Matteo Tom Ford 013

photo by CLAUDIO AMADEI for T & M

 

Seduzione in punta di piedi

Perché la calzatura? Forse perché di tutti i componenti dell’abbigliamento femminile è quello che più sottilmente esprime la seduzione, il richiamo del sesso. Non nell’abito, simbolo di status, non nel gioiello speso solo espressione di ricchezza, ma in questo guscio, che copre e talvolta svela la nudità del piede, che dà slancio alla gamba e grazia alla figura, risiede il più riposto segreto del fascino femminile.

 Apri la punta, scopri il tallone

Anni Venti: Con le prime minigonne, quelle per ballare il charleston, le scarpe sono di tutti i tipi, di camoscio, di rettile, di pelle, sono lunghe con tacchi molto incurvati.

Anni Trenta: Il cinema è la forma di spettacolo più popolare, ancor più delle riviste di moda. Le calzature di Marlene Dietrich ne “L’Angelo Azzurro”, dal bel tacco alto ma non troppo sottile, vera meraviglia di proporzione, fanno impazzire.

Anni Quaranta: Lo sforzo bellico, materiali poveri, sughero e zeppe.

Anni Cinquanta: Il tacco alto, sottile, talvolta così sottile da chiamarsi “a spillo”, assottiglia la caviglia, slancia la gamba, s’impone con prepotenza.

Le scarpe tornano ad essere affusolate ed eleganti.

Inizia una girandola di invenzioni, un evoluzione di questo accessorio che insegnerà alle donne questa legge: per quanto elegante, prezioso, personale sia un abito, non lo sarà mai veramente se a reggere l’immagine non c’è una calzatura degna del suo nome.

 Il secolo dei Maestri

Il Novecento: Pinet, Hellstern arrivando a Pietro Yanturni e all’astro André Perugia, di origine italiana, considerato uno dei padri di quest’arte che fece delle scarpe degli anni Venti quel capolavoro di eleganza e modernità che ancora oggi ammiriamo. L’esperienza in una fabbrica di aeroplani nel corso della prima guerra mondiale, prima di cominciare a disegnare scarpe per Poiret, servì a chiarirgli le idee: “Un paio di scarpe deve essere perfetto come un’equazione e calibrato al millimetro come un pezzo d’ingranaggio”.

 Su misura, per poche

“Una vera signora non compera le scarpe, le ordina”, diceva Lady Duff Cooper.

Esiste una categoria di donne, decisamente ristretta, che – portatrice di un’eleganza senza tempo – per educazione, per tradizione, per piacere, si fa realizzare le scarpe su misura da quegli artigiani, pochi rimasti, la cui opera viene contesa in tutto il mondo.

Per lei, la scelta di un nuovo paio è attesa, fiducia. Non può provare tutti i tipi che le piacciono, può solo progettarle insieme al calzolaio, che nel suo laboratorio custodisce la forma in legno dei piedi della cliente, con un’accurata scheda su misure e particolarità.

L’artigiano – artista crea per la signora qualcosa di unico, di eccezionale: un privilegio.

Un paio di calzature così – ha detto qualcuno – non si comprano, si meritano.

 Feticismo in punta di piedi

Esiste un limite tra culto per la scarpa e feticismo, o piuttosto l’uno non sconfina spesso nell’altro? A cavallo del secolo Freud e colleghi analizzano il simbolismo sessuale di piede e calzatura mentre, precedentemente, altri avevano dato espressione letteraria all’analisi degli stravolgimenti che la scarpa femminile induce sulla specie umana. Valga per tutti l’esempio del celebre Restif de la Bretonne, che nella seconda metà del Settecento confessava: “Durante l’infanzia amavo le belle fanciulle; avevo soprattutto un debole per i bei piedini e le belle scarpe. Tenevo sul camino la sua scarpetta rossa con i tacchi verdi alla quale rendevo omaggio tutti i giorni”.

Infinita è l’iconografia in quest’ambito. Newton, Jones, Mapplethorpe che ci lasciano alcune tra le più inquietanti immagini di calzature femminili.

Le stesse continuano ad essere protagoniste di film e fumetti, come quelli di Crepax e di Andrea Pazienza, con le sue Veneri nude calzate di sandali rossi dal tacco altissimo.

Arrivando all’incontenibile Quentin Tarantino che sorseggia champagne dalla Louboutin di Uma Thurman…

 

Testi dal libro di Irvana Malabarba “Ai piedi di una donna” (Idea Libri, 1991)

Roger Dubuis, embrace an incredible world

Welcome to the Pulsion Mission!

You have been chosen to enter the vault room and rob the Pulsion timepieces. Hurry ! Time is running out and the police is after you!

Start the mission. 

Disable the lasers to reach for the watches. Clck and cut each laserfrom top to bottom with your mouse.

Unfortunately, the watches are firmly attached to their base, they seem impossible to take.
A secret combination can unlock them… Attention. You only have 30 seconds before you get locked in the vauld…

Unfortunately, you have not been fast enough.
Click the key to free yourself and try your luck again.
 
Congratulations, you have completed our Pulsion Mission successfully. To escape with your treasure, click on the timepiece of your choice.
 
And you? Start the mission. You as Tomer Sisley.
 

ROGER DUBUIS Pulsion movie starring Tomer Sisley

L’ispirazione del giorno

“In questa storia dove la bocca del protagonista resta volontariamente chiusa, solo gli sguardi ci permettono di accedere agli arcani del suo pensiero. Dell’anima, sono i più degni e fedeli messaggeri”.

(Dalla recensione di Marco Crestani di  “Io confesso”. Alfred Hitchcock, 1953).

La Dama e il Guanto

Antologia “da brivido” sul rapporto tra la Dama e il (suo) Guanto.

“Gli spazi del sonno nella notte……ci sei tu. Tu che sei alla base dei miei sogni. Tu che scuoti il mio spirito pieno di metamorfosi. Tu che mi lasci il tuo guanto quando bacio la tua mano.” Robert Desnos, 1926. (La Mano, il Guanto, Cristiana Cella. 1989, Idealibri).

“Fanno parte di ogni minima attrezzatura di base. Non c’è immagine di ladro che non sia guantata: gialli, neri, di maglia alla Diabolik, basta che siano sottili per non impacciare il lavoro, che richiede grande sensibilità. Proteggere l’anonimato della mano è fondamentale. Ma il ladro elegante e super attrezzato è forse uno stereotipo cinematografico.”  (I Guanti per rubare. Capitolo IX. La Mano, il Guanto).

Guanti da guida di Hermès, finitura Kelly, indossati da Charlize Theron durante il test di “Safe-Opening”.

“L’amicizia tra uomo e donna è cosa assai ambigua e scivolosa e questo aumenta il fascino del dono, che un tempo i cicisbei accompagnavano con queste parole: “Accettateli, mia signora, perché l’amicizia più vera si stringe attraverso un guanto”. (Il lecito e l’illecito. Capitolo VIII. La Mano, il Guanto).

How to Succeed at Murder. The Avengers.  La gentil fanciulla appartiene ad un club di signore dedite all’eliminazione fisica di vittime designate. Utilizzando solo armi di seduzione: calze, affilati stiletti, guanti ed un braccialetto con charms… speciali.

Dal Cinquantotto… al Sessantatré. L’epoca d’oro. Lunghissimi, dalle sofisticate tinte pastello…

… arrivando alle bellissime e spietate Dame dei nostri giorni.

Se nella notte un’ospite “indesiderata”…

Nella vita di tutti i giorni…

J’aurais pu intituler cette vidéo : “le temps d’une lecture” ou “voyage avec Oscar Wilde”
Il s’agit simplement d’une superbe rencontre, le temps d’un voyage en RER qui prend une dimension d’éternité, telle la belle élégante nous offre une partition superbe faite de caresses, frottements et autres délicatesses…
Gros plan sur cette rencontre, un jour d’été…

 

grazie a MM per la ricerca, il dono, l’ispirazione

Ai piedi della “new Bond Girl”

 
C’è Tod’s, il Tod’s boot in pelle e camoscio della collezione Autunno-Inverno 2012-13, ai piedi della nuova “Bond Girl” Berenice Marlohe durante il photo call per la premiere del nuovo film di 007, Skyfall, in uscita a fine Ottobre nelle sale italiane.
 

Musica

La vedi quella signora seduta laggiù deve essere tedesca… guardala… non sembra una che ha ucciso il marito con la complicità del giovane amante e sta fuggendo con tutta l’eredità… questa musica non le somiglia? (Danny Boodman T.D. Lemon Novecento in “La leggenda del pianista sull’oceano”)

Paradigmi

JOHNNY DEPP

photo by Libri antichi online – Studio bibliografico Apuleio

Vanity chair

La Vanità? Pretende di sedersi su una Peacock chair.

Vimini e glamour,  due parole che non sono mai andate d’accordo fino a quando è nata la sedia a pavone. Una sorta di trono esotico protagonista per decenni, di affascinanti scenografie della vecchia Hollywood.

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Regale ed elegante, è la rivisitazione della Windsor settecentesca. Di umili origini, è entrata alla corte d’Inghilterra per voler di Enrico III. Ma è diventata una star in America. La leggenda vuole che Thomas Jefferson abbia firmato la Dichiarazione di Indipendenza seduto proprio su una Windsor.

