Case belle come un mito

A Capri, tutte le strade dell’isola portano a panorami mozzafiato. Ma c’è un itinerario, non meno emozionante, per scoprire la Capri architettonica. Una camminata alla ricerca di case belle come un mito.

La Casa Rossa di Curzio Malaparte, un capolavoro di architettura moderna progettata da Adalberto Libera che si integra perfettamente con il costone di Capo Masullo.

La Solitaria dell’intellettual-ingegnere Edwin Cerio e le altre sue ville capresi

La Casarella di Marguerite Yourcenar.

Villa Lysis fatta costruire dal barone-scrittore Jacques d’Adelsward Fersen in stile liberty.

Villa San Michele di Axel Munthe

La Cetrella di Compton Mackenzie

Villa Pierina di Maksim Gorkij

Villa Behring o Villa Spinola di Norman Douglas

La Canzone del mare di Gracie Field

Villa Jovis di Tiberio

Nobile, affascinante Sicilia

Visita guidata a Palazzo Ajutamicristo, topos dell’antica nobiltà palermitana.

testo da Cesare Cunaccia per Casa Vogue (10/2006)

Estate siciliana, scirocco. La vecchia Palermo, col suo traffico disordinato, le botteghe i rumori e odori stridenti. Facciate di palazzi sventrati dai bombardamenti del 1943 e abbandonati per decenni, ora investiti da un fervore generale di restauri, peraltro non sempre felici. Via Alloro, con i suoi fantasmi barocchi e rocaille. Attraverso un solenne portale, si è però subito altrove. Il cortile è enorme, ciuffi di bananiers e oleandri, una vasca ellittica di marmo cui si abbeveravano i cavalli. La percezione di un universo lontano, dalla speziata fragranza esotica, ti assale di colpo. Le “balate” lucide della pavimentazione, incendiate dal sole, sono metallo fuso di bagliore accecante. Poi la sorpresa della seconda corte interna, chiusa tra alte parei di pietra di tufo, giallo d’oro colato: la rivelazione dell’anima gotico-catalana originale del palazzo, il portico a doppio loggiato eretto al capomastro Matteo Carnilivari – autore del coevo Palazzo Abatellis – per Guglielmo Ajutamicristo, barone di Misilmeri e Calatafimi, tra il 1495 e il 1501.

E’ una continuità di vita quella che si riscontra in queste sale che incrociano tradizione aristocratica, passato e futuro, contrasti e sfumature in un gioco antitetico di rappresentazione e intimità. Accumuli di oggetti, pavimenti di Vietri in maiolica dipinta, consoles, specchi dorati Napoleone III, i servizi di Cerreto Sannita biancoverdi, quelli neoclassici di Capodimonte, stipi, scene e ritratti in cera sette-ottocenteschi e presepi napoletani in scarabattoli dorati. Ventagli in cornice, guéridons e vetrine di tartaruga pullulanti di memorie, vetri fragilissimi, ordini cavallereschi e lacerti affettuosi. Una uniforme da balì dell’Ordine di Malta di metà Ottocento troneggia su un manichino accanto al ritratto di Giovanni Calefati, uno dei baroni proprietari della dimora. Colpisce il contrasto tra la reale dimensione dell’abito e l’imponenza fittizia della figura dipinta che lo indossa. Si assomigliano molto tutti i Calefati di varie epoche che in effige abitano le pareti del palazzo avito. L’archivio di famiglia, tomi e tomi rilegati in pergamena, è custodito in un angolo di questo labirinto di sale, anfratti, livelli. Se i bagni sono posti in eleganti retraits settecenteschi ornati di stucchi candidi, la stanza da letto padronale racconta un intreccio di storie familiari tramite miniature, piccoli ritratti, lavori di convento. L’armadio-cappella in lacca bianca e oro è fornito degli arredi liturgici, fior di seta in campane di vetro, un grazioso Gesù Bambino di cera.

La cucina è immensa e accogliente, rivestita a piastrelle di Caltagirone. In sala da pranzo il pavimento è quello quattrocentesco in cotto paglierino, e i mensoloni gotici policromi sospesi a mezz’aria svelano l’esistenza dell’antico soffitto ligneo originale a carena di nave, celato dietro la volta affrescata del secolo dei Lumi da Giuseppe Crestadoro e dal quadraturista Benedetto Cotardi con un cero azzurro su cui libra lo stemma dei Paternò.

L’enfilade dei salotti conduce al vasto alone da ballo, il “camerone”, realizzato tra il 1763 e il 1766 da Andrea Gigante: sul soffitto, l’affresco di Giuseppe Crestadoro raffigura “La gloria del principe virtuoso”. Qui, dove nel Settecento Aloisio Moncada dava feste mascherate cui “scandalosamente” ammetteva, oltre al corpo nobile, “non pochi del civile”, il nonno dell’attuale barone Vincenzo Calefati scorrazzava da piccolo a bordo di un calessino trainato da un asinello. E qui, ai tempi di suo padre, un trenino inglese si sviluppava dalla cucina per i vari ambienti, recando una tazza di caffè dolciumi e frutta senza l’ausilio di domestici. Nel pomeriggio rovente gorgoglia l’acqua di un ninfeo seminascosto da papiri e da una nuvola di gelsomino. Intanto Lola, pacioso ed elegante corso siciliano, dal lucido mantello nero, stremata dall’afa e dalle intemperanze del trovatello Totò, si accascia sulle piastrelle verdi del “cortile del Petrosino”.

In Sicilia l’ospitalità non è un’opinione, ma una scienza esatta. Un pranzo diviene un evento, un ricordo da serbare, intessuto com’è nel retaggio di quei monsù franco-siculo-napoletani che costituivano il vanto dei vari casati autoctoni, tra l’estrema età barocca e l’ultimo pirotecnico slancio impresso dai Florio nel primo Novecento. Memore di ospiti illustri, dalla regina Giovanna di Napoli a Carlo V, che vi giunse nel 1535, preferendolo al fatiscente Palazzo Reale, al vincitore della Battaglia di Lepanto, don Juan de Austria, nel 1576, Palazzo Ajutamicristo declina ancora una secolare sapienza nell’accogliere.

Sua autentica anima è Pia Calefati di Canalotti, che, col marito Vincenzo, presidente regionale del Fai, è impegnata nel recupero di antichi splendori siciliani abbandonati all’incuria ed è anche un’attenta conoscitrice di quella peculiare forma gastronomica siciliana “di palazzo” che custodisce sapori inimitabili, sofisticatezze da iniziati. Ben lo sanno quanti hanno avuto il privilegio di vistare questa casa, testimone di una civiltà che, malgrado tutto, seguita ad esistere. Personalità come Riccardo Muti, un incuriosito Carlo Rambaldi, Lynn Forrester de Rothschild, donna Marella Agnelli, Franco Maria Ricci o Tom Parker Bowles che, sorprendendo il barone Vincenzo al ritorno dalle campagne, gli chiese dove acquistare i pantaloni da caccia che indossava. O Elizabeth Chatwin, che amava narrare aneddoti palermitani e greci del marito Bruce, in una serata di tarda primavera.

Miracoli di una casa dall’ininterrotta secolare esistenza, da un luogo che dispone alla confidenza, ad una joie de vivre sottesa, segreta, emblematica.

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