E’ così importante lasciare un’impronta

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Mio figlio Gianmarco e Casa Campanelle, la dimora cinquecentesca di famiglia che ho salvato dalla rovina, sono la mia impronta. Il mio Gommino rappresenta questa filosofia, un’impronta su un terreno di valori solidi e veri. 

for DOTS OF LIFE by Tod’s*

*Tod’s ha lanciato un nuovo progetto digitale. Si chiama Dot’s of Life, ed è una nuova piattaforma social (www.gommino.tods.com) dedicata al suo iconico gommino. Gli utenti sono invitati a sfoggiarlo e a condividere i loro scatti sul sito o su Instagram, con l’hashtag #todsgommino, nonché a votare le foto dei più grandi influencer del web che si sono divertiti a interpretarlo.

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Dolce domenica

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*torta di cioccolato&noci da una ricetta “segreta” della zia Adele (1930).

Thanks Mom ♥

Famiglie

Gli animali di Gianmarco, stasera, in cucina… E’ quasi ora di cena, ma c’è tempo per un nuovo gioco: ogni animale cerca la propria famiglia nella giungla… della cucina. E la ritrova, grazie a curiose affinità con alcuni oggetti appartenenti a varie “famiglie” di materiali, come ceramica, vetro, porcellana, rame, vimini, inox e silver. Il gioco è terminato, rimane il calore di una famiglia. Bello.

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L’attimo raccolto (della domenica)

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Il piacere di tornare a casa (dopo un lungo viaggio). Cucina di Casa Campanelle, ore 12

*Lunghi di Pasta Felicetti, canovaccio Le Jacquard Français

L’attimo raccolto

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Riunione di famiglia. “Parterre du relax” Casa Campanelle, ore 19

*sul tavolo “Pigalle” di Emu, porcellane Bernardaud Royal Albert, caraffa thermos in acciaio inox Alessi, caffettiera Bialetti, teiera in argento, caraffa e bicchiere in cristallo

L’ispirazione del giorno

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Dote. Il nonno, uomo Probo, di nome e di fatto, vendeva tessuti e si dilettava in sartoria. Generoso, attento, altruista. Schietto, franco, leale. Uomo di parola e di azione, signore nei modi e nelle idee. Ti ho conosciuto solo per 4 anni della mia vita, ma in questa casa tutto parla di te; come di te mi parlano tutti, ancora oggi. Di te parla soprattutto l’eredità di valori che hai lasciato e che costituisce le vere fondamenta di questa casa e delle vite di chi ci abita. La Generosità, non solo nelle azioni ma anche di pensiero, era la tua prima dote. Quella che sento di avere anch’io e che mi piace pensare di aver ricevuto (in dote) da te.

Paradigmi

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WILLIE NELSON & SONS

photographed by David Clinch

for John Varvatos

L’ispirazione del giorno

Mi piace pensare che questa casa abbia una sua anima, dove la mia ha trovato il suo rifugio ideale.

Arredare amando

Un classico, un’eleganza senza tempo, dove storia e tradizione si rinnovano nel segno dell’eccellenza. Questo è lo stile Bellora, lo stile di chi sceglie le creazioni di un’azienda che ha fatto del Bello la prima espressione di famiglia.

Dove la bellezza ha trovato dimora. Roma, Trinità dei Monti. Boutique Bellora.

 

 

 

 

  

E’ una scelta chiara, senza compromessi: un lusso non ostentato, mai urlato, ma nemmeno tanto sotteso, perché la qualità è subito al tatto e la bellezza allieta la vista. Tessuti e biancheria per la casa, masterpieces in lino e nell’iconico motivo a nido d’ape delle spugne. Poco spazio a fantasie o tonalità vivaci, potere invece ai dettagli di un ricamo o di un motivo, realizzati su tessuti di altissima qualità. Linee pulite ma di carattere, che si sposano perfettamente, sia al gusto antico che moderno di una dimora.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Alcune creazioni Bellora che arredano Casa Campanelle. Eleganza, nelle lenzuola in percalle di puro cotone rifinito con punto ombra; tradizione, nelle parure in puro lino; personalità, nei teli bagno dall’iconico motivo a nido d’ape.

