Come un commiato

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Giuseppe De Nittis
Colazione in giardino, 1883
Olio su tela, cm. 81×117
Barletta, Pinacoteca Giuseppe De Nittis

In questo dipinto, che rappresenta una colazione all’aperto, il pittore ha lasciato la moglie, il figlio e il suo tovagliolo al tavolo e si è alzato per andare a dipingere… il quadro. Un commiato.

Dal 19 gennaio al 26 maggio 2013, Palazzo Zabarella di Padova sarà teatro di un eccezionale evento dedicato a Giuseppe De Nittis (1846-1884).

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Paradigmi

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MARCELLO DUDOVICH

In hoc loco manebo optime

CASA CAMPANELLE

Patrizia Cescatti Savoia – Acquerello

L’ispirazione del giorno

ROOM IN NEW YORK – Edward Hopper

Il maestro del realismo americano che meglio di ogni altro ha saputo rappresentare la solitudine e il dramma dell’esistenza moderna.

(Dal 12 giugno al 16 settembre, presso il Museo Thyssen-Bornemisza, Palacio de Villahermosa, a  Madrid, viene esposta la più ampia selezione di lavori mai esposta in Europa di Edward Hopper, 70 opere, fra dipinti, disegni, stampe e acquarelli, inclusi 14 prestiti dal lascito della moglie Josephine N. Hopper).

Mart delle meraviglie

Alice è una bambina che cade nella tana di un coniglio e si ritrova in un mondo completamente diverso dal suo. Le Avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie, scritto da Lewis Caroll nel 1865, rappresenta  ancora oggi  una delle fiabe più affascinanti ed intriganti da interpretare. E solo apparentemente dedicata ai bambini.

Così, ad adulti sensibili è dedicata la mostra Alice in Wonderland, organizzata dal 25 febbraio al 3 giugno al Mart di Rovereto, in collaborazione con la Tate Liverpool, a cura di Christoph Benjamin Schulz e Gavin Delahunty, con l’assistenza di Eleanor Clayton.

Un percorso espositivo avvincente nel quale avviene l’incontro tra il racconto di Carroll e l’arte. Si parte dalla prima edizione di Alice illustrata da Sir John Tenniel, pubblicata nel 1865 a Londra da MacMillan, passando dai surrealisti e arrivando all’epoca contemporanea. (Prego, continui a leggere sotto)

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Ritratto, torna di moda l'”ars vanitatis”

La ritrattistica è un genere di pittura tanto illustre quanto snobbato perché ritenuta commerciale. Ma in verità, è esattamente il contrario e lo dimostrano le opere dei più grandi pittori della storia, da Tiziano a Goya, da Warhol a Freud, che si sono concessi all’arte del ritratto sia per esigenze di sopravvivenza, sia perché il ritratto, fino a tutto l’800, asieme all’iconografia religiosa, ha rappresentato l’arte.

Oggi, c’è chi, come Velasco Vitali riprende il filo di quel discorso da quel punto, dalle opere dei grandi e, stando dentro il genere e la tradizione, cerca di interpretare il confronto fra la contemporaneità e una tradizione storica così forte. Una sfida, una provocazione, alla quale i grandi pittori non si sono mai sottratti. Basti pensare alle tele di Andy Warhol che ha ritratto i più potenti dell’economia e della società dagli anni ’60 agli anni ’80, da Giovanni Agnelli a Giorgio Armani, da Jacqueline Kennedy a Yves Saint Laurent. Oppure a Lucian Freud che fino alla sua scomparsa nel luglio scorso, era l’artista in attività più quotato della storia e famoso proprio per i suoi ritratti, uno per tutti quello alla regina Elisabetta.

“Il ritratto è una gabbia dove è difficile raccontare una personalità” ha affermato Vitali, “è una scommessa che si gioca sulla pennellata, ovvero come raccontare una presenza viva reale, certa, ma far sì anche, che il quadro sorprenda e lasci un segno”.

Oggi il ritratto sta vivendo un momento di splendore, grazie ad una committenza vivace che ha riscoperto in esso un doppio piacere: da una parte l’investimento nell’arte, sicuro, soprattutto se viene scelto un pittore ultraquotato, e la soddisfazione della propria vanità, piuttosto che un’opera d’arte che parla di te o di una persona a te cara.

Farsi fare un ritratto è sempre un progetto importante e può anche suscitare emozioni inattese e reazioni profonde, perché trovarsi davanti alla propria immagine può significare trovarsi davanti a qualcosa di sè o in sè, di sconosciuto. Ci piacerà?

La natura morta e la realtà irreale

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Domenica 27 novembre ore 18.49 continua la chiacchierata in chat tra Alessandro Guerani e me.

