L’attimo raccolto (in biblioteca)

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Ricordo di viaggio (Il Cairo, 1996). Biblioteca di Casa Campanelle, ore 13

L’attimo raccolto (della domenica)

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Il piacere di tornare a casa (dopo un lungo viaggio). Cucina di Casa Campanelle, ore 12

*Lunghi di Pasta Felicetti, canovaccio Le Jacquard Français

Fuga d’amore

Vieni via con me.

Ti ricordi l’ultima volta? E’ stata a Parigi, ci siamo persi a Place des Vosges. C’eravamo promessi che l’avremo fatto, di nuovo.  Faccio una valigia veloce, indosso il mio abito in seta dipinta Dolce&Gabbana e partiamo per Palermo. Due giorni, una sola notte, che saranno mai? Prima che giugno finisca, oppure lasciamo passare la metà di luglio per riprenderci la città dopo il Festino di Santa Rosalia. Potremo partire con l’aereo delle 9:40. Arriveremo giusto in tempo per un pani ca meusa all’Antica Focacceria San Francesco. Poi avremo davanti a noi tutto il pomeriggio e il sole.

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Voglio baciarti a lungo davanti al portone principale di Palazzo Ajutamicristo, oppure davanti ad una finestra di Palazzo Steri. Tu ami baciarmi davanti ai portoni e alle finestre. E poi voglio passeggiare nei giardini di Villa Garibaldi. In verità, ami baciarmi anche in giardino… e sotto quel ficus monumentale… non trovi assomigli un po’ alle nostre paure ma anche alle nostre volontà di non lasciarci mai, nonostante tutto e tutti? Voglio passare del tempo a parlare di noi al Kursaal Kalhesa e poi camminare mano nella mano fino alle Mura delle Cattive e alla Chiesa dello Spasimo. Entrarvi in punta di piedi e in silenzio. Quando avremo fame, ceneremo all’Osteria dei Vespri, che ne dici? Passeremo la notte, o quel poco che ne rimarrà, al Porta di Castro. Mi sveglierai spostando la tenda dalla finestra e i capelli dal mio viso addormentato. Sentirò, in quel momento, che non c’è sogno al mondo che non si possa realizzare. Il mattino lo voglio vivere tra i banchetti della Vucciria.  A respirare. Pensi che riusciremo ad arrivare a Promontorio Monte Pellegrino per respirare il profumo del mare prima di andare in aeroporto? Saremo a casa prima che faccia buio, promesso…

Dimmi di sì. E’ un sì? Sì…

Fotografia: portone principale di Palazzo Ajutamicristo di Lorenzo Gatto

Colonna sonora: “Mi votu e mi rivotu”  http://www.youtube.com/watch?v=cMvWqg2WcEU

Dedicato a: a te, a chi altrimenti?

Per viaggiare ad occhi aperti

slide1 Peter Bellerby

l’ultimo costruttore di globi terrestri

Viaggio in Russia

Mi piace ospitare in questo mio spazio, le espressioni d’arte di giovani talenti, coniugazioni… di stili. Chiara Zanotelli è una giovane donna trentina (5° anno di Giurisprudenza percorso europeo e transnazionale Università degli Studi di Trento),  che dipinge con capacità, un’intensa descrizione del suo recente viaggio in Russia. E che dice: “sono ritornata, come a voler completare il passaggio dalla giovinezza all’età adulta.” Personalmente, ho seguito il suo viaggio, passo dopo passo, come un diario illustrato, grazie alle fotografie pubblicate quotidianamente da Chiara sul suo profilo Facebook. Leggere questo pezzo è stato come dare voce a quella storia illustrata. Luoghi, persone. Rapporti, legami. Tempi&Mondi. Buon viaggio!

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Nota dell’autrice. Questo articolo è espressione di sentimenti sinceri e di un amore profondo per una terra piena di contraddizioni che sento di non essere ancora completamente capace di descrivere con le parole giuste. Il popolo russo mi ha accolto con un affetto profondo e indimenticabile, di cui proverò nostalgia appena ritornata a casa.

A causa della sua storia, e della mia storia la Russia non è mai stata e non sarà mai una destinazione comune. Uno scrittore francese d’inizio Novecento, Joseph Kessel, descriveva la Russia come la terra dell’illimitato. “Le sue pianure non hanno che il cielo per confine, le sue foreste vengono appena incise dalle accette, i suoi fumi giganti, inondati di acqua, si spiegano come braccia del mare, Le sue canzoni, la cui gioia ha degli accenti di follia e la cui melanconia tocca i termini della tristezza umana, portano il marchio di uno spirito teso verso l’infinito, verso l’inaccessibile dominio dell’appagamento completo” (Joseph Kessel, La Steppe rouge).

Sono ritornata in Russia, dopo aver passato nel 2007 dieci mesi sulle rive del Volga in una piccola cittadina impregnata di storia, Uglich. Sono ritornata, come a voler completare il passaggio dalla giovinezza all’età adulta. Con una borsa di studio dell’Unione Europea sono arrivata a San Pietroburgo. In questo punto d’incontro tra Europa e Russia è già difficile distinguere quei tratti distintivi che caratterizzano il popolo russo. Eppure, questo punto sula carta, individuato dalle coordinate geografiche come 59°57′N 30°18′E, non è ancora Europa… al confine con la Finlandia mancano 200 chilometri. L’autostrada Scandinavia è ancora piena di buche profonde e qualche rara indicazione riportata con le lettere dell’alfabeto latino affianca le lettere cirilliche dei cartelli stradali solamente in prossimità delle mete geografiche rilevanti.