Bellora non è solo simbolo di tessuti pregiati e di eleganza, ma è anche esaltazione di valori importanti, come la famiglia. Dove arredare fa rima con amare. Il sentiment è quello di una neomamma che prepara il corredo per il piccolo in arrivo: sceglie il meglio e non solo per qualità, ma anche per gusto estetico. La Collezione Baby Bellora diventa così, una meravigliosa sorpresa per un bimbo che, con la luce, si aspetta di trovare un mondo elegante: biancheria e spugne caratterizzate dal bianco puro o da colori tenui, ravvivati da righine, quadretti o dolcissimi motivi floreali.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Espressioni delle passate collezioni Baby Bellora, a Casa Campanelle. Pigiamino in cotone, sacco portabiancheria con iniziali ricamate a mano dalla nonna realizzato in tessuto di lino Bellora, trousse in lino, coperta in lana con motivo a trecce, spugne e morbido baby accappatoio in nido d’ape, parure per culla.

Oggi, Lorenza Bellora, Direttore stile e immagine dell’azienda, comunica il gusto di famiglia attraverso un nuovo spazio, La Casa di Lorenza, “ispirazioni e consigli per arredare casa con stile”. La signora Bellora apre le porte del suo mondo, come la sua dimora di Milano e la residenza di campagna sul Lago di Garda, che parlano essenzialmente di lei e delle cose che ama. In fondo, è ciò che fa, ogni giorno, grazie alle creazioni Bellora, una casa arredata (e amata) dal Bello.

Paradigmi

STELLA MCCARTNEY

photo by style.com

Le radici della femminilità

La Sicilia, la donna siciliana, la famiglia. Dolce e Gabbana sintetizzano tutto questo nella loro moda (arte) ed io, nei panni di questa femminilità, mi sento perfettamente a mio agio. I miei masterpieces sono un completo in seta dipinta, color celeste con grandi fiori, composto da longuette e bustier con reggiseno nero incorporato, e un tailleur nero in tessuto di lana formato da una giacca strizzata in vita, collo sciallato e longuette (collezioni 1996).

In quanto a femminilità, Sicilia e famiglia, mi piace particolarmente la nuova campagna pubblicitaria di Dolce&Gabbana per la primavera-estate 2012. La Sicilia di un tempo ispira questi scatti che sono delle vere e proprie foto di famiglia. Per esaltare l’italianità della loro moda, i due stilisti hanno scelto come protagonisti attori italianissimi che in questi anni si sono distinti per bravura e simpatia e due emblematiche bellezze italiane, Bianca Balti e Monica Bellucci.

Katia “Lena”, quanto basta ad un cuore per dirsi felice

Cos’è che riesce ancora ad emozionare il nostro cuore?
Una risposta me la sono data oggi, intervistando Katia Dellagiacoma “Lena”, una ragazza di 22 anni che assieme al padre e ai suoi due fratelli, conduce un agritur, una malga e un allevamento a Predazzo in Val di Fiemme.