Donatella Simoni: mi piacerebbe sapere di più delle tue fotografie, di quello che possono fare, ad esempio, produrre emozioni, oppure ispirazioni

Alessandro Guerani: le fotografie non sono nient’altro che messaggi, quindi come tutti i messaggi devono comunicare qualcosa

DS: e cosa comunicano le tue?

AG: eh… cosa comunicano… qui dipende cosa si deve comunicare e dai vincoli della committenza, poi è chiaro che ognuno di noi è più bravo a comunicare certe cose rispetto ad altri, per appunto cultura, capacità, sensibilità, ecc. Ed è quello che si chiama “stile”

DS: che si nutre ogni giorno però

AG: si nutre delle vita che scorre, delle esperienze

DS: sì ma devi avere attenzione per questo, non puoi vivere alla giornata

AG: per quello è importantissimo essere il più curiosi e aperti possibili su tutte le cose del mondo. Tante volte hai una idea vedendo un paesaggio, altre volte vedendo una scena in un film, altre volte leggendo un libro. E’ il “magazzino” delle idee di cui dicevo prima, anzi spesso è meglio “staccare” un poco dalla fotografia perché appunto si rischia di andare su cose già fatte e battute, mentre invece una comunicazione diversa può portarti idee più fresche. In generale, bisogna amare il bello e l’interessante

DS: comunque la storia, il passato, mi sembra che siano molto importanti per te

AG: la storia mi ha sempre affascinato, come ti dicevo sono un quasi storico medievale, e quindi fa parte della mia cultura e della mia formazione. Poi nella mia idea di fotografia di food ritengo appunto importante, se non fondamentale, il comunicare un lifestyle, che è fatto, qui in Italia, soprattutto di storia e tradizione

DS: adoro le tue foto di still life, sono le mie preferite, personalmente le trovo elegantissime e mi evocano momenti raffinati, anche di tempi passati

AG: l’eleganza della morte 🙂

DS: ma dai, perchè dici così? Non dovrebbero evocare eleganza?

AG: pensa un attimo ai termini che si usano in Italia. Noi usiamo il termine “natura morta”, in inglese è still life che sarebbe “vita sospesa”

DS: sì

AG: ecco, chiediti il perché. Vedi, questi ragionamenti sono fondamentali per capire cosa c’è dietro alle immagini e i messaggi che veicolano. Noi usiamo il termine “natura morta” perché siamo cattolici. Il termine viene da una branca di pittura dove appunto veniva mostrata la “vacuità” della vita terrena come tutto finisse in realtà nella morte. Anche la cultura iconografica protestante aveva le sue “vanitas” che sono la base dello still life, basta pensare ai fiamminghi del ‘600

DS: sì ho presente

AG: ma non avevano comunque un carattere così cupo e negativo come da noi dove c’era la Controriforma

DS: no anzi

AG: infatti ci siamo noi e gli spagnoli che abbiamo molte scene di frutta e di cacciagione, i fiamminghi usano di più le tavole imbandite. Nelle prime c’è proprio la putrefazione a fare da padrona come anche in certi soggetti di Caravaggio e questo ci fa tornare al food come ho scritto in un post sul blog. Noi viviamo una dicotomia, consideriamo il mangiare vita ma ci cibiamo di cose morte, spesso sulla via di esser putrefatte. La carne cruda è frollata, i frutti sono maturi. Rendere queste cose come belle è sempre una sifda, per questo viene reputato difficile fotografare la carne

DS: eh immagino

AG: il colore vero è diverso da quello che abbiamo mentalmente in testa è paonazzo, freddo, ma il nostro cervello lo percepisce dal vero in altro modo, solo che in foto è come togliere quel velo. Capisci che se questi concetti non li conosci, non li studi, non puoi fotografare food! I salumi sono un esempio fantastico, prova a fotografarli sono tutti verso il magenta-blu, ma noi li vediamo rossi

DS: veramente?

AG: sì, prova e vedrai

DS: lo speck anche?

AG: lo speck è nerastro, comunque magenta

DS: ma scusa, allora quello che fotografiamo non è sempre la realtà?

AG: non è mai la realtà

DS: 😦 pensavo di essere carina vedendo le mie foto

AG: ahahahahaha

DS: dopo questo maestro, chiudo. E’ una delusione troppo forte

AG: se hai abbastanza materiale…

DS: mi basta, mi basta… per meditare

AG: alla prossima allora

DS: sì, così mi spieghi meglio la storia dei salumi blu

AG: ok

DS: ciao

AG: ciao

www.alessandroguerani.com

www.foodografia.com

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