I camerieri nei costosi caffè e ristoranti della città, fermi agli angoli della sala, oggi non restano più a fissarti, ma chiacchierano spensieratamente tra di loro o puliscono i coltelli.

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L’ispirazione del giorno

3_bigIn fondo, è (solo) un’avventura. Ma un’avventura, seppur breve, è sempre intensa, eccitante, dove la voglia di scoprire riesce finalmente a trovare risposte, dissetandosi di emozioni. Un viaggio lontano dalla realtà che non aspira ad un ritorno, sebbene questo ne sia inevitabile epilogo. Benvenga quindi, l’avventura, perché è comunque per definizione, l'”arrivo” ad un dove e per destino, ad un chi. (Bauli Louis Vuitton)

L’attimo raccolto (di Natale)

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Un amore di arrosto. Giorno di Natale nella cucina di Casa Campanelle (Preore), ore 11.25

La sera di Capodanno

L’inedito di Natale di Henry J. Ginsberg, per T & M.

A Delmore Schwartz (1913-1966)

Il mondo è piccolo quando cominci a girarlo e realizzi che ognuno di quei posti segnati sulle carte geografiche, anche i più lontani dalla tua stanza da letto, anche i più remoti – eccezion fatta forse per qualche foresta pluviale grondante sotto il cielo plumbeo, per qualche desolazione ghiacciata – sono raggiungibili.

Il mondo è piccolo e accessibile, forse più del tuo cuore. Ma ci vuole comunque del tempo per attraversarlo, e io avevo promesso che sarei tornato, che sarei arrivato da te, in tempo, anche se partivo da lontano e lungo la strada avevo ancora alcune cose da sbrigare.

João era passato a prendermi all’albergo con solo un’ora di ritardo. Lo avevo aspettato nell’atrio, seduto su una sedia, al buio, i bagagli posati lì accanto. Avevo provato ad uscire, ad un certo punto, mentre il sole sorgeva all’orizzonte e iniziavo a distinguere le nuvole dallo sfondo del cielo, ma troppe cose strisciavano sui gradini dell’ingresso, ero tornato subito dentro.

“Una gomma bucata”, si è giustificato sorridente, appena sceso dalla jeep.

Siamo partiti lasciando lo Zambesi sulla nostra sinistra, ci aspettavano quattro ore di strada fino a Beira, dove avrei preso l’aereo per Maputo. Attorno, la campagna, i luoghi dove avevamo girato. Antonio si sarebbe fermato ancora tre giorni, a lui non importava di essere in Italia per il 31, ma io dovevo rientrare, lo aveva capito, dopotutto il grosso del lavoro era stato fatto, le interviste erano a posto, adesso non aveva più bisogno di me. Ecco la casa dei nostri amici, italiana lei, mozambicano lui, appena fuori il paese, in muratura, con il pozzo all’esterno, dove venivano ad attingere l’acqua i bambini che abitavano nelle capanne tutt’attorno, quelli che l’altro giorno ci erano venuti a chiamare per mostrarci l’ippopotamo che giocava nel centro del fiume; ecco la boscaglia nella quale sta rintanato il misterioso sudafricano venuto lì anni prima a mettere su una segheria, per qualcuno un ex-agente dei servizi; ecco, più avanti l’ingresso del parco del Gorongosa, qui il paesaggio si vivacizza, la terra si solleva all’improvviso in un grande massiccio, come se fosse gravida, era il regno dei leoni, le varie milizie che ci sono passate durante la guerra civile hanno fatto strage della fauna selvatica per mangiarla.

João aveva un figlio a Beira, Nelson; dopo avermi accompagnato all’aeroporto sarebbe passato a trovarlo. Ha tirato fuori il cellulare, mi ha mostrato la foto: non sapevo cosa dire, soffriva di un male che hanno molti bambini, in Africa, idrocefalo, accumulo di liquido cerebrale nella testa.

Il volto dell’uomo era radioso; si vedeva che non stava più nella pelle, anche se mancavano ancora due ore alla città. Come lo capivo. Mi sentivo anch’io così, anche se non era un bambino che mi mancava. Mi mancavi tu, una donna che conoscevo appena, una donna che viveva sola, una donna che non mi aveva fatto promesse d’amore.

All’aeroporto ho insistito per offrirgli un caffè, eravamo in anticipo nonostante fossimo partiti in ritardo. Non ha voluto altro. E’ scappato da Nelson, lasciandomi con i miei pensieri, sulla terrazza affacciata sulla pista d’asfalto.

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(se vuoi) “Vengo via con te” in 50 città

E’ impossibile non ritrovarsi in almeno uno dei personaggi di “Vengo via con te. Storie d’amore e latitudini”, il libro d’Amore e sentimenti di Henry J. Ginsberg. Un libro che sa emozionare proprio per il suo “realismo” ed il coinvolgimento con il lettore. Nel leggere le sue pagine, ognuno di noi può ritrovarsi e può capirsi. Un potere straordinario… Vengo via con te. Storie d’amore e latitudini  è in attesa di partire per le 50 città protagoniste dei suoi racconti. La sua missione è quella di “abbandonarsi” al suo destino, un dono d’amore incondizionato per chi lo troverà.