“Tutto è iniziato nel 1933 quando il nonno, all’età di 8 anni, prese il treno da Predazzo e si recò a Tesero per acquistare la prima pecora con l’agnellino. Mio padre ha sempre lavorato con passione e anch’io, vicino a lui, da quando non ero ancora capace di camminare e lo seguivo sull’asinello. Gli animali sono la mia vita. In occasione di un Natale ho ricevuto in dono l’asino, ho sempre avuto una mia mucca e il cane, mentre per i miei tredici anni mi è stato regalato il cavallo. Questo agritur invece, era il sogno della mia mamma che è scomparsa nel 2001, quando io avevo 11 anni e i miei due fartelli di 7 e 4 anni. Abbiamo pensato a lungo su dove e come realizzarlo e un giorno, mio papà che stava tagliando il fieno qui vicino,  ha sentito che questo era il posto giusto. Abbiamo inaugurato la struttura nel 2009. Ha 8 stanze ed è aperta tutto l’anno. Oggi la conduco io con l’aiuto dello zio e della zia, ma spesso mi divido tra l’attività di agriturismo e quella dell’allevamento. I miei due fratelli studiano all’Istituto Agrario di San Michele. E’ una grande passione per me, non mi pesa mai quello che faccio, compreso alzarmi ogni mattina alle 5.30, oppure aspettare di notte che nasca un vitello. Quando nasce un vitellino mi emoziono sempre. Proprio l’altro giorno, una manza stava partorendo e io sentivo che stava soffrendo particolarmente visto che si trattava per lei del primo parto. Insieme a mio fartello l’abbiamo aiutata e quando è nata (femmina, che soddisfazione!), l’abbiamo riscaldata con la coperta e lasciata per qualche minuto con la mamma perché la riconoscesse. L’abbiamo soprannominata “principessa”, visto il “trattamento” di riguardo che ha ricevuto! E’ una cosa straordinaria per me veder nascere questi animali, vederli crescere e a loro volta vederli dare la vita ad altri. Questa passione cerco di trasmetterla anche ai miei ospiti, soprattutto nell’attività di “Fattoria didattica” nella quale faccio conoscere il mio lavoro e spiego ciò che il nonno e il papà hanno spiegato a me. E’ un’immensa soddisfazione, come il rapporto che nasce con i nostri clienti che diventano “amici di famiglia”. Per noi fare agriturismo significa proprio aprire ad altri le porte della nostra casa e delle nostre vite”

E comunicare emozioni, aggiungo io.

Per tutto il resto:
www.masolena.it

 

“La regina dei prati”, speciale per sentimento

Arrivati a Masi di Cavalese, ai piedi dell’Alpe Cermis, si percorre una stretta strada che porta al limitare del paese  fino all’agritur “La regina dei prati”, una  nuovissima struttura nata nel bosco, dal gusto contemporaneo ma perfettamente inserita nell’ambiente circostante.

Lì si trova la giovane Laura con suo marito ed i loro due piccoli. Una famiglia, una scelta di vita, un progetto da costruire insieme. “La regina dei prati” e’ nata così, dal nulla, facendo spazio tra gli abeti ma accompagnandoli con piante di tiglio.

Nove luminose stanze abbinate ad un nome di fiori, dove il design moderno sposa il profumo dell’abete e del cirmolo, con soffitti alti in legno che accolgono piccole alcove realizzate con soppalchi. Dalle finestre non si vede che il bosco, la neve e le orme di animali solitari.

Un Bed&Breakfast con la passione per la dolcezza. Il miele e’ la specialità della casa e viene utilizzato per colazioni, merende, per i dolci fatti in casa, per la bellezza e la cura del corpo. Il regno di Laura e’ la modernissima cucina, dove vengono lavorati i prodotti della terra in modo semplice  ed autentico. I doni preziosi della natura, il valore del tempo, la fortuna di far crescere i bambini in un tale contesto, sono le basi di questo progetto condiviso e realizzato con e per la famiglia.

Ecco, è solo questo quello che vi aspetta a “La regina dei prati”. Il Trentino pullula di luoghi ameni e di strutture  di grande fascino, ma quello che fa la differenza è proprio il sentimento con cui essi vengono pensati e vissuti. Qui c’è la famiglia, c’è un progetto a due, ci sono dei bimbi che crescono. Bello.
E tutto questo sembra pensato proprio per noi, che siamo sempre alla ricerca di qualcosa di semplice ma speciale, unico ed esclusivo, per sentimento.

Semplicità che è vera e propria ricchezza. www.lareginadeiprati.it

 

Un sogno di maggiordomo

foto di GP Briozzo

Che sogno, un maggiordomo. Ne ho incontrato uno vero, Mario, in vacanza con la “sua” famiglia al Lorenzetti di Madonna di Campiglio e gli ho strappato un’intervista. Sentite un po’ cosa ci racconta della sua professione e di come si può sopravvivere… senza maggiordomo. 

Mario, esistono ancora i maggiordomi?

Sta scherzando? In Italia, dopo il Regno Unito, è il paese dove si eccelle nel settore dei servizi di alta gamma dell’accoglienza e dell’ospitalità, un’arte che esportiamo in tutto il mondo. La figura del maggiordomo rientra proprio in questo contesto. Il segmento di riferimento è quello del lusso. Il Butler (o maggiordomo), deve essere sempre più qualificato per rispondere alle richieste di hotels di lusso, case private,  navi e dimore storiche.

