L’attimo raccolto

Binic

Beata solitudo. Scalone di Casa Campanelle, ore 17

*Sul tavolo in ferro zincato Alfeo (Unopiù), lampada da tavolo Binic (Foscarini), Syrah (Feudo Arancio) & una vecchia edizione di Au Bonheur des Dames (Emile Zola)

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Fuga d’amore

Vieni via con me.

Ti ricordi l’ultima volta? E’ stata a Parigi, ci siamo persi a Place des Vosges. C’eravamo promessi che l’avremo fatto, di nuovo.  Faccio una valigia veloce, indosso il mio abito in seta dipinta Dolce&Gabbana e partiamo per Palermo. Due giorni, una sola notte, che saranno mai? Prima che giugno finisca, oppure lasciamo passare la metà di luglio per riprenderci la città dopo il Festino di Santa Rosalia. Potremo partire con l’aereo delle 9:40. Arriveremo giusto in tempo per un pani ca meusa all’Antica Focacceria San Francesco. Poi avremo davanti a noi tutto il pomeriggio e il sole.

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Voglio baciarti a lungo davanti al portone principale di Palazzo Ajutamicristo, oppure davanti ad una finestra di Palazzo Steri. Tu ami baciarmi davanti ai portoni e alle finestre. E poi voglio passeggiare nei giardini di Villa Garibaldi. In verità, ami baciarmi anche in giardino… e sotto quel ficus monumentale… non trovi assomigli un po’ alle nostre paure ma anche alle nostre volontà di non lasciarci mai, nonostante tutto e tutti? Voglio passare del tempo a parlare di noi al Kursaal Kalhesa e poi camminare mano nella mano fino alle Mura delle Cattive e alla Chiesa dello Spasimo. Entrarvi in punta di piedi e in silenzio. Quando avremo fame, ceneremo all’Osteria dei Vespri, che ne dici? Passeremo la notte, o quel poco che ne rimarrà, al Porta di Castro. Mi sveglierai spostando la tenda dalla finestra e i capelli dal mio viso addormentato. Sentirò, in quel momento, che non c’è sogno al mondo che non si possa realizzare. Il mattino lo voglio vivere tra i banchetti della Vucciria.  A respirare. Pensi che riusciremo ad arrivare a Promontorio Monte Pellegrino per respirare il profumo del mare prima di andare in aeroporto? Saremo a casa prima che faccia buio, promesso…

Dimmi di sì. E’ un sì? Sì…

Fotografia: portone principale di Palazzo Ajutamicristo di Lorenzo Gatto

Colonna sonora: “Mi votu e mi rivotu”  http://www.youtube.com/watch?v=cMvWqg2WcEU

Dedicato a: a te, a chi altrimenti?

L’attimo raccolto (in giardino)

voglie di sicilia

Voglie di Sicilia. Giardino di Casa Campanelle, ore 18.45

Un tempo piccolo

La bellezza di un luogo, vista non con gli occhi di una “turista per caso”, ma con quelli di una donna emozionata che sta imparando a vivere degli attimi speciali che la vita le regala. E a non volere nulla in cambio.

Per vivere questo “tempo piccolo”, oggi ho scelto Limone, perché è la mia piccola Sicilia sul Garda.

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Talvolta, amo essere chi non sono, amo trovarmi dove non dovrei essere. Amo sentirmi… viva.

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Amo la fantasia dei luoghi, quella magia che mi ridona la voglia di sognare e di viaggiare con la mente.

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Amo seguire le mie fantasie e quei desideri inconsci che so provenire da molto lontano, da vite passate, ma vite vissute.

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Amo l'”assenza”, soprattutto quella che segue un momento intenso, perché è proprio in quello stato di abbandono che capisco di aver vissuto davvero. E’ in quel momento che riesco a “sentirmi”… davvero.

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Durante il percorso, amo imbattermi in grandi portali chiusi, ma soprattutto in cancelli sbarrati, davanti ai quali mi sento di essere una donna libera. Oppure no?

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Talvolta è bello sbagliare strada, soprattutto se durante il percorso incontro (per caso) una persona speciale.

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Ma alla fine dei miei pensieri, dei miei sogni, dei miei orizzonti, c’è sempre qualcosa che inesorabile, mi aspetta: il ritorno alla realtà. 