Reinventarla oggi, è un magnifico esercizio di stile per designer. Vanitosi & Indipendenti. (Pavo Real di Patricia Urquiola, Kora di Matteo Thun).

E la moda si pavoneggia. (Paul Schmidt, Agent Provocateur, Jean-Paul Gaultier)

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Oggi, dolce vita significa anche sedersi su una Peacock chair, in un antico giardino o in una veranda lussureggiante, leggere un capitolo di Vengo via con te. Storie d’amore e latitudini di Henry J. Ginsberg e viaggiare sognando.

Un Macallan per due (o per mille)

L’attore scozzese Kevin McKidd (già protagonista di Trainspotting e Grey’s Anatomy) e la fotografa Annie Leibovitz, per il celebre whisky scozzese di puro malto Macallan. Quattro location diverse, quattro immagini, atmosfere e fragranze, associate ad altrettante versioni dei whisky – The Library, The Bar, The Gallery e The Skyline – contenuti nelle 1.000 bottiglie personalizzate in edizione limitata.

Paradigmi

EMMANUELLE BÉART

in Nelly and Monsieur Arnaud (1995)

photo by rdujour.com

L’ispirazione del giorno

L’ispirazione di oggi nasce in giardino mentre curo alcune piante di oleandro. Allora il mio pensiero fugge e si rifugia in Oleandro bianco, un libro di Janet Fitch che sicuramente convive con gli altri, nella mia biblioteca. Mentre innaffio, ne ripercorro la trama con la mente. Una poetessa di nome Ingrid, donna di rara bellezza, ma dal cuore velenoso, proprio come un oleandro, uccide il suo amante, finendo in carcere. La storia è narrata in prima persona dalla figlia Astrid, dodicenne senza padre, artista in erba, all’inizio della storia dolce e fiduciosa, sebbene triste per la separazione dalla madre. Il suo cambiamento inizia lentamente, nella prima casa in cui va in affidamento, dove si lascerà sedurre dal fidanzato della madre affidataria. Proseguirà il suo cammino passando da una famiglia all’altra, perdendo la fiducia nel prossimo, armandosi di un velato cinismo e di una crudele indifferenza che sono solo armi di sopravvivenza. Inaspettatamente, conoscerà Claire, un’attrice, che le darà l’amore di una madre. Ma alla fine, Astrid si ritroverà di nuovo sola. L’unica cosa che terrà sempre con sé sarà l’arte, il suo specchio interiore che riflette il suo dolore e le sue domande. Allora mi tolgo i guanti da giardino e salgo in biblioteca a cercare il libro. Lo cerco a lungo tra gli scaffali. Ma il libro non c’è più.

Marilyn era lì, qualche fotogramma prima

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Chi, nei giorni immediamente seguenti al 5 febbraio del 1954, si fosse trovato ad assistere – in ogni angolo d’Italia – ad una proiezione cinematografica (e al tempo ve n’erano, eccome…), prima del film avrebbe visto il “mitico” cinegiornale della Settimana Incom. E avrebbe scoperto che Marilyn Monroe era finita, o quasi, nel laghetto dei giardini di piazza Dante, a Trento. Guardate queste immagini e scoprirete il perché.

Tre le notizie filmate di quel giorno. Da Roma, la prima. La presentazione di un nuovo apparecchio elettrico per la cura del sistema muscolare. Da San Francisco la seconda notizia:  la coppia Monroe-Di Maggio si bacia e sorride felice. Infine, Trento:  una gabbia vicino ad laghetto di piazza Dante dove nuotano (allora…) cigni bianchi e neri, poi  il vicesindaco di Trento libera un cigno bianco proveniente dall’Olanda. Marilyn Monroe era lì, qualche fotogramma prima.

da Palle di carta di Carlo Martinelli

Paradigmi

DITA VON TEESE

Dita von Teese und Theo Hutchcraft beim “Cartier Queen’s Cup Polo Day” in England

photo by vogue.de

A Therapy for everyone

Cinema e moda. Matrimonio perfetto, che dura.

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Durante il Festival del Cinema di Cannes, è stato presentato A Therapy, il cortometraggio firmato dal famoso regista Roman Polanski per  Prada. Più che un corto è un vero film in 4 minuti, un concentrato fulminante di classe e ironia, girato da Roman Polanski nello stesso palazzo di “Carnage”.

Una bella e ricca signora (Helena Bonham Carter), rossetto rosso fiammante, occhiali neri, folta capigliatura corvina entra nello studio dello psicanalista (Ben Kingsley) e si stende sul lettino dopo aver lanciano lontano le scarpe col tacco, al cui interno si intravede il marchio Prada.  La ricca signora, in terapia, comincia con l’elencare le sue disgrazie di donna ricca e vana,  allo psicanalista calvo e barbuto che nel suo lussuoso studio da cui si travede New York, si annoia e si perde a guardare piuttosto la pelliccia di visone malva con collo di volpe argentata che la viziata signora ha appena tolto. Conquistato infine, l’accarezza e l’annusa stringendosela addosso felice.

Si tratta di una parodia sottile della celebrazione del lusso in cui si mette in scena una seduta psicanalitica dove il dottore più che alla vita della sua cliente, sembra interessato ai suoi vestiti. Futile e dilettevole, l’arte come diletto, come la moda d’altronde, arte rifugio dalle noie, ma dalla quale non ci si può salvare, serve uno psicanalista.

A Therapy è entrato in concorso a Cannes 2012 nella sezione dei Corti.

Paradigmi

NATALIE PORTMAN

Entertainment Weekly by James White, February 17th 2006

photo by Libri antichi online – Studio bibliografico Apuleio

Io e Bernardo Bertolucci

Un giovane regista-scrittore, Ivan Cotroneo (suo il recente La Kriptonite nella borsa) incontra per Marie Claire un mito vivente del cinema, Bernardo Bertolucci. Complice una prossimità spirituale e fisica (sono vicini di casa), l’autore di Ultimo tango a Parigi, racconta il suo nuovo film, che segna una svolta: Bertolucci torna a raccontare una storia adolescenziale, quella tra i fratelli del romanzo di Niccolò Ammaniti, Io e te. «So che da me si aspettavano una passione incestuosa – confessa Bertolucci – ma l’amore di due fratelli che si riconoscono è molto più forte. Ciò che mi piace molto è l’amore fra di loro, che è proprio un amore tra fratello e sorella. L’incesto è un percorso più breve, rapido, selvaggio, questo è un percorso più profondo». Gli attori protagonisti della pellicola sono due giovani talenti: Jacopo Olmo Antinori e Lea Falco. «Jacopo – Lorenzo nel film – è proprio quello che si dice un attore nato. Devi dirgli tre parole e capisce immediatamente il sentimento di quello che gli chiedi, ed è perfetto nella tecnica. Forse a quattordici anni hai qualcosa di speciale, il cervello è incredibilmente vorace», speiga il regista. E aggiunge: “Voglio che il film emozioni. Per questo c’è molta musica, e Lorenzo la balla disteso sul letto. Proprio come farei io».

Il lavoro sul libro è stato fatto insieme ai suoi sceneggiatori, Niccolò Ammaniti, Umberto Contarello, Francesca Marciano. «Ho cambiato il finale. – racconta Bertolucci – L’ho detto subito a Niccolò, quando ho letto il libro. Mi piace molto il tuo romanzo, ma non il finale. Non mi piace che i personaggi dei tossici vengano uccisi dall’autore, dal romanzo».

E sorridendo confessa: «Ogni volta si ricomincia. Si è sempre un po’ dei debuttanti. Sono passati dieci anni da The Dreamers, e non so quanti da quando ho girato un film in italiano. E sono contento di averlo fatto ora. Poi qui ci sono i Parioli, via Lima, via Panama dove non avevo mai girato. È un’avventura tutta nuova… Un primo film».

(Si ringrazia Hearst Magazines Italia, foto da listal.com)

Miranda as Monica

Miranda Kerr x Terry Richardson for Harpers Bazaar

Il fotografo Terry Richardson ha recentemente immortalato Miranda Kerr a Brooklyn NY per la rivista Harpers Bazaar. Le fotografie vedono una straordinaria Miranda incarnare l’estetica degli anni cinquanta; in un video esclusivo girato sempre da Richardson, la top model interpreta Monica Vitti indossando una selezione di abiti di lusso di questa stagione.

E’ tutto QUI

L’Odyssée de Cartier, il film

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Postare questo straordinario film, è come indossare un’opera d’arte di alta gioielleria. Da oggi tempi&modi è più prezioso.

E’ iniziata la magnifica Odissea della Pantera

E’ stata pubblicata in esclusiva sulla pagina Facebook dedicata, la prewiev del film L’Odyssée de Cartier, un viaggio davvero straordinario.