Lei dove lavora?

Io lavoro all’interno di una casa privata e ricopro la funzione di Personal Assistant e di Direttore di Casa. Mi occupo  sia della gestione dell’agenda familiare dei signori, sia dell’organizzazione della casa. In concreto, mi occupo di piccole commissioni, come prenotare il ristorante più adatto alle singole occasioni, all’organizzazione di grandi eventi, come una festa o un concerto. E’ mio il compito ad esempio, di reperire i biglietti per teatro e musei, oppure fare shopping. La mia è una assistenza continua, ma discreta, seria e mai invasiva. Metto a disposizione il tempo e la mia professionalità.

Come si fa a diventare maggiordomi?

Ci sono dei corsi di alta formazione ad hoc, ad esempio a Milano e comunque c’è un’associazione che può fornire ogni informazione in merito, l’Associazione Italiana Maggiordomi (www.maggiordomi.org)

Mario, come si fa a sopravvivere senza maggiodomo?

Potrebbe bastare il saper fare una valigia come si deve.

Ci aiuti…

La regola principale è quella di dividere il contenuto in tre parti. Una parte andrà costituirà lo strato inferiore: oggetti pesanti e voluminosi che andranno posizionati dalla parte opposta al manico. Ci troveremo quindi, calzature, libri, scatole di cosmetici, cavi e caricabatterie. Gli spazi vuoti vanno riempiti con carta velina. Il secondo strato, quello di mezzo, sarà costituito dagli abiti come pantaloni e gonne, mentre gli interstizi verranno riempiti da calze e calzini arrotolati. In alto, il terzo strato, è riempito dai capi delicati, suddivisi equamente per peso, dal guardaroba per la sera, camicie, ripiegate con cura e posate con il colletto rivolto verso l’alto, fazzoletti, foulard e cravatte e, dulcis in fundo, giacche e cappotti con le maniche imbottite di carta velina.

Grazie davvero Mario, da ora in poi mi vanterò di saper fare una valigia e di aver imparato da un maggiordomo… vero.

 

Fuoco, quello che sei per me

fuoco

E’ il fuoco il mio segno. Dimora nella mia casa nel grande camino in pietra peperina ricostruito là dove stava il vecchio focolare domestico. Un amico toscano l’ha realizzato seguendo fedelmente il disegno che riproduce un antico modello di camino cinquecentesco. Sulla base vi è incisa una scritta: “Per ignem, vita”. Attraverso il fuoco, la vita.  Attraverso la passione ed il carattere di una persona, attraverso le prove e le sofferenze più dure, un’esistenza si forgia, l’esperienza si plasma.

Il fuoco è ciò che ci dà la vita, è vita, arde nel nostro cuore. E’ la passione verso qualcosa o per qualcuno, ciò che ci scalda, ci coinvolge, ci inquieta. Il fuoco è così, anche tormento, dolore, peccato, rimorso. La catarsi.

Il fuoco è emozione. Provate ad interpretarlo con i cinque sensi: il tatto, le mani che si riscaldano al tepore emanato; l’udito, il rumore del crepitio della legna che arde; la vista, la luce avvolgente della fiamma; l’olfatto, le essenze che bruciano inesorabilmente, ed il gusto, il sapore inimitabile di certi cibi cotti sul fuoco.

Il fuoco è mistero. Le scintille sprigionano la vita e con un movimento sempre diretto verso l’alto, verso il cielo, rappresentano una presenza che attrae, che provoca un senso non sempre descrivibile di pace e rilassamento. Rapisce lo sguardo e lo porta lontano, avvolge in un abbraccio di calore e inonda di una luce unica.

Come un cuore sorgente di emozioni, come il magma al centro della terra, così il focolare, edificato all’interno di una casa, è il simbolo della solidità e del calore umano di una famiglia.