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E allora… portami via.

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testo donatella simoni

fotografie donatella simoni

musica “Un tempo piccolo”, Franco Califano http://www.youtube.com/watch?v=byxpV0gNkFE

C’est la femme telle qu’elle est

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En pénétrant dans le musée; je l’aperçus au fond d’une salle, et belle comme je, l’avais devinée. Ce n’est point la femme poétisée, la femme idéalisée, la femme divine ou majesteuse, comme la Vénus de Milo, c’est la femme telle qu’elle est, telle qu’on l’aime, telle qu’on la désire, telle qu’on la veut étreinde. Elle n’a poine de tête, un bras lui manque; mais jamais la forme humaine ne m’est apparue plus admirableet plus troublante.

Penetrando nel museo, la scorsi subito in fondo ad una sala, e bella come l’avevo immaginata. Non è la donna vista dal poeta, la donna idealizzata, la donna divina o maestosa, come la Venere di Milo, è la donna tale come è, così come la si ama, come la si desidera, come la si vuole stringere. Non ha affatto testa, le manca un braccio; giammai tuttavia figura umana mi è apparsa più splendida e più conturbante.

(Siracusa. La Venere. da Verso i cieli d’oro. “La Sicilie” di Guy de Maupassant, 1885. Con Venti fotografie di Jeanloup Sieff, 1983. Edizioni Novecento, 1984)

L’attimo raccolto

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Mercato del giovedì. Trento, ore 11

Déjà vu: seta Dolce & Gabbana profumi sapori Sicilia.

L’ispirazione del giorno

Detto fatto copiato. Qualche giorno fa, sul suo profilo Instagram, Stefano Gabbana aveva fotografato la sua caffettiera sopra un’antica piastrella in maiolica siciliana. Come un copista, ho elaborato la mia personale interpretazione di quell’immagine: vecchia moka Bialetti su antica maiolica siciliana (da Recuperando), fotografie del fotografo palermitano Lorenzo Gatto. Thanks, SG!

Passioni recuperate

Sono più di 20 anni che Recuperando raccoglie piastrelle antiche. Tantissimi modelli di piastrelle antiche italiane, come Piastrelle di origine Siciliana provenienti dalle manifatture di Caltagirone, Santo Stefano di Camastra, Burgio, Sciacca e piastrelle di origina Campana provenienti dalle manifatture di Napoli Via Marina, Cerreto, Vietri sul Mare, Cava dei Tirreni, Torre del Greco.

Parallelamente a queste, Recuperando propone anche delle riproduzioni, copie di piastrelle antiche e pannelli a più piastrelle, decine e decine di modelli diversi tra italiani, ispanici, portoghesi e arabi.

Nel singolo dettaglio delle piastrelle antiche, oltre alle misure, prezzo e disponibilità, vengono indicate anche la Qualità e la Manifattura. La maggioranza delle piastrelle ha un marchio impresso sul retro, il biscotto appena formato e posizionato sul piazzale della manifattura veniva marchiato prima della cottura, quando l’argilla era ancora morbida e umida. I marchi antichi sono bellissimi ed è interessante tramite questi risalire alla provenienza e alle varie famiglie napoletane e siciliane che effettuarono la produzione.

Guido Frilli, l’anima di Recuperando, ha lavorato anni per la compilazione e classificazione di questi marchi e ha raccolto tutta la bibliografia antica e moderna reperibile sul mercato. Foto e disegni dei marchi antichi, censiti in più di 30 anni di ricerca, grazie all’aiuto di conoscitori, appassionati, collezionisti, professori universitari e gli eredi delle famiglie produttrici.

Tutto questo, solo per passione.

Femminilità senza tempo

Una femminilità che va oltre codici e distanze. L’Alta Moda, secondo Dolce & Gabbana, affonda le radici nel territorio. Quello d’origine, amato e rivissuto, sotto varie forme. Luogo di luci e ombre, di sacralità e sensualità. Dove si muovono figure magiche e carnali.

