Viaggio in Russia

Mi piace ospitare in questo mio spazio, le espressioni d’arte di giovani talenti, coniugazioni… di stili. Chiara Zanotelli è una giovane donna trentina (5° anno di Giurisprudenza percorso europeo e transnazionale Università degli Studi di Trento),  che dipinge con capacità, un’intensa descrizione del suo recente viaggio in Russia. E che dice: “sono ritornata, come a voler completare il passaggio dalla giovinezza all’età adulta.” Personalmente, ho seguito il suo viaggio, passo dopo passo, come un diario illustrato, grazie alle fotografie pubblicate quotidianamente da Chiara sul suo profilo Facebook. Leggere questo pezzo è stato come dare voce a quella storia illustrata. Luoghi, persone. Rapporti, legami. Tempi&Mondi. Buon viaggio!

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Nota dell’autrice. Questo articolo è espressione di sentimenti sinceri e di un amore profondo per una terra piena di contraddizioni che sento di non essere ancora completamente capace di descrivere con le parole giuste. Il popolo russo mi ha accolto con un affetto profondo e indimenticabile, di cui proverò nostalgia appena ritornata a casa.

A causa della sua storia, e della mia storia la Russia non è mai stata e non sarà mai una destinazione comune. Uno scrittore francese d’inizio Novecento, Joseph Kessel, descriveva la Russia come la terra dell’illimitato. “Le sue pianure non hanno che il cielo per confine, le sue foreste vengono appena incise dalle accette, i suoi fumi giganti, inondati di acqua, si spiegano come braccia del mare, Le sue canzoni, la cui gioia ha degli accenti di follia e la cui melanconia tocca i termini della tristezza umana, portano il marchio di uno spirito teso verso l’infinito, verso l’inaccessibile dominio dell’appagamento completo” (Joseph Kessel, La Steppe rouge).

Sono ritornata in Russia, dopo aver passato nel 2007 dieci mesi sulle rive del Volga in una piccola cittadina impregnata di storia, Uglich. Sono ritornata, come a voler completare il passaggio dalla giovinezza all’età adulta. Con una borsa di studio dell’Unione Europea sono arrivata a San Pietroburgo. In questo punto d’incontro tra Europa e Russia è già difficile distinguere quei tratti distintivi che caratterizzano il popolo russo. Eppure, questo punto sula carta, individuato dalle coordinate geografiche come 59°57′N 30°18′E, non è ancora Europa… al confine con la Finlandia mancano 200 chilometri. L’autostrada Scandinavia è ancora piena di buche profonde e qualche rara indicazione riportata con le lettere dell’alfabeto latino affianca le lettere cirilliche dei cartelli stradali solamente in prossimità delle mete geografiche rilevanti.

I camerieri nei costosi caffè e ristoranti della città, fermi agli angoli della sala, oggi non restano più a fissarti, ma chiacchierano spensieratamente tra di loro o puliscono i coltelli.

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La sera di Capodanno

L’inedito di Natale di Henry J. Ginsberg, per T & M.

A Delmore Schwartz (1913-1966)

Il mondo è piccolo quando cominci a girarlo e realizzi che ognuno di quei posti segnati sulle carte geografiche, anche i più lontani dalla tua stanza da letto, anche i più remoti – eccezion fatta forse per qualche foresta pluviale grondante sotto il cielo plumbeo, per qualche desolazione ghiacciata – sono raggiungibili.

Il mondo è piccolo e accessibile, forse più del tuo cuore. Ma ci vuole comunque del tempo per attraversarlo, e io avevo promesso che sarei tornato, che sarei arrivato da te, in tempo, anche se partivo da lontano e lungo la strada avevo ancora alcune cose da sbrigare.

João era passato a prendermi all’albergo con solo un’ora di ritardo. Lo avevo aspettato nell’atrio, seduto su una sedia, al buio, i bagagli posati lì accanto. Avevo provato ad uscire, ad un certo punto, mentre il sole sorgeva all’orizzonte e iniziavo a distinguere le nuvole dallo sfondo del cielo, ma troppe cose strisciavano sui gradini dell’ingresso, ero tornato subito dentro.

“Una gomma bucata”, si è giustificato sorridente, appena sceso dalla jeep.

Siamo partiti lasciando lo Zambesi sulla nostra sinistra, ci aspettavano quattro ore di strada fino a Beira, dove avrei preso l’aereo per Maputo. Attorno, la campagna, i luoghi dove avevamo girato. Antonio si sarebbe fermato ancora tre giorni, a lui non importava di essere in Italia per il 31, ma io dovevo rientrare, lo aveva capito, dopotutto il grosso del lavoro era stato fatto, le interviste erano a posto, adesso non aveva più bisogno di me. Ecco la casa dei nostri amici, italiana lei, mozambicano lui, appena fuori il paese, in muratura, con il pozzo all’esterno, dove venivano ad attingere l’acqua i bambini che abitavano nelle capanne tutt’attorno, quelli che l’altro giorno ci erano venuti a chiamare per mostrarci l’ippopotamo che giocava nel centro del fiume; ecco la boscaglia nella quale sta rintanato il misterioso sudafricano venuto lì anni prima a mettere su una segheria, per qualcuno un ex-agente dei servizi; ecco, più avanti l’ingresso del parco del Gorongosa, qui il paesaggio si vivacizza, la terra si solleva all’improvviso in un grande massiccio, come se fosse gravida, era il regno dei leoni, le varie milizie che ci sono passate durante la guerra civile hanno fatto strage della fauna selvatica per mangiarla.

João aveva un figlio a Beira, Nelson; dopo avermi accompagnato all’aeroporto sarebbe passato a trovarlo. Ha tirato fuori il cellulare, mi ha mostrato la foto: non sapevo cosa dire, soffriva di un male che hanno molti bambini, in Africa, idrocefalo, accumulo di liquido cerebrale nella testa.

Il volto dell’uomo era radioso; si vedeva che non stava più nella pelle, anche se mancavano ancora due ore alla città. Come lo capivo. Mi sentivo anch’io così, anche se non era un bambino che mi mancava. Mi mancavi tu, una donna che conoscevo appena, una donna che viveva sola, una donna che non mi aveva fatto promesse d’amore.

All’aeroporto ho insistito per offrirgli un caffè, eravamo in anticipo nonostante fossimo partiti in ritardo. Non ha voluto altro. E’ scappato da Nelson, lasciandomi con i miei pensieri, sulla terrazza affacciata sulla pista d’asfalto.

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