Ecco le immagini e le testimonianze di dove e di chi lo ha abbandonato. Viaggi d’Amore.

 

IBIZA. 16 aprile, ore 20.30

“Poi cominciò a dipingere. Si sentiva la musica arrivare dal apese. Si sentiva il suono delle sfere celesti che roteano senza posa sopra le terre in cui la gente si diverte e mangia il fiore del loto e non pensa al domani”

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(Sara)

 

VIENNA. 24 gennaio, ore 12

“Alzò lo sguardo al cielo perché è il cielo il luogo degli innamorati, le costellazioni sfavillantie tutti quei satelliti. Era felice di essere lì e adesso. E di vivere”

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 (Susanna)

 

PALERMO.  20 gennaio, ore 10

“Mia zia aveva perso la testa, chiaramente. prima l’aveva persa per un sacco di uomini, quindi in fondo solo per se stessa, perché se ami questo e quello, se voli come l’ape sui fiori, è solo di quell’andare che ti importa, ti inebri della varietà.”

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Villa Giulia, una delle più belle ville della città. (Lorenzo & Annachiara)

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Sunday Breakfast

fotocon il nuovo libro d’amore “Vengo via con te. Storie d’amore e latitudini” di cui storie, personaggi, emozioni, mi seguono oramai ovunque.

Sri Lanka, l’isola felice

di Marco Pontoni

Ha molti nomi, Ceylon, Serendib, oggi Sri Lanka. Ed è una buona approssimazione di ciò a cui gli europei pensano quando sussurrano le magiche parole: isola felice.

Terminata la guerra civile nel 2009, che non ha mai ostacolato del tutto il turismo (interdetto all’epoca solo nel Nord del paese, la roccaforte delle “Tigri Tamil”), scomparse o quasi le ferite lasciate dallo Tsunami, oggi lo Sri Lanka è più bello che mai. Un luogo dove convivono lingue, culture e religioni diverse: la maggioranza della popolazione è Cingalese e buddista, una consistente minoranza Tamil e induista, ma ci sono anche consistenti comunità musulmane e cristiane. Ovunque passato e presente si mescolano: templi, resti di antiche, floride città raccolte attorno ai luoghi del potere e alle gigantesche statue dei Buddha, grotte sacre, fortezze perdute sulle cime delle montagne (Sigiriya è meraviglia pura).

Ma ovunque anche i segni del passato coloniale, del passaggio dei portoghesi e degli olandesi, della lunga dominazione britannica: a Galle, ad esempio, o nella capitale Colombo, o a Nuwara Elia, a quasi 2000 metri s.l.m., dove gli inglesi trascorrevano i mesi più caldi, assieme all’aristocrazia locale, fra corse di cavalli e gare di canottaggio.

Sulle colline, le green hills, le piantagioni di the, il migliore del mondo. Nelle città, come ovunque, i segni della modernità che irrompono prepotentemente: cellulari e traffico, college privati, internet, qualche grattacielo alla cui ombra sopravvivono gioielli di altre stagioni, ad esempio il Galle Face hotel di Colombo (dove sono passati re e ministri, artisti e scrittori come Arthur C. Clarke, che ne fece la sua casa). Il mare è impetuoso, si gonfia di onde fatte apposta per il surf, ma a Sud, in baie come Unawatuna, la barriera corallina viene in aiuto, e consente di bagnarsi anche ai più piccoli.

E tutto sembra “tenersi”, miracolosamente. Tutti i conti, oggi, sembrano tornare.

Restiamo incantati dal lento scorrere della vita nelle campagne, dalla natura selvaggia dello Yala park, dalla gentilezza composta di uomini e donne. Come ogni paradiso anche questo nasconde ferite e lacerazioni: dall’emigrazione clandestina (che ha per meta spesso i paesi arabi o l’Australia), al turismo sessuale. Forse non esiste al mondo l’isola felice. Ma vogliamo credere che se c’è una legittima candidata, è Ceylon, è lo Sri Lanka.

Ad un matrimonio

Al lavoro

Donna al lavoro su un Batik

Il faro di Galle

Il treno

La spiaggia di Unawatuna

L’incantatore di serpenti

Lo sguardo

Polonnaruwa

Scimmie nel tempio del Sacro dente del Buddha a Kandy

Sigiriya

Tempio rupestre

Tornando da scuola

Tramonto a Galle

Relax in viaggio

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Costa degli Etruschi, l’Italia che ti ricordi

testo e fotografie di Marco Pontoni

Bibbona, Bolgheri, Castagneto Carducci: un trittico di borghi medioevali affacciati sulla Costa degli Etruschi, fra Cecina e Donoratico. E’ l’Italia che ti sembra di conoscere o di ricordare, anche se non ci sei nato dentro. Quell’Italia profonda, rurale, “sospesa”, un po’ metafisica, come un quadro di De Chirico o una vignetta della Settimana Enigmistica, di cui tu o qualche tuo predecessore dovete avere fatto esperienza, in una delle vostre tante vite.

E quell’esperienza la ritrovi, la riconosci, come riconosci a volte un volto che pure non hai mai visto prima, un amore che non hai mai consumato, un sogno sognato dentro a un altro sogno. Stava lì, sepolta. Ti dici: qui devo esserci passato, qui devo avere vissuto, devo avere affondato le mani in questa terra ed essermi ubriacato con questo vino. Ma quando, dove, e come sia stato, non sapresti dire.