La protagonista è la Pantera che sin dagli Anni 30, è l’emblema di Cartier, grazie a Jeanne Toussaint, figura stravagante, spirito libero dell’alta società parigina, nonché direttore creativo di Cartier. Il suo occhio esperto, il suo fascino sofisticato e la sua indiscussa eleganza sono il marchio di fabbrica dello stile Cartier. Nel 1933 Jeanne Toussaint è nominata direttrice dell’Alta Gioielleria Cartier che brevetta la “montatura invisibile”, una tecnica d’incastonatura che mette in primo piano le pietre, facendo sparire il metallo. Nel 1949, Il duca e la duchessa di Windsor acquistano a Parigi una spilla con motivo pantera di platino su uno zaffiro cashmere cabochon da 152,35 carati. Da quel giorno la pantera diventò simbolo della maison. La realizzazione del cortometraggio, girato da Bruno Aveillan, ha richiesto due anni di lavoro e un team di cinquanta professionisti. La colonna sonora, con un tema in tre tempi, suonata in chiave maggiore al pianoforte e al violoncello è stata creata da Pierre Adenot, arrangiatore e orchestratore che ha lavorato su numerosi film. È stata registrata negli Abby Road Studios di Londra, gl istudi di registrazione dove sono nate le musiche di film di Harry Potter, Guerre stellari e Il signore degli anelli.

 

Nella vetrina della boutique in Rue de la Paix (dove è presente la storica boutique aperta nel 1899 da Alfred Cartier), una spilla a forma di pantera realizzata con la tecnica “montatura invisibile” e ricoperta di diamanti prende vita e comincia il suo viaggio.

La pantera cammina tra i palazzi storici di Parigi dove è incastonato il quadrante di un Tank, modello di orologio celebre di Cartier creato da Louis Cartier (1841-1925, primogenito di Alfred) nel 1917. Nel 1888 vengono realizzati i primi orologi da polso femminili. A partire da 1900 Re e nobili di tutto il mondo accorrono da Cartier per acquistare gioielli d’ispirazione neoclassica con diamanti su montature di platino.

Il viaggio continua a San Pietroburgo, terra che ha ispirato moltissime creazioni di Cartier. Questa scena è stata girata a giugno in un aerodromo nei pressi di Praga. La pista è stata ricoperta di neve artificiale sotto un sole accecante. Tutti gli elementi architettonici sono stati ricreati grazie all’animazione.

La pantera tra le cime delle montagne innevate supera gigantesci anelli. Anelli creati nel 1922, con tre tipi d’oro diversi, chiamato Trinity negli Stati Uniti. Il poeta Jean Cocteau acquista l’anello facendolo scoprire alla società parigina. Questa scena è stata girata sulle Dolomiti, in Italia, mentre quelle dei paesaggi desertici in Spagna.

La pantera si trova a faccia a faccia con un drago tra le montagne cinesi. Il tema del drago, con due smeraldi verdi al posto degli occhi, è stato sviluppato su molti gioielli Cartier.

La pantera, sopra un elefante esplora l’India, terra che ha ispirato Jacques Cartier (1884-1942) durante l’itinerario al Durbar di Delhi, e nel Golfo Persico per la realizzazione dell’orologio da polso Santos de Cartier, ispirato ad un modello del 1904.

La pantera, sopra un modello di aereo costruito nel 1960 da Alberto Santos-Dumont soprannominato il “14-bis” vola in India . Questa riproduzione, lunga 13 metri e larga 7, è stata creata in collaborazione con una società di costruzione di veicoli ultraleggeri, nel pieno rispetto dei materiali utilizzati all’epoca dall’aviatore che oggi è un pezzo unico.

Il pilota indossa il celebre modello di orologio Tank.

La pantera, sopra i tetti dei palazzi del Grand Palais di Parigi, sua patria natale.

La pantera raggiunge la sua padrona, che vive in un meraviglioso palazzo del Settecento, interpretata dalla top model Shalom Harlow che riflette l’etetica Cartier. La giovane stilista cinese Yiqing Yin, laureata presso l’École Nationale des Arts Décoratifs di Parigi, ha realizzato un vestito d’alta moda pensato su misura per questo personaggio: un abito da sera rosso scoperto sulle spalle, con una gonna fluida ed un corpetto aderente con drappeggio realizzato a mano.

Shalom Harlow accarezza la pantera mentre indossa un bracciale a forma di pantera, in platino, con un berillo verde di 51,58 carati, macchie e naso in onice, occhi in smeraldo ed una pelliccia tempestata di brillanti.

 

E’ la prewiev L’Odyssée de Cartier

ds ispirata da Davide Blasigh su leiweb.it

 

Moda e cinema, un legame sempre più intenso

Style Magazine di marzo. Un servizio di 12 pagine intitolato “The Artist” è ambientato sulla spiaggia di Alassio, evocando gli anni Cinquanta. Un’atmosfera da Dolce vita, pensando a Hemingway con il suo pappagallo, a Carlo Levi, a Gabriele D’Annunzio e ad uno chicchissimo Vittorio de Sica. Splendide ragazze, abiti bianchi, Panama.

Le bellissime foto del servizio (Michael Woolley) sono state estratte da un video girato sulla splendida spiaggia ligure con tre modelli, Katia Krivarota, Leopold Pesch e Stefano Sala, in 7 ore, durante il giorno piu’ corto dell’anno.

La tecnologia digitale video è ora disponibile ad una risoluzione talmente alta, che permette di estrarre le singole immagini dal video stesso. Così, le foto degli editoriali vengono oggi pubblicate attraverso diverse piattaforme mediatiche e spesso le immagini estratte da video hanno ormai la precedenza rispetto alle classiche foto.

Alcuni dei più grandi pubblicitari ora non scattano più singole immagini per le loro campagne, perché è il video che conta! Oggi, il fotografo è chiamato a lavorare piu’ come un regista, e i risultati sono movimenti più spontanei e naturali.

Questo è il futuro.

ds ispirata da www.themenissue.com

One plus One

“La moda oggi deve aprirsi a nuovi linguaggi e il cinema è la forma di espressione cui, da sempre, mi sento più vicino”. Queste sono le parole di Giorgio Armani con cui commenta la scelta di sposare il cinema per promuovere la sua collezione primavera-estate 2012. 

One plus One, e non c’è due senza tre. Abbiamo visto Louis Vuitton e Cartier ed ora è Re Giorgio che si affida per comunicare la sua arte ad un importante progetto cinematografico, nato dalla collaborazione con il regista Luca Guadagnino, già candidato all’Oscar con “Io sono l’Amore”.

One plus One è un “corto” di 3 minuti dalle grandi ambizioni: opera filmica e insieme, illustrazione in movimento della collezione Giorgio Armani.

Guadagnino racconta di essersi ispirato al cinema di Chantal Akerman per imbastire una storia di desiderio e suspence, riconoscendo con Armani un legame antico: “Ho formato il mio gusto anche sul suo straordinario lavoro”.

L’atmosfera è rarefatta, due amanti si inseguono, sospesi e inquieti, mentre sullo sfondo scorre la pianura fra Mantova e Cremona, i suoi magnifici edifici ricchi di storia, gli infiniti colonnati.

Le scene d’interni sono state girate nel Museo del Violino di Cremona, capolavoro dell’architettura razionalista lombarda mai usato come set cinematografico. Protagonisti Milou Van Groesen, Diego Fragoso e Viniccius Sales.

Buona visione!

L’odissea di una Pantera di lusso

Dopo Louis Vuitton, anche Cartier affida al fascino del cinema, la sua prossima azione promozionale, un modo per raccontare i valori che da sempre muovono il re dei gioiellieri alla ricerca della bellezza contaminandosi con le culture del mondo.

Verrà lanciata il 4 marzo prossimo e si intitola “Odyssée de Cartier”, il film che racconta 165 anni di storia della maison.

Il lungometraggio, da 3 ore e 30 minuti, vedrà così la luce dopo due anni di lavoro che hanno impegnato cinquanta persone ed hanno richiesto la collaborazione di molte personalità tra registi musicisti e designer.

Il film narra il viaggio della pantera tra le nazioni del mondo, dalle strade più note ai luoghi più misteriosi e ricchi di fascino. Un viaggio immaginario, sospeso tra sogno e realtà che porterà gli spettatori alla scoperta dell’universo Cartier.

Una sola eroina sarà sullo schermo, la Pantera, animale simbolo della maison scelto a rappresentare lo stile sensuale e mai banale delle sue creazioni. La Pantera è diventato il simbolo della maison nel 1914 e tanti sono gli omaggi che il brand ha voluto fare all’animale: collezioni di gioielli a lei ispirate, come l’ultimo orologio Masse Secrète décor Panthère in oro bianco e diamanti che svela sul quadrante la silhouette dell’animale.

Un viaggio nell’universo Cartier, come non l’avete mai visto. Una prima anteprima sarà lanciata sulla pagina Facebook della maison il 2 marzo. Per la visione intera del film basterà collegarsi sul sito ufficiale di Cartier dal 4 marzo.

TESTO – ds ispirata da myluxury.it

FOTOGRAFIE – http://thefashioninbox.blogspot.com/

MUSICA – ballo sull’acqua spot Cartier 2011 http://www.youtube.com/watch?v=D9yVNKEYlDU

Cina, estetica ispiratrice

Quel gigante dormiente come Napoleone amava definire la Cina, oggi è più sveglio che mai e non solo, ispira, grazie alla sua storia millenaria e ad un’economia ruggente, il cinema, l’arte e la moda di tutto l’Occidente. Oggi il Dragone si è insinuato ovunque: da Hollywood alle passerelle di Milano, Parigi e New York, dalla Saatchi Gallery di Londra alla Biennale di Venezia.