Ed infine, il fuoco è la luce, è l’idea, è l’ingegno. Sarà anche il protagonista del secondo volume della collana “Memorie d’artigiano”, curato da me con fotografie di Roberto Vacis, edito dalla Provincia autonoma di Trento nei primi mesi del 2012, dove verrà raccontato, attraverso mani e volti, un rapporto speciale, quello tra artigiano e fuoco, appunto. E’ un’illuminazione, come una scintilla, che fa scaturire l’idea geniale di un’opera unica e come in un braciere, ardono in un artigiano, il carattere, la passione ed il sacrificio del suo lavoro.

Tu sei il mio Fuoco. E’ tutto questo quello che penso mentre ti guardo, è tutto questo quello che provo mentre ti sento.

TESTO – ds

FOTOGRAFIA – ds @Campanelle

MUSICA – light my fire doors http://www.youtube.com/watch?v=M_yWyBjDEaU

Dove nascono i pianoforti

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Il legno trentino, risorsa economica, valore culturale, potente mezzo espressivo, lavorato dalle abili mani degli artigiani che con la loro arte ed il loro ingegno sanno trasformare l’abete rosso della Valle di Fiemme nei capolavori dell’arte liutaia come Stradivari, Guarnieri e Amati.

La musicalità dell’abete di risonanza delle foreste di Paneveggio ha fatto il giro del mondo. E accanto ai maestri liutai c’è anche chi continua la sua ormai secolare missione di famiglia, creare armonium e pianoforti.

Il corso Ausugum a Borgo Valsugana è una stretta via che taglia per il lungo l’antica borgata, una specie di Spaccanapoli fiancheggiata da palazzotti e antiche case, con le botteghe da cui si affacciano negozianti e artigiani a conversare con la gente che passa. In fondo al Corso, per chi viene da Trento, sulla destra, in un vetusto palazzotto c’è la bottega dei Galvan, fabbrica all’inizio di fisarmoniche, poi di armonium e pianoforti.

Questo è il regno dell’artigianato da musica trentino di Egidio Galvan. Un’eredità preziosa ed importante raccolta negli anni dal figlio Romano e poi dal nipote Egidio Galvan jr che ha frequentato per parecchi anni i corsi per costruttori di pianoforti a Ludwigsburg, presso Stoccarda specializzandosi nella costruzione e riparazione.

Andare da Galvan significa prima di tutto percorrere un viaggio a ritroso nel tempo, poi, rifarsi gli occhi e l’animo per la bellezza e la musicalità di queste opere d’arte ed infine, se vogliamo, per scegliere il nostro strumento.

E’ da Egidio Galvan a Borgo Valsugana che ho acquistato il vecchio pianoforte viennese che campeggia nella biblioteca del secondo piano. L’ho scelto “a sentimento” tra alcuni in esposizione al secondo piano del negozio-museo. Sì, perché questo atelier espone una preziosa raccolta di materiale fotografico e pezzi unici, come organetti, armonium e pianoforti che testimoniano la storia della ditta Galvan e di questi strumenti nel mondo.

Galvan Egidio C.so Ausugum, 112 a Borgo Valsugana (TN) tel. 0461.753114 www.egidiogalvan.it

 

TESTO – ds

FOTOGRAFIE – @Casa Campanelle

MUSICA – Tchaikovsky Concerto per pianoforte op.23: Allegro con fuoco http://www.youtube.com/watch?v=Tl-vgqaXijk

 

Hotel Lorenzetti, di casa a Madonna di Campiglio

www.hotellorenzetti.com

L’uso equo del mandarino

Giorni fa mio figlio è tornato da casa di nonna con un sacchetto di mandarini. Ah, la nonna! Sempre il meglio per il nipotino adorato, ma la mamma non ha perso l’occasione di fare al pupo e a suo padre, un ragionamento serio sull’uso del mandarino.

Raccontavo agli uomini di famiglia, che da che mondo è mondo, a casa mia i mandarini venivano portati la notte del 13 dicembre da Santa Lucia. Non ho mai visto un mandarino nella mia cucina prima di quella data. Lo stesso discorso per le arance, per non parlare dei dolci tipicamente natalizi. I tempi sono cambiati, mia madre, insegnante alla scuola dell’infanzia, mi riporta che il mandarino è già da qualche settimana sulle tavole della merenda mattutina.