Forse è successo sui banchi di scuola. I cinque chilometri di nastro asfaltato che corrono dall’Aurelia fino alla porta di Bolgheri sono quelli cantati dal Carducci, naturalmente, ecco il duplice filare dei cipressi “alti e schietti”, ecco il paese da cui il poeta, primo Nobel della letteratura italiana, dovette fuggire con la sua famiglia, per contrasti con i Della Gherardesca, nobilissima, potentissima famiglia pisana, fra le più antiche casate d’Italia. Dal padre, medico condotto e rivoluzionario sanguigno, che in gioventù aveva conosciuto il confino (a Volterra, e chi non vorrebbe esserci confinato, oggi?), Giosuè ereditò l’indole romantica e l’inclinazione per le passioni forti, quelle che traspose nella sua poesia e che condivise con almeno una trentina di amanti oltre alla legittima moglie, fra cui, si dice, forse la stessa regina Margherita.

A Castagneto, in uno dei vicoli del centro, visiti il suo “buon ritiro”, che frequentò per molti anni quando tornava in terra toscana da quella Bologna dove spese gran parte della sua vita. Poco sopra, il castello dei Della Gherardesca. Oggi guerre e cospirazioni sono lontane, così come le tenzoni attorno agli usi civici. Le passioni si accendono con il vino: Sassicaia, Ornellaia e altri nomi a cui inchinarsi solo al sentirli pronunciare.

Percorri l’Italia delle campagne pettinate, dei covoni e dei poderi arroccati in cima alle colline. Percorri l’Italia dei girasoli, delle nuvole che trascinano scie d’ombra sul giallo del grano, l’Italia della costa sabbiosa che si allunga pigramente per chilometri, fitta pineta alle sue spalle, odorosa, preziosa. Hai la faccia scottata dal sole. Hai una nostalgia antica, per qualcos’altro.

La sera guardi le rondini inseguirsi attorno a un campanile. Il gatto nero ti sbarra la strada, ti chini, rinfodera gli artigli, si mette di pancia per farsela grattare. Puoi essere di passaggio, come Carducci quando scrisse “Davanti a San Guido”, e vedeva sfilare la Maremma dal finestrino di un treno che lo conduceva a Roma. Puoi decidere che non conta nulla, nulla di ciò che hai visto finora, che questa è la tua casa, più di ogni altra. Cercarti il tuo letto. Fermarti qui.

Che lusso fare glamping

Trascorrere una notte sotto le stelle per respirare l’atmosfera dei Safari nell’Africa inglese, calda ed affascinante, soggiornando in strutture a cinque stelle senza nulla togliere al gusto dell’avventura e del contatto con la natura.

Il glamping, o campeggio glamour, è una formula alternativa di vacanza a basso impatto ambientale, grazie all’uso di energie rinnovabili, raccolta differenziata, minicar elettriche ed ecotessuti. In Africa? No, a Venezia, nell’esclusivo campo tendato Canonici di San Marco situato a pochi chilometri dalla Serenissima, tra il verde della campagna veneta, cesellata dalla magnificenza dell’arte e dell’architettura, e il blu della laguna. E’ il primo ecolodge in Italia ispirato alla formula nata nelle destinazioni calde dell’Africa, impiantato nel 2010 da Federico Carrer ed Emanuela Padoan.

L’accampamento, che può ospitare solo nove coppie, è costituito da strutture a tenda realizzate ognuna accanto ad un albero, come il caco o un’essenza della zona, come Bagolaro o Spaccasassi, da cui esse prendono il nome. Il lusso è nei dettagli.  I dolci sono fatti in casa e disposti su alzate anni Venti. Sempre diverse, ogni giorno, le tazze per la colazione. E il Prosecco, per l’aperitivo di benvenuto, non può che  essere versato in calici di cristallo. La piacevolezza del soggiorno è data anche dall’ambiente estremamente curato. L’arredamento, un hobby della padrona di casa, è un’esposizione di oggetti provenienti da tutto il mondo: cuscini indonesiani acquistati nei mercatini, la vasca da bagno in metallo dell’800 inglese, i saponi della Provenza.

Non un lusso, ma un ecolusso. Perché in questa nuova frontiera della vacanza, tutto deve essere a basso impatto ambientale: raccolta differenziata, riduttori del flusso d’acqua, illuminazione fotovoltaica, connessione wi-fi, minicar elettrica, ecotappeti e coperte in pelliccia ecologica per l’inverno.

Gli ospiti sono inglesi, australiani, neozelandesi e indiani che cercano un contatto profondo con la natura. Oppure ci sono romantiche coppie in viaggio di nozze appena arrivate a Venezia con l’Orient-Express che scelgono il Glamping dei Canonici per sentirsi ancor più protagoniste di un romanzo d’amore. Anche per la natura.

 da Anna Mangiarotti su Ladies, foto di Stefano Scatà

Vacanze, itinerari fuori rotta

Chi non ha problemi finanziari è chiamato, oggi più che mai, a fare tendenza senza esibire la ricchezza; chi invece sta risentendo dei cambiamenti globali, risponderà al desiderio di rilassare mente e corpo scegliendo l’allure dell’esclusività. Cercando il lusso silenzioso. Dove? In un convento o nella propria città, girando il mondo in moto o partecipando ad un torneo di scacchi. Perché in tempo di crisi l’importante è riportare l’attenzione su se stessi e seguire le proprie passioni, evitando gli eccessi e predilegendo l’essenziale.