La protagonista di questa favola è Monica Bellucci fotografata da Paolo Roversi per Vogue (suppl. settembre). “Posso dire che Domenico, Stefano e io, da mediterranei, troviamo la nostra fonte di ispirazione nelle donne che abbiamo amato, che ci hanno fatto sognare. Donne dalla forte personalità, come le nostre nonne, mamme, zie. Esempi di femminilità che è stata portata sullo schermo dalle grandi attrici italiane del cinema di Fellini, Rossellini, Visconti, De Sica. Dive che hanno saputo trasmettere questo modello di femminilità al mondo”

Il nero, che la tradizione vuole simbolo del lutto e quindi deputato a mantenere le distanze, diviene ora, con un abile gioco d’ironia, il colore della seduzione. Mentre il pizzo, nella sua perfezione esecutiva, richiama quell’idea di unicità che è il fondamento dell’Alta Moda. Pizzi sontuosi e ricercati, realizzati da mani sapienti, si alternano a fastosi broccati nei quali la seta più preziosa si intreccia con il filo d’oro, fra suggestioni cinematografiche e rievocazioni di antichi splendori. Capolavori unici, nati per essere interpretati da donne straordinarie.

“Abiti meravigliosi, frutto di un eccezionale lavoro artigianale. Abiti di gran lusso, ma che non creano, tuttavia, quell’effetto di distanza che capi così importanti e sofisticati talvolta possono suscitare. Anzi, ti viene voglia di indossare queste stupende creazioni anche in occasioni meno formali”. (MB)

Sicilian style, pizzo chantilly everywhere

DOLCE & GABBANA 1. “Nudo”: The Sicilian Lace Intense nail Laquer in Pink 100. 2. Vellutato: Voluptuous Lipstick in Chic Monica 100. 3. Volumizzante: Intenseyese Black Intensity Mascara I. 4. Viso bonne mine: Sicilian lace Bronzer Glow Bronzing Powder in Desert 20. 5. Sensuale: Lace Lipgloss Ultra-Shine Lipgloss in Shimmer 55. Borsa in pelle scamosciata e pizzo chantilly, chiusura perle-gioiello e tracolla a catena. (da Io Donna)

Sensi unici

Udito e vista. Il lettore viene sollecitato con l’ausilio di due forme d’arte, la scrittura e la fotografia, ad apprezzare la stessa opera, in questo caso, il Palazzo Ajutamicristo a Palermo.

Qualche pagina addietro, nel testo di Cesare Cunaccia per Casa Vogue (10/2012), sono le parole, da sole, con la loro forza, ad avvolgere di fascino il lettore e ad accompagnarlo in una visita guidata esclusiva al palazzo.

Qui invece, l’esercizio della vista è affidato agli occhi di Lorenzo Gatto, fotografo palermitano, che guida nuovamente il lettore tra quelle nobili mura. Lorenzo Gatto sa interpretare ed immortalare la passione. E lo fa anche in questi scatti, dove il fuoco è principlamente su quei dettagli – valorizzati da colori e geometrie – che da soli, con la loro forza, costituiscono i segni di una storia d’Amore immortale.

In entrambi i casi, si accede ad un Palazzo Ajutamicristo vivo, che fa battere il cuore. Perché in fondo, la passione ha un senso unico.

Nobile, affascinante Sicilia

Visita guidata a Palazzo Ajutamicristo, topos dell’antica nobiltà palermitana.

testo da Cesare Cunaccia per Casa Vogue (10/2006)

Estate siciliana, scirocco. La vecchia Palermo, col suo traffico disordinato, le botteghe i rumori e odori stridenti. Facciate di palazzi sventrati dai bombardamenti del 1943 e abbandonati per decenni, ora investiti da un fervore generale di restauri, peraltro non sempre felici. Via Alloro, con i suoi fantasmi barocchi e rocaille. Attraverso un solenne portale, si è però subito altrove. Il cortile è enorme, ciuffi di bananiers e oleandri, una vasca ellittica di marmo cui si abbeveravano i cavalli. La percezione di un universo lontano, dalla speziata fragranza esotica, ti assale di colpo. Le “balate” lucide della pavimentazione, incendiate dal sole, sono metallo fuso di bagliore accecante. Poi la sorpresa della seconda corte interna, chiusa tra alte parei di pietra di tufo, giallo d’oro colato: la rivelazione dell’anima gotico-catalana originale del palazzo, il portico a doppio loggiato eretto al capomastro Matteo Carnilivari – autore del coevo Palazzo Abatellis – per Guglielmo Ajutamicristo, barone di Misilmeri e Calatafimi, tra il 1495 e il 1501.