Ispirazioni. Dalla Cina estetizzata e quasi surreale degli imperatori, fino alla Shanghai del 1942 in pieno fermento politico. Oggi è la moda, più di ogni altra forma d’arte, a parlare cinese. I primi “conquistatori” di Shanghai, Pechino e Hong Kong sono stati i marchi del lusso, come Prada, Dior, Louis Vuitton e Ralph Lauren.

La prima ispirazione giunge dalla Cina degli imperatori, dove lo sfarzo e il lusso si respiravano nell’aria, dove ogni gesto quotidiano avveniva nel rispetto di rituali millenari e nello splendore di un mondo estetizzato, quasi surreale. Ecco che le tonalità del rosso, dell’oro cupo e del giallo dei palazzi sono i protagonisti delle collezioni, come quella di Manish Arora, mentre i colori della cospirazione, il blu e il verde, sono interpretati da kimono contemporanei indossati dalle protagoniste delle leggende, come le donne di Haider Ackermann. E ancora, la delicatezza dei decori Ming viene indossata da donne esili, eleganti e delicate come in un dipinto di Ni Zan.

Ma la moda non manca di ispirarsi anche alla Cina moderna, raccontando attraverso un’intensa esperienza sensoriale, le atmosfere fumose della Shanghai degli anni 30 e 40. Come la collezione di Ralph Lauren, profeta dello stile americano, che vive un viaggio immaginario attraverso gli ambienti frequentati dalle dame borghesi giocatrici di majoing.

Gli abiti di Marc Jacobs, i tubini rigorosi di Erdem e le stampe delicate di Cacharel, sembrano usciti dal guardaroba della Greta Garbo cinese, Madame Ruan Lingyu. E così gli accessori, rigorosi e preziosi, degni di un’icona di stile, come un collier in oro bianco e diamanti di Piaget e una pochette in satin e pietre dure di Bulgari, o ancora, bracciali antichi  House of Lavande e clutch in velluto con farfalla smaltata applicata di Sergio Rossi.

Così il nostro viaggio nella moda ispirata al Paese del Dragone termina nella Cina popolare, espressa nel capolavoro di Ang Lee, Lussuria. Nella Shanghai del 1942 occupata dalle truppe giapponesi, in uno scenario ricco di fermento politico, una giovane militante deve sedurre un potente governante collaborazionista.

E’ questa Cina delle eroine moderne, di giovani attiviste, in bilico tra ragion di stato e femminilità, che ha ispirato Giorgio Armani  e i suoi completi pantalone, preziosi, in lana double e seta, ma allo stesso tempo dalle linee nette e dai tagli rigorosi; è questa Cina dal sapore popolare che ha ispirato gli abiti ricamati di Miu Miu e le tute di Charles Anastase.

La primavera fatta di armonia e di colori che ha risvegliato il sonno del Dragone è la stessa che ci attende e che respireremo per molto tempo ancora.

ds ispirata da Samantha Primati su MFLadies

Ripensando a L’Amante

Quando nasce un amore è come il sorgere del sole che, timido, si affaccia all’orizzonte e bacia coi suoi raggi tutto ciò che tocca.

Arrivano a Cholen, poco più in là di Saigon. Attraversano la città cinese “col frastuono dei vecchi tram che avanzano senza smettere di suonare, a cui sono appesi grappoli di bambini di Cholen”. Poi, ad un tratto, la folla non c’è più. Come per incanto è scomparsa. C’è solo la quiete. Il rumore, pur rimanendo invariato, si allontana. La macchina ha imboccato una via di capanne a schiera, tipiche dell’Indocina. Ci sono delle fontanelle, dei portici ed è in quel villaggio, sotto un portico, che lui la condurrà davanti ad una porta che aprirà sulla modesta oscurità di una stanza spoglia e con pochi mobili: un letto, una poltrona e un tavolo. E’ quella la garçonniere destinata, nelle famiglie ricche cinesi, ai giovani rampolli per portarci le loro amanti. E’ in quella stanza che avverrà l’iniziazione sessuale e sentimentale della giovane Marguerite. Ma lui ci ripensa e vuole portarla via. E’ troppo piccola, non può farle questo. Ma sarà lei a prendere l’iniziativa.

La perfetta ricostruzione dell’Indocina del 1930, una fotografia stupendamente malinconica e l’insuperabile leit motiv della superba colonna sonora del libanese Gabriel Yared, rappresentano il teatro su cui si svolge la trama del film “L’Amante” di Jean Jacques Annaud tratto dall’omonimo libro semi-autobiografico che Marguerite Duras scrisse nel 1984 nel quale narra una parte della sua giovinezza trascorsa in Vietnam. “Il film è la storia di un conflitto fra ragione e sentimento e l’idea è quella del rifiuto del corpo, della difficoltà che ha la mente di accettare la materialità e l’istintività del desiderio” (Jean Jacques Annaud)

Nell’Indocina del 1929 una quindicenne francese di famiglia borghese, caduta in disgrazia, incontra sul traghetto che la porta da Sa-Dec a Saigon, dove frequenta il liceo, un giovane cinese ricco e nullafacente di circa 27 anni (nel libro, 32 nel film). Lui è appena tornato da Parigi, dove aveva seguito degli studi di economia perché è l’erede di una immensa fortuna. Il giovane cinese che la ragazzina conosce quel giorno sul traghetto è bello e affascinante.

Ha già notato la ragazza affacciata sul Mekong, unica bianca in mezzo a tanti indigeni. Indossa un vestito di seta indigena di un bianco ingiallito; in testa ha un cappello da uomo in feltro a tesa piatta bordato da un nastro nero e indossa scarpe scalcagnate da ballo in lamè nero con qualche strass.

L’incontro di Marguerite con quel cinese, alto, bello e con la pelle scura dei cinesi del Nord, sarà fatale per entrambi. Quando lui le offrirà una sigaretta, sul traghetto, la ragazzina lo scruterà insistentemente e senza ritegno, guardandolo in maniera insolente. Una volta sbarcati, il Cinese le darà un passaggio con la sua macchina, fino al pensionato.

Marguerite non saprà mai se lui dormiva oppure no, quando gli prende la mano e la guarda da vicino, come un oggetto mai visto: la mano di un uomo cinese. Ha all’anulare un grosso anello d’oro con un diamante incastonato. Quella mano è bella, magra e dalla pelle ambrata. Poi, all’improvviso, non la guarda, né la tocca più. La lascia andare senza sapere se lui dorme o no. Porterà nel sonno quella mano per tenerla con sé. Poi si addormenta.

La tenerezza dei sentimenti nascenti tra i due protagonisti, è sottolineata dalla delicatezza con cui inizia il sottofondo musicale che nasce in sordina accompagnato dalle note di un meraviglioso richiamo alla Cina lontana, ma vicina e palpabile come le due mani che si cercano, si incontrano e poi si intrecciano saldamente, presagendo qualcosa di profondo e prepotentemente innegabile, di fronte alla cui evidenza nessuno dei due protagonisti vuole emettere alcun suono, perché ha paura di rovinare l’atmosfera regnante in quell’aurora di passione e di sentimenti sottintesi.

TESTO – ds ispirata da lepassionidellamenteedelmiocuore.blogspot.com/

FOTOGRAFIE – nell’ordine, dougaanmou.wordpress.com, pellicolerovinate.blogosfere.it, film-review.it

MUSICA – gabriel yared l’amante http://www.youtube.com/watch?v=CAFm91OQUHg

Bella ballando

“Ex ballerina del New York City Ballet e preparatrice di Natalie Portman per il ruolo in Black Swan, tramite il suo sito, impartisce lezioni sulle punte via webcam dal suo loft newyorkese”

Potrebbe essere il testo di un annucio sul New York Times. Invece è il claim del sito web www.balletbeautiful.com/take-a-class  di Mary Helen Bowers. Basta iscriversi in una delle sue classi virtuali e posizionare la webcam in modo strategico, per avere lezioni di danza nel salotto di casa. L’obiettivo non è solo quello di rafforzare glutei e addome, interno coscia e caviglie, spalle e tricipiti e snellire la silhouette, danzando. Il proposito è acquisire grazia nei movimenti, leggerezza ed eleganza nel portamento.

Il training di Mary Helen Bowers è una novità assoluta nel campo, un allenamento extra-energico che mixa le mosse sofisticate e leggere della danza classica con la ginnastica pura, il ballo con il body building, le coreografie con il cardio.

Bastano tre mesi. Durante il suo training, si lavora molto di resistenza, con pesi leggeri ma potenziati da lunghe e ripetitive serie di cardiofitness. I risultati si vedono già dopo due settimane, ma con un fitto allenamento di tre mesi, si ottiene una silhouette snella, sottile e slanciata. Come quella della Portman. E una movenza sicura ed elegante, da prima ballerina. (Prego, continui a leggere sotto)

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Un drY martini, please

“Ecco la mia ricetta personale, frutto di lunghi ed elaboratissimi esperimenti, garantita per i suoi risultati perfetti. Prima che arrivino i vostri invitati, mettete tutti gli ingredienti, bicchieri, shaker e gin in frigorifero. Utilizzate un termometro per accertarvi che il ghiaccio stia a 20° sotto lo zero – il ghiaccio deve essere molto ghiacciato e duro, cosicché non si sciolga… non esiste niente di peggio che un martini annacquato. Non togliete niente dal frigorifero, finché non siano arrivati i vostri invitati. Allora, fate sgocciolare poche stille del Noilly Prat e mezzo cucchiaino di Angostura bitters sopra il ghiaccio. Mescolate e poi scolate il liquido tenendo solo il ghiaccio, che manterrà il tenue gusto di entrambe. Versate il gin sul ghiaccio, agitate di nuovo lo shaker e servite”

… spiega il grande regista surrealista Luis Buñuel nella sua autobiografia “My last sigh”. E aggiunge: “Un raggio di sole deve trapassare una bottiglia di vermouth prima che essa si scontri con il gin“, la formula per un perfetto Dry Martini.