Così, in un tempo di difficile congiuntura, lo spirito, la religione, la cultura, l’arte, sono forse le derive più tangibili suggerite dalla creatività.

Oggi più che mai, è più chic che shock, lasciarsi richiamare dalla trascendenza, come soggiornare in un luogo di preghiera o in un convento, con la possibilità di partecipare ai momenti liturgici, di lavorare nell’orto in contatto terapeutico con la terra, oppure trascorrendo momenti di silenzio e di riflessione alternati a letture e colloqui con i monaci.

Anche la montagna corrisponde sempre di più al bisogno di una vacatio diversa ed esclusiva. La montagna come luogo di ricerca di sè. Salire in alto per ritrovare se stessi. La montagna “spirituale”, una vera opportunità di vivere il silenzio, la pace, il raccoglimento. Il contatto con la natura, la solitudine, l’estraniarsi dal mondo, l’elevarsi. Come dice in una recente intervista il divo contemporaneo del cinema di qualità, Pierfrancesco Favino “abbiamo bisogno sempre di più di ricontattare noi stessi anche dal punto di vista di quello che può farci stare bene davvero”.

Potremo definirli “itinerari fuori mappa”. All’hotel extra lusso si predilige l’agriturismo, al ristorante con il conto supercaro, la ricerca del prodotto a chilometro zero. Comunque e sempre un’esperienza di ampio respiro, di conoscenza ed arricchimento, dove “genius loci” o “terroir” vengono considerati il vero valore aggiunto della vacanza: per capirci, mangiare la pizza a Napoli o il risotto milanese a Milano, è assai più chic che seguire pedissequamente le stelle della Guida Michelin.

In controtendenza poi, con la vacanza intesa nel suo significato più stretto, ovvero come evasione dalla realtà, c’è qualcosa di davvero esclusivo: semplicemente fermarsi, recuperando la propria realtà e il proprio contesto. Lo si fa in primis, rallentando il tempo, spegnendo l’auto e spostandosi in bicicletta, a cavallo o semplicemente a piedi. Il fotogramma scorerrà più lento e così sarà più facile godere del panorama, scorgere i dettagli, valorizzare le relazioni umane, assaporando nel suo assoluto quella Bellezza che ci circonda ogni giorno ma che immancabilmente il tempo che sfugge ci impedisce di vedere.

Istanbul, dove perdersi per ritrovarsi

Una città dai tanti nomi, Istanbul, Bisanzio, Costantinopoli. Una città di acque, il Corno d’Oro che sfocia nel Bosforo, dopo avere superato il ponte di Galata, guardato a vista dalla torre genovese. Senti che da qui potresti salpare, che nessun posto è troppo lontano. Oppure, che potresti viverci per sempre senza mai uscire dal cerchio magico di strade e vicoli e scale e cortili che dal quartiere di Fatih, uno dei più “conservatori”, oggi dimora di molti immigrati provenienti dall’Anatolia, scende verso Fener, il vecchio avamposto greco, con le sue case fatiscenti, la geometria delle facciate complicata dai bovindi, i panni stesi fra un muro e l’altro, i resti degli incendi, i bambini che giocano a pallone o tornano da scuola, le donne a capo coperto o completamente velate. In fondo alla discesa, tornano le acque, a chiudere la prospettiva. Sopra i tetti, la mole rossa, imponente, del Rum Lisesi, il liceo ortodosso. Sali ancora e sei sotto le mura, il vento da oriente porta con sé le polveri dell’Asia, che inizia dall’altra parte del mar di Marmara, 5 minuti di traghetto ed è già un altro continente.

Quartiere di Galata

Mercato delle spezie

Rum Lisesi, il liceo ortodosso

L’amico arrivato

Aghia Sofia

Fener

Pescatori sul Ponte di Galata

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Autonomia speciale

Se El Hierro, l’isola più piccola delle Canarie, si sta attrezzando per diventare completamente autonoma dal punto di vista della produzione di energia elettrica grazie a tecnologie ad emissioni zero, Tenerife non è da meno. Su quest’ultima infatti è già attivo il progetto Casas Bioclimáticas, promosso da Iter (Istituto tecnologico delle energie rinnovabili).

Si tratta di un complesso di 24 ville bioclimatiche in affitto, costruite nel Sud dell’isola, perfettamente inserite nel paesaggio, energeticamente autosufficienti e a emissioni zero. Ogni struttura è dotata di sensori per monitorare i consumi. Costano da 136 euro al giorno.

(Ilaria De Bartolomeis su Ladies)

From Monte Carlo to Venice

Follow the path of the Louis Vuitton Classica Serenissima Run, crossing the borders of France, Switzerland and Italy.

Etichetta cinese

Andrea è un manager italiano che per la prima volta deve affrontare un viaggio d’affari a Pechino. Oltre per la strategia che avrà modo di esporre ai business partners cinesi e  lo stile del suo abbigliamento, sarà sicuramente apprezzato per la conoscenza del bon ton nella terra del Dragone.

Feng Shui. Per rompere il ghiaccio ad Andrea sarà utile conoscere almeno i rudimenti dell’arte geomantica taoista che ha assunto grande importanza negli ultimi anni.