E’ una continuità di vita quella che si riscontra in queste sale che incrociano tradizione aristocratica, passato e futuro, contrasti e sfumature in un gioco antitetico di rappresentazione e intimità. Accumuli di oggetti, pavimenti di Vietri in maiolica dipinta, consoles, specchi dorati Napoleone III, i servizi di Cerreto Sannita biancoverdi, quelli neoclassici di Capodimonte, stipi, scene e ritratti in cera sette-ottocenteschi e presepi napoletani in scarabattoli dorati. Ventagli in cornice, guéridons e vetrine di tartaruga pullulanti di memorie, vetri fragilissimi, ordini cavallereschi e lacerti affettuosi. Una uniforme da balì dell’Ordine di Malta di metà Ottocento troneggia su un manichino accanto al ritratto di Giovanni Calefati, uno dei baroni proprietari della dimora. Colpisce il contrasto tra la reale dimensione dell’abito e l’imponenza fittizia della figura dipinta che lo indossa. Si assomigliano molto tutti i Calefati di varie epoche che in effige abitano le pareti del palazzo avito. L’archivio di famiglia, tomi e tomi rilegati in pergamena, è custodito in un angolo di questo labirinto di sale, anfratti, livelli. Se i bagni sono posti in eleganti retraits settecenteschi ornati di stucchi candidi, la stanza da letto padronale racconta un intreccio di storie familiari tramite miniature, piccoli ritratti, lavori di convento. L’armadio-cappella in lacca bianca e oro è fornito degli arredi liturgici, fior di seta in campane di vetro, un grazioso Gesù Bambino di cera.

La cucina è immensa e accogliente, rivestita a piastrelle di Caltagirone. In sala da pranzo il pavimento è quello quattrocentesco in cotto paglierino, e i mensoloni gotici policromi sospesi a mezz’aria svelano l’esistenza dell’antico soffitto ligneo originale a carena di nave, celato dietro la volta affrescata del secolo dei Lumi da Giuseppe Crestadoro e dal quadraturista Benedetto Cotardi con un cero azzurro su cui libra lo stemma dei Paternò.

L’enfilade dei salotti conduce al vasto alone da ballo, il “camerone”, realizzato tra il 1763 e il 1766 da Andrea Gigante: sul soffitto, l’affresco di Giuseppe Crestadoro raffigura “La gloria del principe virtuoso”. Qui, dove nel Settecento Aloisio Moncada dava feste mascherate cui “scandalosamente” ammetteva, oltre al corpo nobile, “non pochi del civile”, il nonno dell’attuale barone Vincenzo Calefati scorrazzava da piccolo a bordo di un calessino trainato da un asinello. E qui, ai tempi di suo padre, un trenino inglese si sviluppava dalla cucina per i vari ambienti, recando una tazza di caffè dolciumi e frutta senza l’ausilio di domestici. Nel pomeriggio rovente gorgoglia l’acqua di un ninfeo seminascosto da papiri e da una nuvola di gelsomino. Intanto Lola, pacioso ed elegante corso siciliano, dal lucido mantello nero, stremata dall’afa e dalle intemperanze del trovatello Totò, si accascia sulle piastrelle verdi del “cortile del Petrosino”.

In Sicilia l’ospitalità non è un’opinione, ma una scienza esatta. Un pranzo diviene un evento, un ricordo da serbare, intessuto com’è nel retaggio di quei monsù franco-siculo-napoletani che costituivano il vanto dei vari casati autoctoni, tra l’estrema età barocca e l’ultimo pirotecnico slancio impresso dai Florio nel primo Novecento. Memore di ospiti illustri, dalla regina Giovanna di Napoli a Carlo V, che vi giunse nel 1535, preferendolo al fatiscente Palazzo Reale, al vincitore della Battaglia di Lepanto, don Juan de Austria, nel 1576, Palazzo Ajutamicristo declina ancora una secolare sapienza nell’accogliere.