Le origini di questo cocktail sono legate alla leggenda. La più autorevole, documentata da John Doxan in “Stirred – Not Shaken”, afferma che un barista di nome Martini originario di Arma di Taggia in Liguria, emigrato negli Stati Uniti, avesse creato la miscela attorno al 1910 presso il Knickerbocker Hotel di New York in onore di John D. Rockefeller.

Ma si dice pure che un gentiluomo spagnolo di nome Martinez, circa un secolo fa, suggerì al barman del Waldorf Astoria Hotel di New York la ricetta di quel cocktail che si sarebbe chiamato “Martini” (in onore a lui, non al celebre vermouth).

La fama del Dry Martini è comunque legata al cinema. James Bond è molto sensibile a come il gin si mescola con il vermouth, affinché la bevanda non si ferisca (bruised) con un mescolamento barbaro: “Shaken, not stirred”, così come preferisce il sesso, agitamento delle sensazioni e non degli sgarbati contorsionismi. Anche l’attrice Mae West dal grande schermo sospira: “Devo liberarmi di questi abiti bagnati ed infilarmi in un Martini dry”. E un Dry Martini è quello richiesto al barman del Taft Hotel da Mrs. Robinson (Anne Bancroft)  accompagnata da Benjamin (Dustin Hoffman) protagonisti nel film “The Graduate” da noi conosciuto come “il Laureato”.

Al di là della storia, della leggenda e delle curiosità, oggi il Dry Martini è il re dei cocktail che vanta innumerevoli varianti e metodi di preparazione, un rito questa, per ogni barman che si rispetti.

“… chiedemmo per dovere quasi devozionale due dry martini che ci furono preparati con scupolosa attenzione… ma per quale motivo un cocktail uscito dalla manipolazione stregonica di Field era una nuvola di leggerezza e soavità senza l’ombra delle matrici che lo avevavo generato e, questo solo una gradevole e diligente miscela di alcol e ghiaccio, non avremmo mai potuto spiegarcelo se non con la constatazione immediata e perfino riflessiva: Colin era il più grande barman del mondo” (da “A Tavola con Maigret”)

Dove berlo? Al mondo sono molti i banconi su cui si può sorseggiare un Dry Martini coccolati dai racconti di un fantasioso barman. Andate dove volete ma accertatevi che il professionista del mixing abbia avuto una formazione degna di tale nome, dove vederlo e ascoltarlo mentre prepara il cocktail sia davvero un momento di relax.

In tanti sostengono che il migliore al mondo sia quello dell’ Harry’s Bar in Venice dove in passato Hemingway, amava sbronzarsi con la versione extra strong da lui stesso ideata, vale a dire con la stessa percentuale di soldati che il famoso generale inglese Montgomery indicava come necessaria a garantire la vittoria in ogni battaglia (che tradotta in termini liquidi significava 13 parti di gin contro una di vermouth).

E Xavier de la Muela, proprietario del Dry Martini Bar di Barcellona, uno dei migliori al mondo dalle pareti decorate con un’esposizione d’arte di Martini di tutti i tempi, afferma: “Il Martini cocktail è una filosofia di vita, un punto d’arrivo”

Bevetelo come volete, purché sia secco e gelato. Un consiglio: non avventuratevi oltre il terzo bicchiere se non siete Hemingway, a meno che non vogliate interpretare un personaggio de “Il fascino discreto della borghesia” di Buñuel. Per dirla sempre col generale Montgomery, è sempre “meglio una ritirata strategica che un attacco scellerato“.

TESTO – ds ispirata da orizzontidelgusto.blogspot.com

FOTOGRAFIE – in ordine, you-stylish-barcelona-apartments.com, MFLadies, comerconlila.com

MUSICA –  bright college days tom lehrer http://www.youtube.com/watch?v=bATv2GwOs08

Lady Hawke e Sir Wolf

“Sempre insieme, eternamente divisi”. E’ la maledizione che pesa su due innamorati, Isabeau (Michelle Pfeiffer) e Etienne (Rutger Hauer) nel famoso film Ladyhawke del 1985 diretto da Richard Donner. Etienne è condannato ad andarsene ramingo ed ogni notte a trasformarsi in lupo, mentre la donna lo segue; di giorno invece, lei si trasforma in un falco, aggrappato al pugno del suo amato. Per rompere la maledizione e far tornare liberi i due innamorati, dovrà giungere “Una notte senza il giorno e un giorno senza la notte“, ovvero un’eclissi solare.

Sebbene  i nomi richiamino ambientazioni francesi, il film è stato girato quasi interamente in Italia e la scena dove il falco viene ferito, al Passo Giau e al piccolo lago Antorno nelle vicinanze del lago di Misurina nelle Dolomiti bellunesi.

Nel cuore di questo inverno, un lupo è tornato anche in Trentino. E’ stato filmato nell’alta Val di Non, nel comune di Castelfondo. Dovrebbe trattarsi di M24, l’esemplare già segnalato in Svizzera nel 2009 e poi in Alto Adige, dove è stato filmato l’estate scorsa in provincia di Bolzano, appena oltre il confine, nei pressi del Passo Palade.

Emozionante vederlo in quelle poche ma starordinarie immagini, tanto che la mia fantasia è volata subito al film, al lupo e al suo falco. E’ di pochi giorni fa la notizia che la Provincia autonoma di Trento ha autorizzato un giovane guardiacaccia trentino,  a detenere e addestrare falchi. In molte regioni d’Italia questi maestosi volatili vengono addestrati in appositi centri e utilizzati poi per cacciare, ma non in Trentino, dove viene severamente vietato dalla legge provinciale sulla caccia. Il falco è uno dei primi animali che storicamente l’uomo è riuscito ad addestrare e ha rappresentato anche nella nostra terra, un valido aiuto durante la caccia della selvaggina. Gli appassionati di falconeria, oggi, li addestrano per il piacere di vederli volare e librarsi liberi nel cielo.

Ma torniamo pure, per un istante, al nostro film. Un Amore Impossibile, la “maledizione” dell’incomprensione, il giorno e la notte, il bene e il male. Al di là della fantasia, qualcosa che fa parte della nostra realtà. Forse è per questo che la storia di Lady Hawke affascina e continuerà ad affascinare.

In Trentino, il falco c’è, il lupo è tornato. Boschi e castelli non sono mai scomparsi. E’ come se la scena si fosse ricomposta. Ci sono tutti gli ingredienti per sognare, in attesa della prossima eclissi.

 

TESTO – ds

FOTOGRAFIE – web

MUSICA – eclissi del cuore l’aura e nek http://www.youtube.com/watch?v=_-oa62PbXsQ

 

Le radici della femminilità

La Sicilia, la donna siciliana, la famiglia. Dolce e Gabbana sintetizzano tutto questo nella loro moda (arte) ed io, nei panni di questa femminilità, mi sento perfettamente a mio agio. I miei masterpieces sono un completo in seta dipinta, color celeste con grandi fiori, composto da longuette e bustier con reggiseno nero incorporato, e un tailleur nero in tessuto di lana formato da una giacca strizzata in vita, collo sciallato e longuette (collezioni 1996).

In quanto a femminilità, Sicilia e famiglia, mi piace particolarmente la nuova campagna pubblicitaria di Dolce&Gabbana per la primavera-estate 2012. La Sicilia di un tempo ispira questi scatti che sono delle vere e proprie foto di famiglia. Per esaltare l’italianità della loro moda, i due stilisti hanno scelto come protagonisti attori italianissimi che in questi anni si sono distinti per bravura e simpatia e due emblematiche bellezze italiane, Bianca Balti e Monica Bellucci.

Green carpet

Un lungo fourreau strapless nero, con bustino costruito a fasce orizzontali e sottolineate da un piping a contrasto ed un’ampia coda realizzata con pieghe geometriche doppiate con una stampa floreale color avorio. Questo è l’abito couture disegnato in esclusiva da Giorgio Armani per Livia Firth, moglie dell’attore Colin Firth, in occasione della cerimonia dei Golden Globe.

Lo stilista ha scelto di abbracciare i principi di etica e sostenibilità, realizzando l’abito con un tessuto formato da fibre ottenute dalla pressione meccanica della plastica di bottiglie riciclate, un metodo che consente di ridurre al minimo l’impatto ambientale.

Una scelta green ed eco, ispirata dalla stessa Livia, grande sostenitrice  della causa ambientale. «L’attenzione per il mondo che ci circonda è un problema che riguarda tutti noi, e al quale non possiamo sottrarci», ha detto re Giorgio.

