Si scrive selfie, si legge vanità

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Titolo: Vanitas

Artista: Ego

Data: 2014

Tecnica: autoscatto allo specchio

Vanity chair

La Vanità? Pretende di sedersi su una Peacock chair.

Vimini e glamour,  due parole che non sono mai andate d’accordo fino a quando è nata la sedia a pavone. Una sorta di trono esotico protagonista per decenni, di affascinanti scenografie della vecchia Hollywood.

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Regale ed elegante, è la rivisitazione della Windsor settecentesca. Di umili origini, è entrata alla corte d’Inghilterra per voler di Enrico III. Ma è diventata una star in America. La leggenda vuole che Thomas Jefferson abbia firmato la Dichiarazione di Indipendenza seduto proprio su una Windsor.

Reinventarla oggi, è un magnifico esercizio di stile per designer. Vanitosi & Indipendenti. (Pavo Real di Patricia Urquiola, Kora di Matteo Thun).

E la moda si pavoneggia. (Paul Schmidt, Agent Provocateur, Jean-Paul Gaultier)

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Oggi, dolce vita significa anche sedersi su una Peacock chair, in un antico giardino o in una veranda lussureggiante, leggere un capitolo di Vengo via con te. Storie d’amore e latitudini di Henry J. Ginsberg e viaggiare sognando.

Ritratto, torna di moda l'”ars vanitatis”

La ritrattistica è un genere di pittura tanto illustre quanto snobbato perché ritenuta commerciale. Ma in verità, è esattamente il contrario e lo dimostrano le opere dei più grandi pittori della storia, da Tiziano a Goya, da Warhol a Freud, che si sono concessi all’arte del ritratto sia per esigenze di sopravvivenza, sia perché il ritratto, fino a tutto l’800, asieme all’iconografia religiosa, ha rappresentato l’arte.

Oggi, c’è chi, come Velasco Vitali riprende il filo di quel discorso da quel punto, dalle opere dei grandi e, stando dentro il genere e la tradizione, cerca di interpretare il confronto fra la contemporaneità e una tradizione storica così forte. Una sfida, una provocazione, alla quale i grandi pittori non si sono mai sottratti. Basti pensare alle tele di Andy Warhol che ha ritratto i più potenti dell’economia e della società dagli anni ’60 agli anni ’80, da Giovanni Agnelli a Giorgio Armani, da Jacqueline Kennedy a Yves Saint Laurent. Oppure a Lucian Freud che fino alla sua scomparsa nel luglio scorso, era l’artista in attività più quotato della storia e famoso proprio per i suoi ritratti, uno per tutti quello alla regina Elisabetta.

“Il ritratto è una gabbia dove è difficile raccontare una personalità” ha affermato Vitali, “è una scommessa che si gioca sulla pennellata, ovvero come raccontare una presenza viva reale, certa, ma far sì anche, che il quadro sorprenda e lasci un segno”.

Oggi il ritratto sta vivendo un momento di splendore, grazie ad una committenza vivace che ha riscoperto in esso un doppio piacere: da una parte l’investimento nell’arte, sicuro, soprattutto se viene scelto un pittore ultraquotato, e la soddisfazione della propria vanità, piuttosto che un’opera d’arte che parla di te o di una persona a te cara.

Farsi fare un ritratto è sempre un progetto importante e può anche suscitare emozioni inattese e reazioni profonde, perché trovarsi davanti alla propria immagine può significare trovarsi davanti a qualcosa di sè o in sè, di sconosciuto. Ci piacerà?

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