Gesti. L’etichetta attribuisce grande importanza al movimento delle dita. Per esempio, puntare l’indice verso qualcuno per richiamare la sua attenzione è considerato un attimo scortesissimo. In ufficio, la corretta gestualità prevede che si possa far avvicinare una persona solo tenendo stesa la mano con il palmo aperto. Il movimento del braccio dovrà essere molto elegante e lento, simile a quello di un direttore d’orchestra.

Alcol e tabacco. Fumo e alcolici sono del tutto accettabili nei rapporti d’affari con  i cinesi. Per ogni businessman della Repubblica popolare, scambiarsi una sigaretta e fumarla tranquillamente costituisce un modo efficace per rompere il ghiaccio. Per quanto riguarda i liquori, Andrea che solitamente non beve ma non vuole offendere il cinese, dovrà accennare a motivi di salute. Ma probabilmente si sentirà dire: “Beva, così possiamo parlare d’affari”. A questo punto…

Saluti. Molti cinesi ritengono che la stretta di mano sia un tocco di eccessiva intimità. Nel dubbio, Andrea accennerà un leggero inchino nei confronti della persona da salutare. In ogni caso, è il dipendente che deve allungare per primo la mano per stringere quella del capo. Meglio comunque una stretta non troppo rigida, che indichi umiltà e rispetto.

Biglietti da visita. I cinesi continuano ad usare molto spesso i biglietti da visita. L’essenziale è riuscire a mostrare di essere molto favorevolmente impressionati da ciò che vi è scritto. Al termine delle presentazioni, Andrea dovrà disporre il biglietto da visita cinese di fronte a sè, in modo da poterlo continuamente ammirare.

A tavola. A colazione Andrea dovrà probabilmente fare buon viso a cattivo menù. Infatti dovrà ingerire cibo in quantità esagerata e fingere di gradire alimenti come inguine di maiale o pene di asino. Le teste dei pesci sono riservate alla persona più importante seduta a tavola.

I numeri. Possono essere di buono o di cattivo auspicio. La cifra più pericolosa è il 4 perché si pronuncia come la parola morte. Per attirare la buona sorte il numero di gran lunga più sicuro è l’8 che si pronuncia come ricchezza.

Regali. Il più infelice è un orologio da parete a causa dell’imprevedibile trappola delle assonanze della lingua: “regalare un orologio” è simile a dire “assistere un parente morente”. L’orolgio da polso invece è accettabilissimo, meglio se di una marca famosa e non necessariamente molto costosa.

Buon viaggio Andrea e soprattutto in bocca al lupo per i suoi affari!

ds ispirata da Andrea Torti su Capital

L’Odyssée de Cartier, il film

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Postare questo straordinario film, è come indossare un’opera d’arte di alta gioielleria. Da oggi tempi&modi è più prezioso.

“Africa da Nobel”, volti che fermano i deserti

Immagini raccolte da “non-fotografi”, rubate da chi ama l’Africa e la visita per lavoro o perché non può farne a meno. Immagini catturate con camere digitali ordinarie in condizioni non sempre ottimali, spesso nelle poche pause fra un impegno e l’altro, la visita ad un progetto di cooperazione e il saluto ad un amico che non si vede da tempo. In Somalia, Kenya, Mali, Uganda, Mozambico, Etiopia…

“AFRICA DA NOBEL, volti che fermano i deserti” è un’importante quanto intensa mostra fotografica di Marco Pontoni, Laura Ruaben e Paolo Michelini* allestita fino al 1° aprile presso l’ArtCafè Auditorium del Centro Servizi Culturali S.Chiara in via Santa Croce, 67 a Trento.

L’Africa di questi scatti, di questi volti, non è né tragica né oleografica. E’ l’Africa di chi si incontra nelle campagne, nei mercati, nelle scuole (a volte solo un rettangolo d’ombra sotto ad un’acacia), lungo le strade delle small town e dei villaggi. Un’Africa che lavora, studia, mangia, fa festa; lontana dallo stereotipo dell’esotismo e da quello speculare del continente affamato, con i suoi standard comunque lontanissimi rispetto a quelli a cui siamo abituati in Occidente. Un’Africa straordinaria nella sua quotidianità, che merita un Nobel per la sua capacità di resistere, che non si arrende al deserto, ad ogni genere di deserto.

Taxi Driver. Etiopia, M. Pontoni

Sono tanti i deserti e tante le cause che li producono. Sono tanti come i volti dell’Africa e degli africani, che a volte facciamo fatica a distinguere quando li incontriamo sulle nostre strade. Deserti prodotti dallo sfruttamento indiscriminato dei suoli, dalle speculazioni a cui l’Africa è sempre esposta: terreni acquistati “in svendita” da paesi terzi per produrre cibo o biocombustibili, terreni appaltati alle multinazionali per “succhiarne” le risorse. Deserti che si annunciano con i cambiamenti climatici, che potrebbero vanificare decenni di sforzi, “sabotare” i progetti di riforestazione, alterare equilibri di per sé delicati. Altri deserti. Quelli provocati dalle guerre: deserti reali, la guerra spopola le campagne, avvelena i pozzi, insabbia i canali di irrigazione, e deserti che si insediano nel cuore degli uomini, delle vittime e dei profughi a cui è stato tolto tutto. Deserti invisibili nelle baraccopoli che circondano le grandi metropoli africane, rifugio di un’umanità spesso sradicata, alla faticosa ricerca di una nuova identità. E ovunque deserti lasciati dalla storia, percorsi da popolazioni spostate dai luoghi di origine, private della loro cultura e della loro libertà, divise da confini incomprensibili, tracciati sulle carte geografiche dagli europei oltre un secolo fa.