Sua autentica anima è Pia Calefati di Canalotti, che, col marito Vincenzo, presidente regionale del Fai, è impegnata nel recupero di antichi splendori siciliani abbandonati all’incuria ed è anche un’attenta conoscitrice di quella peculiare forma gastronomica siciliana “di palazzo” che custodisce sapori inimitabili, sofisticatezze da iniziati. Ben lo sanno quanti hanno avuto il privilegio di vistare questa casa, testimone di una civiltà che, malgrado tutto, seguita ad esistere. Personalità come Riccardo Muti, un incuriosito Carlo Rambaldi, Lynn Forrester de Rothschild, donna Marella Agnelli, Franco Maria Ricci o Tom Parker Bowles che, sorprendendo il barone Vincenzo al ritorno dalle campagne, gli chiese dove acquistare i pantaloni da caccia che indossava. O Elizabeth Chatwin, che amava narrare aneddoti palermitani e greci del marito Bruce, in una serata di tarda primavera.

Miracoli di una casa dall’ininterrotta secolare esistenza, da un luogo che dispone alla confidenza, ad una joie de vivre sottesa, segreta, emblematica.

E sarà ancora Sicilia

Dolce&Gabbana FW13 Men’s campaign by Mariano Vivanco

Dolce&Gabbana FW13 Women’s campaign by Giampaolo Sgura

Animus loci

Nell’antica Grecia, luoghi quali incroci, sorgenti, pozzi, boschi erano “abitati”: da dèi e dee, ninfe, ‘daimones’. Gli uomini dovevano essere consapevoli dello spirito, della sensibilità, dell’immaginazione che vi sovrintendeva e di come corrispondere al luogo in cui ci si trovava. Nella nostra cultura, invece, a partire da Cartesio e Newton – con le astrazioni del razionalismo e la rivoluzione scientifica del Seicento -, i luoghi hanno perso l’anima: abbiamo sostituito l’individualità, la specificità di ciascun luogo con l’idea di uno spazio “vuoto”, uniforme, che si può misurare e occupare.

Seguendo le orme di Carl Gustav Jung e dei greci, James Hillman – il grande psicologo e filosofo americano che ha riportato al centro della nostra riflessione l’idea di “anima” – recupera l’antica nozione di una natura animata che assorbe i pensieri e le tradizioni degli uomini che la abitano da secoli o millenni. Nel libro “L’anima dei luoghi. Conversazione con Carlo Truppi” (Edizioni Rizzoli, 2004), Hillman parla dell’anima dei luoghi – e del senso della bellezza, e della necessità di preservarlo – con l’architetto Carlo Truppi, in un dialogo nato in un luogo speciale, Siracusa, in occasione di un convegno sul recupero dell’isola di Ortigia. E’ un dialogo che si snoda in una terra di frontiera, e su sentieri diversi e intrecciati lo psicologo e l’architetto vanno alla ricerca di idee e di significati che superano i confini tra le discipline.

E’ un appello a risvegliarsi dall'”anestesia” e dall’incapacità di provare sensazioni che avvolge la nostra cultura, a riscoprire la concezione “animistica”, e dunque pagana, secondo la quale tutto è vivo, tutto ci parla. E’ un atto di fede nella bellezza che sola può restituire un senso all’architettura, al paesaggio, alle città, e alla nostra stessa vita: se case, monumenti e città vogliono dare un contributo positivo alla vita degli uomini che vi abitano, devono rispettare e rispecchiare la natura segreta dei luoghi in cui sorgono: l’anima dei luoghi respira insieme all’anima del mondo e alla nostra anima.

“…ciascuno di noi sa che niente colpisce l’anima, niente le da tanto entusiasmo, quanto i momenti di bellezza – nella natura, in un volto, un canto, una rappresentazione o un sogno. E sentiamo che questi momenti sono terapeutici nel senso più vero: ci rendono consapevoli dell’anima e ci portano a prenderci cura del suo valore. Siamo stati toccati dalla bellezza.” (James Hillman “Politica della bellezza”)

Per grazia ricevuta

“… Sereno ed elegante, Franco era l’uomo che si è appena alzato dall’inginocchiatoio di velluto, niente di buono c’è da aspettarsi da un uomo che prega sull’inginocchiatoio di velluto… “ (Leonardo Sciascia, Gli zii di Sicilia)

Durante lo sgombero di una vecchia sacrestia, sono riuscita a portare in salvo un antico inginocchiatoio che stava per essere ridotto a legna da ardere. In verità il suo stato è pessimo, ma ho sentito fin da subito una sintonia speciale tra la mia e l’anima di questo oggetto.