Armani è stato uno degli stilisti, come Tom Ford, Chanel, Gucci, Stella McCartney, Paul Smith, Valentino, Roger Vivier, Alberta Ferretti ed Ermenegildo Zegna che si sono sbizzarriti sul red carpet proponendo abiti dall’impatto ambientale ridotto, in materiali eco-compatibili. Proprio la Ferretti ha affermato: “Creare abiti femminili e glamour, ma allo stesso tempo eco-friendly, è una sfida che stimola la mia creatività. Credo che la moda sia una modalità forte di comunicazione, che può supportare una così attuale e contemporanea causa». E Franca Sozzani, direttrice di Vogue Italia, non ha perso l’occasione dal suo seguitissimo blog di invitare la moda alla sostenibilità ambientale.

Il maggior impegno nei confronti dell’ambiente è stato il filo conduttore della 69esima edizione dei Golden Globe Awards. Oltre il contributo da parte degli stilisti, diversi attori hanno infatti richiesto un menù totalmente vegano. Natalie Portman, l’attrice da tempo impegnata nella salvaguardia dell’ambiente, dichiaratamente vegana, pare abbia fatto pressioni sull’organizzazione per avere serviti al gala di premiazione, oltre alla cucina tradizionale della kermesse, anche piatti vegetariani e vegan. Infatti alla cena che segue la premiazione, erano presenti  verdure di stagione della California, scelte a “impatto zero” e da produttori locali per abbattere l’inquinamento da trasporto, miso e soia organici, vellutate di pomodoro e tortini di verdura bianca al forno.

Eco friendly, for example.

 

TESTO – ds ispirata da www.classlife.it e www.greenstyle.it

FOTOGRAFIA – www.classlife.it
 
MUSICA –  green day boulevard of broken dreams http://www.youtube.com/watch?v=gWNRUVMboq4

 

Non conta come tu conduci il gioco

… ma come il gioco conduce te.

Non so da chi tra i tre, arrivi più emozione. Robert Redford, Brad Pitt o la 912. Il primo è carisma, il secondo è bellezza, la terza sono le due cose coniugate in una. 

Comunque sia, questi sono gli ingedienti di “Spy Game”, un film del 2001 di Tony Scott, che unisce azione, intrigo, amore e valori dell’amicizia. La vicenda è ambientata nell’affascinante  mondo dello spionaggio, dove tutti usano tutti e tutto, dove le regole non vanno rispettate, dove non c’è spazio per una famiglia o per l’amore, dove è d’obbligo essere spietati e senza scrupoli e dove la sincerità è un’utopia. Nonostante tutto questo, per i protagonisti del film, lo spionaggio è solamente un gioco, sia pur “tremendamente serio e pericoloso dove nessuno vuole perdere” e dal quale gli spettatori, non possono fare altro che rimanere incantati.

E’ l’ultimo giorno di lavoro prima della meritata pensione di Nathan Muir (R.Redford) agente della CIA. Durante una riunione convocata appositamente a Langley, sede della CIA, Muir racconta i fatti che lo hanno visto reclutatore e maestro di Tom Bishop (Brad Pitt), suo allievo prediletto, ottimo agente e compagno affidabile di numerose azioni in tutto il mondo, dal Vietnam alla Germania dell’Est, al Medioriente. Lo scopo della riunione è riuscire a capire chi Tom voleva far evadere dalla prigione di Stato cinese con uno stratagemma. Tom è arrestato. La CIA, completamente estranea all’azione, non vuole creare un incidente diplomatico con il Governo cinese che si appresta ad intavolare negoziati commerciali con gli Stati Uniti.
Man mano che Muir racconta le singole operazioni di spionaggio in cui lui e Tom erano entrambi ben affiatati, uniti e solidali, si rende conto che solo lui potrà riuscire a salvarlo, in quanto la CIA non è disposta a difendere e a trattare la liberazione di un suo agente che svolgeva un’azione in piena autonomia e senza nessuna autorizzazione. Il film si svolge tra il presente e il passato raccontato da numerosi flash back, il tutto scandito da un’impietoso countdown che segna il poco tempo a disposizione per salvare Tom: solo 24 ore.
In nome dell’amicizia che li legava, Muir usa la propria esperienza, la determinazione, l’astuzia, l’intelligenza, i propri risparmi e il potere di certi personaggi conosciuti durante la sua lunga carriera. Elabora un piano sofisticato ed ingegnoso che salva la vita a Tom e gli restituisce ciò che anni prima, peccando di presunzione, gli aveva indebitamente tolto: la possibilità di vivere fino in fondo una storia d’amore con la donna di cui si era innamorato (Catherine Mccormack).  (Louise-Elle su Blogbuster)

 

Must have, gli intramontabili – 6° puntata

Capi senza tempo, icone di stile che li hanno resi celebri. Un semplice vademecum per lei e per lui, per conoscere e non sbagliare mai.

 

BRIGITTE E IL BIKINI

Formalmente il bikini è nato nel 1946 ma il costume a due pezzi  era indossato già nell’antichità, come risulta dal ritrovamento di urne, affreschi e mosaici di epoca greca e romana (i più antichi risalgono addirittura al 1400 a.C.). A contribuire al successo del bikini fu il cinema grazie a dive come Brigitte Bardot che con il loro fascino esplosivo fecero dell’audace due pezzi l’oggetto del desiderio maschile e femminile di intere generazioni.

Oggi: Emporio Armani e Dolce&Gabbana

Quando: al mare e in piscina

 

SOFIA E LE CALZE

Sophia Loren sbottonava il reggicalze scuro, le tirava giù lentamente e lasciava cadere sul letto le sue calze leggere di filato davanti ad un Marcello Mastroianni sussultante e impaziente; uno spogliarello femminile che ha avuto nelle calze un ingrediente di seduzione fondamentale.  La calza è da sempre arma di seduzione del gentil sesso, ma il menage quotidiano dei nostri tempi impone pragmatismo. Si lavora, si corre, si compete, c’è poco tempo per giocare. Con gli uomini si combatte, non si flirta. Allora spazio al collant: pratico, veloce e resistente benché nemico giurato del maschio e barriera a volte insormontabile per un improvviso impeto ormonale. Il reggicalze è ormai in soffitta, mentre le gloriose autoreggenti – che pure non tramontano mai- restano lì, nel cassetto, in attesa di momenti speciali sempre più rari.

Oggi: Wolford

Quando: sarebbe bello…

 

JACKIE E I PANTALONI CAPRESI

Capri, 1960. Una giovane donna del posto si ispira ai pantaloni dei pescatori capresi per disegnare il suo primo paio di pantaloni alla pescatora. Bastò che Jackie Kennedy Onassis, gironzolando in Piazzetta nascosta dietro un grande paio di occhiali neri, li indossasse la prima volta, per sancirne definitivamente il successo. Di strada ne ha fatta in quarant’ anni il pantalone «Capri style». E  la semplicità di un pantalone alla pescatore e di un infradito conquistano ancora oggi. Lo stile caprese è entrato fra gli evergreen. Il suo punto di forza: la sobrietà delle linee. Ma prego fare i conti con le proprie fisicità: no al pantalone caprese sopra la taglia 46. Un capo di assoluta freschezza. Non ha né taglia né età, basta scegliere stoffe e modelli giusti. Aderenti per giovani e snelle, più morbidi per le altre. Un immancabile? In lino o canvas, colori naturali.

Oggi: Alberta Ferretti, Emporio Armani e Dolce&Gabbana

Quando: nel tempo libero e nel weekend

TESTO – ds

Must have, gli intramontabili – 5° puntata

Capi senza tempo, icone di stile che li hanno resi celebri. Un semplice vademecum per lei e per lui, per conoscere e non sbagliare mai.

 

MARILYN E IL TWIN- SET (PULLOVER GEMELLI)

Twin-set, ovvero un due pezzi gemelli realizzati in lana o cashmere, un cardigan e una maglia con mezze maniche da portare sotto. I primi twin-set cominciarono a diffondersi negli anni trenta. La maglia è solitamente in materiale più leggero e più aderente, mentre il cardigan viene indossato sbottonato. Piaceva a Coco Chanel su pantaloni larghi o gonna a campana. Negli Anni 60,  il cardiganino diventa bon ton, borghesissimo, accompagnava attrici come Doris Day e Marilyn. Meglio di tutte stava alle lady inglesi e, top dei top, alla regina Elisabetta, che lo sfoggia ancora a Balmoral. Nei ‘50 frequentava la Nouvelle vague parigina, e allora era in odore di irriverenza e trasgressione. Verso i 70 era folk e fiorato con i gonnelloni. Lo portavano Katharine Hepburn e Jackie Kennedy. Oggi Anna Molinari lo pensa per le sue collezioni girlish Blumarine, zuccheroso, femminilissimo, con le ruches e i lustrini. Da portare con tutto, tubino, camicia, t-shirt, jeans, gonna.

Oggi: Clements Ribeiro e Brunello Cucinelli

Quando: in ufficio

 

PATTI E LA CAMICIA BIANCA

La prima apparizione pubblica, al Salone di Parigi, indossata da una regina, dipinta su tela: Marie Antoinette in muslin dress. Uno stile lontano dagli oneri dell’etichetta, e con lui il ritratto che ne fece Madame Vigée-Lebrun: era il 1793, e fu scandalo. Passata tra sbuffi Ottocento, arriva sino alle soglie del Novecento a rappresentare agiatezza. Ci sono poi le dive hollywodiane che intorno agli anni Quaranta la rendono una moda. Nei Cinquanta siamo in epoca di femminilità  vissuta al suo pieno, è in voga lo stile Pin up, shorts e curve, la camicia spesso si presenta annodata, a far risaltare il decolletée e intravedere il busto. E così per tutti i Sessanta, mentre la camicia bianca vira verso la sua prossima destinazione, di genere androgino, quasi inconscio manifesto di femminismo. Tra tutte le immagini della storia della camicia bianca, spicca il ritratto in bianco e nero della cover del primo album Horses di Patti Smith dove lei indossa una camicia bianca. Diventa icona dell’androgino, l’abum decolla, la camicia bianca, così al maschile, diventa un must. 
 