Donna alla macchina da cucire. Uganda, M. Pontoni

Calcetto, L. Ruaben

C’è chi lotta contro questo. C’è chi, come la presidente liberiana Ellen Johnsonn Sirelaf e la connazionale Leymah Gbowee, ha ricevuto persino un Premio Nobel per la Pace. E c’è chi il Nobel non lo riceverà mai nonostante il suo impegno silenzioso. C’è chi si ostina, come il celebre “piantatore d’alberi” di Jean Giono, a fare da argine ai deserti che avanzano; a volte con piena cognizione di causa, a volte inconsapevolmente con il loro semplice, umile agire quotidiano. Sono loro i protagonisti di queste immagini.

Hey, guitar hero! Somalia (Merka), M. Pontoni

Ai volti, ai gesti e agli spazi si accompagna una raccolta di proverbi africani, che “rafforza” ogni immagine. La cornice povera e tecnologica assieme: realizzata con il materiale riciclabile per eccellenza, il cartone, è stata incisa con il laser, sperimentando in questo modo un tecnica nuova, che combina l’estrema praticità del supporto (quando la cornice si deteriora può essere facilmente rimpiazzata, proprio come accade a tante cose in Africa) alla precisione del tratto. Opere di artigianato.

*Marco Pontoni. Nato a Bolzano nel 1965. Giornalista appassionato dell’Africa, attualmente lavora all’ufficio stampa della Provincia autonoma di Trento. Ha girato numerosi documentari in Africa, Asia e America Latina centrati soprattutto sui progetti di solidarietà internazionale. Con il fotografo Massimo Zarucco ha realizzato il libro Mozambico, l’orgoglio di un popolo (Artimedia, 2005).

Laura Ruaben. Nata a Trento nel 1981. Collabora con l’ufficio stampa di Acli trentine. Arte e viaggio le sue passioni. Trova radici se si sposta: dall’Oriente all’Africa. È stata in Mali per un progetto di solidarietà internazionale che ha portato alla costruzione della scuola e della biblioteca nel villaggio Yassing in terra Dogon.

Paolo Michelini. Nato a Riva del Garda nel 1963. E’ responsabile del Settore Gestione Risorse Umane del Servizio Conservazione della Natura e Valorizzazione Ambientale della Provincia autonoma di Trento. E’ stato in Kenya nel 2002 per un viaggio di conoscenza del progetto Tree is Life.

Quando la città è una donna

L’identità di una città indagata da un nuovo ed interessante punto di vista: con gli occhi di una donna o di un uomo, osservata quindi, attraverso la lente del genere.
 
Questo è When Honk Kong is a Woman di Jean-Claude Thibaut, il primo di una serie di filmati sulle più belle città del mondo, proposte da Louis Vuitton sul suo magazine online New, Now, dove, in questo caso con gli occhi di una donna, viene interpretata l’identità di un luogo.
 
 
“Osservandola dall’oblo, la distinguevo appena nell’avvolgente magnetismo della notte. Impegnandomi di più, sembrava delinearsi meglio, immersa nella caretteristica luce ambrata della sera.
Hong Kong era graziosa e leggiadra: una morbida chioma dai riflessi scuri, la silhouette ben distinta di una donna. I tratti giovanili del suo volto erano velati dalla foschia del mare, mentre gli occhi socchiusi scintillavano come specchi incastonati nelle vicine montagne.  Il suo profumo, i suoi colori e i suoi suoni facevano eco nella mia memoria. La dolcezza del porto Victoria, la lussureggiante vegetazione e il canto degli altipiani, ci invitavano a trovare conforto nelle sue vie.
Hong Kong conduce marinai smarriti verso destinazioni insolite, straordinarie, inattese. I suoi ambasciatori, donne sagge ed eleganti, dirigono l’orchestra da moderni salotti.
La città possiede una sorta di ostinazione che supera la forza di volontà, originata dal bisogno compulsivo di imporre al mondo le proprie linee guida.
Una città che è al contempo estremamente vicina e infinitamente lontana.
E’ questa l’impressione dagli straordinari tratti femminili che la città mi ha regalato”
 
Jean Claude- Thibaud
 
 
Davvero originale.
E New York sarà una donna o un uomo? E Barcellona?

A-Secret, libri unici dedicati a tutti i sensi

Libri tessili, a tiratura limitata, dove ogni esemplare è un pezzo unico made with care, dove tutto è pensato, fotografato, scelto, assemblato e cucito a mano con tecniche di alta sartoria.

Contenitori di fotografie, pensieri e parole, oggetti, immagini, suoni e ricordi da cui emergono, oltre la straordinaria manualità dell’autore, anche il suo carattere da globetrotter e la lunga ricerca antropologica da lui condotta in ogni parte del mondo per cogliere attraverso la fotografia, l’anima segreta della gente e il vero genius loci dei luoghi visitati. Una serie di volumi monotematici dedicati a città, architetture, viaggi e artisti, distribuiti in spazi esclusivi come librerie internazionali e gallerie d’arte.

