Un drY martini, please

“Ecco la mia ricetta personale, frutto di lunghi ed elaboratissimi esperimenti, garantita per i suoi risultati perfetti. Prima che arrivino i vostri invitati, mettete tutti gli ingredienti, bicchieri, shaker e gin in frigorifero. Utilizzate un termometro per accertarvi che il ghiaccio stia a 20° sotto lo zero – il ghiaccio deve essere molto ghiacciato e duro, cosicché non si sciolga… non esiste niente di peggio che un martini annacquato. Non togliete niente dal frigorifero, finché non siano arrivati i vostri invitati. Allora, fate sgocciolare poche stille del Noilly Prat e mezzo cucchiaino di Angostura bitters sopra il ghiaccio. Mescolate e poi scolate il liquido tenendo solo il ghiaccio, che manterrà il tenue gusto di entrambe. Versate il gin sul ghiaccio, agitate di nuovo lo shaker e servite”

… spiega il grande regista surrealista Luis Buñuel nella sua autobiografia “My last sigh”. E aggiunge: “Un raggio di sole deve trapassare una bottiglia di vermouth prima che essa si scontri con il gin“, la formula per un perfetto Dry Martini.

Le origini di questo cocktail sono legate alla leggenda. La più autorevole, documentata da John Doxan in “Stirred – Not Shaken”, afferma che un barista di nome Martini originario di Arma di Taggia in Liguria, emigrato negli Stati Uniti, avesse creato la miscela attorno al 1910 presso il Knickerbocker Hotel di New York in onore di John D. Rockefeller.

Ma si dice pure che un gentiluomo spagnolo di nome Martinez, circa un secolo fa, suggerì al barman del Waldorf Astoria Hotel di New York la ricetta di quel cocktail che si sarebbe chiamato “Martini” (in onore a lui, non al celebre vermouth).

La fama del Dry Martini è comunque legata al cinema. James Bond è molto sensibile a come il gin si mescola con il vermouth, affinché la bevanda non si ferisca (bruised) con un mescolamento barbaro: “Shaken, not stirred”, così come preferisce il sesso, agitamento delle sensazioni e non degli sgarbati contorsionismi. Anche l’attrice Mae West dal grande schermo sospira: “Devo liberarmi di questi abiti bagnati ed infilarmi in un Martini dry”. E un Dry Martini è quello richiesto al barman del Taft Hotel da Mrs. Robinson (Anne Bancroft)  accompagnata da Benjamin (Dustin Hoffman) protagonisti nel film “The Graduate” da noi conosciuto come “il Laureato”.

Al di là della storia, della leggenda e delle curiosità, oggi il Dry Martini è il re dei cocktail che vanta innumerevoli varianti e metodi di preparazione, un rito questa, per ogni barman che si rispetti.

“… chiedemmo per dovere quasi devozionale due dry martini che ci furono preparati con scupolosa attenzione… ma per quale motivo un cocktail uscito dalla manipolazione stregonica di Field era una nuvola di leggerezza e soavità senza l’ombra delle matrici che lo avevavo generato e, questo solo una gradevole e diligente miscela di alcol e ghiaccio, non avremmo mai potuto spiegarcelo se non con la constatazione immediata e perfino riflessiva: Colin era il più grande barman del mondo” (da “A Tavola con Maigret”)

Dove berlo? Al mondo sono molti i banconi su cui si può sorseggiare un Dry Martini coccolati dai racconti di un fantasioso barman. Andate dove volete ma accertatevi che il professionista del mixing abbia avuto una formazione degna di tale nome, dove vederlo e ascoltarlo mentre prepara il cocktail sia davvero un momento di relax.

In tanti sostengono che il migliore al mondo sia quello dell’ Harry’s Bar in Venice dove in passato Hemingway, amava sbronzarsi con la versione extra strong da lui stesso ideata, vale a dire con la stessa percentuale di soldati che il famoso generale inglese Montgomery indicava come necessaria a garantire la vittoria in ogni battaglia (che tradotta in termini liquidi significava 13 parti di gin contro una di vermouth).

E Xavier de la Muela, proprietario del Dry Martini Bar di Barcellona, uno dei migliori al mondo dalle pareti decorate con un’esposizione d’arte di Martini di tutti i tempi, afferma: “Il Martini cocktail è una filosofia di vita, un punto d’arrivo”

Bevetelo come volete, purché sia secco e gelato. Un consiglio: non avventuratevi oltre il terzo bicchiere se non siete Hemingway, a meno che non vogliate interpretare un personaggio de “Il fascino discreto della borghesia” di Buñuel. Per dirla sempre col generale Montgomery, è sempre “meglio una ritirata strategica che un attacco scellerato“.