Ai pupi ho detto: finché ci sarà la mamma, in casa Bertelli la tradizione dell’attesa dei frutti arancioni verrà rispettata. Levata di scudi da parte di entrambi. “Provate” dico io “a soffermarvi sull’aroma di questo frutto, su questo profumo straordinario. Non ci sentite il Natale? Capite come sia fuori luogo mangiare un mandarino ad ottobre?”

Questo piccolo esperimento sensoriale mi è servito per spiegare in famiglia un concetto molto serio e sentito da parte mia, il rispetto verso la stagionalità dei prodotti, alla cui base, c’è un semplice ma importante principio del “saper attendere” contro quello del “tutto e subito”.

Il benessere, bisogna dirlo, ci ha abituati a mangiare ogni tipo di frutto e verdura durante tutto l’arco dell’anno, facendo venir meno il rapporto tra prodotti agroalimentari e stagionalità. È bene ricordare che frutta e verdura coltivate e gustate nel periodo giusto sono più ricche di vitamine, oltre che più saporite. E rispettare la stagionalità significa anche risparmiare. Ma soprattutto, va detto che la Natura sa di cosa abbiamo bisogno e ci fornisce a seconda del momento, i nutrimenti più utili. Le nostre esigenze nutrizionali, infatti, non sono identiche in estate o in inverno.

Tutto questo fa parte di un’educazione alimentare, quella che vorrei tra l’altro, impartire a mio figlio. Ma questa è un’altra storia, una storia importante.

 

TESTO – ds

FOTOGRAFIA – tittilupo.blogspot.com

MUSICA- il mio amore unico dolcenera http://www.youtube.com/watch?v=baMBZ5bIYdo&ob=av2e

 

In nome della musica

Domenica 18 settembre su Rai3 Regione, è andata in onda, nell’ambito della rubrica “Terra di Montagna” , la prima puntata di una serie di monografie dedicate a musicisti trentini operanti nel campo della musica colta. A cura di Ugo Slomp, che firma la regia, questi appuntamenti sono concepiti come ritratti vivi di persone, uomini e donne, attori e testimoni di una passione totale, la musica.

La prima puntata del ciclo è stata dedicata a Iginio Dapreda, nato a Condino nel 1903, in Giudicarie. Organista, pianista e compositore, rappresenta il fulcro e l’apice di una folta famiglia di musicisti, nove fratelli che due inflessibili genitori avevano educato alla musica prima ancora che, come ci si poteva aspettare, ai mestieri di montagna. Iginio infatti, non solo ebbe nel padre un esecutore appassionato di musica (fu maestro della banda di Condino dal 1888 al 1940), ma condivise lo stesso amore per quest’arte con i tre fratelli Ottavio, Celestino e Guido e le quattro sorelle suore, Teresina, Cesira, Giacinta e Giuseppina. Iginio Dapreda è scomparso nel 1988 ma il suo personale pianoforte ancora troneggia al numero 37 di via Sassolo a Condino.

Diplomato in ben tre discipline musicali (pianoforte, organo e composizione), amico di musicisti come Zandonai, Cerignani e Mario Mascagni, fu maestro esemplare e compositore di opere impegnate, come il potente “Requiem per coro maschile a tre voci e organo” e di sonate per mandolino. Secondo il maestro Fogliardi un “file rouge” lega la vita e le opere di Iginio Dapreda ed è quello della “nostalgia”. Nostalgia come profondo platonico anelito ad una perfezione negata all’uomo ma anche, come nella lirica “La rondine”, nostalgia per la dolcezza degli affetti familiari o ancora, come in “Amor perduto”, per una donna amata, forse quando Dapreda nel 1932 emigrò per due anni in quel di Parigi.

Leggendo il volume contenente gli Atti di una giornata di studio interamente dedicatagli, tenutasi a Condino il 6 giugno 2009, emergono passi molto affascinanti della vita di Iginio. Giovane, bello, dalla signorilità mahleriana, molto amato dalla nipote Giacinta Dapreda, che condivideva insieme allo zio le numerose albe con il suono del pianoforte nelle orecchie e l’amore esclusivo, continuo e indefesso per lo studio, la cultura e la musica.

 

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