Stiamo parlando di A-SECRET di Enrico Frignani,  fotografo torinese di moda e pubblicità e responsabile creativo ed editoriale della rivista Neo-Head, un magazine di lifestyle, che non è solo lettura e sguardo, ma anche tridimensionalità di ogni oggetto. La filosofia è la stessa, cara a Frignani: allargare l’esperienza coinvolgendo tutti i sensi. Scrivere di qualcosa, ma anche far vedere e toccare qualcosa. Ogni singolo numero della rivista è differente da un altro. Dentro è possibile trovare cose raccolte in varie città del mondo, opere appositamente realizzate da artisti ed oggetti messi a disposizione dalle varie aziende che desiderano parteciparvi.

E per trasformare le esperienze e i sogni in pagine da sfogliare e collezionare, Enrico Frignani offre la propria regia e la propria raffinata manualità, per creare volumi unici personalizzati, anche con foto non sue.

Trova Enrico Frignani su Facebook e su neoheadmag@yhaoo.it

TESTO – ds ispirata da Elle Decor

FOTOGRAFIE – da myspace.com

Quel treno dei desideri che val bene una fuga, soprattutto per passione

In amor vince chi fugge? Bene, allora si fugga con stile!

L’Orient Express. Un treno che evoca immagini di glamour e di mistero. La sua storia inizia nel 1883, quando l’imprenditore Georges Nagelmackers creò un servizio ferroviario, due volte la settimana, che da Parigi attraversava l’Europa fino ad Istanbul, ai confini con l’Oriente.

Lo scrittore, giornalista e critico d’arte francese Edmond About scriveva nell’ottobre del 1883 all’inaugurazione dell’Orient-Express: “…I quaranta invitati della società, i parenti, gli amici, i curiosi che ci circondavano alla Gare de l’Est (n.d.r: stazione di Parigi) non credevano ai loro occhi. Durante il viaggio, la società si adoperava a farci conoscere giorno per giorno i cibi nazionali e i nobili vini dei paesi che attraversavamo… Le lenzuola, cambiate tutti i giorni con raffinatezza sconosciuta nelle case più ricche, esalano un delicato profumo di bucato, e i miei due compagni di camera esemplari… Notiamo ancora un’altra cosa che non ci lascia indifferenti: la carrozza-ristorante, dove si fa una così buona cucina….”

È la Compagnie Internationale des Wagons Lits a fornire i lussuosi vagoni e l’ammirevole personale. Col passare degli anni e dei passeggeri, che si alternano fra nobili, scrittori e benestanti, la reputazione dell’Orient Express si consolida, l’ostentazione del lusso e l’ottimo servizio (cucina raffinata, posate d’argento, personale delizioso) sono punti cardine della sua storia. Fu simbolo della Belle Epoque, là sopra nascevano complotti, amori, affari, nuove visioni del mondo e assassinii.

Purtroppo, l’avvincente storia che lo precede e lo vede protagonista non è abbastanza per salvare il treno dall’impatto con le tariffe super economiche dei voli delle linee europee. Oggi l’autentico Orient Express non esiste più, è stato soppresso.

Ma in verità non è mai morto. Rivive nei capolavori letterari di molti autori, come Agatha Christie e Ian Fleming, in film, cortometraggi e nella pubblicità.

Rivive nei nostri sogni.

Oggi è il Venice Simplon-Orient-Express che ha raccolto l’eredità dell’Orient Express.

Da vivere una volta soltanto: la fuga deve essere davvero la fuga della nostra vita!

 www.orient-express.com  www.trenidilusso.com

 

TESTO – ds

FOTOGRAFIA – adv 2009 Chanel n.5

MUSICA – trailer di “Assassinio sull’Orient Express” di Agatha Christie http://www.youtube.com/watch?v=iAUjvyiGIEk 

 

La valigeria Louis Vuitton

Stazione Ferroviaria di Istanbul. E’ in partenza l’Orient Express. Il fumo della locomotiva si confonde con quello della nebbia del Bosforo. Una giovane coppia di turisti inglesi , appena arrivati dal Pera Palas Hotel, si accingono a salire su di una delle carrozze illuminate, mentre gli assistenti di bordo caricano i loro bagagli, valigie Louis Vuitton.

E’ il potere di oggetti d’arte che sanno raccontare una storia. Le valige Louis Vuitton evocano come pochi altri oggetti, il lusso dei grandi viaggi e le atmosfere legate allo stile di certi personaggi. Un capitolo della storia del costume che narra di persone ricche e importanti che affrontano lunghi viaggi accompagnati dai famosi bauli e dalle valigie disegnate dallo stilista francese.

Il Monogram Canvas è l’iconica pelle di questi oggetti preziosi dell’alto artigianato francese, una lussuosa collezione di valigeria che da sempre rappresenta nel mondo, la storica maison francese. Il fondatore, Louis Vuitton, ha avviato la sua leggenda partendo proprio da una valigia, vista la sua esperienza di apprendista tuttofare presso Monsieur Maréchal, una personalità in fatto di bagagli nella Parigi dell’800.

Ne ha fatta di strada Monsieur Vuitton, ma ciò che è rimasta immutata nel tempo è la magia di queste opere d’arte. Il lusso dedicato all’arte del viaggio. Un concetto di eccellenza e di esclusività dovuta alla rarità delle pelli utilizzate ma soprattutto alla lavorazione a mano esclusivamente in laboratorio dove gli artigiani della maison ne conservano gelosamente i segreti.

Se si parte, lo si faccia con stile”.

ds

e-shopping su www.louisvuitton.com

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