Oggi: Jil Sander e Alberta Ferretti
 
Quando: sempre

 

KIM E LA SOTTOVESTE

Inizialmente la sottoveste era utilizzata come una sorta di ‘velo’ di protezione, faceva scivolare meglio i vestiti. Alla fine del Cinquecento si diffondono le sottovesti che stringono la vita e creano i fianchi a ‘cupola’, antenate delle parigine ‘modellanti’. Il 1837, anno in cui sale al trono la Regina Vittoria, vedrà il trionfo del sottabito: non solo per motivi climatici, la donna pone più strati possibili fra il proprio corpo e l’abito esterno. Sarà Christian Dior nel 1947, con la collezione ‘New Look’ a dare una nuova popolarità alla sottoveste che durerà fino agli anni Sessanta. Alla fine degli anni Ottanta la sottoveste diventa un capo da indossare sopra l’abito, tutto da mostrare. Chi potrebbe dimenticare la sottoveste che indossava Kim Basinger in ‘Nove settimane e ½’ con bretellina franata? Una vera e propria arma di seduzione, massimo emblema della femminilità. Oggi è scelta ed indossata per la sua carica seduttiva. La si può scegliere quella classica, in raso, in seta o pizzo, utilizzata anche come camicia da notte per le occasioni importanti, oppure la ‘parigina’ molto più costruita, in genere con reggiseno incorporato, in materiali tecnici che fasciano e sostengono.

Oggi:  La Perla, Donna Karan, Vera Wang, Intimissimi e Victoria’s Secret

Quando: ogni notte come camicia da notte

 

TESTO – ds

Must have, gli intramontabili – 4° puntata

Capi senza tempo, icone di stile che li hanno resi celebri. Un semplice vademecum per lei e per lui, per conoscere e non sbagliare mai.

 

GRACE E IL FOULARD

Da copricapo contadino ad accessorio delle stelle del cinema.  Come è diventato l’umile foulard un’icona di stile? Secondo alcuni studiosi del costume, il foulard trae diretta ispirazione dal fazzoletto indossato dai soldati di Napoleone. Fermamente annodato sotto il collo, risponde assai meglio del volatile cappello alle esigenze della vita all’aria aperta, dello sport e del mito futurista della velocità, automobile compresa.  Foulard oggi è sinomimo di Hermès Paris. E il carré della maison di rue Faubourg Saint Honoré è molto più di un quadrato di seta piegato a triangolo: è un’icona, un gioiello che si tramanda di madre in figlia. Perché non passa mai di moda: anzi, come succede solo alle cose davvero preziose, diventa più bello quando lo scorrere del tempo gli regala una patina che lo rende unico, inimitabile. Da imitare: Grace Kelly nel bellissimo film del maestro Alfred Hitchcock “Caccia al Ladro” dove guida la sua auto in compagnia di un fascinoso Cary Grant.
 
Oggi: Gucci e Hermès
 
Quando: sempre, al collo, in testa, come pareo, annodato alla borsa, su un tubino, su un cappotto.

 

AUDREY E IL TUBINO NERO

Il tubino nasce in Francia nel 1926 sotto il nome di Petit Robe Noir, creato dalla famosa stilista Gabrielle Chanel meglio conosciuta come Coco Chanel. Fu proprio per il funerale del suo amante che Coco confezionò il primo tubino nero della storia, utilizzando i tessuti dei vecchi abiti da collegiale. Un vestito elegante ma sobrio che diventerà presto l’emblema della raffinatezza femminile. Il “tubino” nero è l’abito femminile per eccellenza, simbolo di eleganza, può essere indossato in ogni occasione e proprio per questo prende il soprannome di “passepartout”. Divenne definitivamente celebre quando Hubert de Givenchy lo creò appositamente per Audrey Hepburn nel film Colazione da Tiffany.

Oggi: Dolce&Gabbana

Quando: a seconda dei tessuti e dei tagli, sia di giorno che di sera

 

JANE E LA BIRKIN

Nel 1984,  un volo Parigi-Londra vede seduti vicini Jean-Louis Dumas (che poi diventerà presidente di Hermès) e Jane Birkin,  cantante e attrice dalla bellezza eterea, resa celebre per aver cantato insieme al compagno Serge Gainsbourg la scandalosa canzone Je t’aime…moi non plu. Durante il volo, rovistando nella sua borsa, la bella Jane si lamentò più volte con il suo vicino del fatto che fosse un’impresa impossibile trovare una borsa per il weekend che fosse allo stesso tempo elegante e capiente. Monsieur Dumas promise all’attrice che ci avrebbe pensato lui stesso a realizzare la borsa apposta per lei. E così, da quel magico incontro, nacque la Birkin, la borsa più desiderata al mondo. Realizzata in moltissimi materiali, tra i quali il più utilizzato è senza dubbio l’alligatore, la Birkin è diventata un’icona non solo nella moda, ma anche nel cinema. Leggendaria la lista di attesa per possederne una.

Oggi: Hermès

Quando: quando ne possiedi una, non la lasci più, nemmeno per dormire.

 

TESTO – ds

Must have, gli intramontabili – 3° puntata

Capi senza tempo, icone di stile che li hanno resi celebri. Un semplice vademecum per lei e per lui, per conoscere e non sbagliare mai.

 

STEVE E I KHAKI

I pantaloni Khaki o Chinos sono uno dei maggiori contributi del mondo anglosassone allo stile. Furono i soldati inglesi in India a chiamarli Khaki (color polvere) quando decisero di tingere le divise bianche con il caffè, per renderle mimetiche. Gli americani invece chiamarono Chinos (cinese in spagnolo) dei pantaloni portati dall’esercito di ritorno dalle Filippine. Alcune regole: niente pinces, vietata la piega, quattro tasche, gamba poco ampia e magari un po’ logora sul fondo, sgualciti quel che basta. Più sono vissuti, anche un po’ sporchi, perfino graffiati, più sono cool. Un testimonial? Il bello e stropicciato Steve McQueen.

Oggi: Gap e Avirex

Quando: in tutte le occasioni

 

CARY E IL CAPPOTTO

Il cappotto è il compagno ideale del vero gentleman, Chesterfield o doppiopetto, poco importa, è il rifugio perfetto dello stile. Importanti sono il buon taglio, l’attenzione al profilo, la forma delle spalle e la larghezza del torace. Deve aderire bene alla forma del collo, dietro la nuca, senza fare pieghe o sollevarsi in alto. Le maniche devono essere sempre più lunghe di quelle della giacca e la lunghezza dell’orlo non deve superare i 15 cm sotto il ginocchio. Sir Cary Grant insegna.

Oggi: Loro Piana e Giorgio Armani

Quando: sempre quando fa freddo

 

GARY E L’ABITO SARTORIALE

Lord Brummel, il primo dandy della storia, con il suo motto “saper scegliere senza trascendere nell’eccentricità” definì l’archetipo dell’abito sartoriale, rifiutando i colori sgargianti, adottando il blu come tonalità principale e lanciando l’uso dei pantaloni lunghi a tubo. Ingredienti per l’abito perfetto: linea asciutta, spalle ben disegnate e pantaloni non troppo larghi. Essenziali, l’ottimo taglio e la qualità del tessuto. Ispirandosi a Gary Cooper.

Oggi: Ermenegildo Zegna e Ralph Lauren

Quando: in ufficio o per un un cocktail party

 

TESTO – ds ispirata da Samantha Primati (Gentleman) www.classlife.it

 

Must have, gli intramontabili – 2° puntata

Capi senza tempo, icone di stile che li hanno resi celebri. Un semplice vademecum per lei e per lui, per conoscere e non sbagliare mai.

 

ALAIN E IL TRENCH

Lo usavano per difendersi dal freddo i soldati durante la Prima guerra mondiale. Poi Burberry ne ha fatto un capo di moda senza tempo. Della divisa ne conserva ancora le spalline, l’anello a D e la pattina frangivento sulla spalla. Il cinema lo ha consacrato come oggetto di culto. Chi non ricorda Alain Delon strizzato nelle pieghe del suo trench, senza ricordarsi magari in che film fosse?

Oggi: Burberry London e Allegri

Quando: in autunno sempre, anche se non piove

 

CLINT E IL CARDIGAN

Il nome lo deve a Lord Brudenell VII, conte di Cardigan, ufficiale dell’esercito inglese di metà ‘800, che amava indossare un morbido maglione con il collo in pelliccia e l’abbottonatura sul davanti. Si dice che prediligesse questo capo perché lo poteva indossare senza rovinare la sua pettinatura. Vanitoso. Ma indubbiamente il cardigan presenta altri vantaggi: si può slacciare se fa troppo caldo, si può sfilare senza perdere gli occhiali e ha delle piccole tasche per chiavi e telefono. Sebbene sia un capo dal sapore old style, continua a stregare le giovani generazioni. Emulando il fascino di Clint Eastwood con il suo cardigan mentre gioca a golf.