In pochi minuti ho realizzato un cuscino con del velluto nero per coprire il poggiamano mancante. E ora l’inginocchiatoio è lì, nella grande anticamera del primo piano di Casa Campanelle, ad evocarmi certe cattedrali siciliane o stanze da letto di antichi e nobili palazzi del centro di Palermo.

Tentazioni siciliane

CASSATINE

Viver d’amor e di food(art)

by alessandro guerani

FoodOgrafia

Quanto vi invidiamo (e copiamo) donne siciliane!

Bianca Balti interpreta per Dolce & Gabbana

l’immagine di donna siciliana a cui noi donne del mondo aneliamo.

Una donna forte

madre

moglie

ma soprattutto 

una DONNA FEMMINILE.

Solo ispirazioni, forse…

Paradigmi

ANGELA PINTALDI

(foto da cirozizzo.com)

Angela Carrubba Pintaldi, nata a Siracusa sull’isola di Ortigia nel 1960, è sempre stata attratta dalla creatività e dai suoi innumerevoli linguaggi. I suoi gioielli raffinati le hanno asscurato una grande notorietà. Oggi continua il suo percorso sperimentando video e performance. Torna sulla scena milanese con i suoi lavori: una decina di tele fortemente materiche che sviluppano un gioco di rimandi tra sacro e profano. Opere è il titolo della mostra allestita alla Galleria Rossana Orlandi fino al 31 marzo.

La Sicilia di Ferdinando Scianna

Ho approfondito la conoscenza di Ferdinando Scianna grazie ad un amico, con il quale mi sono confrontata in merito alla nuova campagna pubblicitaria primavera-estate 2012 di Valentino, e all’ispirazione che accomuna il lavoro di Deborah Turbeville a quello di Scianna svolto per Dolce & Gabbana con la splendida Marpessa a partire dal 1987, culminato poi con un libro mozzafiato (e pietra miliare del reportage di moda) che è “Altrove”.

In queste mie pagine di tempi&modi, non ho mai nascosto e tantomeno mi sono mai sottratta al fascino che la Sicilia mi procura e di cui con piacere,  mi considero vittima nel corpo e nello spirito. Ecco perché ha fatto bene al mio cuore e confido anche al Suo, leggere questi tratti autobiografici del famoso fotografo siciliano.