TESTO – ds ispirata da orizzontidelgusto.blogspot.com

FOTOGRAFIE – in ordine, you-stylish-barcelona-apartments.com, MFLadies, comerconlila.com

MUSICA –  bright college days tom lehrer http://www.youtube.com/watch?v=bATv2GwOs08

Modelli di sobrietà

Breve excursus storico alla scoperta di alcuni modelli che nella loro vita hanno interpretato lo stile della sobietà. La sobrietà intesa nel significato più etimologico del termine (sine ebrius, senza ebbrezza, savio), uno stile che si basa sulla rinuncia al lusso e alla vistosità.

Balzac – In Eugénie Grandet, racconta la storia di un dandy parigino che, dopo il fallimento del padre, decide di fare fortuna all’estero. Prima di partire, vende i suoi lussuosi abiti e gli oggetti preziosi, per adottare una programmatica redingote nera di stoffa grossolana. I colori scuri sono importanti per la sobrietà perché sono adatti anche ai momenti più gravi. Nell’assemblea degli Stati Generali, prima della rivoluzione francese, bastava, per intuire la situazione, limitarsi ai colori degli abiti. Il nero della borghesia contrastava minacciosamente con le tinte vivaci dell’aristocrazia e il rosso dell’alto clero.

La vera ragione rifugge da ogni estremismo, bisogna essere saggi con sobrietà.

Tolstoj – In un accesso di odio per la frivolezza cittadina si era ritirato in campagna. Per inaugurare la nuova vita si era fatto fare un pesante pastrano di tela grezza, con falde così lunghe che poteva avvolgervisi per dormire la notte o per sonnecchiare in giardino, usando un dizionario per cuscino.

La sobrietà non esclude l’eleganza.

Scott Fitzgerald – Dopo la crisi del ’29, aveva abdicato ai costosi completi su misura dei Brooks Brothers per sommesse giacche sportive.

Graham Greene – Portava con stile una vecchia giacca di tweed con un rammendo ben visibile e i polsi rinforzati da una striscia di cuoio.

La pulizia è un elemento essenziale della sobrietà.

D.H. Lawrence – Aveva arredato il suo piccolo cottage con la massima semplicità e lo teneva sempre pulitissimo. L’autore di Lady Chatterley viveva parcamente e diceva che, anche se fosse diventato ricco, avrebbe continuato a vivere così.

Non sempre questa delicata virtù sopravvive alle passioni.

Re Ludwig di Baviera – Prima di incontrare Lola Montez, era amato dai sudditi per la sua oculatezza. Pur avendo un ombrello nuovo, continuava a usarne uno vecchio e spelacchiato. Poi aveva cominciato a spendere senza freni.

Benjamin Franklin  – Pensava, come Plutarco, che la sobrietà fosse la medicina dell’umanità. Provò per esperimento a vivere di pane e acqua senza diminuire il ritmo di lavoro. La madre, irritata, spiegava agli amici perplessi: «Il fatto è che ha letto un filosofo pazzo, un certo Plutarco».

La frugalità però non mortifica il gusto, si limita a raffinarlo.

Epicuro – Raccomandava di mangiare sempre cibi poveri come l’orzo per poi potere gustare pienamente le prelibatezze delle tavole cui si viene invitati.

La povertà non sempre è una garanzia di sobrietà. Il bohémien non è e non vuole essere sobrio.

Il Nipote di Rameau di Diderot  – Era insofferente all’austerità fiscale allora vigente in Francia e culminata in una dura patrimoniale: «Bastoneremo sulla schiena e sulla pancia tutti i piccoli Catoni come voi, che ci disprezzano per invidia, nei quali la modestia è solo una maschera dell’orgoglio e la sobrietà soltanto la legge del bisogno».

Freud – Nei difficili anni Trenta,  aveva smesso di farsi fare vestiti nuovi nei solidi tessuti inglesi, che prediligeva per la loro resistenza.

Nietzsche – Portava abiti lisi e fuori moda, ma scrupolosamente puliti e in ordine. Però quando gli era arrivato il commento di un’aristocratica, stupita dalla sua generosità in una colletta – «Il professore avrebbe fatto meglio a comprarsi una giacca più moderna!» – si era infuriato: «Non permetto che le signore si occupino delle mie faccende private». Tuttavia qualche tempo dopo, a Torino, i freni inibitori si erano allentati e aveva acquistato un abito «elegante, che cade alla perfezione». Come se non bastasse, aveva ringraziato la madre per la «gioia irrefrenabile» suscitata da un suo regalo: «Il lusso della cravatta supera tutto quello che ho visto a Torino».

TESTO – ds ispirata da Giuseppe Scaraffia (Domenica, Il Sole 24 Ore)

FOTOGRAFIA – Scott Fitzgerald in Brooks Brothers style su esquire.com