Oggi: Brunello Cucinelli e Lanificio Colombo

Quando: nel tempo libero

 

WILLIAM E I JEANS

Divisa dei minatori, dei cowboy, dei ferrovieri, dei ribelli, dei rockettari e dei apcifisti. L’indumento più democratico della storia, tutti lo possiedono, anche il principe William d’Inghilterra e il più significativo del XX secolo. Inventati nel 1873 da Jacob Davis, un sarto lettone incaricato di confezionare dei pantaloni per gli operai delle ferrovie americane e da Levis Strauss un immigrato bavarese proprietario di un emporio. Davis confezionò i cinque tasche in denim, Strauss finanziò l’acquisto dei rivetti da applicare alle cuciture per renderli più resistenti.

Oggi: Levi’s e Jacob Cohen

Quando: da portare sempre con cinque tasche, mai con strappi, pinces e macchie finte. E in ufficio.

 

TESTO – ds ispirata da Samatha Primati (Gentleman) www.classlife.it

 

Must have, gli intramontabili – 1° puntata

Capi senza tempo, icone di stile che li hanno resi celebri. Un semplice vademecum per lei e per lui, per conoscere e non sbagliare mai.

 

ELVIS E LA POLO

Correva l’anno 1929 quando il campione di tennis René Lacoste inventava un nuovo tipo di maglia sportiva: la polo. Senza infrangere l’etichetta si presentò in un match indossando una maglietta bianca in piquet di cotone con il colletto morbido. Riuscì nell’impresa di indossare un capo elegante ma confortevole al tempo stesso. Trent’anni dopo il giovane Elvis la fece sua e la proiettò nel mondo del rock & Roll. Versione elegante della t-shirt ha il collo che si può alzare per ripararsi dal sole.

Oggi: Lacoste, Fred Perry e Ralph Lauren

Quando: mai in ufficio

 

ROBERT E IL CABAN

Blu, di pura lana, il caban o peacoat, è un classico che affonda le sue radici negli anni ’40 dalla Marina Militare. Si tratta di una giacca di lana pesante con ampi revers e bottoni di peltro o di legno con incisa un’ancora. Rigorosamnete blu perché è una tinta che meglio delle altre resiste alla salsedine, al sole e alla pioggia. Corta per facilitare i movimenti. Lo troviamo indossato con allure estremamente sexy da Robert Redford nel film I tre giorni del condor.

Oggi: Marina Yatching e Fay

Quando: nel weekend

 

PAUL E LA CAMICIA BUTTON-DOWN

In un match di polo che si svolse in Inghilterra a fine Ottocento, Mr. John Brooks, annoiato dalla partita, notò il particolare colletto delle camicie dei giocatori: due bottoncini fissati sulle punte del colletto per impedire al vento di dare fastidio. Nacque così la button-down e fu un successo intramontabile. Da Paul  Newman a Gianni Agnelli. Più comoda, più alla moda, con un’aura bohémien.

Oggi: Ralph Lauren e Brooks Brothers

Quando: sempre, con o senza cravatta, mai con un abito formale

  

TESTO – ds ispirata da Samantha Primati (Gentleman) www.classlife.it

 

Paradigmi

LI BINBING

(foto da beautifulasianartists.blogspot.com)

Nutrire ed ispirare la bellezza per una nuova femminilità

nutrire ed ispirare la bellezza

Sono convinta che il dono della bellezza debba essere nutrito e valorizzato nel tempo, con l’esperienza, con la ricerca di sè, con la continua ispirazione a quello che in fondo non ci appartiene ma ci valorizza.

La Natura in questo ci viene in grande aiuto perché le fonti massime d’ispirazione vengono proprio dalle sue espressioni. Ad esempio, da un territorio con i suoi colori, odori, tradizioni, sguardi.

Pensiamo al fascino straordinario della Sicilia, una terra così lontana da noi ma alla quale la nostra femminilità dovrebbe attingere ed ispirarsi sovente.

Nella Moda. Dolce&Gabbana interpretano la donna siciliana valorizzando le sue forme e le sue movenze sensuali. Abiti fascianti, scollature generose, nero, coloratissime stampe che si rifanno a fiori e frutti dell’isola, l’eleganza del pizzo e del croquet con l’affascinante sapore d’altri tempi.

Nel cinema. Solamente chi segue, appassionatamente come me, le vicende del Commissario Montalbano, riuscirà a comprendere. La femminilità si insinua in ogni episodio e non è solo incarnata dalle splendidi attrici che interpretano il personaggio femminile della puntata, ma è anche Paesaggio, Genius Loci. La Sicilia è Bella, una Bellezza siciliana, una bellezza barocca. Le costruzioni che usano il mare come sfondo e la luce come materia, il silenzio tra le case bianche mentre il sole brucia, l’omertà dei vicoli e delle scalinate, le grandi residenze con il blu protagonista, le stanze dai soffitti eterni, i cancelli in ferro aperti sugli scaloni. Forti contrasti che poi non rappresentano altro che la vera anima della Sicilia. Contraddittoria.

Nei paradigmi. Monica Bellucci. Non servono altre parole.

Nella letteratura. Attraverso le letture di alcuni profili come Dacia Maraini, Tomasi di Lampedusa, Luigi Natoli e Isabella Crescimanno di Capodarso, Giuseppina Torregrossa, si ritrovano le immutabili caratteristiche delle donne siciliane quali l’orgoglio, il fascino, l’astuzia, il coraggio, la passione e la riservatezza.

Perché la femminilità è anche un modo di essere oltre che di apparire. E’ quel ruolo che ama intepretare una donna accanto alsuo uomo e nella società.

TESTO – ds

FOTOGRAFIA – top in seta dipinto a mano Dolce&Gabbana coll. 1997 su porta del ‘500 usata come separè, @Casa Campanelle

MUSICA –  Commissario Montalbano opening sequence http://www.youtube.com/watch?v=9lNsc0zqxC0

Aviator style

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Ispirate dal sito glamour del web di questa settimana, alcune immagini rubate all’aviator style, per continuare a ricordare, volare e sognare.

Masterpieces, pionieri, attori, uomini e macchine con le ali. Occhiali, orologi, bomber  in pelle con applicazioni, guanti e sciarpe, foulards, spirito di avventura, curiosità,  coraggio, niente piedi per terra. A terra rimangono invece, false certezze, luoghi comuni e preconcetti. 

Libertà. Volare alto. Tutto con estrema eleganza. 

Paradigmi

                                               Monica

(foto zapster.it)

Paradigmi

Audrey Hepburn sul set del film “Guerra e pace” -1955

Il Cappello Borsalino, il mito in testa

Se la vita è un palcoscenico, con un cappello è più facile essere bravi attori. Un cappello, un mito, un nome: Borsalino.

I Borsalino non sono solo cappelli ma rappresentano un mito di una storia che ormai è di oltre cent’anni. Convincono con la loro qualità, con il loro stile e soprattutto con il loro marchio. Ciò che li rende unici è anche il tempo di costruzione: 9 mesi, più di un’auto sportiva in serie speciale.

Il cinema lo conferma: scelta da Jacques Deray per rappresentare il gusto degli anni Trenta, il nome dell’azienda diviene il titolo di due celebri film cult con Jean Paul Belmondo e Alain Delon Borsalino (1970) e Borsalino & co (1974).

La storia del classico cappello maschile in feltro, rivive in tutte le evoluzioni e deviazioni di cui il copricapo è stato ed è protagonista, nella vita di grandi star come in quella di ogni persona che non intende rinunciare ad un accessorio di classe.

E così, torna prepotentemente sulle passerelle e sulle strade dell’autunno inverno prossimi, il cappello, sia per uomo che per signora. Abbiamo lasciato alle spalle la calda estate riparati da un Panama, un cappello lussuoso, in paglia intrecciata, lavorato completamente a mano, leggero come una piuma e traspirante più del lino.

Per l’autunno, i cappelli delle signore si arricchiscono di piume colorate, un’immagine che evoca la stagione dei colori vissuta nel fascino della natura, nei casino di caccia, nella campagna inglese.

Oggi è più che mai è un accessorio cult. E sono soprattutto gli occhi ad esserne valorizzati, particolarmente esaltati dal fascino dell’effetto “vedo non vedo” di un copricapo che definisce la parte superiore del viso.

La scelta è un momento importante e va guidata da una consulenza all’altezza. Altezza, che contrariamente a quello che si pensa, non è un problema per chi vuole indossare un cappello. L’importante è l’equilibrio della forma e dello spazio. E dell’insieme. Bellissimo accompagnato al rigore di un cappotto nero o cammello.

Un fascino discreto, è in testa che dobbiamo avere la vera eleganza.

www.borsalino.com

In Trentino puoi trovare  Borsalino da Bonfioli in via Oss Mazzurana, 29 a Trento tel. 0461.981416

 

TESTO – ds

FOTOGRAFIA – originalitaly.it

MUSICA – miss independent ne yo http://www.youtube.com/watch?v=k6M5C-oKw9k&ob=av2n

Paradigmi

 

Kelly&Stewart in “La finestra sul cortile”

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