Ho cominciato a fotografare perché la Sicilia era là. Era naturalissima cosa per me portare lo sguardo, la curiosità e la mia passione di ragazzo sulla maniera di vivere e sui riti delle feste del luogo dove ero nato e vivevo. Per qualche anno feci un po’ la vita dei venditori di torrone o di tamburelli, che spesso erano anche i miei migliori informatori. Andavo di paese in paese alla ricerca delle feste meno conosciute e frequentate, più forti e autentiche. Mi sono così ritrovato, sbalordito, in mezzo a impressionanti pellegrinaggi, come quello per i santi Alfio, Cirino e Filadelfo al santuario di Tre Castagni, sulle falde dell’Etna, dove migliaia di penitenti in mutande recano ogni fine maggio, correndo, pesantissimi ceri, urlando le lodi dei santi martiri. O a Butera, a seguire il rito del serpentazzo. A Baucina, dove una interminabile, notturna processione mette in scena i molti martirii cui è stata sottoposta la miracolossima Santa Fortunata, che probabilmente non è mai esistita. E in tanti altri luoghi, tra feste splendide e intensissime.
«Ma una festa religiosa, che cosa è una festa religiosa in Sicilia? Sarebbe facile rispondere che è tutto, tranne che una festa religiosa (ma con una grande eccezione, come vedremo). È, innanzitutto, una esplosione esistenziale. Poiché è soltanto nella festa che il siciliano esce dalla sua condizione di uomo solo». Così scriveva Leonardo Sciascia, trentatré anni fa, in prefazione al volumetto che la casa editrice Leonardo da Vinci di Bari pubblicò con le mie fotografie sulle Feste religiose in Sicilia. Quel libro, primo frutto di un incontro fondamentale per la mia storia di fotografo, e ben di più per la mia vita. (…) Oltre che esplosione esistenziale, quelle feste sono oggi diventate spettacolo, occasione mediatica. Spesso nelle processioni ci sono più fotografi e cineoperatori che penitenti. L’eccezione indicata da Sciascia era quella della Settimana Santa, in cui si contempla il dolore di una madre per un figlio ammazzato e tradito da un amico. Vicenda di eterna attualità, come si vede. Ed è vero che imbattersi nella solennità straordinaria della processione di Enna del venerdì santo, con centinaia di penitenti incappucciati che sfilavano interminabilmente per la città, in silenzio, con sivigliano sfarzo, mi ha provocato un’emozione indimenticabile. E poi il silenzio, lo strazio della funebre musica della banda, l’Addolorata che oscilla al dondolio dei portatori, il tutto immerso in una nebbia che tutto rendeva ancora più misterioso e ovattato. Ma a me pare che, fatti salvi i sentimenti più profondi di ciascuno, anche i riti pasquali, e non solo in Sicilia, naturalmente, siano oggi diventati momenti di leggera mondanità: non per nulla hanno offerto occasioni per i giochi più o meno seri della moda. Queste feste, però, rimangono bellissime e per me, poi, quarantacinque anni fa solitario ragazzo con la macchina fotografica, felice in mezzo a quella densa umanità cui così profondamente appartengo, furono occasione di straordinaria scoperta sulla maniera di essere della gente della mia terra e sono oggi motivo di struggente nostalgia. (…)

Come fai a guardare il mondo senza tenere conto che appena hai aperto gli occhi intorno a te hanno chiuso le finestre perché c’era troppo sole? Le nostre case sono piene di persiane, di luce che filtra, di finestre a bocca di lupo. In Olanda fanno case di vetro perché di luce ce n’è talmente poca. E già questo ti da un’idea diversa della luce e quindi una maniera diversa di guardare le cose. Per me il nord ha una luce esotica, mentre dal nord vengono in Grecia, in Sicilia a cercare l’appollineità, il classico, il solare. I fotografi siciliani amano la Sicilia nera. Io, per esempio, dico che il sole mi appassiona perché fa ombra. “La luce e il lutto”, un titolo di Gesualdo Bufalino che esprime bene questo sentimento. Questa sorta di seme della contraddittorietà profonda che da fatto fisico, atmosferico, diventa anche culturale, psicologico. Da noi il lutto è sempre una cosa molto violenta, teatrale. A volte persino una tragica risata. Così come la carnalità, la sensualità. Sono rimasto stupito quando, guardando le mie prime fotografie di moda dicevano “Il tuo sguardo sensuale sulle donne…”. Io non penso che la sensualità di un fotografo, se ne ha, si riveli solo quando fotografa le donne, perché nelle mie fotografie nere siciliane, per dire, a me pare che la luce abbia la stessa sensualità che si trova nelle immagini di donne.

“La modella Marpessa indossa un modello di Dolce e Gabbana per le strade di una cittadina siciliana – si fa fotografare da ragazzino” Scianna, Ferdinando. 1987. gelatina bromuro d’argento/carta, cm 30 x 40, Museo di Fotografia Contemporanea di Cinisello Balsamo (MI)

 

 

Ferdinando Scianna nasce a Bagheria, in Sicilia, nel 1943. Nel 1963 incontra Leonardo Sciascia con il quale pubblica, a ventun’anni, il primo dei numerosi libri poi fatti insieme: Feste religiose in Sicilia, che ottiene il premio Nadar. Si trasferisce a Milano dove dal 1967 lavora per il settimanale L’Europeo come fotoreporter, inviato speciale, e poi corrispondente da Parigi, dove vive per dieci anni. Introdotto da Henri Cartier-Bresson, entra nel 1982 nell’agenzia Magnum. Dal 1987 alterna al reportage e al ritratto la fotografia di moda e di pubblicità, con successo internazionale. Svolge anche, da anni, un’attività critica e giornalistica che gli ha fatto pubblicare numerosissimi articoli in Italia e Francia su temi relativi alla fotografia e alla comunicazione con immagini in generale.

 

TESTO : http://www.ferdinandosciannaelasicilia.com/

FOTOGRAFIA: Gaetano Gianzi

MUSICA: “Strade parallele (aria siciliana) Franco Battiato e Giuni Russo  http://www.youtube.com/watch?v=RtUS1s-cJqc

 

 

 

Le radici della femminilità

La Sicilia, la donna siciliana, la famiglia. Dolce e Gabbana sintetizzano tutto questo nella loro moda (arte) ed io, nei panni di questa femminilità, mi sento perfettamente a mio agio. I miei masterpieces sono un completo in seta dipinta, color celeste con grandi fiori, composto da longuette e bustier con reggiseno nero incorporato, e un tailleur nero in tessuto di lana formato da una giacca strizzata in vita, collo sciallato e longuette (collezioni 1996).

In quanto a femminilità, Sicilia e famiglia, mi piace particolarmente la nuova campagna pubblicitaria di Dolce&Gabbana per la primavera-estate 2012. La Sicilia di un tempo ispira questi scatti che sono delle vere e proprie foto di famiglia. Per esaltare l’italianità della loro moda, i due stilisti hanno scelto come protagonisti attori italianissimi che in questi anni si sono distinti per bravura e simpatia e due emblematiche bellezze italiane, Bianca Balti e Monica Bellucci.

Nutrire ed ispirare la bellezza per una nuova femminilità

nutrire ed ispirare la bellezza

Sono convinta che il dono della bellezza debba essere nutrito e valorizzato nel tempo, con l’esperienza, con la ricerca di sè, con la continua ispirazione a quello che in fondo non ci appartiene ma ci valorizza.

La Natura in questo ci viene in grande aiuto perché le fonti massime d’ispirazione vengono proprio dalle sue espressioni. Ad esempio, da un territorio con i suoi colori, odori, tradizioni, sguardi.

Pensiamo al fascino straordinario della Sicilia, una terra così lontana da noi ma alla quale la nostra femminilità dovrebbe attingere ed ispirarsi sovente.

Nella Moda. Dolce&Gabbana interpretano la donna siciliana valorizzando le sue forme e le sue movenze sensuali. Abiti fascianti, scollature generose, nero, coloratissime stampe che si rifanno a fiori e frutti dell’isola, l’eleganza del pizzo e del croquet con l’affascinante sapore d’altri tempi.

Nel cinema. Solamente chi segue, appassionatamente come me, le vicende del Commissario Montalbano, riuscirà a comprendere. La femminilità si insinua in ogni episodio e non è solo incarnata dalle splendidi attrici che interpretano il personaggio femminile della puntata, ma è anche Paesaggio, Genius Loci. La Sicilia è Bella, una Bellezza siciliana, una bellezza barocca. Le costruzioni che usano il mare come sfondo e la luce come materia, il silenzio tra le case bianche mentre il sole brucia, l’omertà dei vicoli e delle scalinate, le grandi residenze con il blu protagonista, le stanze dai soffitti eterni, i cancelli in ferro aperti sugli scaloni. Forti contrasti che poi non rappresentano altro che la vera anima della Sicilia. Contraddittoria.

Nei paradigmi. Monica Bellucci. Non servono altre parole.

Nella letteratura. Attraverso le letture di alcuni profili come Dacia Maraini, Tomasi di Lampedusa, Luigi Natoli e Isabella Crescimanno di Capodarso, Giuseppina Torregrossa, si ritrovano le immutabili caratteristiche delle donne siciliane quali l’orgoglio, il fascino, l’astuzia, il coraggio, la passione e la riservatezza.

Perché la femminilità è anche un modo di essere oltre che di apparire. E’ quel ruolo che ama intepretare una donna accanto alsuo uomo e nella società.

TESTO – ds

FOTOGRAFIA – top in seta dipinto a mano Dolce&Gabbana coll. 1997 su porta del ‘500 usata come separè, @Casa Campanelle

MUSICA –  Commissario Montalbano opening sequence http://www.youtube.com/watch?v=9lNsc0zqxC0

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